lunedì 16 marzo 2015

Love/Hate


LOVE/HATE (2010- )



 


Ideatore: Stuart Carolan

Attori:
Tom Vaughan-Lawlor, Killian Scott, Peter Coonan, Aidan Gillen


Paese: IRLANDA


Chiariamo fin da subito che è un caso del tutto fortuito la pubblicazione di una recensione su una serie irlandese a un giorno da San Patrizio. No sul serio, non è una di quelle operazioni becere di marketing, tipo la pubblicità delle armi da fuoco poco prima di una guerra civile o tunnel spazio-temporali poco prima della fine del mondo. Lo so cosa state pensando, lo so: "si sta arrampicando sugli specchi". Davvero, credetemi, non è così. Davvero.
Vi odio.

In ogni caso sì, la serie di cui si scrive è irlandese e la cosa non può che far piacere. Non per San Patrizio ma perché quando un Paese che non è uno dei soliti a farlo, sforna una serie degna di nota si ha sempre qualcosa di diverso da quanto visto in precedenza. Non nel senso di sceneggiature mai lette, è chiaro, ma diverse da un punto di vista fondamentale quale è quello della resa scenica. Per forza di cose un qualsiasi prodotto artistico risente delle proprie radici, anche quando cerca di allontanarsene. I codici estetici, i ritmi narrativi, finanche gli aspetti più tecnici sono figli della cultura a cui appartengono. Love/Hate non si distacca, fortunatamente per noi, da questa sorta di regola non scritta e si presenta al pubblico, nel 2010, con una personalità tutta sua, che ricorda tanti altri prodotti, e televisivi e cinematografici in senso stretto, ma che riesce ciononostante a rendersi fin da subito riconoscibile e restare fedele a se stessa durante tutte le cinque stagioni andate in onda (una sesta è in lavorazione, ma la si potrà vedere solo nel 2016).


La Dublino raccontata da Stuart Carolan, creatore della serie, è quella vista attraverso gli occhi di una banda criminale capace sì di imporsi all'interno della loro porzione di città, per intenderci, ma non abbastanza organizzata e pericolosa al punto di poter non temere le realtà criminali più grosse di loro. Gli occhi attraverso cui viene filtrata la città sono di conseguenza anche quelli di coloro che le ruotano attorno, di amici e famigliari. Il ritratto restituito, come è facile immaginare, è sporco e maleodorante, quello di una Dublino ai margini, alle prese con piccoli furti e spaccio di droga, rivalità e scontri, cadaveri e ritorsioni. Ciò che è davvero interessante, però, è che ad essere sporca e maleodorante è anche la resa scenica. Si è lontani dall'eleganza e dalla finzione che caratterizzano altre serie simili per temi e sviluppo. Qui c'è un realismo assai accentuato, grigio e ben lungi anche solo dalla possibilità di risultare affascinante agli occhi dallo spettatore. Un esempio rende questa differenza alla perfezione, ossia il cofronto tra Sons of Anarchy e Love/Hate: c'è un momento in cui i motociclisti più famosi della tv approdano in quel di Belfast e tutto è bellissimo, dalle distese verdi alle atmosfere, passando per la colonna sonora irlandese e incazzata che li accompagna. Al termine ti ritrovi su una moto in partenza per l'Irlanda con l'unico obiettivo di andare a tirare cazzotti a caso. Poi però vedi l'Irlanda di Love/Hate, ti fermi a metà strada e decidi di tornare indietro senza pensarci due volte. La differenza è qui, come si scriveva qualche riga più su, è nella resa scenica. SOA è l'emblema della finzione cinematografica, questa è tutto l'opposto. Al punto da non essere nemmeno paragonabili in realtà; il confronto tra le due, infatti, aveva l'unico scopo di sottolineare ulteriormente quale sia il tratto distintivo di Love/Hate. Evidentemente Carolan conosce bene la realtà raccontata e non a caso al termine il realismo è l'aspetto che più resta e più si apprezza del suo prodotto televisivo, tanto che alcuni l'hanno definita il The Wire irlandese, anche se dalle vette raggiunte da The Wire siamo in realtà assai distanti.
Questo però non significa che non sia riuscita, anzi, è un crescendo che mostra una discreta abilità nell'individuare i propri limiti, correggersi e maturare. La prima stagione è non a caso la più debole, fa più di un passo falso, compie scelte evitabili (tipo quel cazzo di hip hop nella colonna sonora che stona discretamente e le toglie punti) e non gestisce sempre bene i personaggi. La seconda è già nettamente migliore, dalle musiche alla sceneggiatura e fa ben sperare nel prosieguo. Prosieguo che non delude affatto le aspettative e con la terza si assesta sui livelli definitivi che rendono la serie assai degna di nota. La raggiunta maturità è evidente, e nella gestione dei personaggi e del ritmo, l'identità si completa (e pure quel cazzo di hip hop sparisce, grazie a dio) e la serie va avanti senza intoppi fino all'ultima stagione andata in onda.


Per intenderci ulteriormente sullo stile di Love/Hate, o meglio sul tipo realismo della stessa, siamo lontani da quello di The Shield e vicini a quello di Pusher, trilogia firmata Nicolas Winding Refn. Quel tipo di criminalità, in parole povere, che potresti ritrovarti dietro casa. A partire dagli attori che - tranne Robert Sheehan con la sua faccia da One Tree Hill - sembrano spesso far parte effettivamente di una qualche banda criminale da quartierino. Anzi, uno di loro è sotto processo perché ha interpretato un agente sottocopertura nella serie pur essendo stato di fatto un agente sotto copertura per la polizia irlandese.

E' ormai da 5 anni lontana dai riflettori, forse è il caso di riconoscerle qualche merito dandole un'occhiata, nonostante il titolo sia, diciamocelo, abbastanza bruttino.



venerdì 27 febbraio 2015

Bosch


BOSCH (2014)





Creatori
: Michael Connelly, Eric Overmyer

Attori: Titus Welliver, Jamie Hector, Amy Aquino,  Jason Gedrick


Paese: USA



E' l'era d'oro dei prodotti seriali. Non necessariamente nel senso di qualità, ma di certo in termini di produzione. Del resto è ovvio che ad un aumento della produzione segua un calo percentuale della qualità, è giusto così. Anche perché, diciamocelo, se questa ondata ha portato a True Detective si può sopportare senza problemi anche una grossa manciata di robetta scadente.

Chiunque volge lo sguardo al piccolo schermo ultimamente, e neanche Amazon è riuscita a sottrarsi a questa tendenza. Prende così  il detective Bosch dai romanzi di Connelly e lo traduce in immagini, proponendo l'ennesima serie televisiva a gente come noi, drogata ed irrecuperabile, ad una stadio felicemente terminale.
Apparentemente niente di nuovo questo Bosch, e in realtà niente di nuovo anche in termini effettivi. Nessun particolare lampo di genio, nessun aspetto troppo caratterizzante né distintivo, nessun tecnicismo più degno di nota di altri, niente di troppo potente da offrire allo spettatore. Sarebbe lecito, anzi, chiedersi perché parlarne; è una domanda che si è fatto per primo il sottoscritto, senza però ricevere risposta, quindi facciamo che ne scrivo e vedo cosa ne fuori al termine.


Classica storia di un detective disilluso e con un sacco di cazzi per la testa. Non troppo hard boiled vecchio stampo, né troppo poliziotto da copertina. Troppo poliziotto per essere per essere un detective privato dal sapore hard boiled, ma abbastanza disilluso e cupo da restituire, dell'hard boiled, comunque un certo retrogusto. Si ritrova a gestire un caso che ha lo psicopatico che ti aspetti al centro della stessa, lo psicopatico che anche questa volta decide di avere una connessione col detective di turno, e che anche questa volta con lo stesso cerca e trova un rapporto. Ci sono, come da copione, pure i casini personali, come si accennava, del protagonista. Un processo pendente, una figlia a 4 ore di distanza che vede poco e niente, l'antagonista del dipartimento che gli rompe le palle appena possibile, e, immaginate, c'è pure Lance Reddick a fare il "deputy chief" della situazione. Roba da non sapere dove l'originalità sia di casa.
Ad onor del vero, dopo un paio di puntate stavo per lasciare. Specie dopo l'entrata in scena dell'ennesimo aspetto da copione: la donna più telefonata che si possa immaginare. Non che gli altri personaggi siano questo crogiuolo di complessità e profondità, intendiamoci. Tuttavia, ho deciso di vedere comunque la terza puntata, spegnere tutto e andare a letto. Il giorno successivo la riprendo, più per sport che altro, e dopo 3-4 ore mi ritrovo con la serie conclusa e con 7 puntate di fila alle spalle. Ora, questo non significa affatto che si sia rivelata un capolavoro e che io sia morto dalla gioia, anche perché sto scrivendo. A dirla tutta non è cambiato granché, ma ciononostante questo secondo prodotto della Amazon è scivolato via con una facilità che non riscontravo da tempo. Una facilità tipica di quei prodotti tanto a cervello spento quanto onesti. Quei prodotti non pretenziosi, non fastidiosi nella loro arroganza di proporre il prodotto del secolo presentandosi con qualcosa nemmeno buona per annoiarsi.


Bosch, si scriveva, è un detective come tanti, troppo preso dal suo lavoro senza però rasentare la sociopatia, è il detective che potresti trovarti di fronte un giorno se dovessi uccidere qualcuno. Una sorta di detective della porta accanto, solo un po' più bravo e con un'infanzia un po' meno felice della tua. Non il classico genio della Omicidi, di quelli che hanno un lampo sul cesso e salvano tutti gli Stati Uniti più metà del Giappone, ma più semplicemente quello che ricalca il caso più e più volte e per la legge dei grandi numeri riesce a risolverlo prima di altri. La fruibilità, la semplicità e l'onestà del racconto sono proprio qui. C'è un caso, la gente muore, il serial killer non è figo al punto che vuoi essere un serial killer, così come non lo è il protagonista al punto di voler essere un detective. Non ci sono quei fastidiosi colpi di scena che minano la credibilità, sempre meno rispettata, dell'intreccio, né dialoghi ad effetto che minano, se non usati sapientemente, la credibilità del personaggio (e lo scrive un amante dei dialoghi ad effetto). Invero la resa scenica non è altrettanto realistica, come lo è quella di un The Wire, piuttosto che un The Shield, ma niente di preoccupante, o che in ogni caso possa andare a ledere l'aspetto che rende fruibile la serie, ossia l'aderenza, o quasi, alla realtà.

E' stato finalmente dato un ruolo da protagonista a Titus Welliver, altro punto a favore. Fa il suo, non recita da Dio, ma fa il suo. E se Welliver fa il suo, è sufficiente. Altro punto a favore la sigla d'apertura: non sono riuscito a mandarla avanti nemmeno mezza volta, trasmette da sola, forse più della serie stessa, quell'atmosfera hard boiled e disillusa della metropoli. "Can't let go" di Caught A Ghost: la ascoltate, grazie.


Nulla, quindi. Non è la serie del secolo, non si avvicina nemmeno ad esserlo (ha più di un difetto), non la consiglio con entusiasmo, ve ne parlo e basta, poi fate voi. E' "solo" un'altra storia capitata tra le mani del LAPD, la storia un altro essere umano che ha perso il senno, di un altro detective chiamato a fare il suo lavoro. Una storia come tante, risolta con dell'onesto lavoro investigativo. Come direbbero in una serie poliziesca a caso, da quelle parti:

"Just some good police work".


domenica 7 dicembre 2014

20.000 Days On Earth


20.000 DAYS ON EARTH (2014)





Regista: Iain Forsyth, Jane Pollard

Attori: Nick Cave, Susie Bick, Warren Ellis

Paese:
UK


E il settimo giorno, si riposò. Nick Cave invece, nel 20000esimo della sua esitenza, fa un documentario. Su se stesso. Su fittizie 24 ore della sua vita. Una sorta di autobiografia costrutita però su pochi ricordi e tanti pensieri sparsi.
Personalmente l'autobiografia come strumento, se affiancato ad un'artista, tende già di suo a mettermi lievemente a disagio; denota una vanità fuori dal comune, una ostentazione che è negativa per definizione. La stortura sta nell'arroganza di credere di essere interessanti. Un conto è scrivere musica, un conto è provare a scrivere una sceneggiatura piuttosto che un libro, un conto è scrivere un documentario su se stessi. O meglio, un conto è scrivere un documentario su se stessi con le stesse premesse e per le stesse motivazioni alla base di 20.000 Days on Earth. Quest'ultimo, infatti, non ha le sembianze di, non so, un'opera catartica a livello personale, o uno sfogo, né si avverte la necessità di comunicare qualcosa liberandosene attraverso la narrazione. Né sembra essere un documentario classico, che punti magari a svelare retroscena della vita artistica di Nick Cave, motivazioni alla base di un testo specifico piuttosto che di un altro, tasselli che completino il mosaico artistico della carriera del cantante. 20.000 Day on Earth non somiglia nemmeno al più classico dei documentari, basati principalmente su un susseguirsi di brani, rivisitati o meno, tra aneddoti ed esternazioni dell'artista (come il meraviglioso "I'm Your Man" su Leonard Cohen, per intenderci. In cui peraltro c'è anche Nick Cave). La sceneggiatura di quest'opera co-scritta dal cantautore non ha forma, è un po' di tutto e alla fine non è nulla. E il problema, sia chiaro, non è il non avere forma, è che l'informità proposta non ha volume, non ha sostanza, non trasmette, non ha sapore.


Lo stesso Cave ammette durante la pellicola la sua vanità, ricordando che da giovane scrisse un testamento in cui lasciava tutto alla costruzione del Nick Cave Memorial Museum. Va bene, un plauso all'onestà, ma ammettere di essere vanitoso non cancella il problema, tutt'al più lo evidenzia in maniera ulteriore. E nel documentario di cui si scrive la vanità è realmente ingombrante. Tende ad irritare fin da subito, da quando l'artista dice qualcosa tipo "volete sapere come si fa a scrivere un testo?". "Ma anche no", potrebbe rispondere lo spettatore. Il fastidio è proprio lì, nella forma, nel credere che lo spettatore stia pendendo dalle tue labbra, nel dare per scontato che voglia sentire la risposta ad una domanda che tu stesso hai posto e che non ha posto lo spettatore o chi per lui. Segue una risposta più o meno simpatica, anch'essa però palesemente frutto di ostentazione, perché viziata alla base.
Non a caso tutta la restante parte della sceneggiatura tende a trasmettere lo stesso senso di disagio misto a fastidio. Non si avverte una reale genuinità nell'opera, neanche lontanamente. Al contrario il posticcio è sempre dietro l'angolo e proprio questa mancanza di naturalezza nel raccontare e nel raccontarsi fredda l'empatia come solo un cecchino riuscirebbe a fare. Non si riesce a capire dove voglia andare a parare, davvero, è tutto olimpionicamente sconnesso. E quando, inoltre, ci si rende conto di ciò e si cerca di mettersi in un'ottica diversa, per cercare di entrare in sintonia con quanto accade sullo schermo - quando si cerca, nello specifico, di assorbire le riflessioni e i mood del cantante senza aspettarsi alcuna logica narrativa - ancora una volta si resta delusi: le riflessioni proposte non sono così illuminanti, non sono così sentite, non sono interessanti; i dialoghi sembrano troppo costruiti e pretenziosi pur non avendo particolare spessore.


Gli unici momenti in cui qualcosa si smuove all'interno durante la visione sono quelli in cui canta, o in cui si alternano esibizioni live. Momenti in cui quella fotografia classica da documentario entra in simbiosi con il resto e distribuisce dosi standard di empatia, utili ad andare avanti nella visione. A venir fuori sempre più prepotentemente, fotogramma dopo fotogramma, dialogo dopo dialogo, è l'idea, al termine ampiamente confermata, che Nick Cave non abbia assolutamente nulla da dire in questa forma. Come cantautore sì, è una meraviglia, come sceneggiatore anche si è reso interessante ("The Proposition"), ma non a caso sono due linguaggi del tutto differenti da quello scelto ora, perché figli della finzione; finzione in cui evidentemente sa muoversi, e anche bene. Quando si tratta di Nick Cave persona prima che artista, invece, come nel caso di 20.000 Days on Earth, a quanto pare non ha molto da raccontare. O più semplicemente non sa come farlo, ma al di là dei perché e dei percome il risultato resta comunque identico.


Lasciamo che i documentari li facciano altri su di voi, magari, ché a venirne fuori sono sincerità ed coinvolgimento, e se proprio sentite il bisogno di scrivere su voi stessi, che almeno abbiate la cortesia di farlo con una motivazione diversa dall'ostentazione di cui sopra.


mercoledì 26 novembre 2014

Z-Nation e gli zombi di serie B


Z-NATION (2014)





Ideatore: Karl Schaefer

AttoriKellita Smith, DJ Qualls, Keith Allan

Paese:
USA


Vale la pena scrivere due parole su Z-Nation, dai. Foss'anche solo per il fatto che dietro la stessa ci sia L'Asylum, studio cinematografico padre, tra i mille b-movie proposti che si rifanno ai grandi titoli mainstream, di una roba che si chiama Sharknado e che parla esattamente di ciò a cui state pensando. Personalmente ancora non ho avuto il coraggio di vederlo, ma di sicuro lo farò, perché un tornado di squali va visto punto e basta, dovesse anche essere il livello più basso mai raggiunto dalla settima arte. Del resto Sharknado vanta pure una citazione. E proprio, niente meno, che in Z-Nation.


Trasmessa dalla Syfy, la serie, mettiamolo subito in chiaro, è un po' una stronzata, ma chiunque si aspettasse il contrario avrebbe dovuto riflettere prima sui settaggi delle proprie aspettative valutando le variabili in gioco. Non si tesseranno pertanto, in questa sede, le lodi di un prodotto che dato il livello generale raggiunto dal mezzo televisivo riesce a strappare a fatica la sufficienza. Ciò che si farà, però, sarà mettere in luce gli aspetti vincenti di una proposta che se non altro è cosciente del suo non avere alcuna pretesa. Anzi, in tutta onestà, di una proposta che mette in luce tutte le debolezze della serie mainstream a cui fa riferimento. Come molte delle robe scritte dall'Asylum, infatti, anche Z-Nation guarda ad uno dei prodotti che più ha spopolato negli ultimi anni, e che si dà il caso sia anche uno dei più brutti che si ricordi. Si sta parlando, ovviamente, di The Walking Dead.
Come suggerisce il titolo, anche Z-Nation segue il filone zombiano-post-apocalittico-surviving- viadiscorrendo, ma lo fa con un budget infinatamente minore: qualcosa come 700.000$ contro i 2.500.000$ a puntata di TWD (in realtà il costo della singola puntata della prima stagione si aggirava intorno ai 3.4 milioni). Ora, è chiaro che siano prodotti diversi, e in termini di fattura e in termini di intenzioni, tuttavia il problema è che Z-Nation con la sua coglionaggine (mi si passi il termine tecnico) è molto più divertente di TWD. E non si sta parlando di divertimento in senso stretto, dato che il primo è caciarone e leggero e il secondo punta a serietà ed esistenzialismo, ma di divertimento inteso come coinvolgimento e fruibilità; come, al solito, piacere di andare avanti. In quattro stagioni TWD, lo si è ripetuto allo sfinimento in questo stesso blog, annoia fino alla depressione mostrando una sceneggiatura scritta con i piedi, salvo barlumi di qualità sparsi a caso, e rende il tutto ancor più indigesto a causa di una pretenziosità che dopo più stagioni veramente scarse diviene finanche fastidiosa. Z-Nation, al contrario, non ha pretese nemmeno a pagarle, si presenta al mondo televisivo con un carico non indifferente di sciocchezze e si rende più interessante di una roba su cui si continua a spendere l'impossibile, manco fosse una sorta di accanimento terapeutico 2.0.


A Z-Nation non importa nulla di rispettare un qualche standard. Diciamo anche che a Z-Nation e all'Asylum non importa nulla in generale. All'inizio di ogni puntata dovrebbe comparire qualcosa tipo "Kill your own brain. No Mercy", giusto per evitare che qualche genio si predisponga con occhio critico alla visione. E' il classico b-movie senza pretese, con dialoghi dallo spessore volutamente nullo, dall'approfondimento farlocco e dalla struttura in polistirolo. Ah, e anche dalla colorazione livida figlia di un qualche programma di video-editing scaricato e craccato.
E però funziona. Convince ad andare avanti con la visione. Di certo è molto più godibile di TWD, ha parentesi spassose, ha ritmo, azione e ogni tanto nelle puntate si ritrovano elementi tipici del genere, tipo cannibali e sette capitanate da gente impazzita ma, cosa assai importante, senza mai tediare. Nel senso, son scenari da una botta e via, durano giusto il tempo della puntata. E poi c'è il tornado di zombi: non stavo scherzando prima, c'è davvero un tornando di zombi. Sì, proprio così. E un tornado di zombi è bellissimo, siamo sinceri.

Ha dei cali, la nuova creatura dell'Asylum, solo quando guarda caso prova a tessere sottotrame introspettive (anche se lo fa comunque in modo idiota), ma è una situazione fortunatamente più unica che rara. Anzi, quando accade sembra rendersene conto e torna subito sui livelli ignoranti che la contraddistinguono.


E' un baraccone alla fine, sì, non è paragonabile ad una serie come TWD che punta allo spessore perché obiettivi, premesse e coefficiente di difficoltà sono differenti, però se dopo 4 anni e un mare di soldi non hai combinato nulla di buono, viene un branco di scalmanati e con 1/10 dei tuoi soldi e una sola stagione all'attivo (invero nemmeno conclusasi, ancora) si rende più interessante di te, beh forse prenderti un po' per il culo è anche giusto, non credi? Con affetto. 


venerdì 14 novembre 2014

Interstellar e l'onda del secolo.


INTERSTELLAR (2014)





Regia: Christopher Nolan

Attori:
Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain
 

Paese: USA/UK


Non è il mistero di ciò che c'è oltre. Non è il mistero dei buchi neri e di galassie lontane, né dei viaggi oltre lo spazio con tanto di sovrapposizioni temporali. Non è nemmeno il mistero della vita e della forza di un sentimento a muovere l'ultima fatica di Nolan. A muovere "Interstellar" e a renderlo interessante, in realtà, è il mistero di un autore che è passato da sceneggiature granitiche, inattaccabili, emozionanti proprio perché potenti a sceneggiaturine che a volte sembra vogliano competere con"Armageddon". A renderlo interessante, invero, è pure quella maledettittissima onda, epica, gigante e bellissima... ma di questo parleremo poi. Ah, e anche il fighissimo viaggio nel buco nero, ma pure di questo parleremo poi.

 

Quel che è importante, qui, è uno degli scenari più fastidiosi per noi fruitori. Gente che va al cinema per godere come se non ci fosse un domani, lasciandosi andare a storie dalle quali ci si fa coivolgere fino al punto di mettere in dubbio la propria sanità mentale, con buona pace della nostra coscienza. Ci si riferisce al trovarsi davanti ad un'opera enorme in potenza, all'appassionarsi ad essa senza freni, al fidarsi del prosieguo, solo per ritrovarsi, poi, a fare i conti con promesse non mantenute, con un cambio radicale e poco coerente, con un "ferma, dove credevi di andare?" rivolto all'empatia che manco un calcio nelle palle. Per quello poi si insiste con la critica, non per hobby, ma solo per essere stati sedotti e abbandonati, come nella più classica delle storie.
Sì, perché io per primo, in tutta sincerità, fino al pianeta Miller mi stavo convincendo del capolavoro, o quasi. E' vero, delle scelte un po' discutibili ci sono già nella parte iniziale, tipo questo che prende e parte, stile "oh stiamo andando Las Vegas, vieni? Sì, però guidi tu", ma niente di che alla fine dei conti. O meglio, niente di che se alla fine quei conti tornano. Il problema si ha quando non tornano o quando sono così sempliciotti che 2 + 2 al confronto sembra un'equazione di secondo grado con due variabili. Tuttavia, si scriveva, nonostante qualche sciocchezza per metà il film funziona, e funziona anche bene. Riesce a ricreare una dimensione tutta sua, che è forse tra le cose più difficili quando si parla di settima arte e più in generale di storie. Una di quelle dimensioni in cui, come scritto poco sopra, ci si abbandona volentieri, si avverte anzi la necessità di entrarci mettendo da parte la realtà. Punta all'epicità e getta le basi per raggiungerla, usa le variabili giuste fino ad innalzare su quelle basi anche la struttura portante e, diciamocelo chiaramente, quando questi si avvicinano al buco nero immersi nello spazio, a un passo dall'ignoto, sapendo che di lì a qualche attimo lo attraverseranno, la sedia durante la visione è già abbondantemente diventata una postazione nella navicella, lì affianco ai protagonisti. Ti ritrovi a guardarti intorno per capire quali tasti spingere e quali manovre effettuare per gestire l'imminente viaggio spazio-temporale.
E poi, ancora, quando ci si ritrova su Miller e Rust (no, ha un nome diverso in questo film, chiedo scusa) guardando all'orizzonte dice "non sono montagne, quella è un'onda" la realtà è già stata doppiata quelle 15 volte. Stupenda quell'onda. Niente di che. Né robe strane, né soli o lune a valanga accanto al nuovo pianeta, né forme sconosciute. No, solo calma piatta, acqua a perdità d'occhio e un'onda fottutamente enorme. Cinema nel suo stato più puro. E visivamente e emotivamente. Il tutto su un pianeta in cui un'ora equivale a 7 anni sulla Terra, in una galassia sconosciuta; uno dei 12 pianeti, con altrettanti astronauti, che gli umani hanno deciso di esplorarare. A questo punto le premesse sono immense e nella prossima ora e mezza devi fare il botto, ti tocca; perché dall'altra parte dello schermo c'è gente che ormai è pronta a partire su una navicella subito dopo la fine del film; e perché altrimenti sarebbe come presentare il progetto di una macchina volante e restituire al termine una cinquecento con due ali montate sopra per decorazione.


E niente, a quanto pare la cinquecento con le ali ha la sua discreta schiera di fan. Tra cui anche Nolan. Da questo punto in avanti, infatti, si scende in picchiata, quasi la navicella che faceva surf sull'onda gigante di cui sopra fosse una metafora con cui si avvisava il povero, sedotto e abbandonato spettatore. Nuovo pianeta, cattivo di turno, navicella rubata e Mettiu supereroe che fa una mossa che manco in robe tipo Mazinga ricordo di aver mai visto. Tutti 'sti passaggi di sceneggiatura inutili che non c'entrano quasi nulla con il volto di una pellicola che fino a quel momento guardava verso l'infinito, verso il nuovo, che sfidava l'universo, che si specchiava in un viaggio enorme senza tempo e senza limiti. Mette da parte questi che erano gli aspetti più belli e vira bruscamente verso buono/cattivo/eroe e racconta una parentesi lontana anni luce dai livelli promessi fino a poco prima. Una parentesi dietro la quale si va poi a nascondere tutto il prosieguo messo in ballo, sì da non essere costretti a svilupparlo, chiudendo con un tuffo nel buco nero e una cameretta pentadimensionale al suo interno. Cioè mondi, galassie, tunnel spazio temporali, una roba sconfinata, e alla fine? lo stanzino dietro la cameretta della figlia? Eddai, però...
Non ho neanche voglia di parlare dei buchi di sceneggiatura, in realtà. In uno scenario come quello fantascientifico si perdonano (oddio, sempre fino a un certo punto). Qui ciò che non si può perdonare è la banalità della risoluzione, quello sventolare davanti ad un bambino un nuovo videogioco e poi dirgli che all'interno della scatola in realtà c'è sempre quel cazzo di Tetris dimmerda. O al massimo Snake. Maledizione.

Non parlo da critico, perché non lo sono. Infatti non mi va nemmeno di parlare di fotografia, regia e interpretazioni, belle o brutte che siano. Il danno qui è la storia raccontata, è sempre lei. Che sia un libro, un film, una serie, un racconto breve, è la storia il fulcro di tutto. Se poi la racconti anche bene vinci tutto. Ma se la storia fa cagare, signori, fa cagare. E, figuriamoci, non si sta parlando di una delle premesse fondamentali, a mio avviso abbastanza priva di senso già di suo, ossia che gente del futuro piazzi un buco nero per salvare gente del passato così. Per la serie "dato che fra 10-20-30 anni muori, vieni da noi e finisci di morire qua". Che poi, per inciso, se il resto fosse stato valido me ne sarei anche fregato.


Comunque nulla, alla fine questo è chiaramente lo sfogo di un amante che era pronto ad impegnarsi in una storia d'amore e che poi scopre l'altra a scopacchiarsi il resto dell'umanità. Un amante di vecchia data, oltretutto, dato che dopo "The Following", "Memento" e soprattutto "The Prestige", Nolan godeva di tutta la mia stima. Ma tant'è, mortacci suoi. 


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