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martedì 6 marzo 2012

The Day He Arrives


THE DAY HE ARRIVES (2011)
(BOOK CHON BANG HYANG)




Regista: Sang-soo Hong

Attori: Jun-Sang Yu, Sang Jung Kim, Bo-kyung Kim

Paese: Corea del Sud


Dopo aver vinto appena un anno fa il primo premio nella sezione “Un Certain Regard” della più importante manifestazione cinematografica francese, il regista sudcoreano torna al Festival di Cannes con il suo ultimo lungometraggio. “The Day He Arrives” sembra non distaccarsi, almeno in termini tematici, dal precedente “Hahaha” ma non riesce come quest'ultimo ad imporsi. Racconta il ritorno a Seul di Sungjoon, regista alle prese con un blocco creativo. Racconta, nello specifico, i continui incontri che riempiono letteralmente la pellicola tra Sungjoon e i vari personaggi con cui si ritroverà a discutere della vita come di qualsiasi altro aspetto che in quel momento apparirà degno di essere approfondito. 


Si è usato poc'anzi il termine “riempire”. Sang-soo Hong non ha intenzione alcuna di costruire una pellicola dall'impianto narrativo chiaro e definito. Non ha, anzi, alcuna intenzione di puntare sulla narrazione. Non vi è una storia individuabile, né si preoccupa di suggerirne anche solo lontanamente uno scheletro. L'unico strumento sceneggiaturistico di cui si serve il regista coreano sono i dialoghi. Affida loro l'intera pellicola tanto da non servirsi quasi mai neanche di silenzi attraverso cui lasciare seppur temporaneamente l'aspetto comunicativo a sguardi e gesti. L'unico strumento a supporto degli stessi è quello tecnico. La regia, non a caso, è l'aspetto di gran lunga migliore della pellicola. I lunghi piani-sequenza di Hong si soffermano in maniera insistente sui protagonisti, non allontanandosi mai troppo dagli stessi, perché di fatto rappresentano, insieme ai loro scambi, non solo l'unico elemento di interesse, ma ancor più semplicemente l'unico elemento presente. Si concede tutt'al più centellinati zoom su uno dei volti inquadrati, quello che sta in quel momento dettando i ritmi dello scambio, ma torna poi alla distanza iniziale e ci resta per svariati altri minuti. I tempi registici sono quindi lenti e Hong fa in modo di adagiarli su una fotografia in questo senso simbiotica, con quel suo essere al tempo stesso confortante e malinconica. Il B/N conferisce infatti ad ogni immagine un tepore innegabile, rendendo meno fredda anche la neve che più volte sorprende i protagonisti. 


Il montaggio non lineare, allo stesso modo, punta solo ed unicamente sull'aspetto emozionale. Ad onor del vero essendo assente un impianto narrativo e, al netto della premessa iniziale, anche una storia, quasi non si potrebbe parlare di montaggio non cronologico. Ad essere irregolare e non fluida al punto che il tutto appare una serie di segmenti non comunicanti tra loro è infatti l'opera nel suo complesso. Non si scorge, al termine, alcun criterio attraverso cui ricostruire quanto visto, ma del resto l'obiettivo di Hong è in tutta probabilità esattamente questo. Ciò che a lui interessa raccontare e tramettere, è chiaro, è la dimensione sfocata e non lineare dei ricordi, delle emozioni, delle paure e delle incertezze. A tale scopo elimina tutto il resto e dedica ogni secondo del suo lungometraggio ai dialoghi e all'alternarsi di sequenze slegate da qualsiasi struttura. Unico punto di contatto i personaggi, che continuano a ripetersi confondendo ulteriormente uno spettatore che dal canto suo continua a cercare una chiave interpretativa che non c'è. 


Per riuscire nell'intento, tuttavia, di delineare un volto senza criterio di un'intera pellicola, di svuotarla quasi del tutto di ogni elemento diegetico e di trascinarla in una dimensione emozionale tale da far passare tutto il resto non in secondo ma in terzo piano, avvolgendo completamente chi è dall'altra parte dello schermo, è necessaria una forza in questo senso ben maggiore rispetto a quella proposta dal regista coreano. Benché affascinati dalle immagini e dalle atmosfere, queste ultime non sono mai potenti al punto di annichilire la risposta razionale a vantaggio di quella più puramente emotiva, col risultato che nonostante la breve durata “The Day He Arrives” comincia a stancare relativamente presto. I dialoghi, a loro volta, non aiutano di certo. Sono l'unico strumento comunicativo, si scriveva, di cui si serve il regista, ma ciononostante il loro spessore è sensibilmente sottile. Non si rendono mai interessanti fino in fondo e la sensazione al termine è che Hong abbia cercato di dire tutto senza dire niente, ed infatti contenutisticamente della pellicola non resta nulla.

Quello di Hong, però, non è certo un lungometraggio che può essere archiviato con superficialità. Resta comunque espressione di un cinema ricercato e capace di distinguersi, solo non riesce conferire la forza necessaria alle emozioni che sfiora e che di riflesso sfiorano lo spettatore. Si avvertono, ma mai in maniera sufficiente.


mercoledì 29 febbraio 2012

No Rest for The Wicked


NO REST FOR THE WICKED (NO ABRÀ PAZ PARA LOS MALVADOS) (2011)




Regista: Enrique Urbizu

Attori: José Coronado, Rodolfo Sancho, Helena Miquel

Paese: Spagna


No Rest For The Wicked” è un piccolo mistero, diciamocelo chiaramente. Alla ventiseiesima edizione dei Goya, il riconoscimento cinematografico più importante in Spagna, ha sbaragliato la concorrenza portandosi a casa ben 6 premi, quelli più importanti: miglior regia, miglior film, miglior sceneggiatura originale, suono, montaggio, miglior attore. E in gara c'era anche un certo Almodovar. Ora, non si capisce se le altre pellicole fossero particolarmente scarse, e se quindi, dovendo comunque consegnarli questi premi, la pellicola di Urbizu si è ritrovata a farne man bassa, oppure se se ci si è lasciati prendere un po' troppo la mano nella consegna degli stessi. Fatto sta che l'ultimo lavoro del regista spagnolo è tutto fuorché convincente al punto di imporsi in una maniera simile anche all'esterno della manifestazione.

Le premesse, però, sono al contrario ottime, tanto che dopo aver letto il soggetto le si dà piena fiducia senza remora alcuna, e nel caso vi sia i premi ricevuti aiutano notevolmente a metterla a tacere. Santos Trinidad è un poliziotto sempre più alla deriva, solo e alcolizzato. Dopo una carriera che sembrava destinata a brillare, viene trasferito alla sezione “persone scomparse” senza luminosi futuri professionali all'orizzonte. Una sera, dopo aver bevuto troppo, più del solito, se la prende con il gestore di un bar, colombiano e non propriamente pulito, e finisce con l'uccidere tre persone. Una quarta riesce a scappare e Santos non potrà fare altro che mettersi alla ricerca dell'uomo. Parallela l'indagine della polizia sui tre omicidi nel bar, che si imbatterà inevitabilmente nel protagonista.


Le prime sequenze sono assai accattivanti, in termini di fotografia come anche di dialoghi e regia. Il personaggio convince immediatamente con quel suo essere rozzo, trasandato e palesemente pericoloso. Lo stile, seppur cinematografico, è asciutto e sembra non aver intenzione di ricorrere a fronzoli di sorta, infatti per l'intera durata della pellicola non se ne vedrà nessuno. Solo la fotografia si mostra più propensa ad un certa ricercatezza, specie in termini di cromatismi, tanto che la sequenza che scatena poi l'evolversi dell'intreccio è assai notevole. Dopo di essa, però, sembra che Urbizu decida di smettere di voler comunicare con la sua macchina da presa, disattendendo sequenza dopo sequenza le promesse iniziali. Lo stile registico da asciutto si fa leggermente asettico, pur restando funzionale, la fotografia diviene invece del tutto anonima (salvo casi isolati) e Trinidad non trasmette più alcuna emozione. I dialoghi, allo stesso modo, mostrano una debolezza che di certo non ci si aspetta dopo un inizio così convincente; non che in apertura siano sconvolgenti, intendiamoci, ma mostrano con qualche scambio di sapersi mettere al servizio di una simile sceneggiatura. Nel prosieguo, invece, non sono altro che un susseguirsi di frasi correlate all'indagine, fredde e in nessun modo capaci di dare profondità ai personaggi, che appaiono infatti anonimi e poco interessanti. 


Non sono solo i dialoghi, tuttavia, a non convincere ma l'intera sceneggiatura, che si concentra unicamente sul portare avanti l'intreccio, quasi a scriverla sia stato un automa. Non vi è una parentesi che sia una interessata a raccontare la parte più viscerale di questa caccia all'uomo, nonostante in una storia del genere sia preponderante. Si alternano al contrario parentesi senza anima alcuna, che mettono in scena i tasselli dell'intreccio a mo' di elenco più dovuto che sentito. Oltre ai personaggi, quindi, tutto quanto accade si rivela poco interessante. Si fa fatica ad andare avanti con la visione, tanto che lo si fa più che altro per inerzia. E se non fosse per il ritmo serrato non ci si riuscirebbe neanche. Sì, perché almeno il ritmo è sostenuto, peraltro al punto che con poco, con un minimo di pathos, la pellicola ne avrebbe considerevolmente guadagnato, rendendosi magari non una visione imperdibile ma comunque piacevole. Non accade invece niente di simile, e anche nel finale, climax del racconto, l'asepsi emozionale regna sovrana, con la macchina da presa in chiusura sull'attore protagonista che ringrazia con un movimento assolutamente ridicolo e poco credibile. 


“Spreco” è senza dubbio alcuno il primo termine che viene in mente a fine visione. Non solo infatti la sceneggiatura è in potenza assai efficace, ma anche la gestione tecnica (intenzionalmente, almeno) è tale che si sarebbe potuta risolvere in una valorizzazione affatto indifferente di storia e personaggi, in grado di restituire un poliziesco duro, sporco e di un realismo capace di coinvolgere ed emozionare. Ma ha vinto ben 6 premi, probabilmente i limiti sono tutti di chi scrive.


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