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martedì 10 gennaio 2012

"Underbelly" (Quarta Stagione) - "Razor"

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UNDERBELLY - RAZOR (2011)




Sceneggiatori: Peter Gawler, Felicity Packard, Michaeley O’Brien, Jeff Truman

Attori: Danielle Cormack, Chelsie Preston Crayford, Anna
           McGahan, Jack Campbell

Paese: Australia


Underbelly”, per chi ancora non la conoscesse, è una serie televisiva australiana che racconta gli sviluppi del crimine organizzato in alcune delle città principali del Paese. Basata su fatti realmente accaduti, propone una struttura atipica che si distingue attraverso stagioni a trama orizzontale. Ognuna di esse, infatti, è a se stante, non ha nulla a che fare con le altre, raccontando parentesi che si aprono e si chiudono senza intersezioni di alcun tipo. La quarta stagione, nello specifico, si discosta notevolmente in termini temporali dalle precedenti. Se la prima e la terza ricoprivano insieme anni '90 e inizi 2000, e la seconda anni '70 e '80, “Razor” torna indietro di svariate decadi e racconta i ruggenti anni '20 della più popolosa città australiana, Sydney.

Razor”, nello specifico, ricostruisce più o meno fedelmente quanto accaduto tra il 1927 e il 1936, inquadrando le due personalità che maggiormente si sono imposte nello scenario criminale del periodo: Kate Leigh (Danielle Cormack) e Tilly Devine (Chelsie Preston Crayford). Regine e rivali, gestivano rispettivamente alcol clandestino (e droga) e prostituzione; pur non entrando direttamente a contatto i loro ambienti criminali la lotta tra le le due non fece altro che inasprirsi, fino a raggiungere livelli tragici. Il tutto per motivi principalmente personali. A ruotar loro attorno quello che è forse stato il primo dipartimento di polizia con una donna al suo interno, Lillian Armfield (Lucy Wigmore), una giovane ragazza destinata a diventare la prostituta più famosa di Sydney, Nellie Cameron(Anna McGahan), e le organizzazioni criminali minori intenzionate a conquistare l'impero messo in piedi dalle due regine.


Nonostante il contesto sia ben lontano da quanto di più moderno si conosca, la serie non rinuncia affatto a quello stile capace di conferirle una personalità immediatamente riconoscibile, risultato delle tecniche cinematografico-televisive meno “eleganti” e misurate in circolazione. Nel descriverlo non si può non fare riferimento al cinema di Guy Ritchie, che con i suoi due primi lungometraggi ha lanciato e saputo sfruttare quello stile in maniera impeccabile, palesandone le enormi potenzialità nel racconto di un determinato tipo di storia e nella proposta, più in generale, di un particolare cinema di genere. È lo stile volgarmente definito “videoclipparo”, caratterizzato da un montaggio irregolare e frenetico, da un largo uso delle musiche, dall'abbondanza di ralenti e fast-forward e dall'uso di titoli e sottotitoli nell'individuare ed identificare i singoli caratteri. Addirittura si gioca con le scritte fino a sottolineare l'umore di un personaggio - il premier in visita alla stazione di polizia che da una puntata all'altra passa da “State Premier... Not Happy” a “State Premier... Still Unhappy” - o a tenere il conto degli scontri – quelli tra Caletti e Green: “Round One”, “Round Two”... - o, ancora, fino a scandire particolari passaggi nell'intreccio – le scritte di un giallo per niente discreto ad evidenziare l'impotenza dei poliziotti di fronte all'impossibilità di trattenere i sospetti per più di qualche ora: “Watch 'Em Walk”, “Arrest 'Em Again”.
Dopo ormai quaranta puntate “Underbelly” questo suo stile lo gestisce alla perfezione, senza sbavature di sorta, al contrario di quanto accadeva nella prima stagione in cui appariva ancora acerbo e in quanto tale non sempre in grado di evitare forzature decisamente poco felici. Già dalla seconda in poi, invece, la serie si fa più matura imponendosi con una dimensione definita e definitiva; matura al punto di riuscire a mischiare con innegabile gusto il suo stile ultramoderno ad un contesto socio-temporale, come si scriveva, di quasi un secolo fa.

Si adattano perfettamente regia e fotografia. La prima con movimenti niente affatto calibrati ma al tempo stesso non troppo frenetici, al punto di trasmettere una certa ricercatezza pur di non apparendo troppo impostata per il volto modaiolo della serie; la seconda con assoluta consapevolezza del suo ruolo all'interno della struttura stilistica scelta: propone soluzioni che a volte rasentano il posticcio, finanche a raggiungerlo abbondantemente, senza però mai apparire non calcolate.


Non sono da meno neanche dialoghi e interpretazioni. Queste ultime in particolare sono perfette, a partire dalle attrici che interpretano le due protagoniste. Assolutamente credibili, dominano la scena come i loro personaggi l'intreccio, non mettendo però mai in ombra le interpretazioni dei comprimari, come anche dei personaggi terziari. Si fa davvero fatica, infatti, a trovare un attore meno bravo o comunque meno degno di nota rispetto agli altri, merito anche della direzione degli stessi e delle scelte in termini prettamente estetici.

Sulla carta ad “Underbelly – Razor”, con la sua maturità stilistica e con quel suo intreccio accattivante ed in parte originale, non essendosi mai viste due donne rivali a capo del crimine organizzato, in definitiva non manca nulla. Ciononostante, come accade anche con le stagioni precedenti, il coinvolgimento dello spettatore resta sempre su livelli medio-bassi. Una volta sfumato il fascino iniziale, risultato della presentazione stravagante dei personaggi, del periodo e del racconto, si perde gradualmente interesse per il prosieguo della storia, il che è curioso se si considera quanto scritto fino a questo momento. È parere di chi scrive che le motivazioni siano in gran parte da ricercare nella struttura narrativo-temporale di “Underbelly”. Se da una parte il dover ricominciare da zero ogni volta, con situazioni e personaggi nuovi, frena notevolmente l'empatia non conoscendo appunto i caratteri con cui si avrà a che fare, dall'altra la narrazione non rende avvincente quanto raccontato. La stessa infatti ripercorre in appena 13 puntate da quaranta minuti quasi dieci anni di trame e sottotrame, facendo apparire il tutto più un documentario dallo stile ricercato che un racconto in piena regola. A contribuire a questo aspetto una narrazione in terza persona che peraltro rende ulteriormente impersonale e distaccato l'evolversi di storia e personaggi.


I creatori della serie, tuttavia, non solo sembrano non voler cambiare rotta ma addirittura hanno rivolto il loro sguardo anche al di fuori dei confini australiani, proponendo una miniserie in 6 episodi ambientata in Nuova Zelanda: “Underbelly NZ: Land Of The Long Green Cloud”. Magari il minor numero di puntate aiuterà a renderla più scorrevole.


venerdì 9 dicembre 2011

"Sons Of Anarchy" - Quarta Stagione

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SONS OF ANARCHY (2008)




Creatore: Kurt Sutter

Attori: Charlie Hunnam, Katey Sagal, Ron Perlman, 
            Maggie Siff

Paese: USA


Quello della terza stagione di “SOA” è stato un finale perfetto per gestione e costruzione. Coinvolgente ed emozionante, ma soprattutto perfetto per l'evoluzione dell'ingranaggio forse più importante dell'intero intreccio. Le ultime sequenze nello specifico, la sovrapposizione di voci nella lettura, il montaggio delle stesse distribuiscono brividi un po' ovunque, consegnando alla stagione successiva un testimone dal peso affatto indifferente.
Il pilot della quarta stagione e le puntate che seguono, di tutta risposta, lo sollevano quasi fosse un bastoncino di polistirolo. Gettano le basi per quelle che sembra saranno le 14 puntate più alte dell'intera serie. Sutter infatti, come solo lui sa fare, dà inizio a quel suo spogliare di umanità e fascino personaggi che in effetti non li meritano, ma che ai quali lui per primo ci ha avvicinati. Li ha resi comprensibili e giustificabili, li ha resi attraenti; tutti vogliono comprarsi una moto e fondare un club di motociclisti incazzati dopo aver visto “SOA”, diciamocelo. Persone alle quali si è legati a filo doppio, amicizie suggellate dallo stemma della vecchia signora, “old ladies” in giro per il club, un codice d'onore inviolabile, una vita adrenalinica, guerriglie in ogni dove. Del resto si sa, con adrenalina e guerriglie Sutter ci vive, e non è il caso di meravigliarsene dopo le 7 meravigliose stagioni di “The Shield”. Ma in fin dei conti quelli che racconta sono personaggi che di positivo hanno ben poco: trafficano in armi, uccidono con una certa facilità e si muovono tra minacce e ricatti. Criminali. È ciò che sottolinea seppur con altri intenti la frase dello sceriffo Roosvelt: “You're criminal, You do bad shit. I'm a cop, I stop you”. E quindi Sutter come tali inizia a trattarli, tirando fuori dalla gran parte dei personaggi meschinità e debolezze. Juice tradisce il club per una sciocchezza, perché ricattato sulla base di una regola stupida che sarebbe sufficiente a far crollare tutti i discorsi sull'amicizia e sull'onore che ai Sons piace così tanto fare; Clay continua a scrollarsi di dosso i resti di un'integrità morale distrutta già da tempo. Questa volta, però, con una velocità ancora maggiore: mente, picchia e uccide persone a lui vicine, non mostra scrupoli di nessun tipo. Anche quel briciolo di umanità che compariva ogni tanto, nei momenti con Gemma, svanisce; Lo stesso Jax mostra tutti i suoi limiti, quando guarda negli occhi quello che definisce il suo miglior amico e mente, peraltro dopo averlo convinto a non fare ciò che lui ha deciso di fare ora. Tara, pur restando un personaggio positivo, tiene ben nascosta una verità che il suo uomo meriterebbe di sapere. Per tutta la stagione sembra farlo per proteggere Jax, in realtà lo fa per motivi prettamente egoistici; Unser, nascosto dietro una finta e facile umanità, è in realtà un vermetto che punzecchiato nel suo orgoglio usa la sofferenza altrui per raggiungere uno scopo il cui unico sapore davvero distinguibile è quello di una vendetta misera e triste; e poi c'è Gemma, il personaggio in assoluto più negativo. Calcolatrice e subdola oltre ogni limite, fredda e manipolatrice.


Svoltando in questo senso l'intreccio diviene assai potente perché coerente e concentrato, non si ha la benché minima sensazione che si stia proponendo parentesi fine a se stesse. È la naturale evoluzione dei presupposti iniziali, pilastri dell'intero soggetto, e Sutter la gestisce alla perfezione. Attento ad ogni particolare non si perde nel mare di sottotrame, le incastra anzi in maniera impeccabile. Altro aspetto di cui non meravigliarsi. Crea una discesa sempre più ripida verso un climax che questa volta non è il punto più alto ma quello più basso, dato che la risoluzione suggerita è la stessa di una tragedia – quanto raccontato dallo sceneggiatore americano non è altro che un moderno “Amleto”. Personaggi e storia, in caduta libera, sembrano non aver modo di interrompere una corsa disperata verso il fondo. È lo stesso motivo per cui la settima stagione di “The Shield” è immensa.
Nel farlo Sutter non sacrifica mai l'azione. La intreccia ad una storia che ha già di suo ritmo da vendere e rende il tutto una bomba ad orologeria in cui non si ha il tempo di contare i secondi, se non durante quei momenti necessariamente lenti che una storia deve dedicare ai suoi personaggi perché risultino credibili. Ma la parentesi è sempre una parentesi, non si ha infatti neanche il tempo di chiuderla che la storia riprende a viaggiare a ritmi adrenalinici, scandita da scelte musicali sempre indovinate. Ogni brano finisce con l'essere in simbiosi con tutto il resto, perché ad adattarsi a quanto accade non è solo la melodia ma anche il testo, che diventa parte integrante della sequenza. Il montaggio in simbiosi con “David” di Noah Gundersen verso la fine della dodicesima puntata è in questo senso un esempio perfetto: “I want to slay my demons, but I've got lots of them, I've got lots of them”.
Epinefrina, quindi. Se ne produce in quantità industriali, Sutter lo sa bene, tanto che quanto propone è sempre subordinato ad un tacito accordo per cui si chiude un occhio su qualche scelta magari troppo esagerata in cambio di una trama orizzontale solida, credibile e sviluppata con ritmo. È quanto accade anche in questa quarta stagione. O perlomeno fino a qualche puntata prima della fine della stessa.


La serie è stata rinnovata per una quinta stagione in corso d'opera. Dopo aver registrato livelli di ascolti assai interessanti, infatti, l'emittente ha deliberato a favore di un'altra stagione. Il risultato è che il peso di tale scelta si avverte distintamente. Molti, me compreso, durante la visione avevano pensato che questa avesse tutti i presupposti per essere la stagione conclusiva, e probabilmente anche gli sceneggiatori. Scenario peraltro perfettamente in linea con l'accordo tacito di cui sopra. Tuttavia, proprio quando si attende solo di restare incollati allo schermo e non avvertire alcuna intrusione dal mondo esterno, che poi sarebbe anche quello reale, qualcosa nell'ingranaggio inizia ad incepparsi. L'adrenalina invece di crescere scende, la storia invece di scivolar via si fa leggermente macchinosa. C'è qualcosa che chiaramente non torna, ma si va vanti mettendo da parte sparatorie gratuite ed eccessive e scazzottate appena giustificabili. Non la classica azione al servizio della trama, bensì azione di riempimento di cui generalmente Sutter non ha bisogno. Così, quindi, fino alle ultime sequenze che rivelano la causa della debolezza di un finale che crolla miseramente a confronto con quello della stagione precedente. Un cambio di rotta davvero debole sulla cui fronte c'è scritto “Vi chiedo scusa, ma devo gettare le basi per una quinta stagione di cui si poteva fare tranquillamente a meno”. Un colpo di scena di serie C, che gambizza peraltro il fascino delle due guest star – Danny Trejo e Benito Martinez - che fino a quel momento avevano contribuito positivamente alla riuscita della stagione, rendendole due macchiette di passaggio davvero poco credibili.

Viene quindi meno quel restare anima e corpo sulla storia, quel non perderla mai di vista, che è poi la colonna portante di un metodo narrativo riconoscibile, incalzante e compatto. Il crollo lo si avverte, ma si avverte ancor più chiaramente una sensazione per chi scrive davvero pessima, ossia quella di una serie in parte ormai compromessa, perché limitata da una forzatura che detterà a sua volta un'intera altra stagione. E tutto ciò proprio quando sembrava assodato che Sutter avesse così tanto in mano le redini da poter gestire la serie fino al termine senza problemi di sorta. Come ha detto qualcuno nel corso di questa quarta stagione, “I didn't see it coming”.


Rare volte si ha così tanta voglia di essersi sbagliati.


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