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giovedì 26 novembre 2015

Marvel's Jessica Jones - Stagione 1


MARVEL'S JESSICA JONES (2015-)




Ideatore
: Melissa Rosenberg

Attori: Krysten Ritter, Mike Colter, Rachael Taylor, David Tennant

Paese: USA



La sigla d'apertura, in un prodotto televisivo, è cosa seria. Non è una robetta simpatica con cui attirare l'attenzione o aggiungere qualcosa prima di cominciare con la narrazione. Né tantomeno un sottofondo ai titoli di testa; è qualcos'altro, ed è sensibilmente più importante. E' parte integrante dello show stesso. Può, da sola, fornirti già il quadro completo di quello che la serie sarà, o che perlomeno vuol essere nelle intenzioni. In termini di atmosfera, in termini di progessione, in termini di toni che assumerà. Ti trascina nella dimensione narrata prima della narrazione stessa e predispone, se riuscita, il risveglio del giusto mood, quello necessario per quel determinato tipo di racconto.
Homeland, per esempio: la sigla d'apertura dice già tutto, con quel suo essere elegante, angosciante e livemente disturbante, claustrofobica ma affascinante. L'intreccio, il volto della serie, infatti, saranno esattamente così, e si è in grado di apprezzarli perché quel minuto, quel minuto e mezzo, ti ha già fatto accomodare là dove devi essere per godere appieno di quanto guarderai di lì a poco. Altro esempio, in questo senso, la sigla della seconda stagione di True Detective: stupenda, trasmette da sola quello che era nelle intenzioni, probabilmente, il True Detective metropolitano che volevano tirar fuori. Se ne avverte la bellezza in potenza senza nemmeno aver cominciato a guardarlo. Poi comincia e le intenzioni restano tali. Paradossalmente ha fatto più la sigla in un minuto che tutta la stagione in 8 puntate. Ma questo è un altro, doloroso, discorso.


Fortuntamente pure "Marvel's Jessica Jones" sembra rendersi conto di ciò e sfodera una sigla fondamentale. Divisa in tre parti ideali, pur durando appena un minuto, parte con toni leggeri, ma sul noir andante: la protagonista è un'investigatrice privata con la sua discreta componente ironica; la battuta c'è sempre, il sorriso sornione anche, ma non significa che le cose non si faranno serie di lì a poco. E infatti succede. Allo stesso modo la sigla cambia volto di colpo e si carica di una progressione assai entusiasmante che apre all'aspetto più incalzante dell'intreccio, più serio e più noir. Questo fino alla parte conclusiva, in cui esplode definitivamente e colora il tutto con l'epicità da supereroe fumettistico che in fin dei conti è Jessica Jones, seppur atipica. Insomma, roba che ci si potrebbe quasi fermare qui, anche se noi non lo faremo.



La sigla, per contruzione, ricorda in maniera palese quella del più giovane di qualche mese "Marvel's Daredevil". Non a caso, ovviamente. La Netflix ha infatti chiuso un accordo con la Marvel Television per quattro serie su quattro personaggi diversi (Daredevil e Jessica Jones, i primi due, seguiti poi da Luke Cage e Iron Fist), che confluiranno, al termine, in The Defenders, una serie che li vedrà combattere il crimine l'uno affianco all'altro. L'intenzione, però, è quella di costruire le quattro serie precedenti come a se stanti, capaci di raccontare la loro storia indipendentemente. E, va detto, sia "Daredevil" sia "Jessica Jones" ci riescono senza sforzi. Il progetto, tuttavia, il c.d. big picture, è sempre lì, e quindi pur essendo del tutto autonome, Netflix e Marvel non rinunciano a richiami, l'una all'altra, e stilistici e di intreccio. Sia Daredevil, sia Jessica Jones vivono ed operano nella stessa città, così come le riprese son state fatte rispettivamente ad Harlem e nel vicino Bronx; questo aspetto si avverte chiaramente, i colori spesso sono gli stessi, la città è la stessa, il respiro è identico, e, bisogna ammettelo, la sensazione che ciò restituisce è stupenda. Già solo con la seconda delle serie Marvel ci si sente parte di una città in cui convivono più eroi, più cattivi, si avverte che da qualche parte, in contemporanea, mentre Jessica sta risolvendo i suoi casini, c'è Daredevil che si sta occupando dei suoi, che le loro strade potrebbero incrociarsi da un momento all'altro (come accade negli ultimissimi episodi, quando si affaccia nel mondo di Jessica un personaggio del mondo di Daredevil). E' un elemento, questo, in potenza molto forte perché si ha così non solo la possibilità di ricreare l'universo dei singoli, come in ogni serie, ma anche l'universo che poi li racchiude, e che dovrebbe, come si scriveva, concretizzarsi in The Defender. Sembra per certi versi quasi un ulteriore passo in avanti della serie tv, un nuovo modo di sperimentare con essa. Se non si fanno passi falsi il tutto si risolverà probabilmente in una gran cosa, per drogati come noi.


A scrivere ciò
, invero, è una persona che non ha mai subito il fascino del supereroe, quasi del tutto ignorante in materia. Cionostante la ricostruzione e degli ambienti e delle luci e delle conseguenti atmosfere riesce a risucchiare chi guarda nel mondo fumettistico con apparente facilità; riuscire a farlo anche con persone che a stento lo conoscono è sintomo di riuscita senza se e senza ma. Il prodotto è valido in sé, non semplicemente come riduzione televisiva, è tecnicamente valido, gestito molto bene, accattivante, mai noioso e restìo a lasciarti tornare alla realtà. Come ogni prodotto dovrebbe fare, del resto.
Ad avere un ruolo chiave, in tutto ciò, forse ad esserne addirittura la colonna portante, è il compromesso gestito in maniera solida e sicura tra l'animo fantastico insito nel genere e il realismo come lo conosciamo. A venirne fuori è un intreccio adulto, maturo, un thriller dalle tinte noir di tutto rispetto; non appare niente affatto posticcio, l'immagine è vera, e pur essendo il tutto immerso nell'ovvia dimensione di gente con poteri e cattivi cattivissimi, al termine si ha la sensazione che Jessica Jones, Luke Cage (già presente qui, seppur in maniera secondaria) e Killgrave possano essere persone che abitano il tuo stesso condominio.


A capo della riuscita del prodotto è la showrunner della serie, Melissa Rosenberg, nome che avrebbe fatto in teoria presagire il peggio, dato che i titoli ai quali aveva lavorato fino ad ora erano stati The O.C., Dexter e Twilight. A quanto pare, invece, con della libertà in più - lei stessa ha dichiarato che questa è stata professionalmente "l'esperienza più liberatoria che abbia mai vissuto" - ha tirato fuori le sue reali capacità e, fortunatamente per noi, ha tirato fuori pure questo "Marvel's Jessica Jones
".
A tenere in piedi la serie sono, inoltre, le intepretazioni, di tutti (forse un po' meno proprio quella dell'attore che interpreta Luke Cage, che sarà quindi protagonista nella prossima serie Marvel/Netflix), ma soprattutto di una Krysten Ritter che praticamente si cuce addosso il personaggio e di un David Tennant che passa da quella macchietta di Doctor Who ad un cattivo, sì ironico a suo modo, ma cattivo sul serio, rendendolo, oltreché credibile, assai carismatico.

E niente, insomma. La Netflix continua a spaccare culi così, a gradire. E noi appezziamo tanto. Oltretutto questa storia di pubblicare in rete tutta la stagione in un sol colpo continua a farmi piangere dalla gioia.




venerdì 8 febbraio 2013

"House of Cards": salve Netflix


HOUSE OF CARDS (2013)





Creatore: Beau Willimon

Attori: Kevin Spacey, Robin Wright, Kate Mara

Paese: USA



Interessante, “House of Cards”, non solo per il prodotto in sé ma anche per la scelta da parte di Netflix – società statunitense che da qualche anno propone un servizio streaming dietro abbonamento – di lanciare un prodotto seriale senza costringere lo spettatore ad attendere i tempi di programmazione. Sì, strano a dirsi, la Netflix ha pubblicato in rete l'intera prima stagione di HoC in una sola volta. Molti saranno entusiasti di questa scelta, io personalmente ne farei l'ottava meraviglia del creato. Da appassionato di serie televisive ho sempre odiato e ritenuto davvero troppo riduttiva la programmazione settimanale. Non aiuta a godere del prodotto completo, si guardano circa 40 minuti ogni settimana, ossia il tempo di entrare all'interno di quanto raccontato che già ci si trova ad uscirne e a dover aspettare altri sette giorni. Non è un caso che abbia sempre optato per l'attesa della fine della stagione, e per la visione della stessa solo successivamente, secondo tempi scelti unicamente da me.
Si potrebbe pensare, abituati alla normale programmazione, che una scelta simile nasconda un prodotto magari non in grado di competere con i grandi. Non si butta lì una gallina dalle uova d'oro come se niente fosse. E in realtà, invece, è proprio così, perché HoC si rivela già dopo la prima puntata un prodotto che non solo ai grandi non ha nulla da invidiare, ma che è capace di farne vacillare più d'uno.


La narrazione segue le vicende di un classico politico senza scrupoli, Frank Underwood. Si è costruito giorno dopo giorno il suo posto al fianco del presidente degli Stati Uniti neoeletto, sì da ottenere l'ambito posto di Segretario di Stato. Dopo la vittoria gli viene comunicato che si è scelto di dare quella poltrona ad un'altra persona, e questo ad Underwood non piacerà affatto, né tanto meno ci passerà su come se nulla fosse. Lo si legge in una maniera alquanto chiara nello sguardo di Kevin Spacey, che smette per l'occasione di essere Kevin Spacey e diviene Underwood. Chiariamo immediatamente, infatti, che la sua prova è straordinaria. Certo, la bravura dell'attore è nota, ma ciò non vieta di meravigliarsene ogni volta. Il personaggio è suo dopo poco più di 60 secondi, ossia quando rivolgendosi allo spettatore dice: “I have no patience for useless things”. Già, HoC tra le altre cose si distingue anche per le esternazioni che il protagonista rivolge a chi guarda (senza che vi sia alcun cambiamento nell'ambientazione), spesso spiegando in maniera tagliente cosa sta accadendo, cosa accadrà e perché. E diciamocelo francamente, in un intreccio politico non del tutto semplice, e anche abbastanza veloce, serve abbastanza, altro che critiche sulle varie forme di spiegone. Qui è decisamente utile. E poi Spacey, enorme, lo fa in modo magnetico, quindi va benissimo così.

Altro nome interessante: Beau Willimon. Co-sceneggiatore de “Le Idi di Marzo”, anch'esso un thriller politico, è colui che si è occupato di concretizzare l'intenzione della Netflix di proporre questo rifacimento della serie originale. Dà al prodotto lo stesso volto del film diretto da Clooney, quell'espressione disillusa, quella fotografia livida e quel portamento assai elegante. Se nel caso de “Le idi di Marzo”, tuttavia, qualcosa nella sceneggiatura zoppicava, qui invece la velocità di crociera si assesta su valori ben più alti, senza intenzione alcuna di discostarsene, se non verso l'alto. Ancora: David Fincher. Produttore esecutivo, tra gli altri, e regista dei primi due episodi. Ora, basta tenere a mente cosa ha combinato in “The Social Network”, rendendo una storia che minacciava le palle a km di distanza, una storia al contrario quanto mai scorrevole e dal ritmo insospettabile. Qui propone grosso modo la stessa regia, dettando tempi e modi ai quali si adatterà la regia degli episodi successivi. Chiara, supportata da un montaggio fluido, veloce quanto basta, pulita e concentrata sui personaggi, sì da non farsi sfuggire espressione alcuna. Del resto sono loro la serie, in questo caso più che in altri; loro e il loro pantano di dinamiche melmose e maleodoranti, ma vestite di tutto punto.


Tra modi attenti, immagine curata e fascino di facciata, infatti, si nascondono ragnatele intessute in maniera non semplicemente cinica, ma spregevole, solo apparentemente magnetica ma realmente nauseante, illuminate da una luce fredda minacciata solo a tratti da sorgenti calde in grado di resistere giusto il tempo di spegnersi sotto i colpi del gelo circostante. Massima espressione di ciò è il rapporto tra Frank e sua moglie, che non a causa mostra a tratti segni di cedimento più o meno contenuto, conseguenza di un malessere che minaccia di esplodere alla minima crepa, serpeggiando tra gli innumerevoli e spesso velenosi scambi. Colonne portanti, quest'ultimi, di dialoghi onnipresenti, attributo principale dell'intero prodotto. Ad essi il compito, anche, di calpestare ogni aspetto umano che cerca di farsi strada durante il racconto, seppur, è ovvio, non riusciranno a farlo a lungo. Non è possibile nella vita reale, né qui. Ed è questo che suggerirà la direzione da seguire alla seconda stagione.

La Netflix si presenta quindi in grande stile, con un prodotto che come si scriveva poc'anzi non ha nulla da invidiare a nessuno – salvo forse qualche caduta di stile, piccola ma evidente se confrontata con la gestione impeccabile di tutto il resto. Mostra inoltre, la Netflix, gusto ulteriore ufficializzando l'intenzione di sviluppare, dopo 7 anni, una quarta stagione di “Arrested Development”, sit-com inspiegabilmente sottovalutata. Ed è anche il caso a questo punto di tener d'occhio la nuova serie televisiva che proporrà ad Aprile, “Hemlock Grove”, horror/thriller con Eli Roth come produttore esecutivo.


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