martedì 28 febbraio 2012

Once Upon a Time in Anatolia


ONCE UPON A TIME IN ANATOLIA (2011)





Regista: Nuri Bilge Ceylan

Attori: Muhammet Uzuner, Yilmaz Erdogan, Taner Birsel

Paese: Turchia


Tre macchine percorrono in fila strade periferiche. I loro fari sono le uniche fonti di luce ad illuminare tanto la strada quanto parte del paesaggio. In esse alcuni poliziotti, un procuratore e un dottore in cerca di un cadavere, quello di un uomo ucciso e seppellito da un uomo ammanettato anch'egli all'interno della macchina. Sembra però che quest'ultimo, pur avendo promesso di accompagnare i poliziotti al corpo della vittima, abbia avuto un qualche ripensamento, tanto da far girare a vuoto le tre macchine e gli uomini al suo interno.

Un soggetto particolarmente indicato per un thriller in piena regola, dallo scenario perfetto e dalle potenzialità enormi. Tuttavia Ceylan in un soggetto simile tende a vedere altri aspetti, quelli più drammatici e introspettivi; in un'ambientazione così buia, vasta e illuminata unicamente da qualche fascio di luce un luogo capace di scandagliare l'aspetto più intimo dei suoi protagonisti, un luogo capace di scavare nelle loro personalità; nella ricerca di un cadavere un mero pretesto per raccontare tutt'altro. I protagonisti sono tali in tutti i sensi, non dovendo condividere il ruolo di primo piano con un intreccio propriamente inteso. Per quasi due ore e mezza, infatti, l'interesse verso la ricerca del cadavere è pressoché nulla; solo inizialmente, prima di inquadrare gli intenti del film, si è in parte trascinati dalla stessa, ma il regista decide di non servirsene in nessun modo e delinea fin da subito sequenze volte ad azzerare il fascino poliziesco insito nel racconto. Rende il susseguirsi dei luoghi e dei tentativi di trovare il cadavere, scanditi dalle incertezze del criminale, una routine spenta e noiosa, che infastidisce personaggi interessati o a tornare a casa quanto prima o ai chilometri che delimitano la giurisdizione o a problemi domestici.


Resi quindi palesi gli intenti della pellicola, il regista turco si insinua nei vari caratteri cercando di disseppellire incertezze e sospesi, illuminando ambienti e volti senza rinunciare nel contempo a quelle ombre che suggeriscono interesse. Costruisce così un prodotto principalmente basato su una fotografia che fa dei tagli di luce il suo unico, almeno nella prima parte, linguaggio. Qui il passato e il presente da fotografo di Ceylan si mostrano essenziali: rende le immagini affascinanti e magnetiche, centellinando le fonti di luce ma al tempo stesso esaltandole. Si scriveva dei coni luminosi tracciati dai fari delle auto a tagliare l'oscurità della periferia turca, ma ancor più rilevante e incantevole è in questo senso la sequenza in cui la giovane figlia del sindaco distribuisce bevande agli ospiti, tutti a loro modo stanchi e provati dalla ricerca come dalla loro esistenza, in cui la fotografia raggiunge forse il suo apice nell'illuminare un volto che appare angelico non più solo esteticamente.
Invero il risultato tecnico è eccezionale nel suo complesso. La regia infatti non è da meno. Si adagia sui tempi lenti dello sviluppo narrativo e li fa propri, alternando primi piani e campi lunghi calibrati e mai brevi che si soffermano al punto di permettere di osservare ogni dettaglio. Un'eleganza formale per niente asettica ma capace, al contrario, di ammaliare per l'intera durata della pellicola, o se non altro per la gran parte di essa. 


Nel momento in cui l'ambientazione suggestiva delle strade sterrate, dei campi sconfinati e dei volti angelici viene meno, infatti, si avverte gradualmente un strano retrogusto, quasi fino ad allora non si fosse poi visto molto in termini di spessore. Persi nelle immagini non ci si rende conto che il regista turco non sta offrendo quell'introspezione tacitamente promessa inizialmente e che i personaggi raccontati non sono poi così interessanti, che non hanno poi molto di sé da svelare, o da scoprire. Non è un caso che il punto debole dell'ultimo lavoro di Ceylan siano i dialoghi, che a posteriori, al di fuori dell'incanto visivo, si mostrano ancor più deboli di quanto già non apparissero. Non si entra mai realmente in sintonia con i protagonisti, non si avverte quasi mai un contatto, non si avverte, soprattutto, la loro profondità, descritta ma non trasmessa. Quando torna la luce del giorno, in paese, quindi lontani dalle atmosfere e dai luoghi che hanno avvolto la narrazione fino a quel momento, ci si sveglia da una sorta di confortevole torpore emozionale e si realizza che non si è visto in realtà molto. E la risoluzione introspettiva del procuratore nel finale non basta di certo a riscrivere in termini di spessore l'opera nel suo insieme. 


Si è ben lungi, sia chiaro, dal definire “Once Upon a Time in Anatolia” una pellicola non riuscita, tanto che nonostante tempi lenti e limiti riesce a non rendere quasi mai ostica la visione. È di gran lunga superiore a svariate altre pellicole preferite ad essa dalle grandi distribuzioni. Tuttavia si mostra incompleta. Riesce nell'intento di creare con le sole immagini uno scenario introspettivo, che era se vogliamo la parte più difficile, ma non a sviscerare effettivamente i personaggi, o comunque a non delinearne alcuno davvero interessante. Apre una finestra sulle sconfinate potenzialità dell'opera e si limita a lasciarle lì, senza concretizzarle. E per chi guarda questa è in assoluto una delle cose peggiori.


17 commenti:

  1. Ceylan è un fenomeno con la macchina da presa.
    Devo recuperarlo anche soltanto per quello.

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    1. Eh, tecnicamente infatti è mostruoso.

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  2. si è odioso sprecare le possibilità di un tale soggetto

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  3. Ceylan l'ho apprezzato molto ne Le tre scimmie. Sono curioso di vedere questo.
    Il fatto che il punto debole siano i dialoghi, mi rattrista un po'. E... post fortissimo.

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    1. Grazie, Vincent.

      Io di lui non avevo ancora visto nulla a dire il vero, ma questo mi ha incuriosito dal primo momento che ne ho letto. E infatti, ad onor del vero, di aspetti positivi ne ha, anche se non sono quelli più importanti. Tuttavia la tecnica è così notevole che davvero per un bel po' non ci si rende conto e si resta incantati.

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  4. Ero molto curioso... ora meno. Di Ceylan comunque non ho mai visto nulla. È da un po' che voglio vedere Uzak, ma ancora non mi sono deciso.

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    1. Ottimista, Uzak secondo me spacca. Se ti capita, recuperalo.

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    2. Guarda Davide, comunque la visione non è affatto una perdita di tempo e anzi apprezzerai sicuramente gli aspetti tecnici. Una visione in ogni caso diversa.

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  5. Concordo al 100% e infatti ho scritto cose simili a riguardo (questa volta senza ricopiare :p). Ti chiedo solo se lo hai visto con i sottotitoli inglesi, perché io sì, e qualcosina sento di avere perso per strada.

    (comunque riconosco la fallacia della mia domanda: magari tu, a differenza di me, sei un madrelingua anglofono per cui non hai problemi di traduzione... simultanea :D)

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    1. Bene, allora aspetto che pubblichi. Del resto io aspetto ancora di leggere ciò che hai scritto su Another Earth, ché mi interessa (e non per sapere se hai scopiazzato ;) )

      Comunque sì, l'ho visto con i sottotitoli un inglese, ma fortunatamente credo di non essermi perso nulla, o almeno spero. In un paio di sequenze in effetti i dialoghi si fanno un po' serrati e ostici, ma ho risolto mandando indietro. Credi di esserti perso qualcosa di rilevante?

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  6. Mah! Oddio è una sensazione che mi capita spesso; non è tanto il significato di una parola ma la sintassi a crearmi scompiglio, e in certi casi una traduzione dei sottotitolatori fatta coi piedi.
    Perso perso magari no, qualche sfumatura però sfugge, tipo quella silenziosa complicità tra il dottore ed il procuratore nel finale, proprio uno scambio di sguardi sottolineato dalla regia.
    Ecco, questa è una cosa che non ho colto pienamente e forse ciò è dovuto a dei passaggi verbali precedenti.

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    1. Quella secondo me è proprio la parte più profonda e interessante dell'introspezione (mancata) della pellicola, sai? Ora non ho ben capito cosa credi ti sia sfuggito di quella complicità, se proprio non hai capito a cosa si riferisse lo scambio di sguardi e verbale o se solo qualche sfumatura.

      In ogni caso, sì. Alla fine con i sott in inglese si ha spesso quella sensazione, fosse anche solo per il timore di aver male interpretato un'espressione.

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  7. Sì, semplicemente: perché viene sottolineato con l'evidenziatore quello scambio di sguardi?

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    1. SPOILER

      Credo si riferisca semplicemente alla rivelazione di qualche minuto prima, quella relativa alla moglie del procuratore, e più in generale all'atteggiamento rigido di quest'ultimo riguardo una spiegazione scientifica di una morte apparentemente inspiegabile. Infatti il silenzio i gli sguardi seguono la frase "è necessaria un'autopsia per scoprire il reale motivo del decesso" detta dallo stesso procuratore, che ripensa allo scambio precedente col dottore e al suo atteggiamento di rifiuto fino ad allora. Chiaramente è scosso e il dottore dal canto suo sembra rendersi conto che avrebbe forse potuto lasciar perdere, risparmiando una sofferenza ormai inutile per chi è rimasto in vita. Sembra quasi vergognarsi (quando abbassa lo sguardo davanti al procuratore che lo fissa pur senza rabbia alcuna, anzi) e non riuscire a sostenere lo sguardo consapevole del procuratore. E non a caso quando scoprono che c'è del terriccio nei polmoni della vittima, decide di omettere il dettaglio sì da evitare di causare futuri attriti, rabbia e violenza (moglie e figlio della vittima) e quindi sofferenze ulteriori. Perché magari è bene che a volte le cose restino sepolte. Poi ovviamente questa è solo mia personalissima interpretazione.

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    2. Eh mannaggia è passato un po' di tempo dalla visione e non ricordo con perizia i particolari. Grazie per l'impegno della risposta :) Ad ogni modo, per dare a Cesare quel che gli conviene, l'attore che impersona il procuratore l'ho trovato eccellente!

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    3. Figurati. E sì, l'interpretazione del procuratore è assolutamente ottima.

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