mercoledì 11 giugno 2014

Gomorra e la qualità possibile


GOMORRA - La serie (2014)




Ideatore: Roberto Saviano, Stefano Sollima

Attori:
Marco D'Amore, Fortunato Cerlino, Maria Pia Calzone, Salvatore Esposito, Marco Palvetti

Paese:
Italia



Fa specie anche solo scrivere "Italia" affianco a "Paese", a sinistra della locandina qui sopra. Ancor più se si sta parlando di una serie televisiva. Non era mai capitato, e non pensavo sarebbe successo nel breve termine, a dire il vero. A dire il vero non sono neanche questo forte ottimista, ma nel caso in specie credo ne avessi ben donde. Sperare, infatti, in un prodotto televisivo nostrano di qualità non è affato semplice quando, mentre oltreoceano sfornavano già 20 anni fa capolavori indiscussi ed oggi propongono robe enormi come "True Detective", mentre il Regno Unito si è ritagliata nel panorama delle serie degli stilemi tutti suoi, personali e riconoscibili, in Italia il massimo che potevamo registrare, ad oggi, era una serie, una, ed una sit-com, una. Ci si riferisce ovviamente a "Boris" (un mezzo miracolo... ma facciamo pure intero) e "Romanzo Criminale". Quest'ultima venne realizzata da Sollima, che guarda caso è lo stesso dietro la direzione della serie di cui si scrive, "Gomorra", ché non sia mai venga fuori qualcun altro a proporre prodotti di qualità. Probabilmente, infatti, morto Sollima l'Italia non vedrà più serie televisive degne di nota per decenni. Questo sempre per il forte ottimismo di cui sopra.


Inutile tuttavia lamentarsi troppo, godiamoci per ora un prodotto che finalmente mostra una qualità che non ha molto da invidiare ad altri, se non qualcosina. Poteva andare assai peggio. Avrebbe, "Gomorra", potuto avere Terrence Hill nel ruolo del prete di Scampìa, Manuela Arcuri nel ruolo della donna di un boss, e ovviamente Gabriel Garko nel ruolo di quest'ultimo. Ma la vera novità è che non solo poteva andare molto peggio, è che difficilmente poteva andare meglio. Laddove fosse successo, oggi in tutta probabilità saremmo stati qui ad inserire "Gomorra" tra le migliori serie televisive senza distinzioni di sorta tra Italia e altri paesi; come una delle migliori serie televisive e basta. Sì, perché il respiro narrativo, il volto della serie, la maturità nella costruzione hanno tutt'altri livelli rispetto a quelli visti in precedenza da queste parti. Lo stesso "Romanzo Criminale" deve un attimino ammettere la superiorità della nuova creatura di Sollima. Per certi versi, invero, non sarebbero nemmeno paragonabili essendo il primo fortemente romanzato e il secondo ben più realistico. Così realistico, anzi, che rischia inzialmente di esserlo troppo, minando coinvolgimento ed empatia. In realtà, però, è solo una sorta di introduzione, di lì a poco viene fuori anche la parte romanzata di "Gomorra", che a quel punto fa un cenno affettuoso e si mette in corsia di sorpasso.
Non che l'intreccio sia un capolavoro assurdo al punto di mettere in ombra quello di Romanzo Criminale, intendiamoci. A distanziare l'uno dall'altro, a conti fatti, è la messa in scena di quell'intreccio. "Gomorra" è potente, è maleodorante, fa male agli occhi e lascia un senso diffuso di nausea al termine di ogni puntata, roba che manco un foglietto illustrativo. E non è solo per l'ambiente che viene raccontato, è proprio una questione cinematografica, un'indiscussa riuscita del comparto tecnico. Nonostante regia e montaggio guardino più al realismo che alla finzione, la fotografia livida, pur essendo anch'essa realistica, restituisce da subito un'immagine e in generale un volto per l'appunto cinematografici. Aspetto quest'ultimo condito da un utilizzo delle musiche che segue lo stesso pattern. Il risultato d'insieme è una sorta di realismo finto, o finzione realistica, che si rivela essere il linguaggio perfetto per un prodotto come "Gomorra", che punta con forza sulla docu-denuncia non perdendo però mai di vista il racconto. Ed è questo il motivo per cui, si scriveva, la visione di "Gomorra" disturba. Quell'intreccio che spesso spinge lo spettatore a tifare per l'uno o per l'altro, a gioire della vincita di uno, o addirittura dell'aver tolto di mezzo un altro, in questo caso è più che mai immerso nella realtà, ed ogni paretensi, ogni frase, ogni morto ammazzato, fanno al contrario l'effetto che dovrebbero giustappunto fare, cioè discretamente schifo. Non si tiene per nessuno dei caratteri, forse una mezza parentesi in una singola puntata, prima che di quel personaggio vengano delineati i tratti più negativi; forse per Ciro, che dall'inizio sembra venir costruito proprio per essere quello per cui fare il tifo, ma al massimo fino alle puntate 9 e 10 (tra le migliori in assoluto), in cui anche lui entra a far parte della monnezza non più solo ufficiosamente. Si sgretola l'unico personaggio a cui, sempre e solo filmicamente, ci si poteva sentire più vicini; e non è un caso, la puntata sembra costruita, anzi, apposta per quello.
A questo punto non ci sono più eroi, né di fatto (non c'è mai neanche l'ombra di un personaggio positivo a contrasto con il resto) né filmici. Ciò che resta è solo il fetore di cui si parlava poco sopra, un tanfo ancor più insopportabile. Un virus così diffuso da essere la normalità, così diffuso che a conti fatti il virus è l'onestà, virus contro cui, però, la realtà raccontata sembra aver sviluppato un discreto esercito di anticorpi. Uno scenario in cui non solo non si ha voglia di vivere, ma nel quale non si ha nemmeno voglia di immedesimarsi, foss'anche solo per il tempo della visione. Si è felici che ci sia uno schermo tra ciò che è e ciò che si sta guardando, nonostante sia il racconto assai coinvolgente. Concetto quest'ultimo da ribadire ad oltranza, considerando che molti degli ultimi e più osannati prodotti stranieri non sono più così tanto in grado di rispondere a quella necessità tanto semplice quanto essenziale di voler semplicemente, più di ogni altra cosa, aver voglia di andare avanti con la storia, di aver voglia di vedere come va a finire. 



Si accennava, al tempo stesso, a qualcosina ancora da invidiare alle più riuscite, perché qualcosina effettivamente c'è, ed è giusto scriverne. Ogni tanto inciampa, la serie, anche se il più delle volte in maniera impercettibile. Spesso si è sul chi va là, come se la serie avesse le redini della narrazione ma sempre e solo fino ad un certo punto, come se potesse da un momento all'altro fare qualche cazzata. Ed infatti una bella grossa la fa. Ci si riferisce alla puntata in cui Genny torna in stile Rambo e impara in qualche giorno ad essere un boss, a muoversi tra trame politico-mafiose come niente fosse, dal babbeo che era. L'intera puntata è assai debole e rovina discretamente l'idillio narrazione-spettatore. Fa zoppicare vistosamente il realismo di cui si vanta la serie, e riguardando il tutto uno dei protagonisti, che resta quindi tra i tasseli principali, l'infelice scelta di sceneggiatura va ad inficiare per forza di cose anche il prosieguo che lo riguarda direttamente.
Stesso discorso per  la risoluzione finale, che cede un po' troppo il passo alla spettacolarità delle dinamiche, nonostante sia preceduto da un episodio, il penultimo, in assoluto tra i migliori dell'intera stagione (che ha dalla sua, peraltro, due scene meravigliose per costruzione e pathos). La differenza di maturità tra le due puntate è evidente, e la parentesi conclusiva risente sensibilmente del confronto.
Ciò detto, in ogni caso, gli aspetti negativi restano comunque confinati per ora ad un livello che fortunatamente non è alto a sufficienza per minare in maniera seria un prodotto di cui ci si può fare vanto.

A voler essere sinceri, ci si potrebbe lamentare pure di qualcos'altro. Della tendenza tutta nostra a far sempre riferimento alla denuncia, al restare ancorati a fatti reali, al non riuscire a costruire qualcosa che sia puramente di genere. La differenza tra la miriadi di prodotti stranieri e le serie italiane che si contano su poco più della metà delle dita di una mano è anche lì. Ma, di nuovo, forse non è il caso di ammorbare con quest'aspetto, proprio nel momento in cui il Paese ha tirato fuori forse il suo primo vero prodotto televisivo dal respiro internazionale. E poco male che sia l'ennesimo al quadrato sulla mafia, a questo punto, perché è vero anche che ha un aspetto assai personale, e che un racconto simile della realtà mafiosa qui probabilmente non si era mai visto. Può ricordare lontanamente altri prodotti, ma mantiene, vale la pena ripeterlo, una personalità tutta sua, cosa che già da sola, per la nostra tv, è un altro mezzo miracolo, diciamocelo.

Quindi nulla, questa volta stiamo tutti un po' zitti e limitiamoci ad applaudire, sì? Sì.

 


giovedì 29 maggio 2014

Maps To The Stars: let's talk about David


MAPS TO THE STARS (2014)





Regista: David Cronenberg

Attori: Robert Pattinson, Carrie Fisher, Julianne Moore, John Cusack, Mia Wasikowska

Paese:
Canada/USA


Un po' di gente con un po' di discrete ossessioni e un po' di traumi infantili alla base di quelle ossessioni. Il nuovo Crononberg, relativamente nuovo, che dalla violazione della carne come aspetto preponderante del suo cinema passa alla violazione della mente in maniera più ben più netta, rendendola non solo motore immobile ma assoluta protagonista.
Maps to the Stars è in questo senso emblematico, più che un film è un incubo che non risponde sempre alla logica, e che al contrario, ogni tanto, piazza qua e là robe in parte surreali, e sceneggiaturisticamente e visivamente. E' caricato ed esagerato, anche, sfiorando la parodia ma senza mai davvero assurmene i classici toni ironici, ché di fondo, si scriveva, resta un incubo. L'ultima fatica di Cronenberg, inoltre, è un po' un film del cazzo, diciamocelo.


Al di là degli entusiasmi di molti che si scagliano contro presunti critici che non capirebbero nulla, o presunti individui medi non in grado di apprezzare a fondo un'opera così profonda, così d'autore, così metaforica, la pellicola è palesemente debole, sotto vari aspetti, compreso il più importante, ossia quello filmico in senso stretto. Annoia, non riesce a fornire appigli a cui lo spettatore, seppur poco convinto, possa aggrapparsi per farsi trascinare nella visione. Perché è di Cronenberg che si sta parlando, non certo l'ultimo scemo, quindi gli si dà credito, anche se non particolarmente coinvolti. Ci si aggrapperebbe per partito preso, sulla fiducia. Peccato che il regista sia il primo a non fornirne (di appigli). Appare fin da subito un po' inconcludente e non si sa bene dove voglia andare a parare, non si sa bene su cosa concentrarsi esattamente. Ma potrebbe essere una scelta calcolata, perché il regista magari vuole scardinare i cliché, non proporre la solita linearità. Magari è proprio ciò che cerca, disorientare lo spettatore, non dargli troppi punti di riferimento per colpire solo più tardi. Probabile che nel prosieguo sia esattamente ciò che accadrà. Ma il problema con il "probabibile" è che l'evento non accada. E infatti non accade.
Così come inizialmente non si capisce bene dove il film voglia andare a parare, allo stesso modo non si capisce poi. Se voleva essere una critica allo show business, allora il film non si avvicina nemmeno all'affondo decisivo. Un po' di psicosi, un po' di pilloline, due gocce di Xanax. Ormai è una bibita seconda solo all'acqua lo Xanax, si sa perfettamente che ci sono parecchie storture, derive e debolezze, ce ne sono quante ne desideri e soprattutto sotto gli occhi di tutti, e se vuoi una critica feroce, al mondo Hollywoodiano nel caso in specie, non ci riesci con due stronzate su qualche psicofarmaco e un paio di grammi di cinismo tra prime donne sul set. Specie se qualcuno ci era riuscito egregiamente già una cinquantina di anni fa. Allora, forse, avrebbe avuto un certo effetto, ma oggi no, decisamente no. Ora come ora per fare una critica feroce non basta spiattellare determinate dinamiche, quotidinamente allo scoperto, sullo schermo, bisogna riempirle di pathos. Bisogna che arrivino. E che facciano male. Ma in Maps to the Stars non fa male in realtà nulla.
Voleva essere un viaggio nelle psicosi umane? Va bene, ma non c'è niente di nuovo, o che arrivi in maniera nuova. Intendiamoci, Cronenberg è sempre stato un regista abbastanza asettico nella messa in scena, ma tra alti e bassi riesce pur in quell'asepsi o proprio grazie a quella a ricreare un'atmosfera in grado di accogliere lo spettatore. Questa volta, però, pur avvertendola una certa dimensione, non si può non ammettere che è davvero poca roba, di certo non sufficiente a contrastare né tanto meno a giustificare la noia di cui sopra, che peraltro nel mentre continua ad aumentare.


E al termine il disegno del regista diviene lievemente più chiaro. E' un film nel film. E' la sceneggiatura di cui parla Agatha, su incesti vari conditi con un po' di mitologia. Aspetto, quest'ultimo, che va a posteriori a giustificare le scelte surreali di cui si scriveva inizialmente. E' lei che vive il film che dice di voler girare, nel film che sta raccontando lei che vuole girare il f... insomma un casino, su cui non è il caso di soffermarsi. Uno stratagemma con cui Cronenberg decide di mischiare le carte in tavola e disorientare. Ricorda Lynch in Mulholland Drive, lì però pur non capendo nulla alla prima visione, l'empatia non si quantificava. Qui invece si è disorientati, ma anche discretamente annoiati.

Un film nel film, quindi, quest'ultimo lungometraggio di Cronengerg. Un film che racconta un altro film. Un film che però oltre a raccontare un altro film contestualmente lo vive. Peccato solo che il film che il film racconta faccia un po' cagare, ecco.


lunedì 26 maggio 2014

Only Lovers Left Alive


ONLY LOVERS LEFT ALIVE (2013)




Regista: Jim Jarmush

Attori: Tilda Swinton, Tom Hiddleston, Mia Wasikowska, John Hurt


Paese: UK/Germania


Ambientazioni post rock, vampiri musicisti e Jim Jarmush. Difficile tenere basse le aspettative, diciamocelo. E dare un'occhiata al cast non aiuta affatto. Ma poco importa, quella delle aspettative è in realtà una questione di poco conto, e probabilmente neanche quello. Per quanto alte possano essere se un film è riuscito è riuscito e basta, e se ne resta affascinati durante la visione in un modo, comunque, mai del tutto prevedibile. Che è poi il motivo per cui non ci si stanca mai di assistere all'ennesima pellicola. Dubito, pertanto, sia stato un problema anche in questo caso. E' proprio che l'ultima fatica di Jarmursh zoppica vistosamente pur essendo in grado di volare.


Se da un parte "Only Lovers Left Alive" ricrea una dimensione lontana e alienante, dall'altra, quando si tratta di dar voce ai suoi personaggi, inciampa in ostacoli invero fin troppo evitabili per un autore navigato come Jarmush, forse troppo affascinato questa volta dalla sua stessa storia, in potenza emotivamente enorme e assai romantica, in effetti.
E' una  storia di amore e intimismo immersa in uno scenario fantasy che presta solo il volto al racconto, dandogli la possibilità di amplificare emozioni e fascino. Un po' come la fantascienza di "Another Earth" o "Melancholia", per intenderci. Viene nuovamente rispolverata la figura del vampiro senza tempo, della figura che ha visto e vissuto intere epoche, che può con la sua eternità rendere epici dinamiche e sentimenti in realtà prettamente umani. Nel ricercare ulteriore fascino, inoltre, il regista immerge il tutto in uno scenario decadente e disilluso, quello di una Detroit che riesce a vivere solo dei fasti passati, in grado già da solo, ma sempre in potenza, di tenere tutto in piedi. E ancora, per non farsi mancare nulla, affianca a questo un altro scenario altrettanto ammaliante: una Tangeri tanto distante quanto calda e avvolgente.
A venirne fuori è la dimensione calssica e riconoscibile della filmografia del regista, collocabile solo in termini geografico-temporali, perché del tutto sfuggente a livello emotivo. Succede ogni volta con le sue pellicole, ed ogni volta si ha sempre la sensazione di essere coscienti, fino a che si esce dal cinema o ci si allontana dallo schermo e si ha a che fare con la difficoltà evidente di risintonizzarsi con la dimensione reale. Capacità ormai sempre più rara, nonché valore aggiunto e discriminante quando si parla di gente che fa cinema e gente che ci prova.

Muovendosi tra i resti di grandi teatri ormai adibiti a parcheggio, i resti di eccellenze industriali e ovviamente i resti dell'anima musicale di Detroit, il regista statunitense delinea prima e percorre poi i sentieri di una depressione, quella del protagonista, che diviene il soggetto del ritratto di una realtà fatiscente e senza speranza.  Si muove lentamente Jarmush, ovvio - difficile sia in grado di muoversi in altra maniera - e si prende tutto il tempo per soffermarsi sull'animo della sua coppia di vampiri e sull'amore che per secoli li ha accompangati, traghettandoli fin qui. Lo fa con una regia che raramente concede attenzioni ad altro, che preferisce, variando angolazioni e movimenti, concentrarsi e rifugiarsi nel tepore dei due amanti.
Del resto non ci sarebbe di fatto nemmeno un intreccio da seguire, se non quel minimo indispensabile a non immobilizzare un racconto. Semplicemente è un immergersi, la pellicola, nella dimensione raccontata al solo fine di restarci per un paio d'ore.


Il senso quindi dell'ultimo lavoro di Jarmush è chiaro, e viene anche raggiunto per certi versi. Peccato però, come accennato in precedenza, che con quei dialoghi non si vada da nessuna da parte. Sembrano presi in prestito da prodotti televisivi di serie b in stile "Sanctuary". Viene fuori che uno dei vampiri è Christopher Marlowe, il protagonista è stato amico di Byron e ha regalato grandi opere a Schubert, vengono fuori nomi di comodo come Fibonacci e Dr. Faust e tutto l'entusiamo viene smorzato con giochetti e scambi che lasciano in bocca quel sapore discretamente amarognolo di infantilismo e faciloneria. E ai dialoghi è affidato, è chiaro, anche il compito di descrivere lo sfacelo umano e metterlo in contrasto con l'eternità dell'amore, dell'arte e della grandezza. Di tutti quei valori che l'uomo ha dimenticato. Discorso che sì va bene, ma che forse era meglio lo si lasciasse sottinteso, ché le immagini (insieme alle musiche) in questo film parlano infinatamente meglio delle parole. Tanto che l'eterna storia d'amore, al termine, affascina solo fino ad un certo punto, l'atmosfera non riesce a rapire del tutto e le potenzialità insite nel racconto restano a conti fatti solo tali.




martedì 15 aprile 2014

domenica 13 aprile 2014

The Grand Budapest Hotel


THE GRAND BUDAPEST HOTEL (2014)




Regia: Wes Anderson

Attori:  Ralph Fiennes, F. Murray Abraham, Mathieu Amalric, Willem Dafoe, Tilda Swinton, Edward Norton, Bill Murray, Jude Law, Adrien Brody

Paese: USA



Wes Anderson e le sue storie fuori dal tempo. Storie, invero, che si ritagliano una porzione di realtà come la conosciamo e se la portano a spasso per i loro mondi, vestendola e truccandola a loro piacimento, conferendole al termine quell'aspetto lontano e surreale che è poi il minimo comune multiplo del suo cinema.
"Gran Budapest Hotel" è in questo senso forse ancor più distante, perché si allontana anche in termini prettamente temporali. Narra vicende che hanno inizio negli anni '30, in una Repubblica di fantasia nell'estremo est europeo, dal fascino proprio della fiaba, con tanto di voce narrante ad introdurre e portare avanti il racconto, che sa come inserirsi in maniera sapiente tra un dialogo e l'altro degli innumerevoli personaggi che si alternano, sfilando, sullo schermo. I connotati sono quindi fin da subito fantastici e con essi Anderson mette in chiaro senza mezzi termini che, come al solito, se non si è disposti a farsi trasportare in quella dimensione "fanciullesca" nella quale col tempo diviene sempre più difficile accedere sarebbe bene lasciar perdere la visione e cambiare sala finché si è in tempo.


In realtà gli stilemi della fiaba non sono sempre e solo per bambini, ma di certo la dimensione usata necessita di una certa predisposizione. Anderson infatti, pur raccontando zone e personaggi fittizi, fa comunque espliciti riferimenti alla guerra del periodo e agli squadroni nazisti, cercando però di stemperare, quasi di esorcizzare un periodo nero. Personalmente non ci ho nemmeno visto una qual sorta di satira ma, per l'appunto, semplicemetne il ritratto di un'epoca decaduta dipinta nel suo momento migliore e nella sua conseguente discesa. E non a caso, raccontare i fasti di un'epoca, o di un luogo è già di per sé strumento assai utile a trasportare in dimensioni "d'altri tempi". Anderson poi, quelle dimensioni, è bravo di suo a ricerarle, quindi son davvero poche le sequenze che servono a "Grand Budapest Hotel" per convincere lo spettatore a lasciarsi andare.
Lo stile usato ricorda fin da subito il cinema tipico degli anni in cui è ambientato il racconto, o per la precisione della decade precedente. Un cinema muto richiamato attraverso più di qualche elemento. A partire dal volto registico che si rende immediatamente riconoscibile e che vive simbioticamente con un montaggio veloce e capace di dare alla narrazione il giusto ritmo, un ritmo capace di sottolineare e valorizzare il tono caricato e caricaturale che sceneggiatura e aspetto estetico, con i suoi colori pastello e i suoi sfondi finti in cui immerge luoghi e personaggi, conferiscono al tutto.
Ciò non significa, tuttavia, che quello del regista sia uno stile più estetico che tecnico. Al contrario, Anderson resta fedele ad un rigore che non abbandona nemmeno per un fotogramma. L'eleganza con cui si muove negli spazi del suo Grand Budapest, nelle celle del suo carcere di massima sicurezza, nella piccola stanza della giovane promessa sposa di Zero, sui tetti e più in generale tra le sue perfette geometrie, è senza dubbio incantevole. Non restarne affascinati risulta al termine impresa assai ardua.

E laddove non dovesse arrivare lo stile di cui si scrive, ci sarebbe la massicia presenza di facce note (scelta intelligente) e tutte estremamente azzeccate a convincere in maniera definitiva. Una carrellata di attori di prim'ordine (Edward Norton, la sempre superba Tilda Swinton, Bill Murray, un meraviglioso Harvey Keitel, un cattivo quanto mai fiabesco Willem Dafoe e altri) si alternano sullo schermo e affiancano con parentesi sempre brevi Ralph Fiennes nei panni un protagonista che fa suo in tempo zero, non perdendo un colpo che sia uno.


Funziona tutto, quindi, in quest'ultimo lavoro di Wes Anderson. Il racconto scorre via con leggerezza e gusto, addomentando la razionalità e ingraziandosi gli occhi dello spettatore, che godono di uno spettacolo visivo innegabilmente piacevole. Ciononostante, così come per le altre pellicole del regista, o almeno quelle viste, in un punto imprecisato della narrazione subentra una certa stanchezza. Non che qualcosa venga meno, intendiamoci, semmai il contrario. Tuttavia forse il problema è che non si va mai oltre. Dietro la leggerezza di Wes Anderson, le sue geometrie e la sua ricercatezza, i suoi incanti, non c'è poi molto. Ovvio, in parte, che sia così, considerato lo spirito di una pellicola simile, ma è vero anche forse che c'è davvero troppo poco, alla fine dei conti. Se da un lato si crea una certa empatia fiabesca dall'altra non si crea tutta questa empatia per il racconto in sé, verso cui, come si scriveva, ad un certo punto si avverte via via un interesse sempre minore. Certo non si fa fatica ad arrivare alla fine, ma al termine della visione si ha quella sensazione di aver visto un film carino ma nulla più. L'incanto sarebbe potuto essere più avvolgente, il racconto più interessante, o reso più interessante, il coinvolgimento ben maggiore, ma tutto ciò non avviene, e il retrogusto di un film potenzialmente meraviglioso (nel senso proprio del termine) ma nei fatti non più che gradevole, resta.



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