martedì 7 febbraio 2012

Shotgun Stories


SHOTGUN STORIES (2007)





Regista: Jeff Nichols

Attori: Michael Shannon, Douglas Ligon, Barlow Jacobs

Paese: USA


Del regista di “Take Shelter” si è parlato recentemente, quindi non ci si dilungherà troppo su questo che è il suo primo lungometraggio, sì da evitare di ripetere quanto già scritto sullo stile di Jeff Nichols. “Shotgun Stories” si distingue infatti per dei codici registico-narrativi molto simili, per certi versi, a quelli del film che precede di qualche anno. La regia è costruita su tempi particolarmente lenti e la narrazione fa dell'assenza e di ritmo e di cambi di registro il suo unico linguaggio. Aspetto, questa volta, invero ancor più accentuato. Se nel suo secondo lungometraggio il regista alterna brevi e sporadiche parentesi che puntano in maniera evidente sull'aspetto più cinematografico, nel suo esordio, al contrario, resta sempre aderente al volto realistico della pellicola. Volto al quale si adattano in maniera perfetta anche fotografia e sonoro: la prima attraverso luci e colori che allontanano il racconto dalla finzione, il secondo, preponderante in "Take Shelter", preoccupandosi di non riempire le sequenze con suoni ulteriori rispetto a quelli strettamente necessari.


Tuttavia anche in questo caso la storia raccontata da Nichols si presterebbe più ad un thriller o comunque ad una pellicola dal ritmo sostenuto. È quella di due famiglie legate dalla stessa figura paterna. La prima ne ha visto il lato peggiore, ossia alcolismo, violenza e abbandono; la seconda invece la parte migliore, quella premurosa, lucida e presente. Quando il più grande dei tre figli della prima famiglia provoca la seconda, la tensione tra i figli dell'una e quelli dell'altra degenererà inevitabilmente.
Ancora una volta, si scriveva, Nichols affronta quindi un soggetto che generalmente richiederebbe tutt'altro, “ostacolandolo” attraverso una gestione radicalmente opposta; pone l'accento sullo spessore introspettivo dei suoi personaggi e trasforma l'evoluzione della storia in un mezzo al servizio di quella interiore. Così facendo il regista statunitense riesce a delineare personalità e stati d'animo capaci di restare nella memoria dello spettatore, o comunque capaci di rendersi interessanti se non altro per la durata della pellicola. È quanto accade nel caso dei tre fratelli protagonisti, infatti, ed in particolar modo di Son. Quest'ultimo è interpretato dal fedele Shannon che mostra sì doti forse un po' troppo limitate ad una determinata tipologia di personaggio, ma eccezionali quando è chiamato ad interpretarla. 


L'esordio di Nichols non è probabilmente al livello di “Take Shelter”, ma è assai riconoscibile e a suo modo originale. Mostra una visione del cinema diversa, rimescolando codici e ribaltando aspetti consolidati. Con quella sua apparente naturalezza e quel suo rifiuto della spettacolarità è di gran lunga superiore a svariate altre pellicole in circolazione, e merita senza dubbio la visione.


lunedì 6 febbraio 2012

Eyes Wide Open


EYES WIDE OPEN (2009)





Regista: Hai Tabakman

Attori: Zohar Shtrauss, Ran Danker, Tinkerbell

Paese: Israele

 
Quella della critica al fondamentalismo religioso attraverso il cinema è una scelta non nuova nel panorama cinematografico israeliano. Appena due anni prima di “Eyes Wide Open” David Volach aveva scritto e diretto “My Father, My Lord”, pellicola inaspettatamente forte nel suo condannare simili chiusure religiose. Invero, anche questo esordio di Tabakman può collocarsi intorno allo stesso periodo, essendo stata, in seguito alle difficoltà nel trovare finanziamenti, la gestazione dello stesso più lunga del necessario. La causa di tali difficoltà è ovviamente da ricercare nel tema trattato. Il regista israeliano infatti non si limita a criticare gli haredim (“Coloro che tremano davanti alla parola di Dio” - fondamentalisti ebrei), che peraltro a Gerusalemme, città in cui è ambientata la pellicola, stanno affermandosi con una presenza e una forza sempre maggiore, ma lo fa attraverso una soluzione di sceneggiatura assai sensibile, perché fortemente contraria ai dogmi rigidi che dettano la vita all'interno delle comunità religiose ortodosse.

Aaron gestisce e lavora all'interno della macelleria lasciatagli dal padre, venuto a mancare di recente. È un uomo stimato all'interno della comunità, tanto da essere un riferimento all'interno della stessa e avere ruoli primari durante i momenti di studio e preghiera. Ha una famiglia e più in generale tutto ciò che appare giusto e onesto all'interno della comunità.
Ezri è invece un giovane studente in cerca, o almeno così pare, di una yeshiva (centro di studi sui testi dell'ebraismo ortodosso). Non ha un lavoro, né un posto in cui stare. L'unico appoggio lì a Gerusalemme viene meno, e quando entra nella macelleria di Aaron, quest'ultimo, dopo qualche incertezza, gli offre un lavoro.


Al contrario di come potrebbe sembrare inizialmente, ma anche per gran parte del film, quanto raccontato non si esaurisce nella storia omosessuale tra Aaron e Ezri, è anzi, la stessa, un pretesto come un altro per ritrarre il volto estremista al quale si rivolge Tabakman. Il regista delinea e affronta i due protagonisti in una maniera tale che non si potrebbe neanche definirli tali, essendo Aaron la personalità di gran lunga preponderante all'interno della pellicola. E neanche Aaron in quanto tale, ma Aaron come esempio perfetto della condotta e morale e sociale all'interno della comunità. Ezri, al contrario, non viene mai approfondito del tutto, quasi in realtà non viene approfondito per nulla. Non è tanto un ragazzo che si è trasferito a Gerusalemme alle prese, anch'egli, con regole inconciliabili con la sua natura, quanto colui che porta Aaron a mettere in discussione le regole alle quali ha lasciato dettare la sua vita fino a quel momento. Non è un caso che di lui non si sappia nulla, che la pellicola non cerchi neanche lontanamente di individuare la sua struttura emozionale, un passato che giustifichi il suo presente. Prega, studia, rispetta i rituali religiosi, ma non mostra remora alcuna quando vuole avvicinarsi sessualmente ad un uomo; non appare combattuto quanto Aaron, al contrario è lui a provocare in maniera anche sfacciata.
Non è quindi che un mezzo, Ezri, attraverso cui Tabakman cerca di sfiancare l'autocontrollo di Aaron, che rappresenta a sua volta la rigidità del fondamentalismo al quale appartiene. In quest'ottica il loro rapporto omosessuale è solo il campo in cui si scontrano la vita e la morte emozionali di un haredim – “Ero morto. Adesso sono vivo”; la prima figlia di istintiva umanità, la seconda di autoimposizioni preconfezionate. Ogni parentesi più prettamente sessuale è dominata da sospiri che più che reazioni alla vicinanza fisica appaiono come boccate d'ossigeno che seguono lunghi periodi di apnea.


Parallela a quanto accade, seppur sollo sfondo, la storia di altri due giovani che si amano nel peccato, perché dei due la ragazza era già stata promessa in sposa ad un haredim. La reazione della comunità è dura, fino a divenire violenta. Non è che un'altra minaccia alla purezza, o presunta tale, seppur dai connotati differenti. È un pretesto, come lo è la storia principale, per descrivere e denunciare dinamiche assai pericolose, tanto da delineare veri e propri fanatici capaci, in quanto tali, di reazioni esagerate e al limite del ridicolo (si veda la visita alla macelleria di coloro che sembrano essersi arrogati il diritto di far rispettare le regole). È proprio questo, tuttavia, ad essere al tempo stesso un limite. Tabakman si concentra sulla denuncia attraverso la finzione, ma quasi dimentica del tutto quest'ultima. “Eyes Wide Open” appare infatti per molti versi asettico, nonostante lo stile proposto dall'israeliano sia senza dubbio alcuno cinematografico. La regia, nel suo essere calibrata, non manca di mostrare eleganza e ricercatezza, così come la fotografia di valorizzare le ambientazioni. Si vedano, a tal proposito, le luci che illuminano la stradina in cui è situata la macelleria: la rendono suggestiva esaltandone gli spazi ristretti, che a loro volta richiamano la sensazione di chiusura della comunità. A non venir valorizzato in egual modo è però proprio l'aspetto più intimo dei due protagonisti, che divengono sì metafora, come si scriveva, di un dinamica particolare, ma che tali restano. Si avvertono solo in parte la loro visceralità, la loro sofferenza e i loro conflitti; si distinguono chiaramente sullo schermo, ma non riescono ad andare oltre. E se da una parte è lo sguardo registico a trasmettere l'asepsi emozionale di cui si sta parlando, non inquadrando con convinzione l'umanità di Aaron, dall'altra è forse una sceneggiatura leggermente debole quando viene chiamata a costruire gli snodi principali del racconto. 


Risulta quindi poco coinvolgente, l'esordio di Tabakman, in più di un passaggio. Quello che invece, però, risulta senza dubbio riuscito è l'altro volto della pellicola, perché forte e percettibilmente sentito nel rivolgersi ad una realtà, quella del fondamentalismo religioso, con uno sguardo non solo critico ma, stando al finale, anche in parte allarmato e allarmante.


venerdì 3 febbraio 2012

PVC-1


PVC-1 (2007)





Regista: Spiros Stathoulopoulos

Attori: Hugo Pereira, Daniel Páez, Alberto Sornoza

Paese: Colombia


Generalmente preferisco la forma impersonale nel recensire un film, come il rispetto di una certa struttura. Questa volta invece scriverò in maniera più diretta, un po' per necessità un po' per le sensazioni che mi ha lasciato la pellicola. Del resto quello di Stathoulopoulos è un film assolutamente fuori dal comune. Per me, poi, è ulteriormente spiazzante, essendo lo stesso ad una distanza siderale da quegli elementi che reputo essenziali perché un un prodotto cinematografico risulti ai miei occhi riuscito o perché, più semplicemente, incontri i miei gusti; elementi che possono in buona sostanza racchiudersi nella finzione filmica, per quel che mi riguarda fondamentale. Per quanto infatti una pellicola possa mostrare una regia scarna, un fotografia minimale, un montaggio del tutto lineare e più in generale un volto realistico, è necessario che resti aderente ad una finzione narrativa che la separi sempre e comunque dalla mia percezione della realtà.
Ciò che accade in “PCV-1” è l'esatto contrario, tanto che ha in teoria tutte le carte in regola per appartenere al tipo di cinema che resta per me un mero esercizio di stile, privo di coinvolgimento emotivo e quindi inevitabilmente noioso. Peccato che la teoria sia allegramente andate a puttane con questo esordio folgorante, girato da un ragazzetto che al tempo ancora non aveva 30 anni.


Un unico piano-sequenza, senza stacchi, né montaggio. Aveva inaugurato una simile genialità tecnica Hitchcock quasi 60 anni prima, seppur servendosi del falso piano sequenza per ovvi limiti imposti. In quel caso, tuttavia, il thriller aveva ogni aspetto cinematografico che si potesse chiedere, essendo il cinema del regista un inno alla finzione di cui si scriveva. In questo caso, al contrario, si è molto più vicini ad una video-testimonianza per sviluppo, tempi e regia, l'unica differenza è che appunto quella di Stathoulopoulos è un'opera di fantasia, per quanto basata su fatti realmente accaduti.
La distanza tra cinema e realtà diviene pertanto pressoché nulla e non ci sarebbe quindi da meravigliarsi laddove la pellicola non generasse una risposta emotiva. Ed è questo infatti quanto accaduto nel mio caso. Nel mio caso è però accaduto anche che la noia non mi abbia sfiorato nemmeno per un istante.
Pur essendo il racconto privo di pause, violento e carico di tensione (almeno nell'ottica dei suoi protagonisti) non crea empatia; sta addosso ai suoi protagonisti in maniera spesso claustrofobica ma non trasmette emozioni dall'altra parte. Tuttavia non stanca, mai. È quasi paradossale, o se non altro lo è per me e per il mio modo di affrontare una pellicola. Sembra un servizio giornalistico di qualcuno che è riuscito a rendersi invisibile agli occhi circostanti e a seguire i protagonisti senza mai perderli. Stranamente, però, è proprio questo a tenere in piedi la pellicola e a svolgere il ruolo generalmente ricoperto dall'empatia. Si sviluppa una curiosità morbosa sul prosieguo della storia, quella stessa curiosità che porta la gente ad accalcarsi su video rubati e messi in rete di un'esecuzione, di una rapina, di una rissa o di un omicidio; se sia malsana, criticabile, naturale non è importante, non in questa sede, ciò che interessa è che appunto, come si diceva, tiene incollati allo schermo nonostante la lontananza emotiva.
Ad affiancarsi ad essa e a contribuire fortemente all'interesse nel prosieguo, una regia impressionante. Non si esaurisce certo nella scelta in sé del singolo piano-sequenza. Quello di Stathoulopoulos è uno sguardo registico che non risulta mai, in nessun passaggio, confusionario, benché sarebbe stato in caso contrario giustificato molto più di quello di coloro i quali con milioni di dollari girano thriller affetti da convulsioni, cosa che il regista non fa neanche per sbaglio. E non solo. Opta nel mentre per soluzioni tecniche capaci in parte di rendere più reale e credibile il racconto e in parte di spezzare un linguaggio registico che senza quelle soluzioni avrebbe potuto facilmente stancare lo spettatore: allontana la telecamera scegliendo traiettorie diverse da quelle dei protagonisti, senza però mai perderli di vista; li separa per brevissime parentesi durante la fuga, sì da concentrarsi su uno dei personaggi e lasciare gli altri fuori dall'inquadratura, contrastando la perenne presenza dei tre; sfrutta efficacemente il fuoricampo, tanto che da obbligato diviene funzionale; gestisce, infine, periodi, che periodi non sono considerata la struttura, senza che si percepisca alcuna incongruenza nella continuità della narrazione. 


Non dovrebbe esserci bisogno, stando a quanto scritto, di soffermarsi su considerazioni ovvie relative al lavoro enorme che c'è dietro una costruzione simile: dalla gestione degli attori, alla bravura degli stessi; dalla messa in scena in un unico tempo di tutte le scelte pensate in precedenza, alla coordinazione generale. Quindi non lo farò. Ciò che invece farò è elogiare in maniera più o meno lapidaria la chiusura per la quale opta il cineasta greco, che cambia registro e mette in scena una vera e propria deflagrazione emotiva: la presa diretta lascia il posto ad un fischio in sottofondo, un suono riempie quasi del tutto la parte finale dell'unico pianosequenza, e un dettaglio mozza completamente il fiato.

Un paio di difetti ci sarebbero anche, ma assolutamente insignificanti dinanzi al risultato finale, perché l'esordio di Stathoulopoulos è allucinante. Lui ci ha fatto il piacere di regalarci una simile pellicola e voi, come minimo, la guardate. Grazie.


Ringrazio Eraserhead per la segnalazione. Qui la sua recensione, che fornisce peraltro un punto di vista in parte diverso dal mio.


giovedì 2 febbraio 2012

Merda in pillole #3


Terzo capitolo della guida su come non buttare il proprio tempo alle ortiche con prodotti così scadenti da meritare la quarantena. Devono quindi essere pubblicizzati, sì da poterli riconoscere a denunciare a chi di dovere.

I tre nemici pubblici di oggi:


- "ALPHAS":

Siamo al terzo appuntamento. Cosa abbiamo imparato fino ad ora? Ripetiamo insieme: che quando un qualche prodotto inizia a rastrellare consensi, la gente cosa fa? Scopiazza senza pudore. E perché non dovrebbe farlo pure “Alphas”? Sì infatti, perché? Per nessun motivo. Quindi lo fa.
Il filone è quello dei superpoteri, quindi l'uomo fortissimo c'è, quella che ti costringe a fare cose c'è, quella con i sensi sviluppati anche. E questo solo nel pilot. Ad introdurre i nostri nuovi eroi una struttura che allo stesso modo non ha intenzione alcuna di diversificarsi, perché il rischio di proporre qualcosa di fresco è sempre in agguato ed è bene tenere entrambi gli occhi aperti affinché non mieta vittime. Pertanto, “il caso”: l'omicidio strano, il crimine fumoso, qualcosa che non torna. Non c'è una spiegazione logica. Eh, perché di mezzo c'è gente con i superpoteri. Così vengono via via svelati i vari personaggi, la realtà reale che pochi eletti conoscono, insomma tutta la solfa.
Se questo è l'inizio, il prosieguo è anche peggio. Ci sono giusto un paio di elementi che mancano e quindi, sempre nel fantastico pilot di 60 min, vengono tirati fuori in men che non si dica. Stiamo parlando del luminare e della grande organizzazione segreta il cui nome fa impallidire i protagonisti, che si rendono conto della serietà della faccenda.
Si salvano alcuni scambi, qualche sfaccettatura caratteriale, per il resto è più anonima di un albero in un bosco. Non contenta si mette pure a bucherellare la sceneggiatura, e proprio nella parte finale, quella in cui viene raggiunto il climax della puntata. Brutta, veramente brutta.
Inizialmente sembrava fosse stata sospesa, poi fortunatamente le cose son tornate alla normalità e l'hanno rinnovata. 


- "THE GATES":

Al contrario di quello di “Alphas”, il soggetto di “The Gates” sfugge per certi versi alla banalità, proponendo una cittadella chiusa, che dovrebbe essere il paradiso felice di creature sovrannaturali, tipo vampiri, licantropi, fate e altri esserini simili. Non riesce a sfuggire altrettanto bene alla banalità lo sviluppo di quel soggetto, invece. A partire dalla scelta musicale di apertura, particolarmente indicata per un mistero rosa, più che per un luogo capace di offrire tensione, ritmo e perché no anche un po' di sana violenza. E infatti, di lì a poco, il prodotto della ABC mette in scena quella che sembra un misto sovrannaturale tra “Beautiful” e “The O.C.”. Ci sono MILF in quantità industriali che conoscono i segretucci delle altre e che minacciano di spiattellarli; c'è il nuovo ragazzo che si innamora della ragazza di un licantropo, nonché figo della scuola, nonché quarterback di punta della squadra del liceo, nonché poco capace di gestire la rabbia; ci sono i lupi mannari puristi e quelli educati che non si trasformano. A conti fatti, anche qui cliché a volontà.
La costruzione delle sequenze, e più in generale la struttura narrativa, avendo preso atto dei lineamenti dello sviluppo come dei personaggi, decide chiaramente di adattarsi ad esso, proponendo uno stile in parte da soap-opera – la fotografia alla “apri tutto” di Duccio non si può guardare – e in parte da serie teen adolescenziale, con tanto di musichette stile Justin Bieber.
Se l'idea iniziale era dissacrare la classica vita americana rosa e fiori, il risultato finale è che non dissacra nulla, tanto che sembra più cavalcare lo stereotipo che criticarlo. No, decisamente no.
Una stagione e via. Sospesa.

(però c'è Rhona Mitra che fa la vampira, e questo potrebbe spingere a vedere l'intera stagione, come è successo a me)


- "MERLIN":

Ma se credevate che fosse “The Gates” quella dal taglio un po' teen, è perché non avevate considerato “Merlin”. Come si scriveva nell'offendere “Camelot”, il soggetto in sé è già una serie, bisogna solo adattarlo. E la serie inglese lo fa, ben pensando però di renderla una storia per bambini. Sembra voler puntare sul posticcio a tutti i costi, tipo, per l'appunto, favoletta da ascoltare prima di andare a letto. Non è un caso che in un'intervista uno dei protagonisti abbia scelto come esempio della popolarità dello show, la richiesta di un autografo da parte di una bambina. E grazie al cazzo, se ci fosse stato uno di un'età superiore ai 15 anni ti avrebbe menato come non sei mai stato menato in vita tua.
La recitazione, specie quella degli attori principali, è scarsa. Non che sia scandalosa, intendiamoci, ma è quella recitazione un tanto al chilo, anonima e scolastica ormai impossibile da sopportare. Inoltre queste faccette pulite, manco fosse una rivisitazione in stile upper class inglese, sono quanto meno irritanti. Per il resto, ci si preoccupa in maniera costante di non creare alcuna empatia, di non conferire spessore alcuno in fatto di introspezione e dialoghi e in generale di restare fedeli al livello medio basso proposto, che infatti tale è rimasto fin dove l'ho lasciato. E non ho alcuna intenzione di verificare se per caso le cose siano cambiate; perché Merlin continua ad andare avanti, sia chiaro.


mercoledì 1 febbraio 2012

This is my BOOMstick Award




A quanto pare tra le altre amenità che un blog può riservarti, c'è anche quella di poter mettersi a distribuire premi così, "a cazzo di cane". Senza titoli, senza autorità alcuna. E questa cosa è bellissima, perché, diciamocelo, tutti vogliono premiare nella vita e sapere che c'è gente che aspetta di essere scelta da te. Cioè da te, che sei un pischello venuto fuori da non so dove. Il blog è chiaramente un luogo in cui la percezione della realtà viene un tantino distorta, ma giusto un tantino. Del resto sono Dio, e come tale mi accingo a dirvi chi ha vinto, semplicemente perché ho deciso così.

Prima però riporto le regole inventate da Hell, che è poi anche colui che ha creato questo strumento infernale che mi farà fare la fine di Icaro, con la differenza che io mi brucerò per aver gattonato troppo vicino al caminetto:


Regola n. 1: i premiati sono 7. Non uno di più, non uno di meno. Non sono previste menzioni d’onore.

Regola n. 2: i post con cui viene presentato il premio non devono contenere giustificazioni di sorta da parte del premiante riservate agli esclusi a mo’ di consolazione.

Regola n. 3: i premi vanno motivati. Non occorre una tesi di laurea. È sufficiente addurre un pretesto.

n. b.: la violazione di una delle regole sopra esposte comporterà l’assegnazione d’ufficio del contro-premio che sarà presentato più avanti in questo articolo.

In ogni caso si consiglia di dare un'occhiata all'articolo originale per evitare di fare sciocchezze: clicca qui.


Ed ora, ecco i vincitori, in ordine rigorosamente casuale:



- perché scrive così bene che quando pubblica cose chilometriche se non ti va puoi anche non leggere e commentare comunque con qualcosa tipo “Ottimo pezzo, Lucia

- perché scrive “lammerda” tutto attaccato.

- perché oltre a scrivere con passione ha ottimi gusti

- perché c'ha l'eccezione che conferma la seconda parte della regola appena scritta: le son piaciute le prime due stagioni di “Fringe”, che per l'appunto è unammerda.

- perché io e lei cacciamo demoni e meniamo il Diavolo quando ci fa incazzare.

- perché una volta ha scritto “E quando alla fine vediamo Dutch che mostra i muscoli all’ elicottero che sta arrivando a prelevarlo, sappiamo che non poteva finire altrimenti e che l’ alieno ha scelto la preda sbagliata”.


Piano piano, sequenza (di Moderatamente Ottimista)

- perché, pur conoscendolo solo attraverso i commenti, ho deciso che è una gran brava persona.

- perché devo tenermelo stretto, dato che senza i suoi commenti il mio blog può anche chiudere.

- perché ha visto “Songs From the Second Floor” e ne ha parlato sul suo blog.

- perché c'ha il dono della sintesi che un giorno farò mio.

- perché non ha ancora capito che essere ottimista, pur moderatamente, lo porterà alla rovina.

- perché ha ammesso che la fine di "Lost" fa schifo, seppur in parte costretto dal sottoscritto.


Oltre il Fondo (di Eraserhead)

- perché commenta film che vede solo lui, e che in realtà non esistono.

- perché non puoi far altro, per quanto scritto sopra, che commentare nel suo blog con “interessante, non lo conoscevo

- perché scrive sul mio blog solo quando posto qualcosa che riguarda Béla Tarr. E lo fa prima ancora che io pubblichi.

- perché l'unica volta che finalmente ha commentato quando non si parlava di Béla Tarr il suo commento è stato “che locandina bellissima”, gettandomi nello sconforto.

- perché in realtà potrebbe anche dedicare ogni tanto il suo blog ad un film cazzeggione.

- perché il nome del suo blog mi aiuta a deprimermi quando sono troppo felice. E a bere quando non lo sono.


Book and Negative (di Elgraeco)

- perché non ho ancora capito se Elgraeco ed Hell siano la stessa persona.

- perché Elgraeco o Hell o entrambi, insomma qualcuno ha scritto un gran pezzo su “Cat People

- perché ha intitolato un altro pezzo “Mi chiamo Hell. E faccio il blogger” dimenticando l'ultima parte: “E se alzi lo sguardo ti spacco il culo”

- perché ha avuto la pazienza di dedicare un pezzo ad ogni puntata della tristissima seconda stagione di "The Walkind Dead".

- perché quando scrive insieme a Lucia (Rhona per gli amici) leggere diviene cosa buona e giusta.

- perché il suo premiare il mio blog sul suo mi ha portato un nuovo lettore fisso. Che è poi l'unico vero motivo per cui B&N è in questa classifica.



- perché sono ormai quasi del tutto convinto che si faccia pippotti di adrenalina in polvere ogni quarto d'ora.

- perché ha uno spacciatore di serie televisive che gli permette di prendere in considerazione la possibilità di vedere le robe di cui scrivo.

- perché invece di parlare come le persone normali di un film al giorno, pubblica 527 cose alla volta. Fortuna che sono interessanti.

- perché ogni tanto sfarfalla, come quando se la prese con “Sin City” come se gli avesse trucidato la famiglia. Ma sticazzi, lui può farlo.

- perché ha deciso di vedere “Six Feet Under”.

- perché ogni tanto commenta da Anonimo e si firma “Davide, lo spettatore Indisciplinato - http://lospettatoreindisciplinato.blogspot.com/”



- perché ad uno che beve la Splugen non gli puoi non voler bene.

- perché ha pubblicato la recensione di “This is England” e ha seguito un consiglio che purtroppo la gente per manifesta idiozia non segue: vedere la miniserie “This is England '86”.

- perché è tenero quando afferma che mangiare il panino col polpo non è un'eresia.

- perché su FB ogni tanto posta qualcosa su “Death Note”, dimostrando di avere un certo gusto.

- perché se mai deciderò di interessarmi agli anime giapponesi, saprò che potrò rivolgermi a lui e al suo blog in tutta tranquillità.

- perché non si lascia chiamare Franco.


Pensieri Cannibali (di Marco aka Cannibal Kid)

- perché come me pubblica articoli tanto sul cinema quanto sulle serie televisive.

- perché da quando ho scritto che “24” è unammerda – e confermo - ha bannato questo blog.

- perché nel bene o nel male, gusti simili o del tutto opposti, si guarda l'impossibile e ne scrive.

- perché per il motivo precedente capita a entrambi di vederci monnezza come “Enlightened”, e solo chi fa questo sporco lavoro può capire quanto realmente sporco sia.

- perché l'anno prossimo potrebbe non essere tra i papabili per questo premio. Laddove infatti dovesse scrivere che la nuova serie con Jack Bauer, “Touch”, è valida, le nostre strade si divideranno per sempre.

- perché gestisce il suo blog con una costanza assai invidiabile.



Ed ecco, infine, il contro-premio, che verrà assegnato a chiunque non rispetti le regole scritte sopra. E nel caso il suo premio verrà ritirato. E probabilmente verrà anche giustiziato.


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...