martedì 31 gennaio 2012

Take Shelter


TAKE SHELTER (2011)





Regista: Jeff Nichols

Attori: Michael Shannon, Jessica Chastain, Shea Whigham

Paese: USA


Chi non conosce Jeff Nichols, come chi scrive prima di vedere “Take Shelter”, verrà da questa pellicola inevitabilmente spiazzato, foss'anche stato messo in guardia in precedenza. Non si sta affermando senza se e senza ma che il secondo lungometraggio del regista statunitense possa dirsi a tutti gli effetti riuscito. Si potrà al termine anche non apprezzarlo ma di sicuro si resterà per un paio d'ore davanti allo schermo ad interrogarsi disorientati su quanto si sta guardando. Non che Nichols metta in scena una regia che fa della ricercatezza sperimentale una regola, o un montaggio che delinea una struttura filmica atipica, né un intreccio surreale e fuori di testa; destabilizza nella maniera più pacata possibile, ti prende per mano, ti costringe a guardarlo, ti accompagna in un luogo claustrofobico in cui l'ossigeno sembra avere un peso maggiore e un sapore poco piacevole e ti lascia lì, da solo, a fare i conti con qualcosa che resterà indefinito.

L'intreccio, si scriveva, è lineare al punto che quasi si fa fatica a definirlo tale. Ha come protagonista Curtis (Michael Shannon), gran lavoratore, padre premuroso per la sua bambina sordo-muta e marito di una donna, Samantha (Jessica Chastain) che sembra a sua volta perfetta nel dare amore a lui e alla sua bambina. Una famiglia modello, la cui serenità farebbe impallidire il concetto stesso. Da un giorno all'altro Curtis comincia a fare sogni, che sono in realtà incubi, così realistici da farlo svegliare in preda al panico e provocargli reazioni psico-somatiche che non riesce a spiegarsi. E alle quali non riesce a porre fine.


I presupposti sono quelli del thriller, gli sviluppi invece quelli di un film drammatico. È il classico non-thriller che punta a riproporre la struttura del primo attraverso i codici strutturali del secondo, e già riuscire in questo non è affatto semplice (ricorda, limitatamente a questo aspetto, “Il Ritorno”, pellicola russa del 2003). I tempi si mostrano lenti e introspettivi, però non dilatati; puntano a ricostruire un assoluto realismo, lasciando al resto il compito di permeare la pellicola con sensazioni che si insinuano sequenza dopo sequenza nella percezione dello spettatore, fino a trascinarlo in una dimensione che oltre al guscio di realistico ha invero ben poco.
Tra gli elementi attraverso cui Nichols ricostruisce la dimensione di cui si scrive, assume un'importanza primaria il sonoro. Impone immediatamente la sua presenza, ma senza risultare mai di qui in avanti invadente. A volte in crescendo, altre volte sullo sfondo contrasta il realismo della pellicola alimentando una finzione filmica che, proprio perché antitetica al volto più palese del film, disorienta con apparente semplicità. È però durante le parentesi oniriche che il suo ruolo nella costruzione diviene di primissimo piano: i suoni crescono d'intensità, riempiono la scena, fin quasi a coprire tutto il resto, e travolgono con un'inquietudine che al termine resta addosso allo spettatore nello stesso modo in cui resta addosso al protagonista. La gestione di tali parentesi è in realtà eccellente da qualsiasi punto di vista la si guardi. Dalle scelte di sceneggiatura – elementi semplici ma sfruttati e valorizzati alla perfezione – a quelle di fotografia. Quest'ultima, chiaramente, risulta a sua volta imprescindibile, perché tale è nel momento in cui si cerca di ricreare periodi narrativi che allontanino il racconto dalla realtà. Ben più interessante è invece l'uso della stessa al di fuori di tali parentesi; dipinge le inquadrature rivolte a quel cielo che Curtis vede sempre più minaccioso, rendendo particolarmente luminosi i colori, pur senza rischiare il posticcio caricandoli troppo.


Inquieta ovviamente anche l'aspetto narrativo. Per l'intera durata si osserva la discesa inesorabile e angosciante del protagonista verso una condizione che ha conosciuto da vicino e le cui conseguenze ancora influenzano parte del suo carattere. È inquietante, nello specifico, il contrasto netto tra la consapevolezza di Curtis e la sua impotenza, tra il sapere che il luogo in cui sta andando lo distruggerà e l'incapacità di fermarsi. Nichols lo rende in una maniera tale che definirla perfetta non sarebbe sufficiente. Non lo fa, però, ricercando soluzioni spettacolari; al contrario, lo rende normale. È questo il profilo migliore della pellicola: racconta un disturbo reale in maniera reale, lo avvicina all'universo delle cose possibili perché di quell'universo fa effettivamente parte; non è più un semplice passaggio di sceneggiatura, è un rischio concreto. E questa percezione è disarmante.
A renderla ulteriormente tale un Michael Shannon che a quanto pare, si veda “Boardwalk Empire”, è nato per interpretare personaggi simili. È enorme, è credibile e ha un'intensità vocale invidiabile: non poteva dare spessore maggiore al personaggio. Ad affiancarlo la Chastain, che decide di non voler sfigurare neanche lontanamente e che infatti mette a disposizione a sua volta un'ottima prova.

(si sconsiglia di continuare a leggere se non si è visto il film)

Quella di Nichols, quindi, è una gestione assai notevole che delinea uno stile efficace e personale; uno stile che, tuttavia, solo al termine si mostra in tutta la sua forza liberandosi di qualsivoglia restrizione. Nelle ultime sequenze, infatti, sonoro e musiche tornano a dettare i tempi, delineano l'ascesa al climax e rendono agghiacciante l'arrivo di un'apocalisse annunciata. Che sia la tappa ultima della schizofrenia crescente di Curtis, che sia realmente l'avvicinarsi della catastrofica tempesta da lui temuta, che sia una metafora del tracollo economico all'orizzonte, poco importa, perché il risultato resta identico: devastante.*

Take shelter.


*Non ci si soffermerà su quale delle tre interpretazioni sia la più papabile. Nichols si preoccupa di lasciare aperto il finale distribuendo elementi che giustifichino ognuna di esse. Una piccola nota, però: in una delle sequenze conclusive si distingue chiaramente il sonoro del vento usato da Béla Tarr in “The Turin Horse”, anch'esso dal finale apocalittico. Probabilmente una sovraintepretazione, una coincidenza o un riferimento inesistente, ma nel caso contrario il finale non sarebbe più così aperto.


20 commenti:

  1. Questo non vedevo l'ora di vederlo e ora che ho letto la tua recensione le aspettative sono ancora più alte. La Chastain poi mi piace sempre di più. Ti farò sapere. :)

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    1. Infatti è davvero brava, però Shannon qui ruba la scena a tutti.
      Aspetto al solito di leggere che ne pensi.

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  2. Ne sto leggendo molto bene un pò ovunque. La mia curiosità aumenta esponenzialmente.
    Vedrò di recuperarlo a brevissimo.

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    1. Vai tranquillo, lo recuperi senza problemi. Dicevi che ti piacciono i film lenti, questo rischi di adorarlo.

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    1. Bene così. Io te lo consiglio spassionatamente.

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  4. mi hanno ammazzato il Mulo e quindi mi sa che per un po'..ma questo è sottotitolato o no?Perchè noto che di film belli ne escono,ma poi da noi arriva la robba per le masse amorfe,non per gli spettatori indisciplinati,li mortè!

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    1. Ma infatti i muli ormai sono un mezzo di locomozione lento. Dovresti passeggiare in riva ai torrenti e non dovresti avere problemi nel caso.
      Comunque, sottotitoli in inglese, ma molto comprensibili. In italiano mi sa che non c'è nulla.

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  5. Rieccomi.
    Ommioddìo, visto ieri sera, guarda non ho parole... lo dico subito, questo è un tipo di cinema che AMO e se non è un capolavoro poco ci manca. Opinione personale, ovviamente. Vorrei scriverci qualcosa ma ora penso di non esserne capace. Ma vogliamo parlare della scena dei mobili del salotto?
    Spiazzante, angosciante... stupendo!


    SPOILER!!


    Quel finale in effetti può voler dire molte cose, ma preferisco pensare alla tua seconda interpretazione. Ma il bello, come dici tu, è che a quel punto lì non importa nemmeno più di tanto, quello che davvero conta è che alla fine la tempesta arriva, e fa paura!

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    1. Come dicevo di là, mi fa davvero piacere sia piaciuto anche a te. Così tanto poi. Del resto sì, ha molto del gran film, anche solo a livello di sensazione ti dà l'idea che sia qualcosa di "grosso".

      Se non sai cosa scrivere, scrivi solo "Capolavoro. Guardatelo. Punto", perché è bene che lo si guardi dato che mi sa che qui in Italia non lo vedremo mai.


      SPOILER


      Il finale è una roba assurda. Anche io vorrei considerare maggiormente la seconda interpretazione, perché adoro le cose catastrofiche. È solo che nel campo delle allucinazioni non si può porre paletti, quindi potrebbe benissimo essere appunto la tappa ultima della schizofrenia. In ogni caso, potente potente. Con quella musica, quel crescendo, quegli sguardi, quell'attesa. Tempesta prima inquadrata nel riflesso del vetro e poi inquadrata in maniera diretta in tutta la sua imponenza. Veramente bello, l'ho già rivisto un mare di volte.

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  6. Ecco, e qui ci sarebbe appunto da iniziare un discorso infinito sui nostri amici distributori. Il fatto che non ci sia ancora una data di uscita è sconcertante. Va be', almeno non verrà rovinato dal nemico numero uno di ogni film: il doppiaggio.

    Ahah, "Capolavoro. Guardatelo. Punto" sarebbe un gran bel modo di recensirlo, a proposito del "dono della sintesi". :D


    SPOILER


    Sul finale niente da aggiungere, è di una potenza unica.
    Ma anche la parte in cui scendono tutti e tre nel rifugio è indimenticabile, in particolare la lunghissima scena che precede l'apertura della porta, con la Chastain che prova a tranquillizzarlo e lui che ancora non se la sente di uscire. Lezione di cinema.
    Ora la smetto di elogiarlo, altrimenti esagero. :D

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    1. SPOILER


      Si si, anche quella scena merita, ma come molte altre. E Shannon poi è una meraviglia, tagliato perfettamente per ruoli simili.

      Continuiamo a scriverci su sul tuo blog ;)

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  7. Scoperto qui e visto ieri sera: particolarissimo, colpisce nel segno. E l'attore protagonista (che avevo visto soltanto in My son My son di Herzog&Lynch)è davvero ottimo.
    Recupero anche Shotgun, grandi aspettative.

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    1. Uh, mi rendi tanto tanto felice. Quanto a Shotgun Stories, non aspettarti lo stesso livello, però io comunque lo consiglio caldamente. Fammi sapere.

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  8. Ok, visto perchè ne avevi parlato più volte e sinceramente piaciuto, mi ha lasciato veramente a bocca aperta soprattutto per il realismo della resa scenica.

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    1. Ne sono contento. È una pellicola che meriterebbe di essere pubblicizzata un giorno sì e l'altro pure ;)

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    2. se mi gira ne scrivo pure io

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  9. Grazie del consiglio perchè 'sto film m'è piaciuto, anche se gli manca un non so che per definirlo proprio un capolavoro, a mio parere.
    I punti di forza li hai raccontati tu, dalla drammaticità degli incubi al lento avanzare di quello che parrebbe un grosso problema psichiatrico all'ambivalenza del finale.
    In ogni caso un tesa angoscia sostenuta fino alla fine.
    Ciò che gli manca è di essere un po' più stringente, soprattutto quando Shannon non è in scena (e si sente la mancanza), ma sarà che inizio a soffrire i film che eccedono l'ora e mezza, più una questione personale dunque.

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  10. Sono daccordo con Anonimo...manca qualcosa per poter esser definito capolavoro. Forse l'unica pecca è la lunghezza, è un pò troppo lungo e rischia di annoiare, nonostante comunque tenga alta la tensione.

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    1. Come spesso accade si è nell'ambito del personale, quindi il fatto che ti sia sembrato lungo ci sta tutto. A me per esempio non è sembrato affatto tale, anzi. Ha una gestione dei tempi calcolata al millimetro, adattata perfettamente ai ritmi lenti e registici e non. Secondo me Take Shelter non ha un difetto che sia uno. Avrei tanto voluto girarlo io ;)

      Ah, benvenuto/a.

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