lunedì 17 ottobre 2011

"Strike Back" - Recensione


STRIKE BACK  (2010)




Regia: Daniel Percival

Attori: Richard Armitage, Andrew Lincol, 
           Philip Winchester, Sullivan Stapleton

Paese: UK



Quando parlavo di serie pessime intendevo esattamente serie televisive come “Strike Back”. Pur essendo un prodotto relativamente giovane, è infatti appena alla seconda stagione, in corso, purtroppo, dato che ancora non l'hanno sospesa, si è già distinta per la sua estremamente scarsa qualità.

La storia è molto originale. Narra le vicende di un super soldato, John Porter, ingiustamente costretto a lasciare l'esercito e il suo ruolo di tutto rispetto all'interno dello stesso, dopo una missione in Afghanistan risoltasi non nel migliore dei modi. Salto temporale: 7 anni più tardi lo ritroviamo a fare il guardiano nel parcheggio della sede della sezione per cui lavorava, prima di essere ingiustamente incastrato (lo ripeto perché è un elemento troppo fresco per non essere ribadito). Chiaramente solo, depresso, lontano dalla propria famiglia che non vuole più avere a che fare con lui, o quasi, specie la figlia dal cuore infranto da una figura paterna assente. Il nostro, tuttavia, continua ovviamente ad allenarsi, fino a che un giorno, richiamato dall'esercito che si ritrova ad aver bisogno di lui, rientra più forte di prima a bucherellare gente, verso il suo riscatto. Roba, insomma, mai vista sullo schermo. Già il solo raccontarla apre finestre su mondi inesplorati. 


Una trama con tali presupposti abbassa notevolmente le aspettative, ad un livello tale per cui non si rischia, o non si dovrebbe rischiare, una qualsivoglia delusione. "Strike Back", invece, centra con precisione e puntualità assai invidiabili l'obiettivo di scendere ben oltre quel livello. Già dopo i primi 3 minuti, scarsi, del pilot il disastro si appropria prepotentemente della mente dello spettatore quale unico e solo scenario possibile: la squadra scelta per la missione incriminata entra in elicottero nel territorio nemico sulle note inspiegabilmente festaiole di “19-2000 (Soulchild remix)” dei Gorillaz e l'impavido John pensa di comunicarlo ai soldati nella maniera più idiota possibile: “Signori, benvenuti nella repubblica socialista irachena!”. In teoria sarebbe sufficiente, ma non per ”Strike Back”. Alla frase seguono infatti gli “yuu huu” dei soldati ormai paurosamente galvanizzati, in tutta probabilità convinti che l'Iraq fosse un parco divertimenti con il più grande Laser Tag del medio-oriente. Senza menzionare la frase, mi si passi l'espressione ben poco formale, estremamente cazzuta con cui il Maggiore Pemberton saluta i soldati poco prima della partenza: “Buona caccia, ragazzi. Ci rivediamo a colazione”. Falso, ne rivedrà giusto un paio.

La linea generale della serie resterà questa per tutta la prima stagione, composta, come la maggior parte delle serie inglesi, da 6 puntate. Le missioni successive saranno come da tradizione impossibili per chiunque altro il cui nome non sia John Porter o Jack Bauer (ciò che ha fatto lui in 192 puntate di “24” non l'ha fatto neanche neanche il Padreterno. Se avesse avuto lui ben 7 giorni per creare il mondo, ora saremmo in grado di muoverci a velocità superiori a quella della luce. A Piedi. Senza distorsioni spazio/temporali di sorta. Ma questa è la storia di un altro supereroe). Dall'Iraq si passerà all'Africa e poi ancora in Afghanistan, e John Porter cambierà il volto di tutte e tre le nazioni, facendo passare la guerra in secondo piano e mettendo se stesso al primo. Le frasi ad effetto come quelle citate in precedenza, tipiche dell'americanismo più becero, non mancheranno, più in generale i dialoghi si assesteranno su un livello medio-basso e, cosa peggiore, la serie si prenderà tremendamente sul serio.

A prendersi tremendamente sul serio, purtroppo, sarà anche Richard Armitage, l'attore che interpreta il protagonista. Gioca un ruolo anch'egli fondamentale nella non riuscita della serie. La sua recitazione, infatti, semplicemente non può essere definita tale, essendo il risultato di una gamma di espressioni completamente fuori contesto e per nulla convincenti. Quando, per esempio, dovrebbe assumere un'espressione decisa e sicura, opta per quella di uno che non ha capito assolutamente nulla ma che finge il contrario (immagine a sinistra). Menzione a parte, invece, merita l'acconciatura che sfoggia dopo il salto temporale di 7 anni. Si spera per lui che quella fosse una parrucca, perché altrimenti non dovrebbe far crescere i suoi capelli per nessun motivo al mondo (immagine a destra).


Ora, è sufficiente cercare in rete quale sia la risposta del pubblico a "Strike Back" per trovarsi davanti a valutazioni medie che oscillano tra il 7,5 e l'8,5 (Imdb, generalmente attendibile considerato il bacino di utenza assai elevato, gli regala un 7,8 di tutto rispetto). Come lo spettatore possa apprezzare una cosa del genere, e ancora di più come abbia potuto apprezzare per addirittura 8 stagioni “24”, è francamente inspiegabile. La ricerca di prodotti non impegnativi che aiutino l'organo cerebrale a spegnersi per qualche ora è comprensibile. Anzi, è ciò che si cerca quando ci si rivolge ad una serie televisiva, in parte per i motivi spiegati nel post precedente (link). Ciò che, al contrario, risulta incomprensibile è la totale assenza di filtri critici che permette alla gente di divorare qualsiasi prodotto gli si pari davanti e, cosa ben peggiore, di apprezzare e difendere le discariche televisive in questione.
Ci si potrebbe sforzare di cercare attenuanti, quali il livello, basso, dell'offerta che porta ad accontentarsi, prima e ad abituarsi, poi e la pigrizia, che si risolve nel non impegnarsi neanche minimamente nella ricerca di prodotti più validi. Per la serie “In tv c'è X. Guardo X”. 'Ci si potrebbe sforzare' perché in realtà attenuanti non sono, o comunque lo sono solo in parte. Se è vero, infatti, che molti prodotti validi vengono trasmessi ad orari improponibili, è vero anche che altri, al contrario, vengono trasmessi in prima serata. E nel momento in cui ci si trova davanti anche un solo prodotto ben costruito, maturo e valido, automaticamente viene registrato un livello diverso, un livello più alto, che dovrebbe condurre all'incapacità di scendere nuovamente al di sotto di quel livello, o al farlo solo fino ad un certo punto. È così che funziona o dovrebbe funzionare l'organo cerebrale di cui sopra: mangiare per una vita della pasta scotta e insipida non avendo termini di paragone, quindi anche apprezzandola, e assaggiare, poi, un primo saporito e ben cucinato, si risolve nel non voler più il piatto insipido. È logica. Quindi vedere anche una sola serie televisiva valida, dovrebbe tradursi nella registrazione di livelli ben diversi, relativi alla costruzione, all'originalità, alla personalità dei personaggi e del prodotto in generale e di conseguenza nell'abitudine agli stessi. E invece no, questo non accade, manca del tutto la capacità critica, ma non è il caso di analizzare questo aspetto in questa sede, dato che il problema è decisamente più generale, così come le cause dello stesso.


È con i 6 episodi sopra descritti alle spalle che prende il via la seconda stagione della serie spy-action basata sui libri dell’ex-soldato delle forze speciali dell’areonautica inglese Chris Ryan. Inizialmente, al di là di una delle frasi discutibili di cui si parlava in precedenza, sembra che i creatori abbiano realizzato quali fossero i punti deboli del loro prodotto e abbiano cercato di sistemare la cosa, peraltro in maniera notevolmente e piacevolmente fulminea - "rischio" spoiler: John Porter viene brutalmente ammazzato in diretta sul grande schermo della sala di comando. Tutti sconvolti, qualche minuto dedicato al funerale e qualche altro all'uso dello stesso quale motore immobile (Aristole mi perdoni per aver usato questa sua definizione per una serie simile) della seconda stagione e Porter è storia antica. Proprio, però, quando si pensa che la serie sia tornata in grande stile, il disastro torna a posizionarsi esattamente dietro l'angolo. Le missioni assurde ricominciano, le frasi preconfezionate in offerta nei vari discount si moltiplicano e si moltiplicano pure i supereroi, che adesso sono due. Non mi dilungherò ulteriormente, ma è bene sottolineare che la fine della 2x02 è tra le più oscene di sempre.

Che la serie possa migliorare è pura utopia. Che possa peggiorare, mostrandosi capace di superare se stessa ancora una volta, è cosa più certa che probabile. E questo, volendo, è quasi un pregio.


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