martedì 14 febbraio 2012

"You Really Should See These" - Day 2: Fantascienza



La seconda classifica è distante in termini temporali di appena qualche anno dalla prima. La fantascienza ha infatti segnato gli anni '50 al punto di imporsi in maniera indelebile nella memoria cinematografica. Ha spinto produttori, sceneggiatori e registi e creare una quantità enorme di pellicole. È la decade d'oro del genere, del resto, tanto che ben più di un titolo è ormai storia del cinema. Al tempo avranno certo meravigliato e in termini visivi e in termini emozionali, ma visti oggi riescono comunque ad ammaliare lo spettatore con atmosfere meravigliose, con una qualità indiscutibile, ma anche con quel magnetico posticcio capace di renderle così uniche.



7) "La Cosa da un Altro Mondo" (The Thing From Another World – 1951)

Diretto ufficialmente da Christian Nyby ma dalla regia del tutto simile a quella di Howard Hawks, per molti il vero regista della pellicola. La mano di quest'ultimo, infatti, è evidente anche nella gestione narrativa, che è serrata come poche. I dialoghi sono veloci al punto di sovrapporsi spesso, tanto che in Italia inizialmente non volevano neanche doppiarlo; sono proprio quei dialoghi che dettano i tempi fin dalle prime battute e che permettono allo spettatore di non allontanarsi mai dal racconto. Imprescindibili in questo senso anche gli ambienti stretti e claustrofobici della stazione in cui ci si ritrova a fronteggiare il mostro  - ottime, a tal proposito, le soluzioni registiche durante gli scontri con la creatura - e quelli innevati e ghiacciati del polo nord.
Anche se ritenuto uno dei migliori in assoluto, in questa classifica occupa l'ultima posizione perché al di là dei pregi evidenti, mostra a mio avviso una certa debolezza a livello empatico, forse proprio per quel ritmo serrato che non si sofferma troppo su atmosfere e personaggi.


6) "L'Esperimento del Dottor K" (The Fly – 1958)

Tra le pellicole che hanno rifiutato la struttura classica della fantascienza del periodo, quella di Neumann è forse la più importante. Non solo si distacca dallo stereotipo ma non si preoccupa nemmeno del ritmo. È in realtà, infatti, un film drammatico che dell'horror fantascientifico ha solo la maschera. Non vi sono minacce alla terra, ma neanche ad un paesino, né sono presenti isterie di massa o lotte per la sopravvivenza. Ad assumere un ruolo di primo piano è al contrario l'introspezione, che non a caso è totale; ogni passo che la sceneggiatura compie verso l'inesorabile assume quindi uno spessore affatto indifferente, rendendosi sentito e credibile in termini emozionali. Nonostante la pellicola si svolga unicamente tra il laboratorio del protagonista e le altre stanze della casa, molte sequenze sono notevolmente forti, come la ricerca della mosca bianca o, soprattutto, un finale che nel suo essere la vetta emotiva dell'intera pellicola riesce a disturbare anche ad anni di distanza. Da vedere assolutamente.


5) “Il Pianeta Proibito (The Forbidden Planet - 1956)

Impossibile non inserire tra i migliori il film di Wilcox. Uno dei pochi realizzati in technicolor e l'unico in grado di incantare visivamente anche mezzo secolo più tardi. E a scriverlo è una persona che queste pellicole le preferisce di gran lunga in B/N. Il pianeta del titolo ad oggi appare ancora futuristico e nonostante gli anni gli effetti speciali e le soluzioni estetiche non appaiono troppo posticci, pur essendo percepiti chiaramente come tali. La sceneggiatura dal canto suo risulta avvincente e affatto semplicistica, pur con qualche parentesi evitabile ma probabilmente obbligata come quelle sentimentali. Poca roba, comunque, perché la pellicola funziona, e funziona davvero bene.




4) “L'uomo dal Pianeta X (The Man From Planet X - 1951)

Ma come? Di nuovo un b-movie tra i grandi? Sì, e sempre di Ulmer. Il regista di origini austriache, infatti, impone appena 6 anni dopo “Detour”la sua presenza anche nel genere più rappresentativo (insieme al poliziesco) della decade successiva. Questi suoi 70 minuti scarsi sono un innegabile gioiellino, capace di esaltare come poche volte le idee e la tecnica al contrasto con la quasi totale assenza di mezzi. È stato girato in appena 6 giorni, sfruttando quanto era rimasto di scenografie di pellicole precedenti (“Joan of Arc” del 1948), e ciononostante riesce a porsi a metà strada tra il fascino del b-movie e quello tipico della fantascienza del periodo, trasformando i limiti in punti di forza e restituendo una pellicola assai notevole, suggestiva e riconoscibile.



3) “Radiazioni BX: Distruzione Uomo" (The Incredible Shrinking Man - 1957)

Sarebbe degno di nota anche solo per la traduzione italiana del titolo, tra le più scandalose di sempre. Fortunatamente però ha ben altro da offrire, e non è difficile da credere dato che dietro la macchina da presa c'è uno dei nomi più importanti all'interno del genere. Arnold firma una pellicola in assoluta controtendenza che infatti non punta su alieni, mostri, astronavi e apocalissi, ma sull'uomo, con le sue paure e la sua quotidianità. Lo scenario non è che una casa come un'altra e che per il protagonista, sempre più piccolo, si trasforma in una prigione, i cui pericoli sono cose normalmente neanche degne di considerazione. Avvince ma si preoccupa nel contempo di dare spessore al racconto, con sequenze per il periodo eccellenti. Coerente e stupendo il finale.



2) “Ultimatum alla Terra (The Day the Earth Stood Still – 1951)

Il B/N forse più magnetico tra le pellicole di fantascienza di quegli anni. Rifiuta il volto negativo e ostile dell'alieno, tipico del periodo, e lo ritrae come un pacifista che minaccia un attacco laddove l'umanità porti al di fuori dei confini terrestri la sua guerra. La pellicola di Wise - che aveva tra le altre cose già diretto “The Curse of Cut People” e soprattutto “The Bodysnatcher”, entrambi prodotti da Val Lewton, colui che rese grande la serie B firmata RKO – capovolge quindi completamente la struttura classica e pone l'accento sull'uomo come minaccia. Al di là di quest'aspetto, tuttavia, “Ultimatum alla Terra” è per quel quel mi riguarda pura suggestione. È pregno di quelle atmosfere di cui si scriveva inizialmente nell'inquadrare il genere, ed è quindi fra i più rappresentativi e coinvolgenti. Non è un caso che una delle frasi pronunciate all'interno dello stesso, che è poi anche il climax del racconto, sia si stata citata un po' ovunque.


1) “L'invasione degli Ultracorpi (Invasion of the Body Snatchers - 1956)

La pellicola sugli extraterrestri senza extraterrestri. È la più riuscita e al tempo stesso la più potente nel capitolo cinematografico di cui si scrive. Alla regia c'è un intoccabile, Don Siegel. La sua presenza è fondamentale non solo per ragioni prettamente tecniche ma anche per le sue preferenze in termini di intreccio e narrazione. Tra le sue precedenti pellicole, “Il Tesoro di Vera Cruz” e “Rivolta al Blocco 11”; entrambe mostrano e puntano su un certo ritmo, e non disdegnano affatto l'azione. Caratteristiche queste ancor più accentuate nei lavori successivi. “L'invasione degli Ultracorpi” non poteva non aderire alle stesse e non è un caso che sfrutti alcuni aspetti strutturali propri di un genere suggestivo, empatico e avvincente come il noir. Il flashback in apertura, infatti, getta le basi per una ricostruzione che si rivelerà incalzante e che a sua volta sfrutterà una fotografia quanto mai fondamentale nel rendere quasi irreali le atmosfere. Racchiude spesso però le stesse all'interno di ambienti stretti e claustrofobici, suggerendo, più in generale, un'aurea negativa e pessimistica tipica anch'essa del noir.
Di alieni, come si accennava inizialmente, non ce ne sono, se non negli sguardi spenti dei corpi rubati, tuttavia la tensione e l'angoscia sono palpabili, così come il fascino innegabile e ormai storico della pellicola.


lunedì 13 febbraio 2012

"You Really Should See These" - Day 1: Noir



Le classifiche sono per certi versi uno strumento troppo semplicistico, è vero. Costringono a scegliere, quindi a scartare prodotti degni di nota, originali e distinguibili solo perché nel complesso non sono magari superiori ad altri che nella maggior parte dei casi sono anche quelli più conosciuti. È vero anche che, tuttavia, quando ho bisogno di una prima infarinatura su un genere specifico e a me sconosciuto, mi rivolgo spesso a classifiche di appassionati per cercare di individuare potenziali colonne portanti che mi permettano se non altro di muovere i primissimi passi all'interno dello stesso. Ed è difficile che una delle pellicole presenti in tali classifiche non sia effettivamente efficace e riuscita. La loro utilità e la loro immediatezza, tutto considerato, sono quindi innegabili. Si amplificano, anzi, se all'interno di una rete di appassionati com'è quella dei blogger, che essendo peraltro varia anche all'interno di un unico ambito, cinematografico in questo caso, può fornire linee guida assi funzionali se si vuol aprire finestre su generi o correnti di cui non si sa quasi nulla. Del resto il cinema ne conta un'infinità.

Sulla scia delle varie iniziative che qualche blogger tira fuori ogni tanto (ultima, ma solo in termini temporali, il “This is my Boomstick Award” di Hell) ho deciso di proporne una a mia volta: il “You Really Should See These”. Le regole:

1) Essendo difficile scegliere un unico genere o filone cinematografico, non lo 
    si farà. Se ne possono scegliere 3, ed ogni giorno sarà dedicato ad un genere
    diverso.

2) Ogni classifica dovrà contare solo ed esclusivamente 7 pellicole.

3) Il genere dovrà essere introdotto, brevemente o meno, e le scelte dovranno
    essere giustificate, sì da rendere ulteriormente utili le singole classifiche.

Chiunque dovesse decidere di farlo, oltre a rispettare le regole appena scritte, dovrà semplicemente riportare l'identificativa e fantastica immagine ad inizio post.

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Ciò detto, passo quindi ai miei primi cinque. Il genere scelto è quello che personalmente mi ha spalancato le porte di un cinema, assai lontano, di cui non conoscevo e non immaginavo la potenza. Un cinema dal fascino unico ed irripetibile nel suo essere eterno, capace di immortalare il fascino di decadi lontane e permettere di rivivere atmosfere che 60 anni più tardi è per ovvie ragioni impossibile ricreare. Il noir anni '40 - che è poi l'unico vero noir, nonostante il termine ad oggi venga usato in maniera, salvo casi rari, del tutto fuori luogo - diede un volto all'hard boiled letterario e creò pellicole e personaggi che sono ormai storia del cinema, con la loro disillusione, la loro visceralità, oltreché con la loro inconfondibile struttura. Di seguito i 7 noir per me più riusciti di sempre:


7) “I Gangsters (The Killers - 1947)

Quelli in classifica sono tutti capolavori, è ovvio, al di là della posizione che occupano, questa però resta in ogni caso l'ultima. Se ad occuparla è “The Killers”, tuttavia, non è perché sia un film meno potente degli altri, ma perché non può definirsi un noir a tutti gli effetti, essendo per metà vicino anche al poliziesco tipico della decade successiva. Se l'inizio è forse la cosa più noir che si sia mai vista al cinema, per fotografia, dialoghi e sceneggiatura, il prosieguo assume tratti meno accentuati, pur restando assolutamente classificabile, la pellicola, come appartenente al genere in questione. Del resto basterebbe anche solo quella meraviglia di Ava Gardner a renderlo tale. E Siodmak alla regia è uno che potrebbe far scuola ancor ora.

Basato su un racconto di Hemingway, verrà ripreso da Don Siegel, che gli darà un volto in parte diverso ma ugualmente notevole.


6) “Vertigine (Laura - 1944)

Noir atipico quello di Otto Preminger, che proprio per questo si impone come uno dei migliori mai girati. Rispetta per certi versi i codici che delineano il genere e li rifiuta per altri. Manca una delle figure principali, quella della Dark Lady, che diviene in questo caso il motore immobile dell'intera sceneggiatura; al tempo stesso però mostra elementi caratteristici, quali dialoghi serrati, struttura investigativa e caratteri torbidi ma affascinanti. Su tutti un impareggiabile Lydecker, interpretato enormemente da Clifton Webb.
È sufficiente riportare un solo scambio per giustificarne la presenza all'interno di questa classifica:

- “Lei ha mai amato?
- “Una volta... una maschietta; mi scroccò una pelliccia”.


5) “Touch of Evil (1958)

È il caso di mettersi a parlare di un genio fuori di testa come Orson Welles? Del resto ha girato questo noir anni '40, anch'esso atipico per certi versi, nella decade successiva. Il suo “Touch of Evil” mischia parentesi oniriche, atmosfere fra le più suggestive che si ricordi, una regia abituata ad osservare dall'alto perché sopra di essa non c'è nulla da guardare, interpretazioni semplicemente perfette e una fotografia a tratti irreale. Quest'ultima in particolare dovrebbe in teoria cozzare con il realismo diretto e spiccato di una sceneggiatura tipicamente noir, e invece no, non accade neanche per sbaglio. Al contrario permea la stessa non privandola della sua identità ma valorizzandola con tratti diversi dal solito.

Un pianosequenza che è praticamente un libro di testo, una Dietrich bellissima e un Welles in stato di grazia anche come attore.

Impietoso e potente il titolo originale.


4) “Il Terzo uomo (The Third Man - 1949)

Il termine che ho sempre associato alla pellicola di Carol Reed è “magnetico”. Il fascino qui non si limita a toccare vette conosciute, ma crea quelle che poi qualcun altro si sforzerà anche solo di sfiorare. Che punti principalmente su di esse lo si capisce anche e soprattutto dalla scelta di usare un unico, ipnotico motivo capace di rendere la ridondanza un (il) valore aggiunto. Ma di aspetti sublimi in “The Third Man” ce ne sono parecchi, a partire dalla fotografia che esalta il più possibile il contrasto (si gettò dell'acqua sulle strade perché riflettessero la luce). La sceneggiatura, ripresa dal libro di Greene, è avvincente come poche, lo spessore introspettivo assai efficace, più di una scena è ormai storia del cinema e il finale ritrae l'anima più nera del noir.



3) “Autostrada per l'Inferno (Detour - 1945)

Ma come? Un b-movie tra i grandi? Sì, un b-movie tra i grandi. Quelli di Ulmer sono 67 minuti allucinanti, nel senso più letterale del termine. Un noir così atipico che quasi rischia di non rientrare nel genere; così atipico che non ne vedrete un altro simile. “Detour” non è che il racconto di un incubo che sfiora prima e supera poi il surreale, attraverso un ritmo incalzante e in crescendo. A scandirne i tempi una voce narrante, quella del protagonista, meravigliosamente noir. Cinico, irriverente e nero.







2) “La Fiamma del Peccato (Double Indemnity -1944)

Bene, con questa pellicola si va leggermente oltre. Wilder tira fuori dal cilindro, e dal libro di Cain, un noir pazzesco, così vivo che a guardarlo si ha l'idea di essere stati morti fino a quel momento. Estremamente classico, sfrutta flashback, voce narrante, dialoghi potenti e accattivanti, struttura investigativa, ritmo serrato e Dark Lady. Quella della Stanwyck, epica, non è però una DL qualsiasi, è La DL per antonomasia, la stessa che con assoluta riverenza ha ripreso 50 anni dopo David Lynch in quell'altro capolavoro che è “Strade Perdute”. È una figura dalla quale chiunque si sarebbe fatto raggirare, ai piedi della quale si sarebbe ritrovato anche il più granitico degli uomini. Phyllis Dietrichson è il desiderio malsano fatto donna, con quella sua cattiveria nascosta da un fascino fuori dal comune. Quasi non è reale, è un istinto, e proprio in quanto tale è devastante.
I comprimari sono MacMurray e Robinson, che si mostrano per quello che sono, ossia due attori capaci di rendere i loro ruoli indimenticabili come l'intera pellicola. Al primo è affidata una frase capace di racchiudere il film in un'unica battuta, forse per me quella cinematograficamente più potente di sempre:

... non sento più i miei passi”.


1) “Il Grande Sonno (The Big Sleep - 1946)

Raymond Chandler è l'hard boiled (insieme a Dashiell Hammett, padre del genere). Philip Marlowe, il suo investigatore, è l'hard boiled. Humphrey Bogart è l'hard boiled (noir al cinema). Howard Hawks è colui che li ha resi parte di un'unica opera. “Il Grande Sonno” è semplicemente, come si evince dalla posizione, il noir più bello di sempre, riduzione del libro forse più significativo del genere. È tutto anima. Non che in termini tecnici non sia strepitoso, chiaramente, del resto non è che una pellicola il risultato di scelte tecniche, ma durante la visione l'unica cosa che si riesce a fare è lasciarsi ammaliare da atmosfere grige, disilluse ma terribilmente pulsati. Ancor più che dei personaggi, della storia, sono loro le vere protagoniste della pellicola. Ed essendo visceralità e atmosfere i codici principali del genere, si può ben capire perché “Il Grande Sonno” sia così riuscito. Non è un caso, infatti, che spesso non sia un problema per il lettore/spettatore l'intreccio poco credibile, perché troppo intricato, fintanto che si riesce a godere il più possibile di una dimensione dalla quale non si vuole uscire. E quella dimensione Hawks la inquadra perfettamente. Concede però, allo stesso tempo, pari attenzione anche agli altri elementi distintivi del genere, ossia personalità (investigatore e presenza femminile) e dialoghi, facendo entrare il Marlowe di Bogart e la Vivian della Bacall nella leggenda.
È così tanto noir, il capolavoro di Hawks, che è tale in ogni sua sequenza, in ogni suo fotogramma. Non ci si dimentica neanche di una parentesi solo appena aderente alla trama principale come quella della biblioteca, meravigliosa, in cui Marlowe/Bogart mette in scena tutto il suo fascino, fatto di linee incalzanti, veloci, gesti riconoscibili e ormai solo suoi.

Unico.


venerdì 10 febbraio 2012

"The River": qualcuno schiaffeggi la ABC


THE RIVER (2012)




Ideatore: Oren Peli

Attori: Bruce Greenwood, Joe Anderson, Leslie Hope, 
           Paul Blackthorne

Paese: USA


È bene chiarire, prima di procedere, che ho un serio problema con l'horror basato su soggetti sovrannaturali. Non che non mi piaccia, che non mi coinvolga, è che mi terrorizza. “Paranormal Activity” non l'ho quindi chiaramente visto, nonostante sappia per ovvie ragioni di marketing come sia stato girato, ed Oren Peli (al quale solo per il nome non gli si dovrebbe dare una lira) era per me, prima di “The River”, uno sconosciuto. Uno sconosciuto che ora purtroppo non è più tale. 
È lui il creatore della serie e non è un caso che a distinguere la stessa sia la scelta registica di sfruttare la telecamera a mano, oltre a quelle fittizie installate un po' ovunque, in pieno stile mockumentary. E non è un caso neanche che il soggetto punti quasi del tutto sull'aspetto horror, tanto che l'introduzione all'intreccio è terribilmente sbrigativa. Fin da subito, infatti, si ci dimentica di aspetti in realtà fondamentali quali la costruzione di un tessuto narrativo credibile, con tempi quindi capaci di crearlo in maniera graduale ed empatica, o di personaggi definiti e degni di interesse, e ci si ritrova, al contrario, in men che non dica dalle parti dell'unico tratto riconoscibile, quello horror appunto, attraverso il quale la serie intende convincere, o più probabilmente l'unico che è in grado di portare avanti. Quello della serie televisiva, però, non è affatto un linguaggio semplice. Se un “Paranormal Activity” può anche funzionare con la sua oretta e mezza scarsa, un prodotto seriale assolutamente no. Proprio per la sua lunghezza necessita di una struttura portante solida, introspettiva e interessante sulla quale poggiare poi tutti gli altri elementi. Peli (maledizione, qualcuno si rivolga all'anagrafe al posto suo) invece non vede chiaramente l'ora di far saltare gente dalla poltrona, intimorito magari dal fatto che non saprebbe altrimenti cosa cazzo fare, e piazza subito le sue telecamerine a supporto di quella a spalla, preoccupandosi di far spaventare col c.d. “Horror Bu!”, ossia quello che invece di inquietare tira più semplicemente fuori qualcosa da qualche parte all'improvviso e spera nell'infarto.


Inutile dire che un prodotto del genere necessita prima di qualsiasi altra cosa di un'ambientazione in questo senso assai funzionale, che è invero uno dei pochissimi aspetti positivi del nuovo prodotto della ABC. E quale scenario migliore della foresta amazzonica, che già rese celebre più di 50 anni fa “Il Mostro della Laguna Nera” - in realtà l'omaggio è fin troppo evidente, tanto da sfiorare il plagio, dato che la nave dei nostri sembra posizionata esattamente dove era ancorata quella del classico anni '50 - con le numerose leggende che la avvolgono e che Peli (ho cambiato idea, nessuno gli cambi il nome, anzi ora lo voglio anch'io) sfrutta appieno.
La risposta emotiva è infatti inevitabile, soprattutto perché facile da ottenere. È ovvio che con riprese e luoghi simili schiantare sullo schermo un essere quanto meno minaccioso provoca reazioni nello spettatore, come anche far seguire in un bosco i personaggi dal fantasma di una bambina morta varie decadi prima. Al pari di ogni tecnica, tuttavia, quella scelta dall'ideatore della serie ha bisogno di essere valorizzata, di far parte di un impianto funzionante nel suo complesso, considerato il fatto che altrimenti oltre ai balzi per le apparizioni di turno non resta poi molto. Peccato che di quell'impianto nel doppio pilot di “The River” non ci sia neanche l'ombra. Se inizialmente infatti, riempendo la puntata, quei balzi mantengono ben sveglio chi guarda, di lì a poco, ossia già durante il secondo episodio, cominciano a stancare.


I personaggi, dal canto loro, sono stereotipati all'inverosimile. C'è il cinico, quello del posto che crede e conosce (alle)le varie leggende, l'immancabile infiltrato che sa perfettamente cosa sta succedendo e che rema contro, e ovviamente i famigliari alle prese con la ricerca di Emmet, il grande scomparso. Le dinamiche fra gli stessi invece, nel tentativo di non essere da meno, riescono ad apparire anche più scontate, quasi si stesse facendo il minimo indispensabile perché purtroppo non si può farne a meno; si pensi che è già volato il primo pugno tra il famigliare disperato che rifiuta la spettacolarizzazione della sofferenza e il cameraman che si preoccupa unicamente di riprendere sempre e comunque, specie nei momenti più drammatici.
In realtà è l'intera sceneggiatura ad essere notevolmente scarsa, tanto che in appena due episodi l'intreccio ha già regalato ben più di un momento discutibile: SPOILER il cameraman di cui sopra che dopo aver scoperto che c'è della magia lì intorno, dopo che il tutto si è fatto estremamente pericoloso e ben oltre la loro portata, dopo che il suo collega è stato trucidato, decide di mettersi a fare il deficiente provocando l'ennesima minaccia alla loro vita, sperando di catturare un qualche evento sovrannaturale; o il mostro che mentre cerca di uccidere tutti decide così, non si è ben capito perché e secondo quale logica, di aiutarli rispondendo alle richieste della moglie di Emmet /SPOILER. Tutti passaggi che sarebbe caritatevole definire improponibili. 


La regia non aiuta di certo. Non essendo, come si scriveva, utilizzata con criterio se non durante le parentesi volte a scatenare la paura dello spettatore, non ci mette molto a risultare fastidiosa, rischiando specie inizialmente di provocare violente convulsioni. Intendiamoci, qualche momento degno di nota la regia riesce a proporlo e il ritmo è incalzante, peccato però che la ridondanza lo sia anche di più.
Se il prodotto di Oren Peli (scherzavo; il nome sarebbe impietoso anche per una qualche astrusa specie animale amazzonica) continuerà su questa strada, come probabilmente farà, senza concentrarsi anche sul resto, risulterà al termine tendente al pessimo. E se non si è in grado di dare spessore, che almeno si cerchi di evitare parentesi esagerate e poco credibili come quelle descritte qualche riga più sopra, sì da delineare se non altro un prodotto capace di regalare piccole dosi a se stanti di tensione.


giovedì 9 febbraio 2012

Millennium


MILLENNIUM - UOMINI CHE ODIANO LE DONNE (2011)




Regista: David Fincher

Attori: Daniel Craig, Rooney Mara, Christopher Plummer

Paese: USA

 
Ad un regista come David Fincher non gli si può negare la capacità di dar ritmo alle sue pellicole. È una delle principali ragioni per le quali i suoi film difficilmente risultano poco digeribili, anche nel caso in cui nel complesso non convincano del tutto. Del resto è riuscito a rendere avvincente la storia di un nerd alle prese con beghe legali, la qual cosa è già sufficiente a renderlo difficile da criticare. Si è mostrato capace anche di cambi efficaci di registro, come quando ha affrontato quello che sulla carta è un thriller, “Zodiac”, rendendolo un film introspettivo dai ritmi decisamente più lenti rispetto a quelli ai quali ci aveva abituati.
La storia di un giornalista (Daniel Craig) alle prese, dopo aver diffamato un uomo d'affari, con quella che è probabilmente la fine della sua carriera, che viene ingaggiato per le sue doti investigative da un uomo tormentato da un omicidio irrisolto di 40 anni prima, dovrebbe quindi per Fincher esser facile da rendere quanto per chiunque fare due passi all'aperto. Se a ciò si aggiunge che l'altra protagonista della pellicola è una ragazza schiva, atipica, esteticamente esuberante e che di lavoro fa l'hacker, allora “Millennium” dovrebbe risultare riuscito ancor prima di cominciare. E invece, contro ogni aspettativa, no.


Che ci sia qualcosa che non va lo si avverte già durante i titoli di testa. Non si capisce se la produzione abbia deciso di accattivarsi lo spettatore con trovate modaiole, se Fincher abbia avuto voce in capitolo e sia stato assalito dalle sue origini professionali o se la presenza di Craig abbia confuso tutti facendo credere loro di star girando uno dei seguiti di James Bond, fatto sta che il videoclip che apre il film è davvero senza senso alcuno. Nei vari James Bond è un marchio di fabbrica, sì, ma è anche un prodotto diverso, che si presta infinitamente di più ad una trovata simile; aprire però così una pellicola ben più seriosa e realistica come “Millunnium” è tendenzialmente improponibile. Comunque sono pur sempre solo i titoli di testa, quindi si ascolta con pazienza per due minuti e mezzo la versione di Karen O di “Immigrant Song” dei Led Zeppelin, accompagnata da simpatiche immagini computerizzate, e poi finalmente comincia il film.

La mano di Fincher è evidente, in special modo nella parte iniziale. Come si scriveva il regista statunitense sa come dare ritmo ad un racconto filmico ed infatti è ciò che fa. In simbiosi col montaggio di Baxter/Wall gira e alterna sequenze brevi alle quali concede appena il tempo di informare lo spettatore su quanto accade, di introdurre attraverso le principali caratteristiche i personaggi. Il coinvolgimento è quindi lì ad un passo e tra i tentativi di distinguere e ricordare i vari nomi e quelli di delineare il quadro generale di quanto si sta guardando, ci si ritrova nella storia nel giro di poche sequenze. Se normalmente, tuttavia, si rivela tale scelta un punto di forza per un thriller simile, in questo caso no. Non si può, infatti, non tener conto della durata complessiva della pellicola, assai notevole, di quasi 160 minuti. Cominciare in quarta non si può in nessun caso risolvere in una chiusura in seconda, e restare in quarta per quasi tre ore è senza dubbio un'impresa; impresa che a colui che ha firmato “Seven” purtroppo non riesce e che, soprattutto, non sarebbe potuta riuscire. Non per presunte mancanze registiche, sia chiaro, ma perché la causa è da ricercare altrove; del resto, al contrario, Fincher non perde mai di vista il suo stile, non mostra incertezze e continua a dettare tempi mai troppo lenti e quindi tali da tenere sveglio lo spettatore. È quasi del tutto suo il merito se la noia non prende totalmente il sopravvento.


Il fatto però che non si imponga, la noia, in maniera definitiva, non significa certo che la pellicola riesca ad evitarla. Con l'andare delle sequenze, anzi, tende inesorabilmente, seppur con una certa calma, a farsi sentire. Come si è detto, però, la causa non è la regia. Allo stesso modo non lo è la restituzione filmica in fatto di luci e atmosfere, invero particolarmente suggestive, specie quando chiamate ad illuminare le già stupende ambientazioni nordiche; né in fatto di musiche e sonoro. Il problema è la sceneggiatura di Zaillian, che si dimentica di aver scritto robe tipo “American Gangster” e “Gangs of New York” e si ricorda invece di aver sceneggiato film mediocri come “The Interpreter”. Da un certo momento in poi l'interesse comincia a calare, l'intreccio tende a svelarsi attraverso snodi non particolarmente originali, né intriganti, e l'attenzione di Zaillan, ma più in generale di tutto il comparto tecnico, appare più concentrata sulla pubblicità occulta che sulla storia in sé; ce n'è infatti tantissima, dalla Coca-Cola, alla Wyborowa, dall'Ikea al Mac, ed è così palese che nemmeno Glauco nella seconda stagione di “Boris” riesce a far meglio. Non cerca di darsi uno spessore maggiore neanche con una qualche ricerca introspettiva, tanto che i personaggi svaniscono dalla memoria anche prima della fine del film. L'unica che resta impressa, seppur solo per qualche minuto in più, è Lisbeth (Rooney Mara), ovviamente. “Millennium” punta tutto sulla sua figura e finisce però per caricarla troppo, tanto che al termine tra frasette ad effetto e autocompiacimento un tanto al chilo, viene fuori una macchietta poco credibile e quasi fastidiosa, oltreché ben lontana dalle potenzialità insite in una figura così sofferente, intaccata ma ben lungi dall'essere debole.


La sensazione, al termine, è quella di aver visto un film-passatempo del tutto simile a quelli che passano generalmente in prima serata sulle reti nazionali. Non lascia nulla, anche perché ad un certo punto è lo spettatore a voler lasciare la sala, specie durante il tanto veloce quanto superfluo montaggio in chiusura. È il caso quindi di aspettare che lo trasmettano sul piccolo schermo.


mercoledì 8 febbraio 2012

One Piece


ONE PIECE (1997)





Autore: Eiichiro Oda

Capitoli: 656 (ancora in corso)

Paese: Giappone

 
Si parlava espressamente qualche tempo fa di prodotti a cervello spento, in occasione degli elogi in questo senso a “Supernatural”. Si parlava del loro ruolo terapeutico-sociale e quindi della loro importanza. Benché appartenente ad un linguaggio diverso da quello televisivo, “One Piece” si occupa allo stesso modo di costringere l'essere umano a non pensare, a lasciar perdere complicanti questioni di verosimiglianza, di credibilità e a leggere quanto accade con un'assoluta predisposizione a bersi qualsiasi cosa. La morte cerebrale è un requisito imprescindibile, infatti, se ci si vuol godere questo manga, che potrebbe altrimenti rischiare di apparire superficiale e un po' troppo sciocco. Intendiamoci, comunque, sciocco e superficiale lo è senza dubbio, come è anche eufemisticamente esagerato e caciarone. Ma son tutte caratteristiche, queste, che se utilizzate bene e con coscienza, e se affrontate nel rispetto del requisito di cui si scriveva, possono regalare momenti meravigliosi. Non è un caso che in Giappone venga classificato come shōnen manga e non come seinen manga, essendo diretto ad un pubblico appartenente ad una fascia d'età minore. Certo va detto anche che tali classificazioni tendono per certi versi a crollare nel momento in cui si nota, ed è il mio caso, che nonostante l'età “OP” riesce a divertire come pochi altri prodotti.

Il contesto, da solo, già suggerisce quali e quante potenzialità abbia il manga in fatto di coinvolgimento e adrenalina. Magari sono io ad avere un debole eccessivo per le storie piratesche, forse a causa dei giorni interi passati alle prese con “Monkey Island” – che Dio lo abbia in gloria - o magari è proprio il contesto a prestarsi obiettivamente a racconti coinvolgenti e incalzanti, fatto sta che ogni volta che spuntano fuori isole da raggiungere, personaggi da incontrare e/o affrontare, leggende e via discorrendo, comincio ad esaltarmi in maniera incontrollata. L'intreccio di “OP”, però, non si limita ad una struttura simile ma ci mette in mezzo un altro elemento anch'esso estremamente abusato ma inesauribile se usato con consapevolezza: poteri sovrannaturali. I mari dei nostri, infatti, tra le infinite assurdità che propongono in maniera sistematica, nascondo anche i c.d. “Frutti del Diavolo”, che conferiscono a chi la mangia poteri di ogni tipo, al prezzo però dell'incapacità di nuotare e della totale perdita di energia al contatto con acqua marina. Anche il protagonista, Luffy (Rubber), ne ha involontariamente mangiato uno; il frutto gom gom lo ha reso un uomo fatto completamente di gomma, cosa che gli tornerà particolarmente utile nel raggiungere il suo unico obiettivo, ossia quello di diventare il nuovo Re dei pirati, specie dopo l'esecuzione pubblica di Gold D. Roger (ex Re dei Pirati che ha dato vita alla nuova era piratesca esortando chiunque ad andare alla ricerca del tesoro da lui nascosto, il "One Piece” appunto): sarà questo il motore dell'intero racconto.


Stando a quanto scritto si potrebbe faticare a capire cosa abbia di così particolare il manga in questione, o cosa comunque lo renda tale da scriverne con un certo entusiasmo. Le ragioni potrebbero ricondursi in sostanza alle capacità immaginifiche di Eiichiro Oda. Quella messa in scena dal mangaka è un una storia enorme, non tanto in termini di qualità quanto proprio di dimensioni. Fin da subito descrive una struttura tale da concedere spazio alle più svariate avventure, al punto che con il prosieguo dei capitoli accadono così tante cose che si stenta a credere provengano da una sola mente. Solo la geografia di “OP” meriterebbe una spiegazione a parte, essendo praticamente un mondo fatto su misura per i pirati, con un solo continente, inospitale e quasi del tutto disabitato, e per il resto stracolmo di isole. Inutile dire che ogni isola è un capitolo a parte, tanto che cercare di ripercorrere tutte le tappe del manga fino a questo momento sarebbe un'impresa quasi titanica. Ciò che, invece, è abbondantemente titanico è quanto creato e continua a creare Oda; avendo come si scriveva, ogni isola, una storia a se stante e assai singolare (si pensi alle isole sopra o sotto il livello del mare), l'autore giapponese inventa sistematicamente piccoli mondi che si distinguono fra loro per caratteristiche metereologiche, regole di civiltà, usanze e dinamiche interne, dinamiche che verranno chiaramente sconvolte dal passaggio di Rufy. Questo implica che ogni volta Oda si ritrova ad inventare anche personaggi e poteri nuovi, ma questo si potrebbe far rientrare in una certa normalità creativa; il fatto è che in tutto ciò porta avanti svariate altre sottotrame, che in realtà sottotrame non sono perché insieme costituiscono poi la trama orizzontale del manga, senza perdersi mai per strada: dalla marina, ovviamente con le proprie personalità di spicco e i poteri di quest'ultimi, ai quattro imperatori dei mari; dalla leggendaria flotta dei sette all'esercito rivoluzionario; dalle imprese della vecchia guardia ai misteri che rendono fumosa la ricostruzione storica del mondo raccontato. Una quantità tale di carne al fuoco che un esercito farebbe fatica a mandarla giù.
Come riesca Oda a gestire tutto ciò e a continuare, nel mentre, ad inventare un numero di personaggi così impensabile è francamente un'incognita. Del resto ogni personaggio non ricorda mai un altro, sono tutti completamente diversi e distinguibili; certo l'esagerazione nei combattimenti, nei poteri e nella storia, si potrebbe obiettare, rendono semplice inventarsi sciocchezze su sciocchezze, ma sarebbe in realtà un'obiezione completamente fuori bersaglio, perché inventarne così tanti, senza contare tutto il resto elencato poc'anzi, e diversificarli come fa lui implica un'immaginazione fuori dal comune.


Non si è ancora scritto, tuttavia, della caratteristica più importante che contraddistingue Oda. La sua capacità narrativa è infatti il collante degli svariati baracconi che mette in piedi. Riesce a gestire gli snodi dell'intreccio o semplicemente le avventure che si susseguono sulle tavole in maniera impeccabile, non tanto in termini di coerenza, essendo il tutto, è bene ripeterlo, eufemisticamente esagerato, quanto di adrenalina. Personalmente non ho mai visto una così efficace gestione delle parentesi apocalittiche, o tali almeno limitatamente all'isola o alla saga in questione; lo scontro finale, per intenderci, il climax, ciurme che combattono contro altre ciurme nel delirio più totale. Quanto accade, per esempio, sull'isola degli uomini pesce, in cui vengono fuori pirati della leggendaria ciurma dell'ex re dei pirati, esponenti di spicco della marina, flotta dei sette e nuove leve è senza mezzi termini allucinante, uno spettacolo puro e semplice. Nel marasma generale il mangaka, non contento, porta avanti anche la trama orizzontale, tant'è che al termine si è così presi da quanto si sta guardando/leggendo che non si ha nemmeno il tempo di prendere fiato.

Cosciente della vena esagerata ed eccessiva che percorre la sua creatura, Oda non si preoccupa giustamente di porre limiti in termini di credibilità, del resto di scontrerebbero con l'animo sfrenato e pandemonico del manga. Non lo fa quindi neanche con i suo personaggi (uomini pesce, giganti, animali parlanti e via discorrendo) né tanto meno con i suoi protagonisti, tratteggiando al contrario personalità fuori di testa come tutto il resto, in grado di rendersi accattivanti e ridicoli all'interno della stessa tavola: una frase ad effetto durante un combattimento seguita da occhi sognanti per la bellezza della nuova arma di uno degli amici in lotta con qualche altro nemico. Non ci vuole molto perché risultino irresistibili. Rufy in special modo, che al di là dei pregi è un deficiente patentato che non capisce quando deve stare zitto né più in generale quando contenersi. E così magari si ritrova a dichiarare guerra per telefono ad uno dei quattro imperatori, lui giovane leva, perché non gli è piaciuto il suo tono. Una meraviglia.


OP”, a conti fatti, è un calderone fantasy-avventuroso pazzesco, un'opera dalle dimensioni spropositate. È completamente privo di qualsivoglia pretesa di serietà e anzi, al contrario, è sempre pronto a dimostrare la propria galoppante idiozia, ma con coscienza e criterio.
Entra di diritto a far parte dei prodotti, si scriveva, dall'utilità terapeutica, perché in grado di mettere a riposo l'organo cerebrale, liberarlo per un po' da domande esistenziali, magari conseguenti alla lettura/visione di una qualche opera impegnata. Qui non c'è spazio per cose simili, qui si legge, si ride, si spacca roba per manifesta esaltazione e si rischia di voler mettere insieme una qualche ciurma e salpare. Se siete in grado di abbandonare freni per un po' e lasciarvi andare a sciocchezze scritte ad arte, è davvero il caso che gli diate una lettura.


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