sabato 31 dicembre 2011

This is England '88

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THIS IS ENGLAND '88 (2011)





Regista: Shane Maeadows

Attori: Joseph Gilgun, Chanel Cresswell, Thomas Turgoose

Paese: UK


Nel 2006 Shane Meadows gira quello che insieme a “Dead Man's Shoes” è il suo film più riuscito. “This is England” è infatti l'espressione più sincera e sentita di una poetica cinematografica che delinea gran parte dei tratti distintivi del nuovo linguaggio filmico britannico; linguaggio di cui, peraltro, si è già scritto in questa sede parlando di pellicole come “Hunger” e “Somers Town”, scritto e diretto, quest'ultimo, sempre da Meadows. Quattro anni più tardi, il regista inglese decide per un'incursione nell'universo televisivo, che fortunatamente sta attirando a sé molti registi fino ad ora “confinati” al grande schermo; le virgolette sono ovviamente d'obbligo ed è anzi necessario spiegare quanto appena scritto. Il pensiero di chi scrive è ben lontano dal considerare il cinema riduttivo o addirittura inferiore allo strumento televisivo; è al tempo stesso, tuttavia, particolarmente propenso ad elogiare le potenzialità insite nei prodotti seriali, ancora troppo etichettati come meno significativi, più semplicistici e non in grado di toccare le stesse vette raggiunte e raggiungibili da una classica pellicola cinematografica. Un'etichetta che definire fuori fuoco sarebbe riduttivo. Di esempi se ne potrebbero fare parecchi, ma non è il caso di andare troppo oltre considerando che proprio Meadows ha confermato appena un anno fa l'erroneità della classificazione di cui si sta scrivendo. Nel 2010, infatti, scrive e dirige per la televisione una miniserie in quattro puntate, riprendendo proprio "This is England", capolavoro che non tutti rischierebbero di rovinare ritoccandolo, peraltro non semplicemente con un classico sequel, ma addirittura optando per un diverso registro linguistico. Lui invece pensa bene di provarci e tira fuori una miniserie che non ha assolutamente nulla da invidiare alla quasi omonima pellicola. Potente quanto quest'ultima, “This is England '86” è senza mezzi termini meravigliosa.


Le basta davvero poco per riportare alla mente e al cuore dello spettatore la parte più emozionale della pellicola; quell'anima viscerale e viva che la rende così riuscita, così credibile e così vera. Un'inquadratura, una frase, un accento, come anche una canzone, una luce o un'espressione; si ritorna all'interno di un'atmosfera, pur essendone usciti ben quattro anni prima, senza sforzo alcuno, anzi meravigliandosi del fatto di esserci riusciti in un lasso di tempo così ristretto: Combo e Shaun in macchina, immersi in quella luce tutta inglese che il cinema di Meadows sembra afferrare con assoluta facilità; appena qualche scambio e “This is England” sembra non essersi mai concluso.
Del resto è quanto accade anche col recente “This is England '88”, altra miniserie in tre puntate andata in onda questo mese in Inghilterra – presentata anche come seconda stagione della miniserie precedente.
Si apre con tre parentesi senza particolari cornici cinematografiche, una per ognuno dei tre personaggi più significativi: Lol, Woods e Shaun (con Smell). Il vocabolario e l'accento sono già sufficienti a riaprire le porte di un'atmosfera assai familiare; immediatamente dopo parte “What Difference Does It Make?” dei The Smiths, sulle parole di Margaret Thatcher che annuncia di avere la cura per quel “British Disease” che aveva messo in ginocchio la Gran Bretagna. È la prima di una veloce sequenza di istantanee che delineano gli anni '80 sulle note di una canzone suonata da un gruppo creatosi e scioltosi proprio in quegli anni. Le porte a questo punto più che aperte sono spalancate, diciamo anche scardinate, e ancora una volta ci si ritrova senza quasi accorgersene proprio lì dove Meadows intende portarci.
Niente di nuovo, comunque. Il regista inglese ci tiene particolarmente ad immergere le sue storie in un contesto socio-temporale riconoscibile al fine di dare spessore e credibilità a quanto raccontato. È uno degli aspetti in assoluto più riusciti di “This is England”. La scelta delle brevi sequenze in successione veloce è infatti quanto mai completa. Si passa dalle manifestazioni alla politica, dalla fame nel mondo alla presa di potere di futuri dittatori, dallo sport alla televisione, dai disastri alla vita quotidiana, dalle stragi all'euforia; non si potrebbe, al termine, restare fuori da quegli anni neanche volendo.


Anni di cambiamenti, quindi, che in gran Bretagna si portavano dietro gli strascichi di una crisi che aveva costretto la gente a scendere in piazza, a ricalcolare il proprio futuro come il proprio benessere. Un disagio che si riflette con forza anche in personaggi che ormai si è imparato a conoscere e che Meadows si preoccupa, come si diceva, di tenere ben incollati al contesto. La sequenza d'apertura è già per quel disagio, inquadrato sul volto di Lol, alle prese con i fantasmi di quanto accaduto al termine di “This Is England '86”. I giorni delle bravate, della vita sregolata, delle risse e delle stronzate sono finiti. Lol si sveglia alle 6.07 perché chiamata dalla figlia, Woods alle 7.30 per andare in ufficio, Shaun altrettanto presto per andare al college. Questa volta la miniserie sembra un racconto di formazione tardiva e resa difficile da un malessere o un'insoddisfazione quanto mai presenti. Il distacco dei tre protagonisti, non a caso, dalla vita in cui li abbiamo conosciuti non è solo emotivo ma anche concreto; non li si vede mai con il resto del gruppo, bensì da soli e diretti verso un cambiamento testardamente voluto ma non sentito (Woody), oppure imposto (Lol) o, ancora, né sentito né cercato ma neanche rifiutato (Shaun).
Il cambio di registro lo si avverte chiaramente. La spensieratezza che nonostante tutto si avvertiva in precedenza, questa volta non la si avverte più. I toni, al contrario, si incupiscono notevolmente, tanto che il grigiore britannico diviene anche più grigio. A smorzarli, solo quell'ironia che fortunatamente non viene mai meno. Meadows vuole descrivere l'incertezza ed il disagio non solo come fantasmi ma come presenze reali ed ingombranti; SPOILER dà loro il volto di Mike, che pur essendo frutto dell'immaginazione di Lol non va via dall'inquadratura quando Lol esce fuori dalla stessa; la telecamera, anzi, resta ferma su di lui, facendo passare un'inquietudine difficile da ignorare. /SPOILER.

È proprio la differenza sostanziale nelle atmosfere e nello spirito a rischiare di provocare nello spettatore un'apparente insoddisfazione. 'Apparente' perché in realtà una volta metabolizzata la serie appare assai coerente nel suo trascinare i protagonisti in un passaggio evolutivo fondamentale, che diviene chiaro in una delle frasi più significative pronunciate da Woody nel finale. Al termine, nel bene o nel male, i caratteri appaiono più consapevoli delle loro scelte, più consapevoli di se stessi; sembrano aver accettato i loro trascorsi ed essersi riappacificati con un presente che non non solo non stavano vivendo, ma che stavano addirittura rifiutando nascosti dietro chissà quali aspettative o delusioni.
Il metabolismo rende inoltre evidente quanto bene si adatti lo stile registico di Meadows al volto in parte nuovo di questo ennesimo capitolo. Il malessere e il senso di incompiutezza vengono descritti in maniera perfetta da quel suo sguardo tipicamente viscerale, diretto e potente; asciutto ma senza intenzione alcuna di rinunciare all'uso sistematico delle musiche come di quella fotografia ricercata ma mai eccessiva.


Del “This is England” che conosciamo a questa miniserie non manca nulla, quindi, se non una durata maggiore. Si ha infatti la sensazione che il tutto duri davvero poco e che con qualche altro episodio il risultato sarebbe stato ancor più convincente e a quel punto inattaccabile. Non è un caso che la risoluzione possa apparire per certi versi sbrigativa o comunque compattata fino a rientrare nel minutaggio, e probabilmente lo è; ciononostante la riuscita dello stesso non viene compromessa in nessun modo, grazie e all'aspetto ironico – affidato ad un personaggio, Woody, meravigliosamente a metà tra il credibile e il farsesco - che pochi sanno mischiare al dramma come sa fare Meadows, e ai sempre ottimi dialoghi e, più in generale, alla gestione registico-narrativa che rende Meadows il cineasta che è.

È stato annunciato un nuovo capitolo: “This is England '90”. Il 2012 ha già dalla sua un punto a favore.


martedì 27 dicembre 2011

Mihály Víg per Béla Tarr

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La genialità non può che circondarsi di altra genialità se vuole sperare di esprimere se stessa, di rendersi perfetta nella forma e di rendersi quindi comprensibile. Generalmente quando si parla di Béla Tarr il suo nome tende ad offuscare tutto il resto, essendo un autore unico ed enorme. Il suo cinema infatti non assomiglia a nulla ed un fotogramma è sufficiente a riconoscerne la poetica. Quella particolare poetica è però il risultato della simbiosi di più elementi, non tutti attribuili ovviamente al regista ungherese. Uno dei nomi che al suo si affiancano in maniera sistematica, per esempio, è quello di László Krasznahorkai, scrittore anch'egli ungherese che ha collaborato a tutte le sceneggiature delle pellicole di Tarr da “Damnation”, compreso, in poi. È suo il romanzo omonimo da cui è tratta quell'opera inclassificabile che è “Satantango”.

È però un altro il nome sul quale ci si concentrerà in questo post, anch'esso imprescindibile per il cinema tarriano, un cinema che altrimenti non sarebbe in tutta probabilità risultato potente allo stesso modo. Si sta chiaramente parlando di Mihály Víg, compositore che ha donato alle immagini melodie capaci di dar loro quella forza necessaria a raggiungere la massima capacità espressiva. La sua collaborazione con Béla Tarr è anche più lunga, seppur solo di una pellicola, rispetto a quella del regista con Krasznahorkai. Sono sue, infatti, anche le musiche del lungometraggio che precede “Damnation” di tre anni, “Almanac of Fall”, opera meravigliosa nonostante il suo essere atipica e sperimentale, tanto che in essa sono presenti elementi registici e scelte di fotografia che nella filmografia del regista non si vedranno mai più.
Utile alla comprensione della simbiosi di cui sopra è una delle dichiarazioni della stesso Víg in seguito alla pubblicazione della raccolta delle colonne sonore composte per il cinema di Bela Tarr:

Ringrazio in particolare László Krasznahorkai, che mi ha donato la sua amicizia, e Ági Hranitzky [montatore storico di Tarr e sua compagna nella vita], senza la quale questa musica, e probabilmente questi film, non ci sarebbero stati e che mi ha dato fiducia, mi ha incoraggiato e aiutato, tanto quanto Béla Tarr

Il respiro unico, il loro essere in sintonia lo si avverte chiaramente durante la visione. È del resto il motivo per cui il cinema d'autore riesce a distaccarsi e a distinguersi attraverso opere personali e sentite, lucide ed emotivamente, oltreché contenutisticamente, omogenee. La fiducia tra i singoli collaboratori è totale, tanto che lo stesso Béla Tarr, ad una domanda sulla colonna sonora di “The Turin Horse”, risponde così:

Fortunatamente lavoro con lo stesso compositore [Mihály Víg] dal 1983, molto tempo quindi; e lui è molto sensibile ed intelligente. È un poeta ed un musicista rock e si occupa di molte altre cose e sa esattamente cosa vuoi; quando è in studio a lavorare sulle musiche, io non entro, non mi intrometto, semplicemente lo lascio lavorare e alla fine torna da me con la musica

Il post di oggi si concentra quindi sulla musica di Mihály Víg per il cinema di Béla Tarr, attraverso una classifica che in realtà non avrebbe motivo di esistere dato che appare futile davanti a tanta poesia, ma che al tempo stesso torna utile in termini prettamente strutturali. Di seguito quelle che a parere di scrive sono le sue migliori dieci melodie:

10) ”Journey on the Plain


9) “Over and Done” (Damnation)


8) “Galicia” (Satantango): Una delle melodie che se ascoltate al di fuori della sequenza a cui appartengono possono apparire prive di forza o comunque non particolarmente degne di nota. “Galicia” col suo essere ridondante come il cinema di Tarr compone una prigione dal ghigno beffardo e spietato in una delle sequenze più eccessive e significative dell'intera filmografia del regista.


7) “Horse” (The Turin Horse): Quando l'inesorabile si fa melodia.


6) “Rain II” (Satantango)

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5) “Rain I” (Damnation)


4) “Poland (Almanac Of Fall): usata anche per il corto “Prologue”.


3) “Old” (Le Armonie di Werckmeister)


2) “Ancient Serpent” (Almanac Of Fall)


1) “Valuska” (Le Armonie di Werckmeister): Un incanto che apre il film e lo rende un capolavoro dopo due soli pianisequenza.


venerdì 23 dicembre 2011

"American Horror Story" - Prima Stagione

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AMERICAN HORROR STORY (2011)




Ideatori: Ryan Murphy, Brad Falchuk

Attori: Connie Britton, Dylan McDermott, Evan Peters, 
           Jessica Lange, Frances Conroy, Denis O'Hare 

Paese: USA


Un soggetto simile per una serie televisiva è decisamente insolito. Il solo fatto di averlo proposto è degno di nota. Certo la FX, emittente televisiva che ha trasmesso la prima stagione di "AHS", non doveva farsi notare ulteriormente dopo “The Shield”, tanto che si fa fatica a parlarne male, anche quando trasmette prodotti assai deboli come “Justified”. Peraltro la FX si distingue anche per "Nip/Tuck", serie originale e dal gusto, foss'anche solo estetico, innegabile creata proprio da uno degli ideatori di "AHS", Ryan Murphy. Non è infatti difficile scorgere qua e là elementi comuni ad entrambe le serie, gli stessi che le rendono riconoscibili e valide.

L'horror di "AHS" non ha pretesa alcuna, è l'equivalente di quel cinema di genere da vedere senza impiegare alcun neurone. Non dovrebbe essercene bisogno ma è sempre bene specificare che quanto appena scritto non si traduce in 'prodotto di serie B', necessitando il muoversi in un genere simile un impegno niente affatto indifferente. Rendere affascinante e coinvolgente una storia non lo è mai, a dire il vero, specie se la stessa non ha dalla sua spunti di riflessioni in grado di catturare l'interesse di chi guarda; e fortunatamente spunti di riflessioni il nuovo prodotto della FX non ne ha neanche per sbaglio.
È anzi una delle più enormi commistioni di cliché che si sia mai vista. Tutto l'horror più classico e “scontato” qui lo si ritrova senza troppi sforzi. Se ne accorge anche chi, come chi scrive, del genere in questione non sa poi molto. Già il solo dare un'occhiata veloce alla trama è in questo senso più che sufficiente. La casa vecchia, enorme e infestata c'è; i delitti in essa perpetrati ci sono; l'ignara famigliuola che decide, piena di speranze in un nuovo inizio, di trasferirsi nella stessa anche: Ben (McDermott) e Vivien (Connie Britton), con la figlia Violet (Taissa Farmiga). Ovviamente la casa è infestata e si ritroveranno in un vortice di violenza, terrore e morte.


Non si può quindi fare a meno di chiedersi fin da subito come mai una serie in apparenza così banale possa dirsi riuscita. Forse perché estremizza la banalità al punto di renderla adorabile. È perfettamente cosciente della sua totale mancanza di originalità, seppur solo relativamente al soggetto, e decide quindi di ubriacare lo spettatore con quantità industriali di misteri e sottotrame, sì da renderlo incapace di analizzare con attenzione quanto accade e anzi ben disposto ad accettare qualsiasi idiozia gli si pari davanti.
Quella di "AHS" è infatti la casa più infestata di sempre, probabilmente non si sono mai contate così tante presenze in una sola struttura. Appaiono praticamente ovunque e si portano dietro storie a se stanti che aspettano solo di intrecciarsi, spesso anche grossolanamente, con quelle portate avanti fino a quel momento. Fantasmi di tutte le epoche recenti, dagli anni '20 ad oggi, che convivono con i loro rimorsi, le loro pene e che rivivono sistematicamente i loro errori in un loop comportamentale senza fine. La convivenza, si sa, genera idiosincrasie e affinità, quindi coalizioni; il risultato in questo caso è un calderone irresistibile, dalla trama così intrecciata da far impallidire una qualsiasi soap opera venezuelana: un fantasma dei primi Novecento vuole un bambino e chiede aiuto ad un altro fantasma di qualche decade successiva; altri due, anch'essi di epoche differenti, si lanciano in scenette lesbo; altri ancora sono freschi freschi di giornata. Sono queste solo alcune delle parentesi che si susseguono sullo schermo e si tenga sempre bene a mente che il tutto si intreccia a quanto accade tra i vivi, considerando anche che oltre ai protagonisti ci sono altre simpatiche personalità non morte che ruotano attorno alla casa e che ne conoscono i segreti.
Il numero dei fantasmi all'interno della casa, inoltre, aumenta esponenzialmente perché chiunque muoia al suo interno resta intrappolato tra le sue stanze. Una meraviglia, insomma, che se fosse stata gestita in maniera diversa sarebbe stata inguardabile e degna di ogni offesa conosciuta. Il lavoro di Murphy e Falchuk, produttori esecutivi oltreché ideatori, è quindi davvero notevole. La serie infatti procede sempre sulla linea di confine che separa la riuscita del prodotto dal baratro, ma con una sicurezza tale che sembra essere particolarmente a suo agio nel passeggiare da quelle parti. O meglio, nel correre da quelle parti, dato il ritmo incalzante che detta i tempi di una storia che si evolve in maniera quanto meno allucinata. Solo la prima della doppia puntata incentrata su Halloween, con quel suo crescendo frenetico e fuori di testa vale la stagione.


Si adattano perfettamente regia e montaggio. Lenti movimenti di macchina si alternano in maniera sistematica ad altri decisamente più rapidi, irrinunciabili per il genere raccontato. Insieme ad un montaggio anch'esso frenetico, che infatti ricorre spesso a tagli irregolari, restituisce un linguaggio filmico moderno che si confà particolarmente allo spirito horror-calderoniano di "AHS". Linguaggio peraltro vestito con una fotografia che mostrando un innegabile gusto estetico nel suo tendere al barocco valorizza sensibilmente quelle atmosfere che tanto danno alla serie.

Nell'elogiare gli aspetti positivi di "AHS" non si può non scrivere di personaggi e attori. È infatti il numero elevato degli stessi a permettere di raggiungere quel tratto circense che è poi uno degli aspetti più importanti della serie. Sono tutti ben caratterizzati e riconoscibili, soprattutto quelli morti, e a loro modo affascinanti. Le interpretazioni giocano in questo senso un ruolo fondamentale; alla gran parte degli attori, infatti, non si può obiettare nulla; fanno propri i lineamenti distintivi del loro personaggio e li esaltano nel miglior modo possibile. Su tutti Frances Conroy ("Six Feet Under") e Jessica Lange che offrono prove senza mezzi termini perfette.

Ciononostante con l'andare delle puntate qualcosa inizia a non convincere più come prima. Non si capisce di preciso quando, ma a qualche puntata dal termine "AHS" sembra perdere il suo smalto. Il ritmo cala, la media dei dialoghi anche. I misteri vengono in gran parte svelati e il tutto sembra perdere una delle sue colonne portanti. Il problema va ricercato, tuttavia, solo in parte nella sceneggiatura, che invero continua a proporre sottotrame e personaggi ad un ritmo spaventoso fino al termine; non la si può neanche accusare di essere ricorsa ad un elemento sceneggiaturistico troppo abusato dato che tutta la serie è un cliché. Pur riuscendo comunque a tenere in piedi quel circo al cui interno accade di tutto, smette di affascinare e coinvolgere semplicemente perché dalla stessa ci si aspettava un climax con relativa ascesa che non c'è stato e che avrebbe fatto decollare la serie verso il season finale. A quest'ultimo ci arriva invece trascinandosi, seppur sempre con stile. Se infatti non può dirsi affatto riuscito in termini di coinvolgimento, non gli si può negare una certa coerenza nella sceneggiatura, che si mostra esagerata e spavalda fino al termine, non rinunciando al baraccone né allo sfruttamento degli stereotipi più consolati.


American Horror Story”. Con un altro titolo probabilmente la si sarebbe criticata più aspramente. Quel “American” è una dichiarazione di intenti fondamentale. È quanto di più americano si possa chiedere, dallo stereotipo all'eccessivo. Il tutto però sfruttato con consapevolezza ed ironia. Prodotto decisamente positivo, insomma, che pur perdendosi palesemente nella parte finale merita senza dubbio la visione. Del resto è tra le meno impegnative di sempre.


mercoledì 21 dicembre 2011

"Miracolo a Le Havre"

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MIRACOLO A LE HAVRE (2011)





Regista: Aki Kaurismäki

Attori: André Wilms, Blondin Miguel, Jean-Pierre Darroussin

Paese: Finlandia, Francia, Germania


Marcel Marx, un uomo che ha da tempo abbandonato la vita da bohemien e che ora si guadagna da vivere facendo il lustrascarpe a Le Havre. È sposato con Arletty, per lui punto di riferimento irrinunciabile. Durante una delle sue solite pause pranzo si imbatte in Idrissa, un giovane immigrato che si ritrova per sbaglio a Le Havre dopo aver viaggiato in un container, e decide di aiutarlo affinché raggiunga sua madre a Londra.


“Decide di aiutarlo” è in realtà già un'espressione forzata se si vuol descrivere più o meno fedelmente quanto accade. Le azioni di Marcel, infatti, sembrano dettate più da una prassi comportamentale che da una decisione eccezionale. Chi non ha mai visto nulla di Kaurismäki si ritrova quindi fin da subito alle prese con una qualche disorientante stortura narrativa; chi al contrario del regista finlandese qualcosa l'ha già vista, riconosce dopo appena qualche scambio una dimensione assai familiare. È quella apparentemente posticcia e grossolana nella quale Kaurismäki fa muovere i suoi personaggi, nella quale immerge le storie che racconta. Sembrano ad un primo sguardo, le sue, pellicole semplicemente fatte male, tanto che si rischia più volte durante la visione di etichettarle sbrigativamente come prodotti di serie B poco riusciti. In realtà, ad uno sguardo più attento, oltreché ad un cuore più aperto, si schiudono in un fascino tutto particolare, dettato da scelte ben precise.
La regia è misurata e statica, priva di particolari virtuosismi. Ciononostante, e anzi proprio per questo, contribuisce enormemente alla messa in scena della dimensione di cui si scrive. Anch'essa appare a volte abbozzata e superficiale – si veda la sequenza in cui Idrissa viene bloccato dal l'unico uomo all'interno della pellicola davvero intenzionato a consegnarlo alla polizia. Viene salvato da un terzo uomo. L'inquadratura è tutta per le mani: alle prime due, quelle di Idrissa e dell'uomo, se ne aggiunge una terza, quella che poi permetterà ad Idrissa di scappare – ma è in realtà lucida e calibrata nella scelta di proporre inquadrature quanto meno stranianti. È ciò che del resto fa Kaurismäki, ossia dirigere pellicole capaci prima di spiazzare e poi di avvolgere in un'atmosfera calda e riconoscibile.


Pur ricoprendo, la regia, un ruolo primario nella messa in scena, ad essere fondamentale per la stessa è il connubio diegesi-sceneggiatura. “Miracolo a Le Havre”, infatti, non ha alcun cambio di ritmo, sembra in realtà quasi non avere ritmo alcuno. La narrazione non sfrutta tempi lenti, ma addirittura rifiuta i tempi classici del racconto filmico, limitandosi a posizionare in ordine cronologico le sequenze sullo schermo. Normalmente ad una struttura simile sarebbe quasi preferibile la semplice lettura della sceneggiatura, essendo sulla carta l'anti-cinema per eccellenza, invece Kaurismäki riesce a creare un insieme tale da pulsare di vita propria.
Le interpretazioni, allo stesso modo, si allontanano del tutto dai canoni recitativi e si spogliano di qualsivoglia ricercatezza espressiva, fino a risultare elementari, scarse si potrebbe dire. Ma ad allontanarsi da ciò che si è abituati ad osservare insieme alle interpretazioni sono anche i personaggi dalle stesse restituite. Delineano caratteri fuori dal mondo, stranianti (ci si ritrova ad usare questo termine, perché è in realtà forse quello più vicino al cinema del regista finlandese) che si adattano perfettamente al resto. In particolare all'intreccio. Quest'ultimo a sua volta, insieme ai dialoghi, è, sempre solo in apparenza, poco credibile: Idrissa sfugge ai militari con una facilità improponibile; Marcel entra nel centro che accoglie i clandestini con giustificazioni assolutamente deboli. Fanno parte anch'essi di quel posticcio curato nei minimi dettagli, che permette a Kaurismäki di raccontare una favola in piena regola, popolata di personaggi al limite del grottesco e intrisa di una positività ingenua e fanciullesca come il suo protagonista. Una favola così ben raccontata da rendere al termine atipica la realtà e non la storia narrata.


Quando tutti ormai raccontano la realtà in maniera viscerale, con tutte le sue brutture e le sue difficoltà, “Miracolo a le Havre” si isola del tutto e propone una storia semplicissima, in cui nulla va per il verso sbagliato. Tutti sono dalla parte del piccolo Idrissa e di Marcel, anche il commissario Monet, protagonista insieme all'irresistibile Little Bob delle pochissime scene in cui si distingue una seppur lieve ricercatezza tecnica. Altruismo e sentimento si fanno prassi e sostengono una realtà ideale, ma che ideale non dovrebbe essere. Non a caso ci si adatta con facilità estrema alla narrazione, non si fa fatica alcuna ad accettare ed assorbire una simile visione del mondo, fino a giungere al punto in cui, come si accennava qualche riga più sopra, si percepisce come storta la realtà vissuta e non quella osservata per quei 90 minuti scarsi sullo schermo.
È forse questo il principale motivo per cui l'ultimo lavoro di Kaurismäki è stato accolto come un piccolo miracolo dalla critica. È parere di scrive, tuttavia, che sia ben lontano dall'essere un capolavoro, pur essendo una pellicola assai piacevole e senza dubbio riuscita. È anche vero, però, che “piacevole” nel caso di Kaurismäki assume comunque una valenza diversa. Maggiore.  


martedì 20 dicembre 2011

"Another Year"

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ANOTHER YEAR (2010)





Regista: Mike Leigh

Attori: Jim Broadbent, Ruth Sheen, Lesley Manville, Oliver Maltman, Peter Wight

Paese: UK


Presentato a Cannes e vincitore del premio per la miglior sceneggiatura originale agli oscar 2011, “Another Year” è una pellicola per certi versi spiazzante; non che Leigh, comunque, non metta fin da subito in chiaro quale sia lo spirito di questa sua apparente commedia, intendiamoci. La scena d'apertura è infatti dedicata unicamente alle espressioni di una donna anziana, chiaramente depressa, alle prese con una vita che non è andata nel verso in cui doveva andare. La telecamera si sofferma sul suo volto in maniera insistente, tanto da non inquadrare neanche la dottoressa; un volto capace, grazie all'interpretazione breve ma intensa di Imelda Staunton, di restituire disagio e amarezza; un volto che altro non è se non quello della pellicola, nonostante da questo momento in poi non lo si vedrà più sullo schermo.

I protagonisti sono altri e di essi solo uno verrà a contatto, seppur marginalmente e per poco tempo, con la donna anziana. È Gerri, psicologa realizzata e moglie di Tom, geologo realizzato a sua volta. Una coppia dal sapore borghese la cui vita sembra perfetta: un figlio indipendente e autonomo, una bella casa, un orto dove passare le giornate, un equilibrio invidiabile ed una felicità palpabile. Di tanto in tanto organizzano cene ed ospitano amici palesemente non fortunati quanto loro perché alle prese con insoddisfazioni e rimorsi che non riescono a gestire. Su tutti Mary, sola e sempre sull'orlo di una crisi di nervi.


La scena di cui si scriveva, del contatto tra la psicologa e la donna anziana, racchiude in sé la struttura dell'intera pellicola. È la contrapposizione tra due realtà che non comunicano tra loro per scelta unilaterale. Felicità e tristezza. La prima tiene a distanza la seconda, o le si avvicina non più del necessario, quasi avesse timore di un contagio eventuale. Se inizialmente la distanza è giustificata dalla situazione professionale, nel prosieguo no. Sembra che Leigh suggerisca subito allo spettatore il carattere raccontato, per poi giustificare il suo sguardo nei suoi confronti una sequenza alla volta. Dopo la scena d'apertura, infatti, il regista ricomincia da zero, descrivendo Gerri e Tom come la coppia perfetta. Non si può fare a meno di avvicinarsi agli stessi; di sperare, quasi, di riuscire a trovare la loro stessa serenità. Sono in assoluta sintonia, lei sa cucinare ma lui anche, si avvicinano e si coccolano come se nulla fosse cambiato negli anni, premurosi l'uno con l'altro, mangiano ciò che hanno piantato e raccolto. La coppia perfetta, per l'appunto.
Leigh è inoltre bravo a non farli risultare stucchevoli. È sua ferma intenzione non renderli fin da subito negativi. Al contrario, racconta la loro ospitalità attraverso le cene organizzate ora con Mary, ora con Ken, anch'egli distrutto da rimorsi e insoddisfazioni. Durante le stesse, come del resto durante l'intera pellicola, la regia stringe sui volti dei suoi protagonisti perché sono l'unica cosa che le interessa. Coglierne tutte le sfaccettature, soprattutto quelle meno superficiali.


È con uno sguardo così attento e fermo che Leigh inizia a cambiare prospettiva per poi ribaltarla del tutto. Lo fa prendendosi tutto il tempo necessario, tanto che quasi lo spettatore non si rende conto che a cambiare gradualmente è anche la sua di prospettiva, in seguito ai tratti aggiunti volta per volta dal regista al ritratto in corso d'opera dei suoi protagonisti. È così che quella comprensione che Gerri e Tom sembravano rivolgere ai loro amici, si rivela in realtà compassione; è così che quello che sembrava un rispettoso non giudicare diviene caustica noncuranza. Allo stesso modo quel loro essere ospitali, quel loro accogliere in casa con una disponibilità invidiabile, diviene un mettere in mostra (specie di fronte a Mary) la loro perfezione, un crogiolarsi nella stessa, come se avessero bisogno di splendere al contrasto con l'imperfezione.
Non fanno nulla di concreto, infatti, per entrare in contatto con la tristezza dei loro amici, per capirla e sostenerla, e magari anche aiutarla. Fintanto che restano lì, mangiano dalla ciotola che viene loro servita, stanno buoni e non sporcano, va bene. In caso contrario no, vanno rimessi in riga.   
Benefattori un tanto al chilo che non hanno intenzione alcuna di sporcarsi le mani; si attengono ad un perbenismo di facciata quando serve e dedicano se stessi solo a chi sembra degno di meritare lo status da loro raggiunto. Non a caso la ragazza del figlio viene accolta in famiglia senza remore, essendo anche lei dedita a discorsi privi di qualsivoglia spessore e ad una superficialità che è la chiave di una torre che ben si guarda dall'accogliere gente come Ken e Mary al suo interno.


Al termine, “Another Year” della commedia non ha assolutamente nulla. È anzi uno sguardo indignato ma sempre chirurgico su un'indifferenza tanto irritante quanto distruttiva. E su un disagio incapace di reagire, ancor più indifeso se lasciato solo. A sottolinearlo un finale potente e rassegnato affidato allo sguardo intenso di una Lensley Manville strepitosa, punta di diamante di un comparto attoriale perfetto.


lunedì 19 dicembre 2011

"Enlightened" - Prima Stagione

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ENLIGHTENED (2011)




Ideatori: Mike White, Laura Dern

Attori: Laura Dern, Mike White, Luke Wilson,
           Diane Ladd

Paese: USA


La HBO ci sta provando. Sta cercando negli ultimi tempi di proporre qualcosa di diverso dal genere che generalmente ci si aspetta dalla stessa, senza però ottenere risultati particolarmente degni di nota, se non in negativo. Ci ha provato con “Bored to Death”, che aveva tutti gli elementi per essere interessante – su tutti la rivisitazione in chiave ironica dell'hard boiled letterario – ma che si è poi rivelata tale da guadagnarsi quel titolo a tutti gli effetti. È stata poi la volta di “Hung” che sì, si lascia seguire senza troppi sforzi, ma che risulta a conti fatti assai debole, tanto che l'interesse nel prosieguo va via via scemando.
La HBO ci riprova ora con “Enlightened” affidandosi a Mike White e Laura Dern. Ideatori e produttori esecutivi della serie interpretano rispettivamente i ruoli di Tyler e della protagonista Amy Jillcoe.

Amy, dopo aver divorziato dal marito Levi (Luke Wilson) e dopo essere stata licenziata dall'azienda in cui ha lavorato per 15 anni, la Abbadon, ha un crollo nervoso. Nel tentativo di rimettersi in sesto si iscrive ad uno di quei classici percorsi che producono in serie illuminati dell'ultim'ora, alle prese con la ricerca della pace interiore e con la voglia di imporla al prossimo. Di ritorno dalle Hawaii, quindi, si ritroverà tra la nuova filosofia di vita e quella vecchia, piena di meschinità e delusioni.


Della Dern scrittrice non si sa molto, anche perché non c'è molto da sapere. Di White qualcosina si, invece. In ambito televisivo ha partecipato a prodotti che si sono poi notevolmente imposti, non tanto per la qualità degli stessi, tuttavia, quanto per il target a cui si rivolgevano. “Dawson's Creek” e “O.C.”, quest'ultimo soprattutto, non si distinguono infatti per sceneggiatura e dialoghi, quanto per la capacità di attecchire in maniera particolare su una determinata fascia d'età. È utile sottolineare questo aspetto perché il problema principale di “Enlightened” sembra essere proprio la sceneggiatura. Fin da subito non si capisce bene dove si voglia andare a parare. Vengono mischiate commedia e dramma in una maniera per niente fluente, tanto che si avverte in maniera chiara uno stridio che diverrà poi una delle caratteristiche principali della serie. I continui cambi di registro, sempre troppo netti, sballottano in maniera sistematica uno spettatore che dopo 10 puntate si ritrova più disorientato di prima e con alle spalle una stagione che non è riuscita poi neanche a rendersi così interessante. Salvo alcune puntate singolarmente prese, non a caso dirette da Jonathan Demme, “Enlightened” fatica non poco a trovare un equilibrio attraverso cui raccontare con lucidità storia e personaggi. Non che questi ultimi abbiano in sé un fascino potenziale così spiccato, intendiamoci; Amy Jillcoe, pur cercando di differenziarsi e di rendersi riconoscibile, risulta in realtà assai stereotipata e la scelta di spostare il punto di vista sul “freak” della situazione, di conseguenza, non può concretizzare le sue potenzialità nel mare di cliché che si susseguono sullo schermo. La protagonista non è infatti l'unico stereotipo presente nella serie; ad essere tali sono anche i colleghi e gli ex colleghi di Amy, che riescono proprio per questo ad annoiare in tempi record.
Gli unici personaggi riusciti, e che tengono non a caso in piedi il tutto, sono Levi ed Helen. Entrambi ritagliano parentesi divertenti all'interno della sceneggiatura, ed Helen in particolare risulta il personaggio di gran luna più credibile, grazie anche all'ottima interpretazione di Diane Ladd. Quella di Laura Dern, peraltro figlia della Ladd, è ancor più notevole ma la sostanziale differenza sta nel fatto che di Amy non sono stati delineati tratti in fase di scrittura tali da poter essere esaltati da una seppur eccellente interpretazione.


Amy Jillcoe dovrebbe sì risultare pedante e fastidiosa, ma all'interno di un complesso tale da valorizzare un personaggio simile e in fin dei conti avvicinarlo a chi guarda. In questo caso invece il complesso è assente e non si riesce a provare quasi mai empatia verso il personaggio, peraltro esagerato e fin troppo ingenuo. Al termine quindi non può, il tutto, non risultare noioso, nonostante la breve durata delle puntate. Più che una serie, a tal proposito, “Enlightened” sembra una sit-com e come tale sarebbe invero potuta essere ben più valida. Il cercare ostinatamente, al contrario, di comprimere dramma – peraltro in più di un'occasione riuscito, come quando Amy e Levi si ritrovano nella stanza di un motel illuminata da una luce calda e assai suggestiva – e commedia ostacola enormemente la ricerca di un'identità credibile. L'aspetto comico proposto, peraltro, è assai spiccato (si parlava non a caso di sit-com), quindi il contrasto con il dramma, anch'esso per contro affatto indifferente – si veda l'episodio incentrato su Hellen – risulta davvero eccessivo.


A conti fatti, pertanto, anche questo tentativo di inserire in maniera efficace la commedia all'interno delle proposte HBO si risolve in un nulla di fatto. D'altronde è difficile alquanto credere che l'emittente televisiva di gran lunga più autorevole in fatto di serie televisive non riesca ad individuare un prodotto valido, nonostante sia ormai al terzo tentativo. Questa, tuttavia, è una constatazione priva di qualsivoglia intento accusatorio, perché tanto alla HBO si perdona tutto. 


venerdì 16 dicembre 2011

"The Chef Of South Polar (Nankyoku Ryôrinin)"

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 THE CHEF OF SOUTH POLAR (2009)




Regista: Shûichi Okita

Attori: Kengo Kôra, Kosuke Toyohara, Masato Sakai

Paese: Giappone



Rispolveriamo la sezione commenti con il primo lungometraggio del giapponese Okita. Una commedia, la sua, alquanto atipica. O meglio, atipica per questa parte del globo, essendo in realtà una pellicola orientale assolutamente classica. Racconta la storia di 8 uomini chiamati a svolgere mansioni varie all'interno di una stazione situata al Polo Sud. Chiaramente deserta e avvolta da temperature proibitive, oltre che da distese immense di ghiaccio, la struttura diviene di fatto una casa in cui convivere e nella quale, di conseguenza, dividere tutto.


I tempi lenti sono la principale discriminante in termini e registici e narrativi. Per più di due ore la telecamera esplora gli interni della struttura, soffermandosi su personaggi alle prese con una convivenza quanto meno singolare. I protagonisti infatti sono tendenzialmente grotteschi e scatenano una comicità surreale che diviene poi colonna portante. I loro tratti distintivi si intrecciano in maniera sistematica generando parentesi e leggere idiosincrasie assai bizzarre, spesso tasselli di sequenze completate dalle sciocchezze che vedono “impegnati” a loro volta gli altri protagonisti. Stupenda a tal proposito la scena in cui Moto-san ripete ad oltranza “buongiorno” ad uno degli otto presentatosi tardi a tavola, pretendendo la stessa cortesia da lui, che al contrario si preoccupa solo di iniziare a mangiare come se niente fosse; il tutto mentre gli altri 6 mangiano e ridono incuranti.
I pranzi, in realtà, ricoprono un ruolo essenziale e ad occuparsene è il protagonista, Nishimura, cuoco della stazione. Considerevole, non a caso, è l'attenzione che la regia dedica, ora con inquadrature fisse ora con carrellate, ai preparativi culinari e ai pasti, tanto da rappresentare, questi ultimi, l'unica vera costante durante la visione, attorno alla quale poi ruota la vita dei protagonisti: giocano a baseball in un campo tracciato con del succo di frutta congelato, passano del tempo in una stanza adibita a bar, si divertono, si lasciano prendere dallo sconforto per la solitudine e la lontananza dai cari, discutono rincorrendosi per i corridoi ma alla fine si ritrovano sempre tutti a tavola, a ringraziare per il cibo e a mangiare i piatti eleganti e ricercati dello chef. La tavola infatti ospita almeno altre due tra le scene migliori della pellicola, come quella, deliziosa, del pianto del cuoco.


Tuttavia, nonostante riesca a raccontare un anno di vita dei suoi protagonisti affrontando con assoluta leggerezza e sempre con ironia aspetti classici della stessa, Okita non riesce ad evitare momenti meno riusciti o non particolarmente capaci di divertire, perdendosi in qualche lungaggine di troppo. Non tale da compromette la riuscita di quella che è una commedia scorrevole e senza pretese, intendiamoci, ma capace comunque di farsi sentire durante la visione.
L'unico fattore che potrebbe davvero compromettere l'apprezzamento della stessa è l'essere affamati; è infatti bene guardarla dopo un pranzo completo di tutte le portate esistenti.


giovedì 15 dicembre 2011

"Luck" - Pilot


LUCK (2011)




Ideatore: David Milch

Attori: Dustin Hoffman, Nick Nolte, Dennis Farina, 
            John Ortiz, Jason Gedrick

Paese: USA


Quando di mezzo c'è la HBO chiunque sia un minimo informato sui prodotti televisivi ha un leggero sussulto. Del resto è l'emittente che ha proposto in assoluto più serie televisive rivelatesi poi estremamente valide, tra le migliori di sempre; “Oz”, “The Wire” e “I Soprano” su tutte, altre tra cui "True Blood" e "In Treatment” o, ancora, la giovanissima “Games of Thrones”. In questo caso, tuttavia, ad essere maggiormente degno di nota è un altro titolo, ulteriore fiore all'occhiello dell'emittente televisiva, ossia “Deadwood”, essendo stata ideata come “Luck” da David Milch. Ma di questo si scriverà più avanti.

La serie ruota attorno alle corse di cavalli, come del resto i personaggi che la popolano. Scommettono, calcolano, partecipano per passione o per soldi, cercano talenti e si intrecciano tra loro fino a restituire un ambiente delineato da molti più tratti di quanto si pensi.


Milch, si diceva. È solo uno dei nomi degni di interesse, nomi che qui infatti si sprecano e si distribuiscono un po' ovunque. Tra gli attori si distinguono fin da subito due volti appena conosciuti quali Dustin Hoffman e Nick Nolte; il primo, presente anche tra i produttori della serie, è chiamato ad un ruolo che ricorda da lontano quello da lui interpretato in “Confidence”, dimenticabile pellicola del 2003; anche quella volta interpretava un boss del crimine organizzato, seppur con una vena sensibilmente più ironica. Qui invece si scherza poco e niente e il Chester di Hoffman in particolare sembra essere sempre a un passo dall'uccidere qualcuno. Il ruolo di Nick Nolte, al contrario, è praticamente quello da lui recentemente interpretato in “Warrior”, l' “old man” pieno di rimorsi, stanco e rassegnato; ulteriormente caratterizzato questa volta da una pazzia appena suggerita, stanca anch'essa, che lo porta ad esternare pensieri senza che qualcuno sia lì ad ascoltarlo. Per la parte, è inutile dirlo, Nolte è perfetto. Il personaggio era suo ancor prima di interpretarlo.
A questi due nomi se ne affiancano poi altri di tutto rispetto, i cui volti si ricordano nitidamente pur non riuscendo bene a collocarli in termini cinematografici; sono quei caratteristi che sebbene non ricoprano ruoli da protagonista contribuiscono enormemente alla riuscita di un prodotto, rendendo credibile e solida la superficie d'appoggio di quegli aspetti su cui sono puntati gran parte dei riflettori. Richard Kind (“A Serious Man”) per esempio; è fin da subito assai credibile nell'interpretare una sorta di talent scout di cavalli e fantini al servizio di Escalante, interpretato a sua volta dal caratterista Joan Ortiz (“American Gangster”, “Nemico Pubblico”). Altro valido esempio è Dennis Farina; pur non essendo necessaria alcuna presentazione, è bene sottolineare che tra le altre cose lo si è visto anche in “Manhunter”. È bene sottolinearlo perché tra i vari nomi svetta quello di Michael Mann, che non è esattamente l'ultimo dei registi. A dirigere il pilot è infatti uno sguardo registico assai riconoscibile, elegante e calibrato; si sofferma sui particolari su cui è necessario soffermarsi, trasmettendo atmosfere e pathos capaci di rendere vivo il soggetto raccontato, tanto da ritrovarsi coinvolti in una gara di cavalli pur non avendone mai vista una. Mann inoltre, e soprattutto, è il produttore esecutivo della serie e non è un caso, in tutta probabilità, che la fotografia si adatti perfettamente alla sua regia. Già la sigla d'apertura, accompagnata da “Splitting the Atom” dei Massive Attack, suggerisce con luci calde una venatura anni '80 alquanto familiare.


Il confronto con “Deadwood”, seppur diverse per soggetto, è inevitabile. Non si può fare a meno di notare come i dialoghi, allo stesso modo, non facciano particolari sconti con quel loro serpeggiare in un ambiente paludoso che sembra il loro habitat naturale. Questa volta però appaiono più distribuiti quando in precedenza erano stati affidati per lo più ad un Al Swearengen meravigliosamente interpretato, l'ho già scritto da qualche parte, da Ian McShane. Se è vero che i dialoghi che lo vedevano protagonista erano di un livello superiore, non si può neanche fare a meno di considerare che questo è solo il pilot e che nel prosieguo, anche magari con una maggiore caratterizzazione, i dialoghi potrebbero regalare non poche soddisfazioni.
Stesse considerazioni possono farsi riguardo il magnetismo dei personaggi. Swearengen rispetto agli altri sullo schermo appariva enorme, fino a far ruotare attorno a sé l'intera serie. In “Luck” invece sembra che a nessuno venga concesso uno spazio sufficiente ad imporsi sugli altri; al termine della puntata, infatti, non resta l'immagine di un volto in particolare ma, e questo è di certo un aspetto positivo, di un complesso assolutamente omogeneo. Complesso che è poi l'anticamera di un mondo, quelle delle corse, del quale la serie promette di raccontare ogni espressione, da quella più passionale e genuina a quella più viscida e calcolata.


Va detto, tuttavia, che nel suo insieme il pilot non è potente come sulla carta. Coinvolge sì, ma fino ad un certo punto. Si ha la sensazione che sia l'inizio di una serie che ha tutta l'intenzione di prendersi i suoi tempi e che sia tale da poter rivelare il suo potenziale solo sul lungo periodo. In quest'ottica quindi è naturale che il pilota non possa certo far gridare al miracolo. Certo è da considerare anche la possibilità che semplicemente la serie si riveli riuscita solo in parte e che questo primo episodio ne sia un fedele ritratto, ma fino a Gennaio, mese in cui andrà in onda, ci si concentrerà sula prima ipotesi. Del resto con nomi come quelli elencati è quanto meno lecito.


mercoledì 14 dicembre 2011

"Midnight In Paris"

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MIDNIGHT IN PARIS (2011)




Regista: Woody Allen

Attori: Owen Wilson, Rachel McAdams, Kathy Bates, 
            Adrien Brody, Marion Cotillard

Paese: Spagna/USA


L'appuntamento annuale con Woody Allen questa volta è “Midnight in Paris”. Dopo aver raccontato a suo modo Barcellona in un film piacevole ma senza meriti particolari, il regista statunitense si immerge nella città per definizione più romantica. Vuole raccontarne l'incanto, la dimensione sfocata, il fascino di un passato le cui ombre sembrano colorare un presente magnetico. La poetica dell'anima risvegliata da una città capace di concederle quel ruolo primario a cui non è più abituata o a cui non lo è mai stata. Cerca di farlo a suo modo, con quella leggerezza non sempre leggera, venata di una malinconia necessaria a far muovere personaggi non a caso immediatamente riconoscibili.


Il protagonista è il classico carattere alleniano, frenetico e impacciato, alle prese con dubbi e nevrosi che si impongono con una forza ancora maggiore quando si tratta del suo lavoro. Gil (Owen Wilson) è peraltro sulla linea di confine che separa due realtà ben distinte, intenzionalmente prive di sfumature grigie quali punti di contatto tra le stesse. E in questo senso Parigi è uno scenario perfetto. È la città di cui il turista può osservare i colori ammalianti, nelle cui strade può perdersi per giorni prima di tornare alla realtà; oppure è la città che può essere vissuta, al cui respiro si allinea il proprio, alla quale si permette di suonare le corde di quella parte più intima e romantica troppo spesso relegata a parentesi saltuarie. Non è importante che Parigi possa o meno riflettersi in un quadro simile, perché l'intenzione di Allen è quella di coglierne quasi esclusivamente la magia e ritrarla sullo schermo.
Si alternano quindi luci esageratamente calde che allo scoccare della mezzanotte sfumano la città nella favola. Illuminano le strade con colori irreali, delineano volti di altre epoche, permeano le atmosfere di un tepore confortante e aprono le porte di un ventennio intramontabile. L'intera pellicola, invero, è un susseguirsi di tonalità calde. Quando la favola svanisce Parigi non appare comunque fredda, nemmeno sotto la pioggia battente che, come sottolinea più volte Gil, rende la città anche più affascinante.
Di lì a poco tuttavia, pur non capendo di preciso quando, se durante una discussione tra Hemingway e Gertrude Stein o uno scambio tra Buñuel e Dalì, ci si ritrova a scivolare fuori dal tutto. L'atmosfera non riesce più a coinvolgere e la favola diviene un racconto asettico, durante il quale ci si limita a sorridere ogni tanto e senza troppa convinzione. Da questo momento il film non torna più sul giusto binario, perdendosi sequenza dopo sequenza in una banalità che da Allen ormai ci si aspetta. E la cosa peggiore è in assoluto quest'ultima considerazione.


Banale e scontata è infatti la sceneggiatura che trascina via dalla favola lo spettatore. Annoia al punto da non riuscire a fornire sostegno alcuno a quel fascino iniziale che inevitabilmente si sgonfia rivelando il nulla all'interno. Quella dell'intreccio, oltretutto, è una struttura tipica della filmografia del regista ma che lo stesso non riesce più a valorizzare. Se in precedenza i dialoghi erano tali da riuscire a divertire e nel mentre suggerire riflessioni mascherate da nevrotica superficialità, in “Midnight in Paris” sono così deboli da poter essere messi al pari della più anonima delle commedie, ad eccezione di brevissime parentesi non a caso affidate ai personaggi rispolverati per l'occasione. E non basta la riuscita dell'altrettanto classica riflessione malinconica in chiusura per risollevare il tutto, è anzi la dimostrazione della forza che la pellicola avrebbe potuto avere. Quella della Belle Époque, infatti, è una scelta perfetta nel suo valorizzare una riflessione che sarebbe altrimenti apparsa anch'essa banale. Ma è un guizzo, e tale resterà.
È un Allen che guarda ad un passato che non riesce più a proporre. Non ci è mai riuscito, del resto, neanche con quelle pellicole che tra le ultime possono dirsi maggiormente riuscite. “Vicky Cristina Barcelona”, come si scriveva, è piacevole ma il cinema del regista è tutta un'altra storia. Barcellona, Londra, Parigi, nessuna di queste città è Manhattan; non le conosce, non può delinearne l'anima, quando infatti le descrive non pulsano come pulsava Manhattan. Restituisce cartoline, belle da vedere ma poco credibili, immobili.

Lo sguardo non ricambiato al passato lo si nota in maniera palese anche nella direzione degli attori. La sua mancanza davanti alla telecamera nelle sue pellicole si avverte chiaramente. Non c'è un altro Allen, è inutile che lo cerchi. Ci ha provato con Larry David ("Curb Your Enthusiasm") in “Basta Che Funzioni”, ancor prima con Jason Biggs in “Anything Else” ed ora con Owen Wilson, la cui gestualità nel film ricorda da vicino quella dell'Allen attore. Ma neanche lui può ricoprire un ruolo che resterà vacante, nonostante offra nel complesso un'ottima prova. Non che sia una novità, come non è una novità neanche l'ottima prova della Bates. Tutti gli attori, ad onor del vero, offrono prove assai convincenti, in special modo coloro ai quali è stato affidato un personaggio del passato - Brody/Dalì, a tal proposito, è una meraviglia. E sono tra l'altro anche gli unici in grado di trascinare il film fino al termine nonostante la breve durata.


Affermare che Allen non dovrebbe più dirigere perché sembra non abbia più niente da dire, o non riesca a farlo, sarebbe quanto meno irrispettoso verso un artista che è stato capace di ritagliarsi nella cinematografia mondiale uno spazio abbastanza vasto da ospitare qualcosa come una cinquantina di pellicole, tra cui svariati capolavori. É anche vero però che girare un film all'anno è eccessivo, dato che la sua creatività non è di certo paragonabile a quella di un tempo, quando anche se per la tv un suo film riusciva a distinguersi senza sforzi (si veda “Dont Drink The Water”). Peraltro ormai le pellicole non riuscite si stanno accumulando e tra qualche anno potrebbero trasformarsi in un esercito in lotta contro quello delle pellicole riuscite. Sembra quasi si sia intestardito. È invece parere di chi scrive che dovrebbero un attimo fermarsi, prendersi il giusto tempo e salutare il cinema con il suo canto del cigno. E anche se non dovesse riuscirgli, poco male, dato che non ha più nulla da dimostrare. Del resto non avrebbe avuto nulla da dimostrare anche nel caso in cui cui avesse girato solo “Crimini e Misfatti”.


martedì 13 dicembre 2011

"Ratcatcher"

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RATCATCHER (1999)





Regista: Lynne Ramsay

Attori: Tommy Flanagan, Mandy Matthews, William Eadie

Paese: UK



Si torna a parlare di cinema britannico e più precisamente della Glasgow anni '70, raccontata più tardi anche da Peter Mullan in “Neds”. Di quanto la città fosse difficile si era già scritto, tuttavia laddove Mullan alza il tiro inquadrando più fattori e ampliando lo sguardo, la Ramsay non distoglie l'occhio della telecamera dal suo giovane protagonista e dallo slum in cui vive.
La depressione economica e sociale della capitale scozzese si riversava in ogni famiglia come in ogni quartiere, ed anche quindi su quello già degradato e povero inquadrato dalla pellicola. Un quartiere sporcato ulteriormente dai sacchi di spazzatura accumulatisi sotto le abitazioni in seguito allo sciopero dei netturbini e dai bambini che su quei sacchi ci giocano, scovando e ammazzando topi presenti ormai ovunque. Non è nuova l'attenzione del cinema britannico verso quadri simili e non è un caso che anche questo “Ratcactcher” riesca a far arrivare in maniera forte lo stato socio-emotivo raccontato.


La pellicola è di genere solo in apparenza. La storia di James (William Eadie), del senso di colpa per aver accidentalmente ucciso un suo compagno, delle sue giornate e delle sue speranze è solo la maschera di una descrizione umana ancor più che estetica del peso del degrado sulla percezione della vita. Non è infatti neanche una pellicola di (de)formazione perché manca di fatto una diegesi filmica lineare capace di tracciare una storia individuabile. Una storia, oltretutto, che giustifichi emotivamente un scelta finale così forte, che è sì in linea con la denuncia ma che non appare come una tappa credibile di un percorso appena scalfito.
Risiedono qui sia l'aspetto più riuscito sia quello più debole della pellicola. Ogni qualvolta Ramsay inquadra la famiglia, una parentesi che vede protagonista James, il suo giocare tra i sacchi d'immondizia, in realtà inquadra la situazione generale in cui vivono tutte le famiglie all'interno dello slum. Si ha l'impressione che James sia una sineddoche attraverso cui raccontare il tutto, e in questo senso “Ratcatcher” riesce pienamente nel suo intento.
Si respira lo stesso fetore, ci si gratta la testa quando i protagonisti lo fanno per liberarsi dei pidocchi, si avverte la malinconia di uno dei cieli più plumbei e ci si sente costretti in una prigione da cui il protagonista si allontana qualche ora solo con la consapevolezza di ritornarci. Una costrizione che La Ramsay tiene particolarmente a sottolineare e a trasmettere. I primi e primissimi piani sul protagonista non si contano e le inquadrature più larghe non propongono mai uno spazio visivo troppo vasto – eccezion fatta per “l'ora d'aria” che James si concede quando si dirige verso le nuove case in costruzione. Nelle inquadrature all'interno dell'appartamento quest'aspetto raggiunge poi il suo apice, insieme all'asfissiante presenza di un padre (Tommy Flanagan) non in grado di non maltrattare suo figlio.
Riflessioni del tutto simili possono farsi nell'analisi della fotografia, che segue a ruota il cielo grigio di Glasgow e assume tonalità assolutamente spente. Tonalità che vestono una regia con la quale condividono gli intenti, restituendo un quadro freddo, rassegnato e privo di speranze.


A non funzionare, per contro, è invece il racconto in sé, quello propriamente inteso. La struttura narrativa, si scriveva, è appena percettibile. Si limita a raccontare una giornata tipo di un bambino alle prese con una simile realtà, non andando a fondo. Il limite non sta tanto nel cosa quanto nel come viene raccontato; molte pellicole dicono tanto senza dire nulla, ma purtroppo non è questo il caso. La struttura emozionale del giovane protagonista è quasi inesistente, il senso di colpa non viene elaborato come si sarebbe dovuto, il peso del quartiere lo si avverte sulla gente che lo abita ma della personale percezione dello stesso da parte di James nessuna traccia. Come del resto l'intera parentesi in cui si avvicina alla ragazza. Quest'ultima allo stesso modo comunica una delle sfaccettature di uno stato d'animo comunque generale, tanto che l'interazione tra lei e James è assolutamente priva di peso all'interno della sceneggiatura. Ogni sequenza che appare sullo schermo non riesce ad incastrarsi in una struttura riconoscibile che non sia appunto quella descritta in precedenza e relativa al generale e non al particolare.

Si resta indifferenti, quindi, verso un protagonista, e verso una storia, che non permette di creare empatia alcuna, che è poi anche una delle debolezze peggiori che un film possa mostrare. E a sottolineare ulteriormente quanto poco la regista scozzese si sia concentrata sul soggetto per rendere al meglio lo sfondo, la scelta di optare per attori non professionisti. Rendono infatti la naturalezza ricercata dalla Ramsay nel comunicare una spensieratezza svanita in un'aria maleodorante e velenosa, ma non vengono al tempo stesso diretti in maniera tale da umanizzare il personaggio da loro interpretato.


lunedì 12 dicembre 2011

"The Walking Dead" - Seconda Stagione (Parte Prima)

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THE WALKING DEAD (2010)





Creatore: Frank Darabont

Attori: Andrew Lincoln, Jon Bernthal, Sarah Wayne Callies

Paese: USA



La seconda stagione della serie sugli zombi che ha smosso non pochi entusiasmi è giunta alla pausa invernale, per la precisione al settimo di 13 episodi che farebbero bene, al netto di cambi eventuali di rotta, ad autodecimarsi. Si trascinano a fatica e fanno versi strani come i morti viventi che raccontano, e con morti viventi non ci si riferisce alle creature che divorano, ma a quelle che dovrebbero essere divorate, così poco interessanti da capovolgere il ruolo negativo dei c.d. walkers. Chiunque mangerebbe volentieri personaggi simili, il cui spessore è pari a quello di una fettina di bacon. In questo senso, infatti, la serie potrebbe essere rivalutata completamente, quale prodotto che rivoluziona una figura cardine del cinema horror, delineandone un'utilità sociale affatto indifferente: divorare il piattume.


La prima stagione non era stata certo folgorante, tuttavia riusciva a non far svegliare un cervello che sarebbe altrimenti stato costretto a criticare ad oltranza. Qualche volta, invero, non può fare a meno di destarsi ma fortunatamente coccole di vario tipo, quali scenari metropolitani post-apocalittici e teste esplose con conseguente sangue sparso, lo cullano fino a farlo riaddormentare. Il rischio è però sempre lì nei paraggi e la stagione al termine ci arriva con estrema fatica. In particolare la parentesi dell'accampamento diviene noiosa in tempi record causa sottotrame da soap-opera, banalità e veggenti vari. La parte iniziale però, come anche quella finale, sono fuori da quella parentesi e la serie riesce così ad offrire anche altro; quel tanto che basta per tenerla in piedi. Inoltre la fine della prima stagione potrebbe per certi versi anche far ben sperare in un po' di entusiasmo ignorante e senza fronzoli, ritrovandosi i protagonisti nuovamente on the road.
Ed è infatti una strada deserta lo scenario che apre la premiere della seconda stagione, che non a caso è l'unica parte interessante. Incredibilmente gli sceneggiatori, dopo averci liberati dall'accampamento più noioso della storia, decidono di dedicare un'intera metà della stagione successiva ad un altro accampamento, più piatto dell'altro perché ancora più sicuro. Sono infatti, le ultime andate in onda, le 7 puntate meno divertenti e coinvolgenti della serie fino a questo momento, concedendo le stesse ancora più spazio alle dinamiche e agli aspetti che non funzionavano nella prima stagione.

Al di là della forzatura per cui in mezzo ai boschi un bimbo viene sparato da un cacciatore guarda caso amico di un dottore che è guarda caso nei dintorni, perché un padre deficiente ha deciso di portarsi dietro il figlio piccolo per andare a caccia di zombi, il problema è la dimora in cui ci si ritroverà tutti insieme allegramente. Purtroppo per chi guarda la villa sembra un'isola felice, ed effettivamente lo è. Anzi, per evitare di proporre cose troppo diverse da quelle già proposte nella stagione precedente, i nostri si accamperanno nel giardino; si tornerà, quindi, a subire dinamiche assai irritanti e ad ammirare quelle tende a cui ci eravamo affezionati quando non c'era molto altro verso cui provare empatia.


C'è un motivo per cui soap-opera è usato da gente non cerebrolesa per indicare qualcosa di molto brutto, che è poi lo stesso motivo per cui la struttura della stessa deve restare ad una distanza siderale dalla sceneggiatura di una serie che tale vuole definirsi. Ma evidentemente “TWD” quella distanza non ha alcuna intenzione di rispettarla, tanto che senza remore di alcun tipo mette in scena robe improponibili: un amore fresco fresco di fioritura fra due ragazzini, che però il padre improvvisato di lei (Stephanie Forrester) non vede di buon occhio; Lori (Brooke), moglie di Rick (Ridge) si ritrova in grembo un futuro morto vivente, ed essendosi divertita con Shane (Nick Marone) la situazione si fa chiaramente ambigua; per contro Shane dopo aver minacciato di andarsene via da solo “perché è meglio così”, frase che alle donne fa sempre molto sangue, inizia a sbattersi Andrea per dimenticare, però il di lei autoimpostosi padre fa sentire la sua contrarietà alla cosa senza che nessuno gliela abbia chiesta. In tutto ciò il bambino di cui sopra si riprende ed inizia a parlare come un 40enne con una vita alle spalle.
Amori, tradimenti e litigi sono parte integrante dell'interazione tra esseri umani, quindi non si può essere così sciocchi da definirli scontati a prescindere. Il problema qui è il come vengono presentate, l'assenza di un quadro nel complesso coinvolgente, l'assoluta banalità della messa in scena.

Non è difficile capire, con questi presupposti, il motivo per cui l'empatia sia praticamente inesistente. Un'introspezione scolastica delinea caratteri per niente degni d'interesse, banali e spesso irritanti. Non ci si soffermerà sui singoli personaggi perché le descrizioni degli stessi sarebbero solo un susseguirsi di sinonimi del termine “piatto” (tranne forse nel caso di Daryl). L'unico a cui è il caso dedicare qualche riga in più è Shane, che pur dovendo essere un personaggio con un turbinio di emozioni tale da renderlo interessante nella sua ambiguità è al contrario in assoluto il più fastidioso, in quanto concentrato di stereotipi insopportabile. E un personaggio stereotipato, intendiamoci, non è necessariamente negativo; al contrario se lo stereotipo è usato con coscienza e consapevolezza può risultare determinante. Nel caso in specie, invece, il tutto si mantiene a metà tra lo stereotipo involontario e la ricerca infruttuosa di spessore. A venir fuori non è né una serie diretta, adrenalinica, violenta e meravigliosamente ignorante, né una serie solida e matura, capace di approfondire con mestiere e credibilità. Non potrebbe riuscirci anche volendo, essendo i dialoghi di una pochezza desolante: "[attimi di silenzio]... Pensi che ci sia un Dio lassù?”.
Ad affossare ulteriormente i morti viventi vivi delle interpretazioni, peraltro quelle principali, che definire odiose sarebbe un eufemismo. Esageratamente caricate e posticce, tanto da risultare finte praticamente ad ogni espressione. A svettare è ancora una volta Shane, interpretato da un Jon Bernthal che sembra affetto dalla sindrome del ghetto; quella della donna nera furiosa con quella della casa popolare affianco che ha sbattuto il tappeto sul suo balcone; quella recitazione nevrotica in cui la testa, da sola, sembra in preda a convulsioni; eccessiva e per niente convincente. 


È principalmente la noia, quindi, ad accompagnare le ultime sette puntate di “TWD”. Se la si è seguita fino a questo punto è perché i soldi spesi hanno permesso al comparto tecnico di proporre parentesi riuscite, come un Atlanta deserta e invasa dagli zombi. La prima parte della seconda stagione, invece, è il prodotto di tagli che addirittura inizialmente si era proposto di concretizzare - soluzione geniale - eliminando gli zombi e suggerendo la loro presenza unicamente col sonoro. Tagli che per forza di cose vanno ad incidere su quel tratto più spettacolare che era poi anche il punto di forza della serie, senza il quale ci si ritrova a sorbirsi dosi massicce proprio di quell'intreccio scadente di cui si parlava in precedenza.
Sembra inoltre che la situazione non tenda verso miglioramento alcuno. Stando alle dichiarazioni della produzione “alla prima stagione, in quanto tale, è stato dedicato un budget elevato, al punto di renderla un lungo pilot. Dalla seconda il budget torna ad essere quello normalmente dedicato ad un prodotto televisivo”. Se con quei soldi hanno reso valida solo parte della prima stagione, è il caso di chiedersi quanto riusciranno a fare con quella in corso. E se il livello è quello proposto fino a questo middle season, allora è lecito affermare che ci si è abbondantemente giocati anche questa serie.


venerdì 9 dicembre 2011

"Sons Of Anarchy" - Quarta Stagione

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SONS OF ANARCHY (2008)




Creatore: Kurt Sutter

Attori: Charlie Hunnam, Katey Sagal, Ron Perlman, 
            Maggie Siff

Paese: USA


Quello della terza stagione di “SOA” è stato un finale perfetto per gestione e costruzione. Coinvolgente ed emozionante, ma soprattutto perfetto per l'evoluzione dell'ingranaggio forse più importante dell'intero intreccio. Le ultime sequenze nello specifico, la sovrapposizione di voci nella lettura, il montaggio delle stesse distribuiscono brividi un po' ovunque, consegnando alla stagione successiva un testimone dal peso affatto indifferente.
Il pilot della quarta stagione e le puntate che seguono, di tutta risposta, lo sollevano quasi fosse un bastoncino di polistirolo. Gettano le basi per quelle che sembra saranno le 14 puntate più alte dell'intera serie. Sutter infatti, come solo lui sa fare, dà inizio a quel suo spogliare di umanità e fascino personaggi che in effetti non li meritano, ma che ai quali lui per primo ci ha avvicinati. Li ha resi comprensibili e giustificabili, li ha resi attraenti; tutti vogliono comprarsi una moto e fondare un club di motociclisti incazzati dopo aver visto “SOA”, diciamocelo. Persone alle quali si è legati a filo doppio, amicizie suggellate dallo stemma della vecchia signora, “old ladies” in giro per il club, un codice d'onore inviolabile, una vita adrenalinica, guerriglie in ogni dove. Del resto si sa, con adrenalina e guerriglie Sutter ci vive, e non è il caso di meravigliarsene dopo le 7 meravigliose stagioni di “The Shield”. Ma in fin dei conti quelli che racconta sono personaggi che di positivo hanno ben poco: trafficano in armi, uccidono con una certa facilità e si muovono tra minacce e ricatti. Criminali. È ciò che sottolinea seppur con altri intenti la frase dello sceriffo Roosvelt: “You're criminal, You do bad shit. I'm a cop, I stop you”. E quindi Sutter come tali inizia a trattarli, tirando fuori dalla gran parte dei personaggi meschinità e debolezze. Juice tradisce il club per una sciocchezza, perché ricattato sulla base di una regola stupida che sarebbe sufficiente a far crollare tutti i discorsi sull'amicizia e sull'onore che ai Sons piace così tanto fare; Clay continua a scrollarsi di dosso i resti di un'integrità morale distrutta già da tempo. Questa volta, però, con una velocità ancora maggiore: mente, picchia e uccide persone a lui vicine, non mostra scrupoli di nessun tipo. Anche quel briciolo di umanità che compariva ogni tanto, nei momenti con Gemma, svanisce; Lo stesso Jax mostra tutti i suoi limiti, quando guarda negli occhi quello che definisce il suo miglior amico e mente, peraltro dopo averlo convinto a non fare ciò che lui ha deciso di fare ora. Tara, pur restando un personaggio positivo, tiene ben nascosta una verità che il suo uomo meriterebbe di sapere. Per tutta la stagione sembra farlo per proteggere Jax, in realtà lo fa per motivi prettamente egoistici; Unser, nascosto dietro una finta e facile umanità, è in realtà un vermetto che punzecchiato nel suo orgoglio usa la sofferenza altrui per raggiungere uno scopo il cui unico sapore davvero distinguibile è quello di una vendetta misera e triste; e poi c'è Gemma, il personaggio in assoluto più negativo. Calcolatrice e subdola oltre ogni limite, fredda e manipolatrice.


Svoltando in questo senso l'intreccio diviene assai potente perché coerente e concentrato, non si ha la benché minima sensazione che si stia proponendo parentesi fine a se stesse. È la naturale evoluzione dei presupposti iniziali, pilastri dell'intero soggetto, e Sutter la gestisce alla perfezione. Attento ad ogni particolare non si perde nel mare di sottotrame, le incastra anzi in maniera impeccabile. Altro aspetto di cui non meravigliarsi. Crea una discesa sempre più ripida verso un climax che questa volta non è il punto più alto ma quello più basso, dato che la risoluzione suggerita è la stessa di una tragedia – quanto raccontato dallo sceneggiatore americano non è altro che un moderno “Amleto”. Personaggi e storia, in caduta libera, sembrano non aver modo di interrompere una corsa disperata verso il fondo. È lo stesso motivo per cui la settima stagione di “The Shield” è immensa.
Nel farlo Sutter non sacrifica mai l'azione. La intreccia ad una storia che ha già di suo ritmo da vendere e rende il tutto una bomba ad orologeria in cui non si ha il tempo di contare i secondi, se non durante quei momenti necessariamente lenti che una storia deve dedicare ai suoi personaggi perché risultino credibili. Ma la parentesi è sempre una parentesi, non si ha infatti neanche il tempo di chiuderla che la storia riprende a viaggiare a ritmi adrenalinici, scandita da scelte musicali sempre indovinate. Ogni brano finisce con l'essere in simbiosi con tutto il resto, perché ad adattarsi a quanto accade non è solo la melodia ma anche il testo, che diventa parte integrante della sequenza. Il montaggio in simbiosi con “David” di Noah Gundersen verso la fine della dodicesima puntata è in questo senso un esempio perfetto: “I want to slay my demons, but I've got lots of them, I've got lots of them”.
Epinefrina, quindi. Se ne produce in quantità industriali, Sutter lo sa bene, tanto che quanto propone è sempre subordinato ad un tacito accordo per cui si chiude un occhio su qualche scelta magari troppo esagerata in cambio di una trama orizzontale solida, credibile e sviluppata con ritmo. È quanto accade anche in questa quarta stagione. O perlomeno fino a qualche puntata prima della fine della stessa.


La serie è stata rinnovata per una quinta stagione in corso d'opera. Dopo aver registrato livelli di ascolti assai interessanti, infatti, l'emittente ha deliberato a favore di un'altra stagione. Il risultato è che il peso di tale scelta si avverte distintamente. Molti, me compreso, durante la visione avevano pensato che questa avesse tutti i presupposti per essere la stagione conclusiva, e probabilmente anche gli sceneggiatori. Scenario peraltro perfettamente in linea con l'accordo tacito di cui sopra. Tuttavia, proprio quando si attende solo di restare incollati allo schermo e non avvertire alcuna intrusione dal mondo esterno, che poi sarebbe anche quello reale, qualcosa nell'ingranaggio inizia ad incepparsi. L'adrenalina invece di crescere scende, la storia invece di scivolar via si fa leggermente macchinosa. C'è qualcosa che chiaramente non torna, ma si va vanti mettendo da parte sparatorie gratuite ed eccessive e scazzottate appena giustificabili. Non la classica azione al servizio della trama, bensì azione di riempimento di cui generalmente Sutter non ha bisogno. Così, quindi, fino alle ultime sequenze che rivelano la causa della debolezza di un finale che crolla miseramente a confronto con quello della stagione precedente. Un cambio di rotta davvero debole sulla cui fronte c'è scritto “Vi chiedo scusa, ma devo gettare le basi per una quinta stagione di cui si poteva fare tranquillamente a meno”. Un colpo di scena di serie C, che gambizza peraltro il fascino delle due guest star – Danny Trejo e Benito Martinez - che fino a quel momento avevano contribuito positivamente alla riuscita della stagione, rendendole due macchiette di passaggio davvero poco credibili.

Viene quindi meno quel restare anima e corpo sulla storia, quel non perderla mai di vista, che è poi la colonna portante di un metodo narrativo riconoscibile, incalzante e compatto. Il crollo lo si avverte, ma si avverte ancor più chiaramente una sensazione per chi scrive davvero pessima, ossia quella di una serie in parte ormai compromessa, perché limitata da una forzatura che detterà a sua volta un'intera altra stagione. E tutto ciò proprio quando sembrava assodato che Sutter avesse così tanto in mano le redini da poter gestire la serie fino al termine senza problemi di sorta. Come ha detto qualcuno nel corso di questa quarta stagione, “I didn't see it coming”.


Rare volte si ha così tanta voglia di essersi sbagliati.


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