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lunedì 27 febbraio 2012

Mirrored Mind


MIRRORED MIND  (KYOSHIN) 
(2006)




Regista: Sogo Ishii 

Attori: Miwako Ichikawa, Kou Machida, Kiyohiko Shibukawa

Paese: Giappone


Gakuryū Ishii, in arte Sogo Ishii, è noto in Giappone per pellicole ben diverse da quella di cui si scriverà a breve, e più precisamente per quelle girate negli anni '80, che l'hanno reso un punto di riferimento all'interno del panorama punk. Negli anni '90, infatti, Ishii cambia registro e si concentra invece su tempi assai differenti, spesso lenti e introspettivi, non rinunciando oltretutto ad una certa sperimentazione, tanto che chi come chi scrive non ha famigliarità con le prime pellicole del regista, farà fatica a credere ad un passato cinematografico simile. Solo “Dead End Run”, girato nel 2003, mette invero in scena scelte che per certi versi potrebbero richiamarlo, ma le accosta ad altre che invece sono, per l'appunto, tutto l'opposto. 


Con “Mirrored Mind” rende il passaggio ad uno stile ricercato se possibile ancor più netto, insinuandosi nella psiche umana e servendosene per scrivere con la macchina da presa un racconto principalmente emotivo. L'obiettivo è quello di delineare uno stato d'animo più che una storia, tanto che quest'ultima diviene quasi un pretesto. Sogo Ishii se ne preoccupa solo in apertura, per l'ovvia ed irrinunciabile introduzione: si sofferma sulla protagonista, la inquadra con un primissimo piano e senza stacchi lascia che sia lei, con frasi sparse, a ritrarre se stessa e ad introdurre a sua volta l'unica parentesi esplicitamente narrativa del lungometraggio (che è più un mediometraggio, in realtà). Ad essa, infatti, seguirà un racconto che affida l'aspetto diegetico alla potenza suggestiva delle immagini e non ad un intreccio vero e proprio. O, se non altro, questa era l'intenzione, dato che nel concreto al regista giapponese non riesce una pellicola così emotivamente potente.

È in parte difficile da credere, in realtà, considerando che in “Labyrinth of Dreams” (1997) non solo riesce ad ammaliare lo spettatore per una durata ben maggiore rispetto all'ora scarsa di “Mirrored Mind”, ma lo fa discretamente bene. Anche in quel caso puntava sul trascinare all'interno di una dimensione sfocata, intrecciata a quella interiore dei protagonisti, restituendo al termine una forza emotiva assai funzionale ed efficace. Questa volta, però, nel dare un volto filmico al malessere della protagonista, mostra uno stile narrativo così acerbo che in virtù di quanto appena scritto non ci si aspetta affatto. Quelle che si alternano sullo schermo sono sequenze banali e semplicistiche, in nessun modo capaci di tracciare un quadro che vada oltre l'aspetto estetico; le stesse, anzi, non solo appaiono fredde e ben lontane dal far sentire il limbo in cui si ritrova la protagonista, ma anche tecnicamente non sono poi così degne di nota. Si ha la sensazione che il regista abbia cercato la suggestione unicamente attraverso immagini di facile presa, ma in realtà a conti fatti deboli. 


Ad essere debole è di riflesso la pellicola nel suo insieme, che fallendo dal punto di vista emozionale, quello su cui punta praticamente tutto, non riesce a mostrare nient'altro. Di particolari riflessioni non ce ne sono, regia e fotografia nel loro voler essere ricercate si distinguono appena e l'intreccio, come si scriveva, è quasi del tutto assente. Neanche i dialoghi sono degni di nota: come tutto il resto cercano di far passare inquietudine e smarrimento, e lo fanno attraverso frasi spesso isolate che dovrebbero, nel loro essere criptiche, contribuire a rendere magnetico quanto si sta guardando; inutile dire che non accade nulla di simile e che, al contrario, risultano a tratti fastidiose, proprio perché, così superficiali, sembrano buttate lì, del tutto prive dello spessore che avrebbero voluto suggerire.

Di positivo “Mirrored Mind”, quindi, non ha molto e sebbene la durata sia assai breve se ne sconsiglia caldamente la visione. Se si vuole apprezzare le capacità registiche del cineasta giapponese sarebbe bene rivolgersi, invece, al sopraccitato “Labyrinth of Dreams”.


venerdì 16 dicembre 2011

"The Chef Of South Polar (Nankyoku Ryôrinin)"

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 THE CHEF OF SOUTH POLAR (2009)




Regista: Shûichi Okita

Attori: Kengo Kôra, Kosuke Toyohara, Masato Sakai

Paese: Giappone



Rispolveriamo la sezione commenti con il primo lungometraggio del giapponese Okita. Una commedia, la sua, alquanto atipica. O meglio, atipica per questa parte del globo, essendo in realtà una pellicola orientale assolutamente classica. Racconta la storia di 8 uomini chiamati a svolgere mansioni varie all'interno di una stazione situata al Polo Sud. Chiaramente deserta e avvolta da temperature proibitive, oltre che da distese immense di ghiaccio, la struttura diviene di fatto una casa in cui convivere e nella quale, di conseguenza, dividere tutto.


I tempi lenti sono la principale discriminante in termini e registici e narrativi. Per più di due ore la telecamera esplora gli interni della struttura, soffermandosi su personaggi alle prese con una convivenza quanto meno singolare. I protagonisti infatti sono tendenzialmente grotteschi e scatenano una comicità surreale che diviene poi colonna portante. I loro tratti distintivi si intrecciano in maniera sistematica generando parentesi e leggere idiosincrasie assai bizzarre, spesso tasselli di sequenze completate dalle sciocchezze che vedono “impegnati” a loro volta gli altri protagonisti. Stupenda a tal proposito la scena in cui Moto-san ripete ad oltranza “buongiorno” ad uno degli otto presentatosi tardi a tavola, pretendendo la stessa cortesia da lui, che al contrario si preoccupa solo di iniziare a mangiare come se niente fosse; il tutto mentre gli altri 6 mangiano e ridono incuranti.
I pranzi, in realtà, ricoprono un ruolo essenziale e ad occuparsene è il protagonista, Nishimura, cuoco della stazione. Considerevole, non a caso, è l'attenzione che la regia dedica, ora con inquadrature fisse ora con carrellate, ai preparativi culinari e ai pasti, tanto da rappresentare, questi ultimi, l'unica vera costante durante la visione, attorno alla quale poi ruota la vita dei protagonisti: giocano a baseball in un campo tracciato con del succo di frutta congelato, passano del tempo in una stanza adibita a bar, si divertono, si lasciano prendere dallo sconforto per la solitudine e la lontananza dai cari, discutono rincorrendosi per i corridoi ma alla fine si ritrovano sempre tutti a tavola, a ringraziare per il cibo e a mangiare i piatti eleganti e ricercati dello chef. La tavola infatti ospita almeno altre due tra le scene migliori della pellicola, come quella, deliziosa, del pianto del cuoco.


Tuttavia, nonostante riesca a raccontare un anno di vita dei suoi protagonisti affrontando con assoluta leggerezza e sempre con ironia aspetti classici della stessa, Okita non riesce ad evitare momenti meno riusciti o non particolarmente capaci di divertire, perdendosi in qualche lungaggine di troppo. Non tale da compromette la riuscita di quella che è una commedia scorrevole e senza pretese, intendiamoci, ma capace comunque di farsi sentire durante la visione.
L'unico fattore che potrebbe davvero compromettere l'apprezzamento della stessa è l'essere affamati; è infatti bene guardarla dopo un pranzo completo di tutte le portate esistenti.


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