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giovedì 15 dicembre 2011

"Luck" - Pilot


LUCK (2011)




Ideatore: David Milch

Attori: Dustin Hoffman, Nick Nolte, Dennis Farina, 
            John Ortiz, Jason Gedrick

Paese: USA


Quando di mezzo c'è la HBO chiunque sia un minimo informato sui prodotti televisivi ha un leggero sussulto. Del resto è l'emittente che ha proposto in assoluto più serie televisive rivelatesi poi estremamente valide, tra le migliori di sempre; “Oz”, “The Wire” e “I Soprano” su tutte, altre tra cui "True Blood" e "In Treatment” o, ancora, la giovanissima “Games of Thrones”. In questo caso, tuttavia, ad essere maggiormente degno di nota è un altro titolo, ulteriore fiore all'occhiello dell'emittente televisiva, ossia “Deadwood”, essendo stata ideata come “Luck” da David Milch. Ma di questo si scriverà più avanti.

La serie ruota attorno alle corse di cavalli, come del resto i personaggi che la popolano. Scommettono, calcolano, partecipano per passione o per soldi, cercano talenti e si intrecciano tra loro fino a restituire un ambiente delineato da molti più tratti di quanto si pensi.


Milch, si diceva. È solo uno dei nomi degni di interesse, nomi che qui infatti si sprecano e si distribuiscono un po' ovunque. Tra gli attori si distinguono fin da subito due volti appena conosciuti quali Dustin Hoffman e Nick Nolte; il primo, presente anche tra i produttori della serie, è chiamato ad un ruolo che ricorda da lontano quello da lui interpretato in “Confidence”, dimenticabile pellicola del 2003; anche quella volta interpretava un boss del crimine organizzato, seppur con una vena sensibilmente più ironica. Qui invece si scherza poco e niente e il Chester di Hoffman in particolare sembra essere sempre a un passo dall'uccidere qualcuno. Il ruolo di Nick Nolte, al contrario, è praticamente quello da lui recentemente interpretato in “Warrior”, l' “old man” pieno di rimorsi, stanco e rassegnato; ulteriormente caratterizzato questa volta da una pazzia appena suggerita, stanca anch'essa, che lo porta ad esternare pensieri senza che qualcuno sia lì ad ascoltarlo. Per la parte, è inutile dirlo, Nolte è perfetto. Il personaggio era suo ancor prima di interpretarlo.
A questi due nomi se ne affiancano poi altri di tutto rispetto, i cui volti si ricordano nitidamente pur non riuscendo bene a collocarli in termini cinematografici; sono quei caratteristi che sebbene non ricoprano ruoli da protagonista contribuiscono enormemente alla riuscita di un prodotto, rendendo credibile e solida la superficie d'appoggio di quegli aspetti su cui sono puntati gran parte dei riflettori. Richard Kind (“A Serious Man”) per esempio; è fin da subito assai credibile nell'interpretare una sorta di talent scout di cavalli e fantini al servizio di Escalante, interpretato a sua volta dal caratterista Joan Ortiz (“American Gangster”, “Nemico Pubblico”). Altro valido esempio è Dennis Farina; pur non essendo necessaria alcuna presentazione, è bene sottolineare che tra le altre cose lo si è visto anche in “Manhunter”. È bene sottolinearlo perché tra i vari nomi svetta quello di Michael Mann, che non è esattamente l'ultimo dei registi. A dirigere il pilot è infatti uno sguardo registico assai riconoscibile, elegante e calibrato; si sofferma sui particolari su cui è necessario soffermarsi, trasmettendo atmosfere e pathos capaci di rendere vivo il soggetto raccontato, tanto da ritrovarsi coinvolti in una gara di cavalli pur non avendone mai vista una. Mann inoltre, e soprattutto, è il produttore esecutivo della serie e non è un caso, in tutta probabilità, che la fotografia si adatti perfettamente alla sua regia. Già la sigla d'apertura, accompagnata da “Splitting the Atom” dei Massive Attack, suggerisce con luci calde una venatura anni '80 alquanto familiare.


Il confronto con “Deadwood”, seppur diverse per soggetto, è inevitabile. Non si può fare a meno di notare come i dialoghi, allo stesso modo, non facciano particolari sconti con quel loro serpeggiare in un ambiente paludoso che sembra il loro habitat naturale. Questa volta però appaiono più distribuiti quando in precedenza erano stati affidati per lo più ad un Al Swearengen meravigliosamente interpretato, l'ho già scritto da qualche parte, da Ian McShane. Se è vero che i dialoghi che lo vedevano protagonista erano di un livello superiore, non si può neanche fare a meno di considerare che questo è solo il pilot e che nel prosieguo, anche magari con una maggiore caratterizzazione, i dialoghi potrebbero regalare non poche soddisfazioni.
Stesse considerazioni possono farsi riguardo il magnetismo dei personaggi. Swearengen rispetto agli altri sullo schermo appariva enorme, fino a far ruotare attorno a sé l'intera serie. In “Luck” invece sembra che a nessuno venga concesso uno spazio sufficiente ad imporsi sugli altri; al termine della puntata, infatti, non resta l'immagine di un volto in particolare ma, e questo è di certo un aspetto positivo, di un complesso assolutamente omogeneo. Complesso che è poi l'anticamera di un mondo, quelle delle corse, del quale la serie promette di raccontare ogni espressione, da quella più passionale e genuina a quella più viscida e calcolata.


Va detto, tuttavia, che nel suo insieme il pilot non è potente come sulla carta. Coinvolge sì, ma fino ad un certo punto. Si ha la sensazione che sia l'inizio di una serie che ha tutta l'intenzione di prendersi i suoi tempi e che sia tale da poter rivelare il suo potenziale solo sul lungo periodo. In quest'ottica quindi è naturale che il pilota non possa certo far gridare al miracolo. Certo è da considerare anche la possibilità che semplicemente la serie si riveli riuscita solo in parte e che questo primo episodio ne sia un fedele ritratto, ma fino a Gennaio, mese in cui andrà in onda, ci si concentrerà sula prima ipotesi. Del resto con nomi come quelli elencati è quanto meno lecito.


mercoledì 9 novembre 2011

Recensione "Warrior"


WARRIOR (2011)





Regista: Gavin O'Connor

Attori: Tom Hardy, Nick Nolte, Joe Edgerton

Paese: USA


Warrior”, ossia la pellicola che si sta imponendo come una delle migliori dell'anno, a furor di popolo e non solo. È sufficiente farsi un giro in rete rivolgendosi ai migliori siti di cinema per avere conferma di ciò. Si impone anche, di conseguenza, come il più grande mistero dell'anno, seppur solo per chi scrive. Non si riesce, infatti, a trovare alcuna plausibile giustificazione agli applausi scroscianti che sembrano accompagnare la visione di questo ennesimo prodotto sul riscatto attraverso la lotta.

Quella raccontata, infatti, è la storia di due fratelli, Tommy (Tom Hardy) e Brendan (Joel Edgerton) che si ritrovano a combattere nello stesso torneo, seppur per motivi diametralmente opposti. Brendan ha bisogno di soldi per la propria famiglia, Tommy sembra invece combattere solo per rabbia. Hanno in comune, tuttavia, il peso di un passato segnato dalla figura di un padre (Nick Nolte) alcolizzato e violento, che ora cerca di tornare a fatica nelle loro vite.


A dirigere è Gavin O'Connor. È utile specificarlo perché O'Connor è anche il regista di “Proud and Glory”, pellicola del 2008 che si è distinta per la sua capacità di non offrire nulla di nuovo e di cercare chissà quali profondità in termini di sceneggiatura e di introspezione senza riuscirci. Anche allora c'erano di mezzo un paio di fratelli. La tematica sembra infatti assai cara al regista statunitense che però sembra legato anche agli altri aspetti mostrati nel suo precedente lavoro.
Inizialmente sembra che il regista cerchi di proporre altro, quindi non una pellicola che punti principalmente sull'adrenalina da combattimento e pre-combattimento. Attraverso una fotografia calda, che vira in maniera forse fin troppo classica verso l'ocra, cerca subito di delineare volti capaci di trasmettere un vissuto pieno di cicatrici e quindi un'umanità che li avvicini immediatamente agli sguardi più intimi rivolti allo schermo. Il primo piano su Nick Nolte in apertura ne è un esempio e non è un caso che il padre sarà l'unico personaggio, al termine, ad uscirne lasciandosi dietro un solco nella memoria dello spettatore. Così per un buona parte della pellicola, che usa la stessa tecnica anche con gli atri due personaggi, Brendan e Tommy. Quest'utimo, nello specifico, trasmette fin da subito un'impressione sgradevole che si farà certezza più in là, ossia quella del personaggio troppo costruito, troppo pieno di quel crogiolarsi nei fallimenti e nei fantasmi, troppo finto. Tom Hardy non aiuta affatto, offrendo un'interpretazione che accentua incredibilmente l'aspetto appena descritto, perché forzata e, sembrerebbe, compiaciuta del ruolo da duro-con-traumi. La sequenza in spiaggia in cui affronta verbalmente il fratello, seppur senza dialogo interessante alcuno, è in questo senso alquanto esplicativa. Ogni sguardo è urticante tanto che sul lungo periodo il personaggio tenderà addirittura ad infastidire.
E infine c'è Brendan, anch'egli un concentrato di stereotipi niente male: insegnante con moglie e due figlie; gli viene comunicato che rischia il pignoramento, lui si mette a combattere per arrotondare e a causa di ciò viene sospeso per 6 mesi senza stipendio. Ah, tra l'altro la figlia aveva chiaramente problemi al cuore ed altri soldi sono andati via per le spese mediche. Si risolve combattendo. La telecamera cerca di esplorare anche Brendan, sempre con primi piani che dovrebbero essere significativi e riprese in casa forti della stessa fotografia di cui sopra – una città gialla insomma, quella di “Warrior”. Il risultato è quasi asettico, perché tutto continua ad apparire scontato e banale. E così fino al momento in cui Tommy da una parte e Brendan dall'altra non si ritrovano ad allenarsi per “Sparta”, il torneo mondiale con il russo spaccaossa di turno che mette in palio cinque milioni.


A segnare il passaggio tra il blocco iniziale e quello finale incentrato sul torneo è l'allenamento scandito da uno split-screen francamente ingiustificabile. Manco fosse “24”. È una tecnica che dovrebbe essere evitata come fosse antracite da un regista che punta ad una pellicola di spessore e empatico e tecnico. Non è art attack, è cinema. Pellicole di diverso stile, quali quelle appartenenti al filone di cui Guy Ritchie è (era) uno dei massimi esponenti, la potrebbero utilizzare perché in linea con lo spirito della pellicola e del racconto, oltreché funzionale. Ma quella di O'Connor, con tutte le pretese che mostra, non è tra queste. In ogni caso, anche qui container colmi di banalità, con il misterioso Tommy sbucato dal nulla che corre da solo per le fredde strade notturne, peraltro con lo stesso berretto di Rocky; con Brendan che supera in poco tempo lo sfidante favorito del russo (non Ivan Drago) che si allenava nella sua stessa palestra e che ad un certo punto si infortuna, sempre ovviamente, lasciando il posto a Brendan.

Finito il supplizio dello split-screen il torneo ha inizio. È chiaramente la parte migliore del film, essendo gli scontri di MMA (Mixed Martial Arts) spettacolari, nel senso letterale del termine, pur senza una pellicola intorno. È infatti l'unico caso, probabilmente, in cui gli scontri veri sono più spettacolari, sempre nel senso letterale del termine, di quanto lo siano quelli sullo schermo. Non è un caso, si diceva, che sia questa la parte migliore del film: l'encefalogramma diventa piatto, l'udito si concentra sul singolo colpo per capire se si è rotta una mascella piuttosto che un ginocchio e mani e braccia rischiano di muoversi verso l'alto e verso il basso a mo' di incitamento, sfuggendo ad un organo cerebrale temporaneamente assente. La gestione degli incontri è adrenalinica e riesce con l'aiuto dei due telecronisti nell'intento di appassionare. Non mancano le cadute di stile intorno al ring, ma non vengono considerate minimamente perché in quel momento il film è il ring e nient'altro. Ad un certo punto compare anche la moglie di uno degli eroi (non Adriana) che dopo aver detto che non l'avrebbe supportato, che non l'avrebbe nuovamente visto combattere, sbuca all'improvviso per dargli manforte. Anche qui originalità in quantità industriali. Ma va bene così, come si scriveva, tutto passa in secondo piano, ora. E poi il finale. Anch'esso, invero, sembrava stesse andando per il verso giusto, nel senso che non stava deragliando in preda all'esaltazione del momento; ma poi deraglia di colpo esplodendo in “ti voglio bene” urlati sul ring, camminate trionfali e lacrime in primo piano.


Dell'interpretazione di Tom Hardy si è già scritto. Joel Edgerton fa il minimo indispensabile. Fortuna che c'è Nick Nolte a regalare al suo personaggio e di conseguenza allo spettatore una certa carica di umanità e credibilità. L'aspetto migliore di una pellicola che conferma lo stile filmico di O'Connor, a metà tra il banale e il pretenzioso. Ma con quella locandina, poi, c'era bisogno di andarlo a vedere per capire?


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