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venerdì 24 febbraio 2012

Fubar


FUBAR (2002)





Regista: Michael Dowse  

Attori: Paul Spence, David Lawrence, Gordon Skilling

Paese: Canada


Iniziamo subito col dire che Dowse non è regista che si mostra propenso ad un cinema di spessore. Al contrario propone pellicole così leggere che durante la visione delle stesse si potrebbe tranquillamente giocare a scacchi senza preoccuparsi di non dedicare al gioco la necessaria attenzione. Per questo merita tutto il mio rispetto.

Fubar” è il suo primo lungometraggio, un mockumentary che segue e racconta due personaggi quanto meno curiosi. Terry (David Lawrence) e Dean (Paul Spence) vivono da headbangers ogni secondo delle loro giornate, bevono lattine di birra da mattina a sera, di cui molte rigorosamente d'un fiato, non si assumono alcuna responsabilità e non sembrano volerlo fare. A Dean, però, viene diagnosticato un cancro ai testicoli, e quando il regista del documentario insiste perché vada a farsi controllare seriamente, sarà costretto ad affrontarlo. E di riflesso anche il suo miglior amico Terry.


Quale sia lo spirito del mockumentary lo si capisce dopo il fotogramma d'apertura, in cui i due protagonisti stravaccati su un divano mostrano i loro volti. Questi ultimi infatti riescono da soli a strappare già i primi sorrisi, interpretando, Lawrence e Spence, i loro personaggi in maniera irresistibile (A Spence in particolare sembra che la natura abbia donato un volto praticamente perfetto per un ruolo simile. Guardarlo e al tempo stesso restare seri è davvero un'impresa). Qualche secondo più tardi Dowse alterna sequenze veloci volte a delineare alcuni degli atteggiamenti tipici dei due headbangers, e se fino a poco prima, per una qualche strana ragione, si stava realmente cercando di rimanere seri, adesso provarci sarebbe inutile: birra bevuta così in fretta da vomitarla un attimo dopo, linguaggio idiota riconoscibile dai vari “fuck” all'interno di ogni frase, abbigliamento che cercare di definirlo sarebbe disonesto e comportamenti da adolescente in preda all'adrenalina dopo l'ascolto di un brano metal.

Ever since I quit smoking, I've just been fuckin' coughing up the weirdest shit”.


Quella di Dowse, è chiaro, non è proprio una rappresentazione fedele degli headbangers. I suoi due personaggi sono palesemente caricaturali, tanto che spesso la loro idiozia sfiora il surreale. A darsi il cambio durante la pellicola sono parentesi ridicolissime in cui Dean e Terry descrivono, vivendole e raccontandole, le loro giornate, fatte di sbornie, piccoli atti vandalici e scambi che nella loro inconsistenza risultano inevitabilmente spassosi. Questi ultimi infatti, essendo un mockumentary su di loro, sono la parte in assoluto più divertente, anche quando Dowse inserisce nella narrazione parentesi più drammatiche legate al tumore di Dean o alle riflessioni sul loro stile di vita. Parentesi che tuttavia, sia chiaro, non implicano in nessun modo alcuna profondità, è anzi bene non cercare di tirar fuori dalla pellicola sottotesti sulla vita, sulle responsabilità o su qualsiasi altro tema, perché non ce ne sono, fortunatamente. Può al massimo accennare qualcosa, ma con la leggerezza di cui si scriveva inizialmente, quindi è il caso di tenere spento l'organo cerebrale e godersi le sciocchezze dei due protagonisti.

Non è da vedere a tutti i costi, decisamente no. È una pellicola di appena 80 minuti da guardare quando non si vuole usare oltre ad occhi e orecchie nessun altro organo. E se dovesse piacervi e voleste provarne un'altra del tutto simile, non rivolgetevi tanto al seguito, "Fubar II", quanto a “It's All Gone Pete Tong”, altro film leggermente fuori di testa del regista canadese.


mercoledì 23 novembre 2011

Recensione "Hesher"

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HESHER (2010)




Regista: Spencer Susser

Attori: Joseph Gordon-Levitt, Natalie Portman, 
           Devin Brochu, Rainn Wilson, Piper Laurie

Paese: USA



Un bambino in bici intento a rincorrere una macchina trasportata. Evidentemente coinvolta in un incidente stradale. Altrettanto evidente il legame tra la stessa e il bambino, T.J., che la rincorre senza mai guardare altrove. La raggiunge, si siede all'interno, in lacrime. Capire cosa sia successo non richiede molto impegno e in un attimo ci si trova ad empatizzare con il giovane protagonista, predisponendosi a quello che sembra un racconto drammatico.
Qualche attimo dopo la telecamera torna a seguire T.J., nuovamente in bici. Tra una stradina e l'altra passa affianco ad una casa semidistrutta, abbandonata; nel mentre la ruota anteriore si blocca e T.J. cade rovinosamente. Si rialza e per rabbia tira un sasso alle vetrate già per metà distrutte della casa. Fa per rimettersi sulla bici e dietro di lui spunta un ragazzo senza maglietta, con tatuaggi grossolani e capelli lunghi. Afferra il bambino, lo trascina in casa ma prima di potergli fare qualsiasi cosa viene distratto da una volante. Con la tranquillità più invidiabile di sempre, accende un candelotto, lo lancia verso il poliziotto e se ne va. Questo simpatico personaggio è Hesher.


Il dualismo tra le due sequenze appena descritte è lo stesso che la pellicola cercherà di rispettare e proporre per tutta la sua durata. Cambi di registro sistematici che rendano la stessa in grado di far convivere drammaticità e comicità. Susser punta ad una sorta di black-comedy che gli permetta, come molti prima di lui, di affrontare una parentesi difficile, la perdita di una moglie o di un genitore, nonché l'elaborazione di quel lutto, con misurata leggerezza.
Non è propriamente semplice riuscirci, in realtà, specie per un regista alle prese con il suo primo lungometraggio. Sfumare il dramma nell'ironia e viceversa richiede infatti una padronanza dei registri narrativi e dei relativi cambi tendenzialmente impeccabile, essendo gli oggetti di quella sfumatura agli antipodi. Il regista statunitense ci prova ugualmente e sembra anche riuscirci, se non fino al momento in cui perde le redini della pellicola e si concentra sull'unica cosa che avrebbe potuto condurla al termine: Hesher, ovviamente.

Invero è una sensazione, più un timore, che si ha fin dall'inizio. L'entrata in scena del personaggio e le sequenze che lo vedono protagonista di lì a poco sono decisamente riuscite, al punto che la partenza in quinta delinea la possibilità che la pellicola non riesca a restare su livelli simili per tutta la sua durata. È uno scenario classico. Iniziare dall'alto si traduce nel settare il livello base della pellicola, nell'ottica dello spettatore, esattamente a quell'altezza. Se non si è grado se non di salire, almeno di non scendere sotto quel livello la curva sarà inevitabilmente in discesa e il tutto al termine sembrerà debole. È ciò che accade con “Hesher”.
È vero anche, tuttavia, che Susser quel livello riesce a tenerlo per un tempo notevole. Gestisce (sfrutta) alla perfezione Hesher e la sua convivenza - forzata, per volontà di quest'ultimo – con T.J. , suo padre, entrambi segnati visibilmente dal lutto e dall'incapacità di gestirlo, e la nonna. Crea più di una situazione sensibilmente grottesca attraverso lo scontro tra una personalità fuori di testa e apparentemente non interessata a chi gli sta intorno, al punto di risultare scontroso e inavvicinabile, e la sofferenza palpabile presente nella casa in cui ha deciso di vivere. Conseguenza diretta è una serie di parentesi particolarmente riuscite che portano più volte ad accarezzare l'ipotesi che salvi eventuali cali "Hesher" possa rivelarsi una tra le commedie più riuscite degli ultimi anni.
A diventare realtà, però, non è l'ipotesi ma il calo. Là dove Susser è chiamato ad andare più a fondo, a dare più spessore all'aspetto drammatico, inizia al contrario a mostrare evidenti difficoltà. Tra scelte a volte banali, quando prima non lo erano mai state, ed un'evoluzione troppo superficiale di storia e personaggi, la pellicola resta ancorata ad un immobilismo che vive all'ombra di una prima parte ben più riuscita. E all'ombra di Hesher.

  
Non sorprende, a fine visione, che il suo nome sia anche il titolo della pellicola. Hesher, infatti, è il film. Un headbanger irresistibile che sbuca in ogni dove. Non si sa quanti anni abbia, né da dove provenga. Scontroso, squilibrato, violento e scurrile. Ma anche altruista e capace di legarsi a qualcuno, seppur a suo modo (e “a suo modo” non ha mai avuto una valenza simile). Devasta la rassegnazione autodistruttiva di padre e figlio, costringendoli a smuoversi dal torpore. Un folle necessario, insomma, che comunica in modi quanto meno singolari – l'ultimo discorso è una meraviglia. Lo interpreta un attore che era bravo già 14 anni fa, quando interpretava Tommy Solomon in “30rd Rock From The Sun”. Quella di Joseph Gordon-Levitt, infatti, è un'interpretazione perfetta. Hesher è suo dopo appena il primo passo verso T.J., nella scena descritta inizialmente. Il risultato è un personaggio fuori dal mondo e genuinamente divertente, capace di caricare l'intero film sul suo furgoncino nero e malandato, mosso da Metallica e Motorhead, e condurlo integro, o quasi, fino alle ultime sequenze:

Hesher was here”.


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