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lunedì 12 marzo 2012

"Hell On Wheels" - Prima Stagione


HELL ON WHEELS (2001)




Ideatore: Joe Gayton, Tony Gayton

Attori: Common, Colm Meaney,
Anson Mount,
             Dominique McElligott

Paese: USA



“Make no mistake. Blood will be spilled. Lives will be lost. Fortunes will be made. Men will be ruined. (…) There will be betrayal, scandal and perfidy of epic proportion, but the lion shall prevail.”

Queste le parole con cui ci eravamo lasciati dopo aver scritto del pilot di “Hell on Wheels”. Pronunciate da Durant, uno dei protagonisti della serie, distribuivano speranze affatto indifferenti senza troppa parsimonia. Mostrando peraltro una certa arroganza, considerando il fatto che il primo episodio non si è certo imposto come uno dei più avvincenti della storia televisiva. A quanto pare, però, i creatori della serie avevano già allora le idee abbastanza chiare sul prosieguo, tanto da potersi permettere promesse simili. Al termine di questa prima stagione si può affermare in tutta sicurezza che i rischi e i limiti mostrati inizialmente sono stati messi da parte senza difficoltà, del resto anzi, col senno di poi, non era neanche del tutto corretto parlare di limiti. Come molti altri prodotti, infatti, "HoW" non si mostra avvincente fin da subito perché punta su elementi che non si costruiscono certo in una sola puntata: sulle atmosfere più che sulla narrazione, non sul ritmo quanto sull'introspezione. Quest'ultima, nello specifico, non è in realtà così trascendentale ma è più che sufficiente, se si considera che la serie tende a restare nel mezzo; pur essendo introspettiva e d'atmosfera non rinuncia infatti agli altri due aspetti poc'anzi scritti, tanto che laddove uno non riesce ad andare oltre, subentra l'altro a raccogliere il testimone. La sinergia tra i vari elementi funziona, quindi, e funziona bene, tanto da rendere l'intera stagione assolutamente valida. 


È vero, quando si parla di ritmo non propriamente incalzante, di introspezione e di AMC la paura tende con prepotenza a travolgere lo spettatore trascinando il pensiero all'antagonista per eccellenza nell'universo televisivo contemporaneo. Ogni volta che si ascolta “previously on AMC's...” il panico è inevitabile, ma quando poi la frase termina con “... Hell on Wheels” invece che con “... The Woukin Ded”, si torna ben predisposti alla visione. Ed è un bene, perché quella che seguirà sarà con il giusto approccio una visione assai piacevole. Questa volta, infatti, di interazione e dialoghi da soap opera non ce ne sono, i tempi lenti vengono gestiti con criterio e l'intreccio si rende in un modo o nell'altro interessante. Nonostante il motore della vicenda, soprattutto nelle prime battute, sia il percorso vendicativo di Bohannon, la serie non si risolve in una corsa alla resa dei conti, in cui l'attenzione è calamitata dall'attesa della stessa e dal personaggio chiamato a portarla a termine; al contrario lo sguardo si amplia sensibilmente irradiandosi da ognuno dei personaggi principali: Elam apre la narrazione sugli schiavi e sulla loro situazione, Bohannon sulla guerra civile tra Nord e Sud che aveva appena devastato il Paese, Durant sul capitalismo, quindi sullo sviluppo come sulla speculazione, e Lily Bell sul volto più idealista del Paese. Vi è quindi la vendetta dell'uomo solitario e lo scenario di cambiamento di un'intera nazione. Il western classico e quello crepuscolare. Pistoleri che saldano i conti col passato e gente che guarda al futuro. Azione e disillusione. 


Non è difficile da capire, alla luce di ciò, il motivo per cui la serie non coinvolge immediatamente. Come quasi tutti i prodotti che ampliano lo sguardo e che puntano maggiormente sulle atmosfere, anche questa ha bisogno di tempo, quello necessario a costruire un contesto sufficientemente ampio al quale poi lo spettatore deve avvicinarsi ed adattarsi. In "Deadwood” per esempio, di cui si era già parlato quando si è scritto del pilot di “HoW”, l'azione è ancor meno presente, tanto che per affezionarsi a serie e personaggi di tempo ce ne vuole anche di più, salvo poi scoprire che di quei secondi non ne è andato perso nemmeno uno.
Un ruolo fondamentale nel creare il contesto come al solito ce l'hanno le atmosfere, in questo caso però ricreate grazie, più che ad una regia ottima nel suo essere sempre calibrata e ad una fotografia ricercata e assai funzionale, alle musiche. Nello specifico a quelle combinazioni, classiche in una serie, tra le stesse e il montaggio. Le scelte in tal senso sono tutte perfette nel loro essere talvolta accattivanti (western classico) talaltra avvolgenti (western crepuscolare). Stupenda quella in apertura della penultima puntata dei malinconici Mumford and Sons ad esaltare gli aspetti, sapientemente montati, meno spettacolari e affascinanti di una battaglia. 


In linea con tutto il resto il finale di stagione, che infatti non punta in quanto tale su un climax classico, contraddistinto da un ritmo in crescendo, ma su un montaggio alternato che per l'ennesima volta sottolinea le due facce di "HoW", quella riflessiva e quella più viscerale. Entrambe però permeate da una disillusione di fondo che tanto da alla serie. Si spera di non vederla scemare in seguito perché sarebbe davvero un peccato rinunciare al fascino di quello che si è rivelato uno dei pochi prodotti validi in circolazione.


giovedì 23 febbraio 2012

"Awake" - Pilot


AWAKE (2012)




Ideatore: Kyle Killen

Attori: Jason Isaacs, Dylan Minnette, Laura Allen, 
          B. D. Wong, Cherry Jones 

Paese: USA


Sembra che la NBC si stia dando parecchio daffare in ambito televisivo. Ha proposto e continua a proporre nell'ultimissimo periodo prodotti seriali di vario genere. Uno di questi è “Grimm”, il cui inizio non è stato però affatto convincente, tanto che sarebbe cosa buona e giusta per l'emittente televisiva cercare di proporre se possibile qualcosa di leggermente superiore. Un altro è “Awake”, che dovrebbe essere la punta di diamante delle nuove proposte. L'inizio della programmazione è prevista per l'1 Marzo, ma nel mentre si è deciso di dare in pasto agli spettatori il preair e rastrellare pareri e impressioni.

Per chi non si fosse ancora interessato alla serie, il soggetto si poggia quasi del tutto sulla figura di Michael Britten (Jason Isaacs), detective della polizia che resta coinvolto, con la sua famiglia, in un incidente stradale in cui perde la vita sua moglie Hannah (Laura Allen). Oppure suo figlio Rex (Dylan Minnette). Risvegliatosi dopo l'incidente, infatti, Britten si ritrova a sperimentare quelle che sono in apparenza due realtà parallele. Ogni volta che si addormenta, a fine giornata, scivola in una delle due realtà. Nella rossa (il colore del bracciale che usa per orientarsi ogni mattina) sua moglie è viva e Rex è morto; in quella verde, al contrario, Rex è vivo e sua moglie Hannah no. 


Che lo sviluppo narrativo, oltreché il soggetto, sia più ricercato rispetto ad un prodotto come “Grimm” diviene palese già anche dopo la visione del pilot. Si cerca infatti fin da subito di dare un certo spessore ed una personalità riconoscibile al protagonista, che fortunatamente non risulta questa volta del tutto anonimo. Gran parte del merito però, invero, è più che di una scrittura efficace del personaggio, della messa in scena della sua duplice realtà. Quest'ultima viene gestita con criterio e attenzione, nella scelta delle frasi come nei passaggi che alternano anche nel giro di qualche secondo la realtà verde e quella rossa; il montaggio è in questo senso particolarmente fluido e si serve spesso di dialoghi per accompagnare e idealmente e in termini di intreccio il singolo passaggio. Si vedano, a tal proposito, tutte le sequenze dallo psichiatra, o meglio dagli psichiatri, dato che Britten ne ha uno per ogni dimensione: entrambi cercano di imporre chiaramente la propria realtà come quella reale nel percorso di psicoanalisi, ognuno con argomentazioni sempre convincenti, e il montaggio se ne serve per far scivolare su di esse un'alternanza che sarebbe altrimenti potuta facilmente risultare troppo marcata e probabilmente fastidiosa.
Gioca con la duplice realtà, rendendosi ad essa funzionale, anche la regia. Per svariate volte durante l'episodio pilota propone movimenti di macchina circolari che partendo dal protagonista che osserva il suo interlocutore arriva a nascondere quest'ultimo e poi a farlo tornare nel campo visivo. Si ha la sensazione sistematica che si stia passando da una realtà all'altra, con un conseguente, seppur temporaneo, smarrimento, capace di contribuire notevolmente a trasmettere lo stato d'animo del protagonista. Ciononostante, tuttavia, il racconto non è mai confusionario ed è anzi, ad onor del vero, forse troppo didascalico, tanto che si sarebbe in tal senso potuto proporre soluzioni ben più accattivanti. 


Al netto di quanto scritto fino ad ora, infatti, il pilot di “Awake” di sicuro non fa gridare al miracolo. Pur rendendosi in parte interessante e cercando con scelte valide di puntare sull'empatia, è assai lontano dal coinvolgere al punto di creare attesa per il prosieguo. Certo il ritmo non è particolarmente sostenuto e adrenalinico, come è giusto che sia puntando la serie non solo sul thriller psicologico, ma anche su quello drammatico, tuttavia si ha la sensazione che non sia solo una questione di tempi lenti ma di una qualche debolezza di fondo. E di sicuro gioca un ruolo fondamentale, nel far passare una simile sensazione, una fotografia così patinata. Se è giustificata in parte dalle due dimensioni potenzialmente irreali, è vero anche che appare spesso fin troppo finta, rendendo posticcio il tutto.
Ad alimentare qualche dubbio è anche l'intreccio. Non riesce a trascinare lo spettatore fino in fondo e suggerisce, a fine episodio, una possibile risoluzione a puntate autoconclusive che sarebbe, almeno ai miei occhi, disastrosa, perché si sprecherebbe così un'idea in potenza assolutamente valida (ma si tenga conto che questo è comunque il parere di una persona che ritiene la trama orizzontale il bene supremo). Non è tuttavia il caso di usare troppo il condizionale scrivendo delle varie ipotesi, considerando il fatto che il pilot lascia aperte svariate possibilità e in termini di struttura delle puntate e in termini di sceneggiatura. Se si seguiranno gli echi del gatto di Schrödinger, se ci si concentrerà invece sul campo prettamente psicologico, se si contrapporranno le due realtà per cercare di capire quale delle due non è reale, o se al termine si butterà tutto sul coma e sul fatto che niente di ciò che abbiamo visto è reale. Tutti elementi che potrebbero delineare un prodotto assolutamente valido come anche, e assai più facilmente, l'ennesimo prodotto da evitare con cura.


venerdì 10 febbraio 2012

"The River": qualcuno schiaffeggi la ABC


THE RIVER (2012)




Ideatore: Oren Peli

Attori: Bruce Greenwood, Joe Anderson, Leslie Hope, 
           Paul Blackthorne

Paese: USA


È bene chiarire, prima di procedere, che ho un serio problema con l'horror basato su soggetti sovrannaturali. Non che non mi piaccia, che non mi coinvolga, è che mi terrorizza. “Paranormal Activity” non l'ho quindi chiaramente visto, nonostante sappia per ovvie ragioni di marketing come sia stato girato, ed Oren Peli (al quale solo per il nome non gli si dovrebbe dare una lira) era per me, prima di “The River”, uno sconosciuto. Uno sconosciuto che ora purtroppo non è più tale. 
È lui il creatore della serie e non è un caso che a distinguere la stessa sia la scelta registica di sfruttare la telecamera a mano, oltre a quelle fittizie installate un po' ovunque, in pieno stile mockumentary. E non è un caso neanche che il soggetto punti quasi del tutto sull'aspetto horror, tanto che l'introduzione all'intreccio è terribilmente sbrigativa. Fin da subito, infatti, si ci dimentica di aspetti in realtà fondamentali quali la costruzione di un tessuto narrativo credibile, con tempi quindi capaci di crearlo in maniera graduale ed empatica, o di personaggi definiti e degni di interesse, e ci si ritrova, al contrario, in men che non dica dalle parti dell'unico tratto riconoscibile, quello horror appunto, attraverso il quale la serie intende convincere, o più probabilmente l'unico che è in grado di portare avanti. Quello della serie televisiva, però, non è affatto un linguaggio semplice. Se un “Paranormal Activity” può anche funzionare con la sua oretta e mezza scarsa, un prodotto seriale assolutamente no. Proprio per la sua lunghezza necessita di una struttura portante solida, introspettiva e interessante sulla quale poggiare poi tutti gli altri elementi. Peli (maledizione, qualcuno si rivolga all'anagrafe al posto suo) invece non vede chiaramente l'ora di far saltare gente dalla poltrona, intimorito magari dal fatto che non saprebbe altrimenti cosa cazzo fare, e piazza subito le sue telecamerine a supporto di quella a spalla, preoccupandosi di far spaventare col c.d. “Horror Bu!”, ossia quello che invece di inquietare tira più semplicemente fuori qualcosa da qualche parte all'improvviso e spera nell'infarto.


Inutile dire che un prodotto del genere necessita prima di qualsiasi altra cosa di un'ambientazione in questo senso assai funzionale, che è invero uno dei pochissimi aspetti positivi del nuovo prodotto della ABC. E quale scenario migliore della foresta amazzonica, che già rese celebre più di 50 anni fa “Il Mostro della Laguna Nera” - in realtà l'omaggio è fin troppo evidente, tanto da sfiorare il plagio, dato che la nave dei nostri sembra posizionata esattamente dove era ancorata quella del classico anni '50 - con le numerose leggende che la avvolgono e che Peli (ho cambiato idea, nessuno gli cambi il nome, anzi ora lo voglio anch'io) sfrutta appieno.
La risposta emotiva è infatti inevitabile, soprattutto perché facile da ottenere. È ovvio che con riprese e luoghi simili schiantare sullo schermo un essere quanto meno minaccioso provoca reazioni nello spettatore, come anche far seguire in un bosco i personaggi dal fantasma di una bambina morta varie decadi prima. Al pari di ogni tecnica, tuttavia, quella scelta dall'ideatore della serie ha bisogno di essere valorizzata, di far parte di un impianto funzionante nel suo complesso, considerato il fatto che altrimenti oltre ai balzi per le apparizioni di turno non resta poi molto. Peccato che di quell'impianto nel doppio pilot di “The River” non ci sia neanche l'ombra. Se inizialmente infatti, riempendo la puntata, quei balzi mantengono ben sveglio chi guarda, di lì a poco, ossia già durante il secondo episodio, cominciano a stancare.


I personaggi, dal canto loro, sono stereotipati all'inverosimile. C'è il cinico, quello del posto che crede e conosce (alle)le varie leggende, l'immancabile infiltrato che sa perfettamente cosa sta succedendo e che rema contro, e ovviamente i famigliari alle prese con la ricerca di Emmet, il grande scomparso. Le dinamiche fra gli stessi invece, nel tentativo di non essere da meno, riescono ad apparire anche più scontate, quasi si stesse facendo il minimo indispensabile perché purtroppo non si può farne a meno; si pensi che è già volato il primo pugno tra il famigliare disperato che rifiuta la spettacolarizzazione della sofferenza e il cameraman che si preoccupa unicamente di riprendere sempre e comunque, specie nei momenti più drammatici.
In realtà è l'intera sceneggiatura ad essere notevolmente scarsa, tanto che in appena due episodi l'intreccio ha già regalato ben più di un momento discutibile: SPOILER il cameraman di cui sopra che dopo aver scoperto che c'è della magia lì intorno, dopo che il tutto si è fatto estremamente pericoloso e ben oltre la loro portata, dopo che il suo collega è stato trucidato, decide di mettersi a fare il deficiente provocando l'ennesima minaccia alla loro vita, sperando di catturare un qualche evento sovrannaturale; o il mostro che mentre cerca di uccidere tutti decide così, non si è ben capito perché e secondo quale logica, di aiutarli rispondendo alle richieste della moglie di Emmet /SPOILER. Tutti passaggi che sarebbe caritatevole definire improponibili. 


La regia non aiuta di certo. Non essendo, come si scriveva, utilizzata con criterio se non durante le parentesi volte a scatenare la paura dello spettatore, non ci mette molto a risultare fastidiosa, rischiando specie inizialmente di provocare violente convulsioni. Intendiamoci, qualche momento degno di nota la regia riesce a proporlo e il ritmo è incalzante, peccato però che la ridondanza lo sia anche di più.
Se il prodotto di Oren Peli (scherzavo; il nome sarebbe impietoso anche per una qualche astrusa specie animale amazzonica) continuerà su questa strada, come probabilmente farà, senza concentrarsi anche sul resto, risulterà al termine tendente al pessimo. E se non si è in grado di dare spessore, che almeno si cerchi di evitare parentesi esagerate e poco credibili come quelle descritte qualche riga più sopra, sì da delineare se non altro un prodotto capace di regalare piccole dosi a se stanti di tensione.


lunedì 30 gennaio 2012

"Touch" - Pilot


TOUCH (2012)





Ideatore: Tim Kring

Attori: Kiefer Sutherland, Titus Welliver, David Mazouz

Paese: USA


Orfana di “24”, serie tra le più seguite di sempre e che ha infatti portato ascolti alla FOX per qualcosa come dieci anni, l'emittente televisiva torna a puntare su Kiefer Sutherland, magari nella speranza che coloro che ancora piangono Jack Bauer tornino ad incollarsi alla poltrona solamente per rivederne il volto. È lui ad interpretare Martin Bohm (protagonista di “Touch”), ex giornalista che ha abbandonato il suo lavoro per dedicarsi al figlio autistico, Jake (David Mazouz); dopo la morte della moglie, nonché madre del bambino, Martin non ha fatto altro che lavorare per permettere al figlio di frequentare scuole adatte alla sua condizione e permettere a se stesso di stargli dietro. Jake, infatti, non mostra semplicemente problemi di comunicazione ma anche comportamentali, non volendo essere in nessun modo toccato e sfuggendo agli occhi del padre, come dei suoi insegnanti, per raggiungere luoghi che sembrano avere un senso solo per lui.

Espressione da interrogatorio di Jack Bauer

Il creatore della serie è un certo Tim Kring, lo stesso che per due stagioni ha fatto sperare in un ottimo prodotto, “Heroes”, crollato poi nel peggiore dei modi, tanto da essere sospeso dalla NBC dopo la quarta stagione. Molti hanno attribuito il calo allo sciopero che ci fu allora degli sceneggiatori, ma in realtà anche successivamente, dopo aver dichiarato che avrebbe ripreso in mano le redini del suo show, “Heroes” ha continuato a perdersi per strada, fino appunto alla sospensione. La sua mano in “Touch", in ogni caso, si distingue chiaramente; si avverte quel carattere “globale” attraverso cui Kring coinvolge nelle sue storie il mondo intero, creando connessioni tra un impiegato statunitense, un giovane arabo, una cantante irlandese ed un uomo d'affari in giro per i vari continenti. Lo aveva già fatto con i poteri dei suoi supereroi, ed ora lo rifà attraverso una leggenda orientale per cui ognuno è legato da un “filo rosso” a gente che deve necessariamente incontrare. E a quanto pare il compito di individuare tali fili è proprio del piccolo Jake.

Fin da subito, quindi, si impone quella seducente potenza narrativa insita in un soggetto così strutturato e non è un caso che Kring la concretizzi e cavalchi immediatamente. La scena passa pertanto senza sforzo alcuno da un paese all'altro, giocando sulla costruzione in crescendo della tensione. Quest'ultima è affidata per lo più alle rivelazioni, inizialmente non riconosciute come tali dai protagonisti, di Jack, che cerca di comunicare con sequenze di numeri che tornano in maniera sistematica. Ora, non è difficile capire dopo "Lost" quanto facilmente elementi e scelte di questo tipo si traducano in coinvolgimento per lo spettatore; è infatti molto semplice restarne affascinati, al punto che si potrebbero seguire per stagioni intere.
Quello dello stereotipo tuttavia, come più volte si è scritto in questa sede, non è in sé un problema se usato con intelligenza ed onestà; nel momento, però, in cui si risolve in qualcosa oltreché di già visto anche privo di personalità, allora risulta al contrario assai deleterio. Se si considera poi uno sviluppo dei singoli passaggi di sceneggiatura, come in questo caso, davvero debole, allora a venirne fuori è un prodotto che non si distingue certo per qualità, non potendo essere sostenuto esclusivamente da un soggetto accattivante solo in potenza. 


Basti pensare, per capire cosa si intende per "passaggi deboli", a Martin che cerca di scoprire cosa il figlio abbia di speciale. Si rivolge alla rete per comprendere una simile rivelazione e trova al primo colpo un sito sconosciuto, creato da un uomo che in 5 minuti gli spiega che il figlio praticamente vede il futuro, e lui accetta la notizia come se gli fosse stato detto che il suo nome è Martin. Sarebbe stato più difficile comprendere le capacità da veggente del figlio, se si fosse rivolto ad un ipotetico studio di consulenze su figli autistici e veggenti. Parentesi simili a questa per debolezza ce ne sono diverse già solo nel pilot – Jack che esce dalla macchina senza che Martin senta lo sportello; l'attenzione ingiustificata al video musicale; la centralinista esperta nel disinnescare bombe arabe e via discorrendo – e mostrano pericolosamente il profilo in assoluto più debole dello stile Kringhiano, ossia quello poco attento alla coerenza della sceneggiatura, che sacrifica in maniera anche grossolana la credibilità in nome dell'emotività e della spettacolarità. Un intreccio fantascientifico non implica infatti la possibilità di mettere in secondo piano quella solidità che lo stesso deve sempre e comunque mostrare.

Non gioca a favore della nuova serie della FOX neanche la scelta di affidare a Sutherland il ruolo principale, essendo come attore non così convincente; non essendolo, meglio, in ruoli che richiedono una gamma espressiva ampia come quella richiesta dal suo personaggio (non è un caso che nel recente “Melancholia” abbia offerto al contrario un'ottima prova). Fortunatamente, nel pilot – e si spera vengo riconfermato nelle puntate successive che andranno in onda a marzo - è presente anche Titus Welliver, caratterista capace di conferire ai personaggi che interpreta fascino e spessore: sarebbe sufficiente la sua espressione in chiusura, al termine dell'intervista, per rendere valida l'intera puntata. 


I presupposti perché si riveli l'ennesimo prodotto precotto ma capace di rastrellare consensi a destra e a manca, ci sono tutti. Resta da capire se e quanta accortezza nella costruzione mostrerà la serie d'ora in avanti, perché nel caso lo faccia potrebbe anche rivelarsi un prodotto piacevole da seguire senza troppe pretese.


venerdì 20 gennaio 2012

"Alcatraz" - Prime Considerazioni

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ALCATRAZ (2011)




Ideatori: Steven Lilien, Bryan Wynbrandt, Elizabeth Sarnoff

Attori: Parminder Nagra, Sarah Jones, Jorge Garcia, 
           Sam Neill

Paese: USA


Per un periodo J.J. Abrams è stato sinonimo di grandi speranze. Tuttora non si è probabilmente ben capito il motivo, se perché capace di vendere i suoi prodotti come grandi promesse o se per meriti reali. Del resto, a conti fatti, il produttore/sceneggiatore/regista/compositore/tutto cosa ha fatto di così sensazionale in fatto di prodotti seriali? Nulla. Aveva ideato “Alias” che è stata forse l'unica a mantenere un certo livello, più che godibile, per tutte le sue stagioni; poi l'esplosione di “Lost”, il telefilm che per tre stagioni è stato davvero un evento ma che col senno di poi non meritava affatto un simile entusiasmo. Del resto è anche abbastanza ovvio, al di là dei meriti tecnici, intendiamoci, riuscire a tenere incollati allo schermo gli spettatori infarcendo ogni singola puntata con un numero infinito di misteri, non preoccupandosi poi di risolverli nelle stagioni successive, se non con soluzioni blande e prive anche solo di un 10% del fascino creato dai misteri stessi; “Fringe” si è fin da subito mostrato piatto e fatto con gli scarti del suo precedessore, con personaggi banali e del tutto anonimi – tranne Bishop, chiaramente – oltreché con soluzioni di sceneggiatura avvincenti quanto una corsa di lombrichi; ed ora “Alcatraz”. Non l'hai ideata lui, ma l'ha prodotta e soprattutto ricopre il ruolo di produttore esecutivo. La sua mano è infatti evidente, tanto che la sensazione di già visto si impossessa prepotentemente e fin da subito dello spettatore. E quando poi si legge che il tuttofare americano ha richiamato direttamente da “Lost” Elizabeth Sarnoff e Bryan Nurk i conti cominciano tristemente a tornare.


Non che il soggetto non sia un biglietto da visita in sé già abbastanza esplicativo. Si legge di un'isola, e si è già preda del terrore più incontrollabile. È Alcatraz. A quanto pare nel 1963 le cose non sono andate come tutti noi sapevamo. Alcatraz non ha chiuso i battenti per i costi elevati. In realtà tutti, guardie e detenuti, svanirono nel nulla. È chiaro. Rebecca Madsen (Sarah Jones) e Diego Soto (Jorge Garcia) sono rispettivamente una agente di polizia e un criminologo che ha dedicato gran parte dei suoi studi al carcere di massima sicurezza. Emerson Hauser (Sam Neil) è il detective che si occupa degli strani casi ad esso collegati, che sa tutto ma che non dice niente; strani perché a quanto pare i vecchi prigionieri hanno cominciato a ricomparire, senza peraltro essere invecchiati. Madsen e Soto entreranno a far parte della task force di Hauser.

Anche solo a scriverla questa sinossi ci si annoia. Come accennato poco sopra, la sensazione di aver già visto tutto è palpabile, a partire dai collage che Abrams si è divertito a fare. Prende l'isola, i presunti spostamenti nel tempo e Hugo Reyes da “Lost”, la poliziotta bionda, che questa volta sembra ancora più intelligente dell'altra, e la trama semi-verticale da “Fringe” (attraverso le indagini autoconclusive sul prigioniero ricomparso del giorno). Al termine “Alcatraz” non ha una sua identità neanche a pagarla.
Ma a risultare incontrovertibilmente banale, più dei singoli elementi, che possono comunque essere sempre riutilizzati all'interno di un complesso originale, è la costruzione, la gestione narrativa e lo sviluppo della sceneggiatura. È comprensibile, anzi normale, che nel creare e dirigere si resti fedeli al proprio stile, ma è anche necessario non scopiazzare quanto fatto in precedenza, specie nel caso in cui precedenza non è stato fatto nulla di buono o quasi. Se la gestione di misteri e colpi di scena attuata in “Lost” ha dopo le prime stagioni cominciato giustamente a stancare, non si può riproporre la stessa costruzione. È sufficiente vedere il presunto colpo di scena che chiude la seconda puntata per rendersene conto: il personaggio sarebbe potuto essere benissimo uno dei losties e nessuno avrebbe fiatato. Addirittura, non ci si crede, è identico l'effetto sonoro in crescendo che accompagna la rivelazione. È un giochino, questo, che ha smesso da tempo di essere divertente, che al contrario è ormai irritante ed è il caso che J.J. la pianti perché davvero non se ne può più. Come non se ne può più di quei numeri che prego Dio vengano banditi da ogni elenco numerico conosciuto e non; per un attimo quasi si è sperato che non si autocitasse e invece lo ha fatto. Quando Hauser compone il codice di quattro cifre, infatti, il primo numero è il 63 ma il secondo, inesorabilmente, è il 23 della sestina lostiana. Sembra che le sinapsi di quest'uomo vengano impiegate esclusivamente per 3-4 elementi e che da lì si debba campare. Una pochezza creativa disarmante. 


I tratti più palesi della banalità di questo nuovo prodotto però, incredibilmente, non sono quelli della somiglianza con i suoi predecessori, ma quelli più generali. Al netto di quanto scritto fino a questo momento, infatti, la sceneggiatura che emerge da queste prime due puntate non mostra neanche un elemento che possa anche solo lontanamente apparire originale, oltre ovviamente all'idea di fondo (e per certi versi neanche quella). Le task force create per risolvere qualcosa di segretissimo sono ormai infinite, i dialoghi triti e ritriti pompati di frasette preconfezionate che a sentirle si rischia un aneurisma - “Welcome to Alcatraz”, ma vaffanculo tu e Alcatraz – allo stesso modo non si contano e i personaggi, con assoluta coerenza, sono quanto di più insipido ci si possa aspettare: l'agente di cui si scriveva, una ragazzina bionda che ha passato la sua infanzia ad aiutare il padre a risolvere casi, che ha appena perso il partner, che guarda caso è stato ucciso da uno dei cattivi speciali e che quindi è così brava che verrà accettata nella squadra; il capo della stessa, scontroso e taciturno, che è poi anche il cattivo, chiaramente; e il buffone battutista-barra-citazionista che si lamenta ogni tre per due di “non essere tagliato per questa vita. Di non riuscire ad essere all'altezza”, rassicurato sistematicamente dalla partner: “È troppo tardi, lo sei già”. Improponibili, a tratti imbarazzanti, più o meno quanto fotografia e scenografie, posticce e per nulla accattivanti. 


Dei primi episodi della nuova creatura della Fox, quindi, non si salva assolutamente nulla. Ha tutte le caratteristiche dei prodotti un tanto al chilo sfornati con la sicurezza che una determinata fascia di pubblico li seguirà. Non è un caso che è già stata fissata e pubblicizzata l'uscita italiana. Al solito, si è sempre pronti a ricredersi, ma perché la serie migliori di qui alla fine della stagione servono e un miracolo e le preghiere di noi tutti perché ad un certo punto non spunti Jacob.


martedì 15 novembre 2011

"Once Upon A Time... La Serie TV"

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ONCE UPON A TIME (2011)




Ideatore: Edward Kitsis, Adam Horowitz

Attori: Ginnifer Goodwin, Jennifer Morrison,
             Lana Parrilla, Robert Carlyle

Paese: USA



Torniamo a parlare di serie televisive in uscita, viste con i soliti occhi speranzosi di chi, orfano di prodotti validi con cui ammazzarsi di puntate, attende il messia. Messia che, visto il livello degli ultimi tempi, anche se zoppo, sdentato e senza capelli andrebbe più che bene. Ma si sa, queste figure si fanno generalmente attendere, e parecchio. Ci si ritrova, così, a visionare spazzatura su spazzatura e ad archiviarla come tale. Ormai è stata adibita una sorta di discarica a cielo aperto, dove compaiono titoli come “Strike Back”, “Grimm”, “The Fades”, “The Walking Dead", la nuova stagione di “Misfits”, solo per citare i nuovi arrivati. Sono molti i prodotti che, avendo probabilmente scambiato la discarica per la Hall of Fame delle serie televisive, sembrano ansiosi di farne parte. A scalciare per ritagliarsi un posto dalle parti di “Grimm”, sezione 'fairy tale/thriller', è questa volta “Once Upon a Time”, nuovo proposta ABC, quindi direttamente dalle fantasie di Meredith Gray.

“Fairy tale” perché ancora una volta il contesto scelto è quello delle fiabe che sfumano nella realtà fino a confondersi con essa. Storybrooke è una cittadina abitata da tutti i personaggi fiabeschi conosciuti, in cui ogni carattere, però, non ricorda la sua vera identità e vive una vita apparentemente normale, con lavori e rapporti del tutto simili a quelli reali. È in realtà un incantesimo. La strega cattiva (Lana Parrilla) per vendetta ha costretto il mondo delle fiabe a questa vita: una città in cui solo lei e Mr. Gold (Robert Carlyle), che gli ha donato l'incantesimo, conoscono la verità. Un mondo senza lieto fine. L'unica speranza è Emma (Jennifer Morrison), che verrà trascinata a Storybrooke da un bambino che sembra aver intuito a sua volta cosa realmente stia succedendo.


L'idea non è in realtà malvagia. Anche e soprattutto per come è stata impostata. Ogni episodio, infatti, si muove fra rimandi ed analogie tra la vita reale e quella fiabesca dei singoli personaggi. Si alternano quindi sullo schermo moderni Principi Azzurri, Cenerentole e Cappuccetti rossi che in un modo o nell'altro si ritrovano a rivivere la loro storia, seppur in modi e contesti tipici del nostro tempo. A rimarcare questo aspetto l'uso del flashback. Attraverso questo strumento si inseriscono parentesi fiabesche che raccontano i personaggi prima della maledizione, nel loro mondo. A lungo andare, tuttavia, questa scelta stanca. Non tanto per la scelta in sé, che risulta anche funzionale, ma perché sembra più che altro riempire puntate che altrimenti non avrebbero molto da dire e potrebbero durare una ventina di minuti al massimo. A trasmettere questa sensazione è maggiormente l'ultima puntata andata in onda, ossia la quarta. Sussurra, infatti, la possibilità di uno sviluppo a trama mista, ossia verticale ed orizzontale, tipica delle serie che hanno davvero poco da raccontare. Intendiamoci, non è un male assoluto, la già citata “Supernatural”, come anche “Dr. House”, che hanno altro su cui puntare, possono continuare con trame orizzontali quanto vogliono. Non sembra però essere questo il caso di “Once Upon a Time” che già dopo qualche puntata accarezza i testicoli come un serial killer la sua, di lì a poco, vittima.

Tra gli aspetti sui quali la serie non può puntare, vi sono personaggi e interpretazioni. Al netto di Mr. Gold, infatti, i vari caratteri si appiattiscono sempre più verso un anonimato che rende difficile arrivare a fine puntata. A partire dalla protagonista. Questa giovane madre che ha dato in adozione il figlio perché non era pronta, che non è un tipa socievole, che fa un lavoro figo, che è la classica tipa solitaria che, a suo dire, sta (stava) bene da sola. E, mi ritrovo a scrivere, non se ne può più. Basta, per favore. E Jennifer Morrison, dal canto suo, calca la mano con un'interpretazione contrapposta a quella della Parrilla (figliuola, peraltro, di tutto rispetto), mettendo in scena una donna apparentemente priva di stile, che a volte quasi cammina ingobbita per la serie “ho vissuto una vita piena di ostacoli, io”  e in parte autocompiaciuta del suo essere una furbastra. Insomma, meno sopportabile del personaggio che interpreta. Gli altri, invece, sono a stento pervenuti. Tranne Mr. Gold, che oltre a mostrarsi accattivante nel suo essere viscido con stile, è interpretato da un ottimo Robert Carlyle.     
Le uniche interpretazioni più convincenti, oltre a quest'ultima, sono paradossalmente quelle di due comparse (!!) - almeno fino a questa puntata - interpretate dai due attori migliori visti nella serie, ossia Giancarlo Esposito ("Breaking Bad") e Kristin Bauer ("True Blood").


Da archiviare anche questa, in definitiva. Ciò non toglie che si sia sempre pronti a ricredersi. Anche perché, stando alle parole iniziali, non è periodo per settare le pretese su livelli troppo alti. Che poi verranno settati comunque in virtù di altri discorsi fatti sempre in questa sede, ma tant'è.


giovedì 10 novembre 2011

"Hell On Wheels" - Pilot

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HELL ON WHEELS (2011)




Ideatore: Joe Gayton, Tony Gayton

Attori: Common, Colm Meaney, Anson Mount,
             Dominique McElligott

Paese: USA



 “Hell on Wheels”, letteralmente “Inferno su Ruote”, è l'insieme itinerante di bettole, saloon e bordelli che accompagnava la costruzione della Prima Ferrovia Transcontinentale. Oltre ad aver avuto, poi, un ruolo fondamentale nello sviluppo del paese, la costruzione della linea ferroviaria si è distinta anche per i conflitti burocratici, nonché per i personaggi protagonisti di quei conflitti, che ne hanno scandito i ritmi. Ad inasprire ulteriormente la situazione il periodo storico, 1865, che vedeva la fine della guerra civile, le lotte per la schiavitù e più in generale un paese chiamato a riformarsi e a ritrovare un equilibrio civile. Capite bene che una storia con tali e tanti presupposti rappresenta già di per sé un racconto più che suscettibile di essere adattato per il piccolo schermo.
L'impostazione del prodotto ideato dai fratelli Gayton, infatti, sembra voler ripercorrere le tappe e gli aspetti principali di tale costruzione. Sceglie di raccontare la storia di uno schiavo, Elam (Common), quella di un reduce di guerra, Cullen Bohannan (Anson Mount), protagonista della serie, alle prese con dei conti da saldare e quelli di un uomo di potere autocompiaciuto e incapace di farsi scrupoli, Thomas Durant (Colm Meaney). Unica protagonista femminile, fino a questo momento, Lily Bell (Dominique Mc Elligott), che sembra avere anch'ella, insieme al marito, un ruolo nella costruzione della First Transcontinental Railroad.


La AMC, che non si ricorderà per “The Walkind Dead” ma per “Breaking Bad” e “Mad Men”, non è affatto nuova al western crepuscolare, quello degli uomini di potere e dei burocrati; dell'affarista e non più del pistolero; dello sguardo su dinamiche più ampie e non più di quello confinato negli attimi che precedono un duello. Nel 2006, infatti, la AMC ha trasmesso “Broken Trail”, una miniserie in due episodi diretta da un signore chiamato Walter Hill ed interpretata da un altro chiamato Robert Duvall. Decisamente riuscita non può che far ben sperare in questa nuova serie tv che predilige anch'essa, per l'appunto, quel volto spiccatamente crepuscolare. Tuttavia “Hell on Wheels” non rinuncia, o almeno così sembra, essendo solamente alla prima puntata, agli aspetti tipici del western più classico. Affianca, infatti, alla disillusione del protagonista quei tratti da pistolero duro e solitario che prima o poi trascineranno qualcuno a pentirsi di esserselo messo contro. Un “Deadwood” con una percentuale maggiore di spettacolarizzazione, per intenderci. Ma giusto per intenderci, perché “Deadwood”, targata HBO, è difficile da eguagliare, almeno riguardo al genere in questione (già solo l'interpretazione di Ian McShane fa bene al cuore).
La maggiore spettacolarizzazione la si riscontra anche nella fotografia, più ricercata e molto meno realistica. Quando non segue le tonalità della fiamma di una candela, infatti, risulta particolarmente livida, andando a ricreare un'atmosfera che è il risultato dello scontro tra il realismo raccontato e la finzione filmica ricercata. È una scelta, questa, che dovrà essere ben calibrata nel prosieguo delle puntate perché potrebbe facilmente rivelarsi deleteria e fin troppo finta. Più in generale tutto il pilot pare camminare su un filo, si ha spesso durante la visione la sensazione che potrebbe rivelarsi ottima ma altrettanto spesso si ha la sensazione opposta.

Per il resto “Hell on Wheels” sembra non deludere le aspettative. Da un western di questo tipo ci si aspetta sporco, cinismo, alcol, corpi, preti e puttane, e nel pilot, va detto, c'è tutto. Ciò non significa, tuttavia, che possa dirsi riuscito, infatti è ben lungi dall'essere una di quelle aperture in grado di incollare allo schermo e creare attesa per le puntate successive. Si apprezza la ricostruzione del periodo, alcune riprese, le potenzialità di trama e sottotrame, alcune scelte tecniche, ma la risposta emotiva è appena percettibile. Tuttavia i presupposti perché migliori ci sono, al contrario di altri pilot, come quello recentemente analizzato di "Grimm”, che di presupposti non ne ha poi molti.


Riflessioni del tutto simili possono farsi su interpretazioni e dialoghi. Le prime sono all'altezza ma non entusiasmano in maniera particolare, tranne forse quella di Colm Meaney che infatti interpreta il personaggio fino a questo momento in assoluto più carismatico. E non è un caso neanche il fatto che i dialoghi più accattivanti abbiano lui come protagonista. Il monologo che accompagna i minuti conclusivi della puntata, nello specifico, semina speranze un po' ovunque:

“Make no mistake. Blood will be spilled. Lives will be lost. Fortunes will be made. Men will be ruined. (…) There will be betrayal, scandal and perfidy of epic proportion, but the lion shall prevail.”

Resta da vedere se e quanto riusciranno a mantenere queste promesse. Perché si, queste parole verranno intese esattamente come tali.


lunedì 7 novembre 2011

"Grimm" - Prime Considerazioni


GRIMM (2011)





Ideatori: David Greenwalt, Jim Kouf

Attori: David Giuntoli, Russel Hornsby, Bitsie Tulloch

Paese: USA



La speranza è sempre la stessa, ossia quella di trovare tra una nuova uscita e l'altra una serie che sia in grado di rendersi interessante. Non di livello pari a quello della Mano di Dio della serie tv, ovviamente, perché quello sì sarebbe un evento, ma capace almeno di intrattenere con gusto e intelligenza. L'ultimo prodotto in ordine di uscita che è stato in grado di farlo è stato “Games of Thrones”, dopodiché il nulla. E stata quindi, in questo senso, passata al setaccio anche la nuova serie della NBC – la stessa emittente di “Heroes”, così giusto per smorzare sul nascere qualsivoglia illusione – che in maniera curiosa porta sullo schermo le fiabe dei fratelli Grimm. È per l'appunto della serie “Grimm” che si sta parlando.

Si parte dal presupposto che tutte le creature raccontate nelle fiabe dei Grimm siano reali e che i due fratelli scrivessero cose che loro, e solo loro, erano in grado di vedere. Allo stesso modo sono in grado di vederle i loro discendenti. Le varie generazioni dei Grimm si sono quindi tramandate questa sorta di maledizione, decidendo di usarla per combattere gli esseri malvagi che si aggirano per la Terra. Così fino ai giorni nostri, in cui un giovane detective, John (David Giuntoli), scopre di essere anch'egli un Grimm.


Ad essere andate in onda sono solo le prime due puntate, e quelle che seguiranno, quindi, non potranno che essere solo prime considerazioni sulla serie. Ma forse anche no. Generalmente, infatti, i tratti principali risultano evidenti già dalle prime puntate e delineano quel volto che la serie avrà per tutta la sua durata, salvo cambiamenti radicali – v. “Spartacus - Blood and Sand” e il netto passaggio dalle prime puntate notevolmente deboli alle successive di tutt'altro livello. Il volto della serie in questione, è bene chiarirlo senza girarci troppo intorno, è sensibilmente anonimo.
Al netto della curiosa, come si scriveva, idea di base, “Grimm” si evolve in una struttura vista e rivista alla quale non aggiunge nulla di nuovo: Il protagonista ha un dono. In ogni puntata c'è un nuovo cattivo. Il protagonista uccide il nuovo cattivo e impara sempre più su questo mondo del tutto nuovo che gli si aperto. Risoluzione questa, peraltro, che suggerisce una trama sostanzialmente verticale con accenni, giusto ogni tanto, di trama orizzontale. Senza andare troppo lontano, basta guardare “Supernatural”. Anch'essa alle prese con leggende popolari che prendono vita, con puntate che iniziano e finiscono col mostro di turno e con una trama orizzontale spaventosamente dilatata in sette stagioni. Non solo, quindi, la nuova serie della NBC sa di già visto, ma si ritrova ad essere trasmessa contemporaneamente ad un'altra che pur con i suoi innumerevoli difetti, ha di sicuro tutt'altro fascino.
“Grimm” si distingue solamente per fotografia e ambientazioni. Entrambi questi aspetti puntano, riuscendoci, a ricreare atmosfere fiabesche particolarmente suggestive. La fotografia, dal canto suo, sembra, attraverso continui e potenti tagli di luce, non disdegnare tonalità alcuna; passa dal rosso al giallo, come dal verde al blu, senza preoccuparsi di apparire eccessiva. Eccessivo, infatti, è tutto il comparto estetico della serie che si confà in modo particolare all'irrealtà fiabesca. Le ambientazioni, allo stesso modo, non si pongono limiti di sorta e si mostrano in tutti i loro eccessi. Il pilot, per esempio, può vantare una casetta nel bosco incredibilmente incantevole che inquieta almeno tanto quanto affascina. E poi il nulla. Non c'è nient'altro che sia degno di nota. La sceneggiatura, in termini e di dialoghi e di storia, è scialba come poche, rendendosi a tratti anche irritante: il solo fatto che per la milionesima volta il capo del protagonista è anche una sorta di capo dei cattivi è inaccettabile; è una scelta davvero troppo abusata, non se ne può più e la sua rivelazione, inoltre, coincide con una delle poche scelte, questa volta relativa alla colonna sonora, azzeccate, annullandola. La regia non mostra particolari virtuosismi e gli attori sono appena convincenti, non rendendo magnetici i loro personaggi neanche per sbaglio.
Tanto meglio, alla luce di ciò, continuare a guardarsi “Supernatural” che ha dalla sua, oltre a fotografia e ambientazioni, un'autoironia a dir poco fondamentale per rendere sopportabile l'allungamento pazzesco del brodo ed una colonna sonora che quando entra in simbiosi con il resto regala momenti meravigliosi, come nel video qui sotto.


È un mistero in realtà, per il sottoscritto, come sia possibile proporre banalità di questo tipo, sempre in termini di scelte di sceneggiatura, s'intende. È vero, lo spettatore non abituato a pretendere fino al punto, paradossalmente, di desiderare e seguire cose già viste spinge i creatori, in questo caso di serie tv, a non sforzarsi troppo per partorire qualcosa di più originale. Tuttavia, a mio avviso, si è su un livello di banalità fin troppo elevato, tanto che anche “Grimm” ha tutte le carte in regola per rischiare, come “Heroes”, la sospensione.


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