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lunedì 26 maggio 2014

Only Lovers Left Alive


ONLY LOVERS LEFT ALIVE (2013)




Regista: Jim Jarmush

Attori: Tilda Swinton, Tom Hiddleston, Mia Wasikowska, John Hurt


Paese: UK/Germania


Ambientazioni post rock, vampiri musicisti e Jim Jarmush. Difficile tenere basse le aspettative, diciamocelo. E dare un'occhiata al cast non aiuta affatto. Ma poco importa, quella delle aspettative è in realtà una questione di poco conto, e probabilmente neanche quello. Per quanto alte possano essere se un film è riuscito è riuscito e basta, e se ne resta affascinati durante la visione in un modo, comunque, mai del tutto prevedibile. Che è poi il motivo per cui non ci si stanca mai di assistere all'ennesima pellicola. Dubito, pertanto, sia stato un problema anche in questo caso. E' proprio che l'ultima fatica di Jarmursh zoppica vistosamente pur essendo in grado di volare.


Se da un parte "Only Lovers Left Alive" ricrea una dimensione lontana e alienante, dall'altra, quando si tratta di dar voce ai suoi personaggi, inciampa in ostacoli invero fin troppo evitabili per un autore navigato come Jarmush, forse troppo affascinato questa volta dalla sua stessa storia, in potenza emotivamente enorme e assai romantica, in effetti.
E' una  storia di amore e intimismo immersa in uno scenario fantasy che presta solo il volto al racconto, dandogli la possibilità di amplificare emozioni e fascino. Un po' come la fantascienza di "Another Earth" o "Melancholia", per intenderci. Viene nuovamente rispolverata la figura del vampiro senza tempo, della figura che ha visto e vissuto intere epoche, che può con la sua eternità rendere epici dinamiche e sentimenti in realtà prettamente umani. Nel ricercare ulteriore fascino, inoltre, il regista immerge il tutto in uno scenario decadente e disilluso, quello di una Detroit che riesce a vivere solo dei fasti passati, in grado già da solo, ma sempre in potenza, di tenere tutto in piedi. E ancora, per non farsi mancare nulla, affianca a questo un altro scenario altrettanto ammaliante: una Tangeri tanto distante quanto calda e avvolgente.
A venirne fuori è la dimensione calssica e riconoscibile della filmografia del regista, collocabile solo in termini geografico-temporali, perché del tutto sfuggente a livello emotivo. Succede ogni volta con le sue pellicole, ed ogni volta si ha sempre la sensazione di essere coscienti, fino a che si esce dal cinema o ci si allontana dallo schermo e si ha a che fare con la difficoltà evidente di risintonizzarsi con la dimensione reale. Capacità ormai sempre più rara, nonché valore aggiunto e discriminante quando si parla di gente che fa cinema e gente che ci prova.

Muovendosi tra i resti di grandi teatri ormai adibiti a parcheggio, i resti di eccellenze industriali e ovviamente i resti dell'anima musicale di Detroit, il regista statunitense delinea prima e percorre poi i sentieri di una depressione, quella del protagonista, che diviene il soggetto del ritratto di una realtà fatiscente e senza speranza.  Si muove lentamente Jarmush, ovvio - difficile sia in grado di muoversi in altra maniera - e si prende tutto il tempo per soffermarsi sull'animo della sua coppia di vampiri e sull'amore che per secoli li ha accompangati, traghettandoli fin qui. Lo fa con una regia che raramente concede attenzioni ad altro, che preferisce, variando angolazioni e movimenti, concentrarsi e rifugiarsi nel tepore dei due amanti.
Del resto non ci sarebbe di fatto nemmeno un intreccio da seguire, se non quel minimo indispensabile a non immobilizzare un racconto. Semplicemente è un immergersi, la pellicola, nella dimensione raccontata al solo fine di restarci per un paio d'ore.


Il senso quindi dell'ultimo lavoro di Jarmush è chiaro, e viene anche raggiunto per certi versi. Peccato però, come accennato in precedenza, che con quei dialoghi non si vada da nessuna da parte. Sembrano presi in prestito da prodotti televisivi di serie b in stile "Sanctuary". Viene fuori che uno dei vampiri è Christopher Marlowe, il protagonista è stato amico di Byron e ha regalato grandi opere a Schubert, vengono fuori nomi di comodo come Fibonacci e Dr. Faust e tutto l'entusiamo viene smorzato con giochetti e scambi che lasciano in bocca quel sapore discretamente amarognolo di infantilismo e faciloneria. E ai dialoghi è affidato, è chiaro, anche il compito di descrivere lo sfacelo umano e metterlo in contrasto con l'eternità dell'amore, dell'arte e della grandezza. Di tutti quei valori che l'uomo ha dimenticato. Discorso che sì va bene, ma che forse era meglio lo si lasciasse sottinteso, ché le immagini (insieme alle musiche) in questo film parlano infinatamente meglio delle parole. Tanto che l'eterna storia d'amore, al termine, affascina solo fino ad un certo punto, l'atmosfera non riesce a rapire del tutto e le potenzialità insite nel racconto restano a conti fatti solo tali.




giovedì 19 gennaio 2012

La Talpa

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LA TALPA (2011)




Regista: Tomas Alfredson

Attori: Gary Oldman, John Hurt, Colin Firth, 
           Tom Hardy, Mark Strong

Paese: Francia, UK, Germania


Non si può sempre pretendere una sceneggiatura originale. Non più. Ad oggi la quantità di opere scritte e girate è incalcolabile ed è quasi inevitabile ritrovare durante la visione richiami di ogni tipo. Diviene quindi necessario distinguersi con ogni mezzo a disposizione. Molti sembrano non aver afferrato il concetto, molti altri sembrano far finta di non averlo afferrato, perché fintanto che la minestra riscaldata funziona, perché cambiare? Alfredson al contrario sembra condividere la riflessione e farla propria. Affronta generi che solitamente chiamano regia e ritmi diversi, serrati e capaci di coinvolgere attraverso soluzioni più classiche, con uno stile del tutto opposto. Lo ha fatto con “Lasciami Entrare”, esordio giustamente apprezzato, raccontando una storia con al suo interno la figura di un vampiro nella maniera meno vampiresca possibile. Più un dramma con un elemento sovrannaturale che altro.
E lo ha fatto ora con “La Talpa”, forse il film spionistico con meno ritmo di sempre, benché il soggetto sia quanto di più adatto ad una pellicola di tutt'altri tempi narrativi. 


È la storia di una presunta talpa all'interno dell'Intelligence inglese. A guidare quest'ultima è il c.d. Circus, ossia le sei teste più importanti al suo interno. Dopo un'operazione legata alla talpa, il capo del Circus, Controllo (John Hurt), viene costretto a lasciare il comando e l'Intelligence, e deciderà di portarsi dietro una delle sei teste, George Smiley (Gary Oldman). Quando un anno più tardi tornerà a bussare con insistenza alla porta dei servizi segreti l'ombra della talpa, proprio a Smiley verrà affidato l'incarico di dirigere l'indagine finalizzata a smascherarla.

Regia e stile narrativo mostrano subito il loro profilo migliore. Appena il tempo di introdurre la sequenza dell'incontro in Ungheria, perché avvenga. Un bar con dei tavolini all'esterno, una stradina resa suggestiva da un campo medio che non rinuncia ai suoi protagonisti; i tempi sono lenti, quasi riflessivi, lasciano ai soggetti come allo spettatore lo spazio per osservare e valutare dettagli ed espressioni. L'avvicinarsi del climax della sequenza è suggerito dal sonoro che si fa insieme ovattato di rumori crescenti ed indefiniti, fino all'esplosione dell'azione. Esplosione che in realtà è più un'implosione, tanto è resa poco spettacolare. Non realistica e asettica, al contrario evidentemente filmica, però non spettacolare.
Quello appena descritto è il passato di sceneggiatura più teso dell'intera pellicola, ed è stato diretto con tali ritmi. Si può ben immaginare, di conseguenza, quale possa essere la gestione narrativa della restante parte di una storia che si snoda, da questo punto in avanti, principalmente tra uffici e altri ambienti chiusi. Col senno di poi quella iniziale di Alfredson sembra quasi una palese dichiarazione di intenti, e al termine di certo non gli si potrà in nessun modo non riconoscere di esser stato con essa coerente. Forse anche troppo.


Lo mano del regista è quindi ferma, non si concede mai movimenti di macchina più sostenuti, preferisce al contrario soffermarsi su personaggi e situazioni per il tempo necessario a svelarne tutti i tratti, e anche oltre. Del resto quello spionistico è solo uno sfondo, primi e primissimi piani sono per i caratteri raccontati, per le loro ferite e per i loro rimpianti, per i loro errori e per la loro solitudine. Perfettamente al servizio di tale scelta l'uso del flashback, e più in generale di un montaggio che aggiunge tasselli tanto allo storia quanto ai mosaici caratteriali, con sequenze dedicate anche solo esclusivamente agli sguardi e che non a caso si incastrano e funzionano alla perfezione. A conferire al tutto una carica emotiva fondamentale, senza la quale la pellicola si sarebbe in tutta probabilità risolta in una noia al minimo insostenibile, la fotografia di Hoyte Van Hoytema, che spegne ogni ambiente che illumina pur riuscendo a coglierne gli angoli più caldi, più vivi ed umani. Disillusione e nostalgica malinconia si alternano sullo schermo, rese vive da luci cupe in grado di esaltarne lo spessore, come nella sequenza innegabilmente potente, forse la più riuscita, in cui Smiley racconta il suo incontro con Karla.

A parentesi simili però, inattaccabili e coinvolgenti, si affiancano in maniera sistematica altre che al contrario non hanno affatto la stessa potenza e che appaiono meri esercizi di stile. E a volte neanche quello. Essendo la pellicola basata quasi unicamente sull'empatia, tanto che scoprire chi è la talpa è una curiosità che diviene a tratti marginale, le parentesi non in grado di far passare emozioni trascinano immediatamente lo spettatore fuori dal film. La continuità emozionale è quindi più volte spezzata dall'incapacità del regista di gestire senza sbavature uno stile difficile, in grado di creare una dipendenza che se non soddisfatta può rivelarsi particolarmente deleteria. Una volta entrati infatti in quel turbinio di emozioni di cui si scriveva in precedenza non è per niente gradevole essere costretti ad uscirne per aspettare poi di rientrarci. È difficile inoltre perché tempi così lenti, che Alfredson più di una volta rende davvero troppo lenti, possono facilmente risolversi in una narrazione monotona e quindi del tutto priva di fascino. 


Il finale fortunatamente, però, non rientra tre le cose meno riuscite ed è anzi perfetto nel comunicare ancora una volta con gli sguardi. Inutile sottolineare a tal proposito quanto enormi siano le interpretazioni, tranne forse quella di Tom Hardy, la cui recitazione appare sempre troppo impostata e di conseguenza poco credibile. Un dettaglio, in ogni caso, essendo portati a concentrarsi su un Gary Oldman al quale non si potrebbe muovere alcuna critica anche volendo; su un John Hurt che mette in piedi un personaggio controverso ed estremamente vivo; e più in generale su attori immersi completamente nella parte, tanto che – si consiglia di non andare avanti con la lettura se non si è visto il film – il confronto silenzioso, carico di umanità ma al tempo stesso gelido, affidato agli sguardi di Mark Strong e Colin Firth, tra i due personaggi da loro interpretati è enorme, anche solo come scelta di sceneggiatura. Rischia di far rivalutare, a caldo, l'intera pellicola.


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