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lunedì 20 febbraio 2012

Snowtown


SNOWTOWN (2011)





Regista: Justin Kurzel

Attori: Lucas Pittaway, Daniel Henshall, Louise Harris

Paese: Australia


Con “Martha Marcy May Marlene” sono due gli esordi alla regia nel 2011 che raccontano un tema assai ostico e difficile da affrontare come quello dei culti e delle relative dinamiche. Laddove la pellicola di Durkin si concentra maggiormente sul carattere fittizio splendidamente interpretato dalla Olsen, però, l'australiano Kurzel sceglie di raccontare con la sua prima pellicola la storia romanzata, seppur assai fedele, di John Bunting, il peggior serial killer che l'Australia abbia mai conosciuto. Si è reso mandante ed esecutore di 11 omicidi, per i quali attualmente sta scontando altrettanti ergastoli senza possibilità d'appello. Come perno del racconto, sulla base del quale sviscerare poi la ricostruzione di quanto accaduto, il regista australiano sceglie il rapporto tra Bunting (Daniel Henshall) e James Vlassakis (Lucas Pittaway), figlio di Elizabeth (Louise Harris), compagna e moglie dello stesso Bunting. Si sofferma, nello specifico, sulla pressione emozionale esercitata dal serial killer sul giovane James, che vede in lui la figura paterna che non ha mai avuto, in grado di occuparsi della propria famiglia e difenderla quando necessario.


Concentrarsi su questo aspetto si rivela in assoluto la miglior scelta possibile, perché capace di svelare con facilità la struttura portante di movimenti simili, costruita su debolezze che aspettano solo di essere plasmate e guidate attraverso la promessa di uno scopo; uno scopo che in realtà tale non è, essendo solo una giustificazione come un'altra, utile a mascherare le pulsioni omicide del guru di turno, per niente convincenti ma assolutamente credibili agli occhi di gente quasi del tutto vuota, perché svuotata in precedenza o perché mai riempita. Una struttura, quindi, quasi inesistente se osservata senza immedesimazione, di fatto tremolante, appena capace di stare in piedi e appena suscettibile di essere definita tale. Al tempo stesso, però, la più solida sulla quale la gente di cui si sta scrivendo abbia mai potuto contare. È il nulla plasmato col nulla descritto e raccontato da Durkin. La vicinanza tra le due pellicole non è infatti giustificata unicamente dal tema affrontato, ma anche e soprattutto dal modo in cui viene affrontato. Entrambi i registi puntano al far arrivare allo spettatore un nulla permeato dalle sensazioni di coloro i quali in quel nulla vedono tutto (Martha Marcy May Marlene), o di coloro i quali in quel nulla vedono l'unica strada possibile, percorsa anche solo per inerzia (Jamie Vlassakis). 


Se è vero, tuttavia, che per molti versi quello di Kurzel è simile all'esordio di Durkin, è vero anche che se ne allontana per altri. Benché il risultato sia al termine del tutto simile, Durkin punta su soluzioni tecnico-estetiche più ammalianti, alle quali ci si lascia andare quasi inconsapevolmente - le stesse che ammaliano la protagonista. Kurzel, invece, più che pennellare una simile realtà, ne delinea il volto attraverso tratti assai marcati; non si preoccupa di ritrarne l'aspetto più affascinante (per le “vittime” del carisma della personalità portante), ma guarda in faccia il nulla e ne restituisce lo sguardo più glaciale. Il suo racconto appare non a caso spesso asettico, una sorta di successione di eventi senza anima alcuna, in cui parentesi di brutalità inquadrata anche attraverso primissimi piani sembra così normale da provocare solo un normale ribrezzo e non una reale risposta emotiva alla violenza, né più in generale al quadro delineato dal regista. Eppure fin da subito c'è qualcosa, la si avverte chiaramente; una sensazione strisciante e assolutamente non di primo piano alla quale non si dà troppa importanza, ma che non perde tuttavia mai il passo, non resta mai indietro, accompagna al contrario ogni singola sequenza, fino poi ad insinuarsi sotto pelle e a creare un indefinito disagio. Da un punto non individuabile in poi si inizia a far fatica a guardare “Snowtown”, ci si accorge che i respiri si fanno più pesanti e che mandar giù le sequenze diviene sempre più difficile. È l'atmosfera nichilista e distruttiva mesa in scena da Kurzel, che la costruisce con una calma inesorabile ed uno stile quasi documentaristico, servendosi però di fondamentali parentesi in cui ora un ralenti ora un fast-forward appena accennato conferiscono a sequenze in apparenza prive di significato la capacità di far vibrare quel disagio precedentemente insinuato con assoluta consapevolezza sotto la pelle dello spettatore.


Il nulla inquadrato e descritto dall'esordiente australiano non è però solo quello più intimo dei singoli protagonisti. Pur concentrandosi e stringendo spesso sui volti, la telecamera si concede saltuariamente brevi inquadrature in sequenza di alcune zone del paese, deserte e illuminate da luci spente e glaciali quanto il racconto. Il vuoto diviene così, di colpo, il vuoto di un intero paese, che pur descritto in ambienti più ampi e aperti diviene paradossalmente ancor più soffocante, perché più presente e tale da poter opprimere intere porzioni di spazio. Sembra che non ci sia altro, sembra impossibile muoversi in altre direzioni. Ci sono solo angoscia e disagio, tanto che si inizia a sperare che il film finisca, sì da poter uscire da un'atmosfera ormai del tutto sgradevole.
Se però lo spettatore riesce ovviamente ad uscirne, benché resti addosso per un bel po' anche dopo la visione, James no. Lui respira quell'aria per tutta la vita, non può evitarla e non può farne a meno, schiacciato dai ricatti indiretti di Bounting – meravigliosamente interpretato da Henshall - che da una parte si rende indispensabile per la famiglia occupandosi del fratellino, e dall'altra lo attira nel suo vortice di devastazione fino a costringerlo a farne attivamente parte. Non potendo quindi prendere posizione in maniera netta James rimane nel mezzo, nel nulla. Va avanti per quell'inerzia di cui si scriveva in precedenza, restituendo al termine un ritratto capace insieme al resto di bloccare lo spettatore in una visione sfiancante e dalla quale non si vede l'ora di prendere le distanze.


martedì 17 gennaio 2012

Hodejegerne

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HODEJEGERNE - HEADHUNTERS (2011)




Regista: Morten Tyldum

Attori: Aksel Hennie, Synnøve Macody Lund, 
           Nikolaj Coster-Waldau

Paese: Norvegia


Roger Brown (Aksel Hennie) è un uomo d'affari, un cacciatore di teste, che sembra avere tutto. Una casa enorme, una moglie bellissima, un lavoro di prestigio. Il suo stile di vita, però, tende ad andare un po' oltre le sue reali possibilità ed è per questo che decide di arrotondare con il furto e la vendita di opere d'arte. Tutto va per il verso giusto, la rete da lui messa in piedi funziona, fino però al momento in cui compare Clas Greve (Nikolaj Coster-Waldau).


Sembra il classico soggetto di un film di genere che guarda al thriller tirato e pieno di suspance. Ed infatti è esattamente così. Fin da subito la voce narrante del protagonista introduce con un tono autocompiaciuto invero già troppo familiare il suo personaggio. Un'apertura che di certo non fa ben sperare in un prosieguo solido e granitico, ma al massimo in una pellicola-baraccone che punta su ritmo, colpi di scena e una certa fondamentale dose di autoironia.
Le intenzioni del regista, tuttavia, sono altre e “Headhunters” si prenderà maledettamente sul serio, come del resto si evince dalle sue stesse dichiarazioni:

«Con “Hodejegerne” vorrei al tempo stesso intrattenere e provocare delle riflessioni. È un film con una storia straordinaria da raccontare, ma non ha paura di farti ridere e di lasciarti col fiato sospeso. È un film di genere che ha l’ambizione di non essere dimenticato non appena hai finito di mangiare i popcorn e sei uscito dal cinema». [Morten Tyldum]

È bene mettere subito in chiaro che questo terzo lavoro di Tyldum più che non aver paura di far ridere, non riesce a farlo, tranne forse in alcune brevi parentesi iniziali, quando guarda caso non si è ancora entrati nel vivo. Ed è bene mettere subito in chiaro anche che le velleità di spessore contribuiranno in maniera disastrosa alla non riuscita della pellicola, dato che il regista norvegese cercherà in tutti i modi di rendere credibile e sentita una sceneggiatura da un certo punto in poi assolutamente improponibile.
Che l'intenzione sia quella di fare sul serio lo si capisce appena dopo le prime sequenze, quando l'atmosfera smette di colpo di essere leggera con l'entrata in scena di Greve. A questa infatti seguiranno una serie di scambi col protagonista che dovrebbero incuriosire e accattivarsi lo spettatore, ma che appaiono in realtà banali e strutturati secondo mille altri scambi visti in mille altre pellicole simili per genere e costruzione. Segue un'inquadratura sulla schiena piena di cicatrici di Greve ed ecco servito il cattivo di turno, interpretato da uno dei pochi aspetti positivi di “Headhunters”: Coster-Waldau, reso famoso dal Jaime Lannester di “Games of Thrones”.


Se fino a questo punto si intravede della banalità, mascherata da una curiosità inevitabile, generalmente scatenata anche da un thriller meno riuscito, quanto accade in seguito è il classico tentativo di tenere incollati alla poltrona attraverso un uso spropositato di colpi di scena. E non sarebbe, volendo, neanche questo il problema principale, perché fintanto che quei colpi di scena, pur nell'esagerazione filmica, risultano credibili, lasciarsi andare al baraccone è comunque un'opzione assai gradevole, anzi. Se, però, quei colpi di scena, così come in generale la costruzione della storia, iniziano a mostrarsi eccessivi, allora il tutto è destinato inesorabilmente a risolversi nella classica spazzatura cinematografica che punta non semplicemente a spegnere il cervello ma ad offenderlo in maniera spudorata. Ovviamente è quanto accade con “Headhunters” che, invero, nella prima parte della fuga non fa gridare allo scandalo, tanto che le soluzioni proposte possono apparire, pur sempre nell'ottica cinematografica di cui sopra, credibili. Inoltre la fotografia fredda e la regia non frenetica che una pellicola di questo tipo comunque avrebbe giustificato, fanno sperare se non in una ripresa almeno in un thriller godibile. E invece no. Tutta l'esagerazione trattenuta in precedenza esplode da un momento all'altro in una sequenza davvero pessima, che è poi anche l'inizio della corsa alla banalità, durante la quale viene svelato il grande disegno, con tanto di complotto, fino alla resa dei conti.

Al termine, come ormai deve necessariamente fare ogni thriller idiota che si rispetti, la voce narrante spiega nel dettaglio cosa è stato architettato per il capitolo conclusivo del racconto, sempre con una dose massiccia di autocompiacimento. Non che sia una soluzione negativa in termini assoluti, ma essendo eufemisticamente abusata, nel momento in cui non ha alle spalle una pellicola per un motivo o per l'altro degna, diviene quanto meno fastidiosa.
Se il regista sperava che il suo film “non venisse dimenticato dopo aver mangiato i popcorn ed essere usciti dal cinema” ha fallito miseramente. E se verrà ricordato per qualche giorno successivo alla visione, sarà probabilmente a causa dei soldi spesi per la stessa. 


Resta a questo questo da capire solamente una cosa, ossia come sia stato possibile che abbia vinto il primo premio al Courmayeur Noir Festival, specie se si considerare che tra le altre pellicole in concorso c'era il ben più interessante “Martha Marcy May Marlene”. Queste le motivazioni: “Il film ci ha soddisfatto dall'inizio alla fine e da ogni punto di vista; lo abbiamo trovato avvincente, divertente, pieno di suspence. Abbiamo pensato che rappresentasse al meglio il genere noir e siamo felici di assegnargli il primo premio”. Con il genere noir non c'entra nulla, non è in grado di divertire ed è pieno di suspance solo per gente che non vede un film dal 1920. Della giuria faceva parte Carolina Crescentini.


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