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martedì 13 marzo 2012

Il commento utile: "The Good Heart" e "Año Bisiesto"


Dato che non vedo il motivo, come al solito, per cui come me anche voi dobbiate vedere pellicole che si potrebbero evitare, mi sembra cosa buona e giusta mettervi in guardia. Di seguito un paio di pellicole viste di recente e che sconsiglio:



THE GOOD HEART (2009)





Regista: Dagur Kári

Attori: Paul Dano, Brian Cox and Bill Buell

Paese: Danimarca, Islanda, USA, Francia, Germania


Il nome Dagur Kári probabilmente non vi dirà nulla. Il titolo del suo esordio, però, vi dirà forse qualcosa in più. “Nói Albínói” infatti non è certo una pellicola che lascia indifferenti; non sconvolge ma è sufficientemente atipica e personale da lasciarsi ricordare. Con questo suo terzo lungometraggio, tuttavia, il regista islandese sembra non aver nel tempo coltivato particolarmente quello stile non solo intravisto nella sua opera prima. Pur non abbandonando una fotografia quasi gelida e delle parentesi ironiche spiazzanti e in grado di strappare più di un sorriso, non riesce ad imprimere alla pellicola quella forza necessaria a renderne interessante o anche solo piacevole la visione.

L'intreccio tra le altre cose è fin troppo debole. Su questo aspetto si sarebbe potuto chiudere un occhio, essendo principalmente una commedia, ma non mostrandosi la pellicola capace di offrire anche dell'altro, diviene impossibile non prenderlo in considerazione e anzi aspettarsi qualcosa dallo stesso. Invano, è il caso di aggiungere. Non che gli scambi o i personaggi delineati non funzionino; invero, al contrario, hanno un potenziale che se fosse stato sfruttato con maggiore convinzione avrebbe permesso al film di imporsi in maniera ben più memorabile. E invece quel potenziale i protagonisti si limitano a mostrarlo salvo poi non andare oltre. Se quindi inizialmente “The Good Heart” appare accattivante con un certa facilità, nel prosieguo con altrettanta facilità stanca, fino alla chiusura, che è anche la parte meno riuscita dell'intera opera.

A rendere più amaro il retrogusto dell'occasione sprecata interpretazioni assolutamente ottime. Da Brian Cox a Paul Dano, passando per caratteristi quali Damien Young e Nicolas Bro (protagonista di "Offscreen").



ANO BISIESTO (2010)





Regista: Michael Rowe

Attori:  Monica del Carmen, Gustavo Sánchez Parra

Paese: Messico


Vincitore del prestigioso premio “Caméra D'or” a Cannes, l'esordio dell'australiano Michael Rowe è a mio avviso leggermente deludente. C'è del metodo e della ricercatezza, su questo non v'è dubbio alcuno. A partire da scelte coraggiose come quella della location. È una sola, ossia la casa della protagonista; la regia non uscirà mai fuori dalla stessa, tanto da riuscire a creare un senso di claustrofobia decisamente funzionale al racconto; anche i movimenti di macchina sembrano porsi lo stesso obiettivo, optando per una quasi totale assenza di movimenti veloci o di sequenze troppo brevi. In tal modo viene azzerato un dinamismo che non fa altro che accentuare l'atmosfera oppressiva del film. Forse troppo, però. Scemata infatti la curiosità iniziale generata da qualsiasi opera, l'assenza di dinamismo risulta utile ad uno sguardo razionale, ma improduttiva a livello prettamente emotivo. Si tenga presente che la protagonista è, insieme all'uomo con cui dà inizio ad una relazione, l'unico personaggio, ma Rowe non lo rende tale da provare nei suoi confronti un particolare trasporto. A livello razionale, ancora una volta, delinea perfettamente il personaggio, ma il risultato è proprio in quanto tale freddo.

Altra scelta coraggiosa ma ottimamente gestita in “Ano Bisiesto” è il ricorso ad un sesso diverso, violento e sadomasochistico, descritto con una naturalezza assoluta, nonostante almeno un paio di scene nelle mani di qualche altro regista sarebbero state tutto fuorché naturali. Rowe invece non spettacolarizza nulla, non crea del facile sensazionalismo e tratta l'orientamento sessuale per quello è, ossia un semplice orientamento sessuale. Bravissima la protagonista, nelle scene più spinte come nelle altre; offre una prova anch'essa coraggiosa e al termine davvero notevole.

Ciononostante il limite principale della pellicola non viene mai aggirato, ossia la freddezza e incapacità di creare empatia, benché sulla carta pellicola e direzione della stessa siano difficili da criticare. Ed è questo il problema, in tutta probabilità, ossia molta attenzione all'estetica e alla tecnica e meno, molto meno, al volto più viscerale del racconto.


lunedì 30 gennaio 2012

"Touch" - Pilot


TOUCH (2012)





Ideatore: Tim Kring

Attori: Kiefer Sutherland, Titus Welliver, David Mazouz

Paese: USA


Orfana di “24”, serie tra le più seguite di sempre e che ha infatti portato ascolti alla FOX per qualcosa come dieci anni, l'emittente televisiva torna a puntare su Kiefer Sutherland, magari nella speranza che coloro che ancora piangono Jack Bauer tornino ad incollarsi alla poltrona solamente per rivederne il volto. È lui ad interpretare Martin Bohm (protagonista di “Touch”), ex giornalista che ha abbandonato il suo lavoro per dedicarsi al figlio autistico, Jake (David Mazouz); dopo la morte della moglie, nonché madre del bambino, Martin non ha fatto altro che lavorare per permettere al figlio di frequentare scuole adatte alla sua condizione e permettere a se stesso di stargli dietro. Jake, infatti, non mostra semplicemente problemi di comunicazione ma anche comportamentali, non volendo essere in nessun modo toccato e sfuggendo agli occhi del padre, come dei suoi insegnanti, per raggiungere luoghi che sembrano avere un senso solo per lui.

Espressione da interrogatorio di Jack Bauer

Il creatore della serie è un certo Tim Kring, lo stesso che per due stagioni ha fatto sperare in un ottimo prodotto, “Heroes”, crollato poi nel peggiore dei modi, tanto da essere sospeso dalla NBC dopo la quarta stagione. Molti hanno attribuito il calo allo sciopero che ci fu allora degli sceneggiatori, ma in realtà anche successivamente, dopo aver dichiarato che avrebbe ripreso in mano le redini del suo show, “Heroes” ha continuato a perdersi per strada, fino appunto alla sospensione. La sua mano in “Touch", in ogni caso, si distingue chiaramente; si avverte quel carattere “globale” attraverso cui Kring coinvolge nelle sue storie il mondo intero, creando connessioni tra un impiegato statunitense, un giovane arabo, una cantante irlandese ed un uomo d'affari in giro per i vari continenti. Lo aveva già fatto con i poteri dei suoi supereroi, ed ora lo rifà attraverso una leggenda orientale per cui ognuno è legato da un “filo rosso” a gente che deve necessariamente incontrare. E a quanto pare il compito di individuare tali fili è proprio del piccolo Jake.

Fin da subito, quindi, si impone quella seducente potenza narrativa insita in un soggetto così strutturato e non è un caso che Kring la concretizzi e cavalchi immediatamente. La scena passa pertanto senza sforzo alcuno da un paese all'altro, giocando sulla costruzione in crescendo della tensione. Quest'ultima è affidata per lo più alle rivelazioni, inizialmente non riconosciute come tali dai protagonisti, di Jack, che cerca di comunicare con sequenze di numeri che tornano in maniera sistematica. Ora, non è difficile capire dopo "Lost" quanto facilmente elementi e scelte di questo tipo si traducano in coinvolgimento per lo spettatore; è infatti molto semplice restarne affascinati, al punto che si potrebbero seguire per stagioni intere.
Quello dello stereotipo tuttavia, come più volte si è scritto in questa sede, non è in sé un problema se usato con intelligenza ed onestà; nel momento, però, in cui si risolve in qualcosa oltreché di già visto anche privo di personalità, allora risulta al contrario assai deleterio. Se si considera poi uno sviluppo dei singoli passaggi di sceneggiatura, come in questo caso, davvero debole, allora a venirne fuori è un prodotto che non si distingue certo per qualità, non potendo essere sostenuto esclusivamente da un soggetto accattivante solo in potenza. 


Basti pensare, per capire cosa si intende per "passaggi deboli", a Martin che cerca di scoprire cosa il figlio abbia di speciale. Si rivolge alla rete per comprendere una simile rivelazione e trova al primo colpo un sito sconosciuto, creato da un uomo che in 5 minuti gli spiega che il figlio praticamente vede il futuro, e lui accetta la notizia come se gli fosse stato detto che il suo nome è Martin. Sarebbe stato più difficile comprendere le capacità da veggente del figlio, se si fosse rivolto ad un ipotetico studio di consulenze su figli autistici e veggenti. Parentesi simili a questa per debolezza ce ne sono diverse già solo nel pilot – Jack che esce dalla macchina senza che Martin senta lo sportello; l'attenzione ingiustificata al video musicale; la centralinista esperta nel disinnescare bombe arabe e via discorrendo – e mostrano pericolosamente il profilo in assoluto più debole dello stile Kringhiano, ossia quello poco attento alla coerenza della sceneggiatura, che sacrifica in maniera anche grossolana la credibilità in nome dell'emotività e della spettacolarità. Un intreccio fantascientifico non implica infatti la possibilità di mettere in secondo piano quella solidità che lo stesso deve sempre e comunque mostrare.

Non gioca a favore della nuova serie della FOX neanche la scelta di affidare a Sutherland il ruolo principale, essendo come attore non così convincente; non essendolo, meglio, in ruoli che richiedono una gamma espressiva ampia come quella richiesta dal suo personaggio (non è un caso che nel recente “Melancholia” abbia offerto al contrario un'ottima prova). Fortunatamente, nel pilot – e si spera vengo riconfermato nelle puntate successive che andranno in onda a marzo - è presente anche Titus Welliver, caratterista capace di conferire ai personaggi che interpreta fascino e spessore: sarebbe sufficiente la sua espressione in chiusura, al termine dell'intervista, per rendere valida l'intera puntata. 


I presupposti perché si riveli l'ennesimo prodotto precotto ma capace di rastrellare consensi a destra e a manca, ci sono tutti. Resta da capire se e quanta accortezza nella costruzione mostrerà la serie d'ora in avanti, perché nel caso lo faccia potrebbe anche rivelarsi un prodotto piacevole da seguire senza troppe pretese.


martedì 24 gennaio 2012

Merda in pillole #2

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Ed eccoci al secondo capitolo di questo simpatico ed elegante appuntamento, che spero vi aiuti, insieme al precedente, a risparmiare ulteriori preziose ore della vostra in vita. Altre tre idiozie:


- "ENDGAME": 

L'assenza di idee nuove è un serio problema. Non è che sia necessario ogni volta sconvolgere lo spettatore, intendiamoci, ma sarebbe carino e rispettoso nei suoi confronti proporre idee anche solo apparentemente nuove. Magari, non so, vestite in maniera differente, magari con qualche orpello in più, giusto qualche elemento nel suo piccolo più personale e originale, sufficiente comunque a differenziarlo un minimo e a non far ricordare il prodotto a cui si è ispirato. Cose di questo tipo, insomma.
No, a quanto pare la gente si annoia, non vuole sprecare troppo tempo. Vede che qualcosa ha avuto successo e lo vuole rifare. “Endgame” ritrae perfettamente questo simpatico modo di pensare. Cosa fa? Prende Gregory House, gli fa cresce un po' i capelli, glieli schiarisce e lo sposta da un ospedale ad una stanza d'albergo. Gli cambia il campo di genialità: il primo è impareggiabile nella medicina, il secondo è impareggiabile nel gioco degli scacchi; così il primo risolve casi clinici e il secondo si mette a risolvere crimini. Ora, se ha senso che il primo risolva casi clinici essendo il suo campo, non si capisce come diavolo sia possibile che un uomo che sa giocare a scacchi possa risolvere crimini senza uscire dalla sua stanza d'albergo. Ok il ragionamento logico, ma come soluzione appare appena appena stiracchiata. Appena appena.
Le debolezza di House, il Vicodin e la solitudine, divengono, nel caso di Arkady (House 0.5), solitudine e incapacità di uscire fuori dall'hotel. Cos'altro? Anche lui accetta i casi che decide di accettare a seconda di come gli gira, e anche lui ha una parlantina che dovrebbe atterrire. Per farla breve: non è House neanche lontanamente, non ha il suo fascino, la sua disperazione e né i suoi atteggiamenti ben oltre la patologia. È stucchevole, stantìo già dalla prima puntata e insopportabile.
Ovviamente e fortunatamente la serie non è stata rinnovata per una seconda stagione.


- "PERSONS UNKNOWN": 

Giusto perché a noi l'originalità ci piace assai ed “Endgame” non è sufficiente a saziarci, corre in nostro soccorso questo curioso prodotto che si distingue anch'esso per il suo essere unammerda (tutto attaccato). Così come la precedente prende a piene mani da un'altra serie più riuscita e più famosa, ecco che questa creatura di Christopher McQuarrie – si proprio lui, quello de “I Soliti Sospetti”. Ma tocca capirlo, dopo un capolavoro simile, cosa vuoi scrivere ancora? - prende un po' de “Il Prigioniero” (di cui peraltro è stato fatto un remake di recente che personalmente non vedrò, salvo non dovessi trovarmi a corto di serie per questa specie di rubrica), un po' di “Lost” e pure un pochino di quei filmetti deficienti alla "Saw" che ogni tanto vanno in giro. Risultato: persone rapite e portate in un posto sconosciuto in cui vengono tenute prigioniere. Non possono scappare, pena ingegnosi metodi per farli desistere; tra di loro si nasconde gente CHE SA QUALCOSA; svolazzano bigliettini che dicono ad uno di uccidere un altro; e compaiono sezioni segrete all'interno degli edifici – sì, nella cittadella ci sono vari edifici, tipo un ristorante cinese – da cui i cattivi spiano con le loro infinite telecamere – si vomita originalità, proprio – i poveri malcapitati.
I personaggi sono... lasciamo perdere. I colpi di scena sono tali da desiderare che la corrente vada via e non torni mai più , la (de)costruzione della tensione è da manuale scritto da una qualche giovane marmotta e in generale il teatrino diventa inguardabile in tempo zero.
Anche questa non rinnovata, grazie a Dio.


- "FORBIDDEN SCIENCE": 

La chicca. Se le due precedenti serie tv si distinguono per la loro assoluta banalità a questa invece non si può negare, al contrario, un'assoluta originalità. Si potrebbe anzi definire antesignana. La stessa infatti è forse la prima serie televisiva softcore che sia mai stata ideata. Sia chiaro, non è una serie con espliciti contenuti vietati ai minori, quali nudi o scene forti. Questa è proprio una serie pornografica, il cui “intreccio”, tra sbattimenti vari – sì, sbattimenti è inteso esattamente in quel senso – è del tutto accostabile a qualsiasi filmetto hard visibile sui canali regionali di tutto il paese. Tuttavia, c'è un tocco fantascientifico. Lo sfondo infatti è futuristico, la clonazione è una realtà e la gente può scegliere di farne uso. Il più delle volte accade che si cloni qualcuno per poterselo sbattere nuovamente, ma son dettagli.
Tutto punta alle scene hot, chiaramente. Ce ne sono 2-3 a puntata e bisogna rispettarle in maniera categorica. Non si capisce bene se la serie voglia mischiare seriamente la fantascienza e un intreccio semiserio al piacere puramente autoerotico contemporaneo alla visione; si spera caldamente il contrario, ma più volte sembra prendersi un tantino sul serio, nel qual caso si candida come una delle cose più indicibili – al netto delle parentesi di cui sopra, ovvio – che si siano mai viste. E proprio per questo merita la visione.
Non per altro.


venerdì 20 gennaio 2012

"Alcatraz" - Prime Considerazioni

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ALCATRAZ (2011)




Ideatori: Steven Lilien, Bryan Wynbrandt, Elizabeth Sarnoff

Attori: Parminder Nagra, Sarah Jones, Jorge Garcia, 
           Sam Neill

Paese: USA


Per un periodo J.J. Abrams è stato sinonimo di grandi speranze. Tuttora non si è probabilmente ben capito il motivo, se perché capace di vendere i suoi prodotti come grandi promesse o se per meriti reali. Del resto, a conti fatti, il produttore/sceneggiatore/regista/compositore/tutto cosa ha fatto di così sensazionale in fatto di prodotti seriali? Nulla. Aveva ideato “Alias” che è stata forse l'unica a mantenere un certo livello, più che godibile, per tutte le sue stagioni; poi l'esplosione di “Lost”, il telefilm che per tre stagioni è stato davvero un evento ma che col senno di poi non meritava affatto un simile entusiasmo. Del resto è anche abbastanza ovvio, al di là dei meriti tecnici, intendiamoci, riuscire a tenere incollati allo schermo gli spettatori infarcendo ogni singola puntata con un numero infinito di misteri, non preoccupandosi poi di risolverli nelle stagioni successive, se non con soluzioni blande e prive anche solo di un 10% del fascino creato dai misteri stessi; “Fringe” si è fin da subito mostrato piatto e fatto con gli scarti del suo precedessore, con personaggi banali e del tutto anonimi – tranne Bishop, chiaramente – oltreché con soluzioni di sceneggiatura avvincenti quanto una corsa di lombrichi; ed ora “Alcatraz”. Non l'hai ideata lui, ma l'ha prodotta e soprattutto ricopre il ruolo di produttore esecutivo. La sua mano è infatti evidente, tanto che la sensazione di già visto si impossessa prepotentemente e fin da subito dello spettatore. E quando poi si legge che il tuttofare americano ha richiamato direttamente da “Lost” Elizabeth Sarnoff e Bryan Nurk i conti cominciano tristemente a tornare.


Non che il soggetto non sia un biglietto da visita in sé già abbastanza esplicativo. Si legge di un'isola, e si è già preda del terrore più incontrollabile. È Alcatraz. A quanto pare nel 1963 le cose non sono andate come tutti noi sapevamo. Alcatraz non ha chiuso i battenti per i costi elevati. In realtà tutti, guardie e detenuti, svanirono nel nulla. È chiaro. Rebecca Madsen (Sarah Jones) e Diego Soto (Jorge Garcia) sono rispettivamente una agente di polizia e un criminologo che ha dedicato gran parte dei suoi studi al carcere di massima sicurezza. Emerson Hauser (Sam Neil) è il detective che si occupa degli strani casi ad esso collegati, che sa tutto ma che non dice niente; strani perché a quanto pare i vecchi prigionieri hanno cominciato a ricomparire, senza peraltro essere invecchiati. Madsen e Soto entreranno a far parte della task force di Hauser.

Anche solo a scriverla questa sinossi ci si annoia. Come accennato poco sopra, la sensazione di aver già visto tutto è palpabile, a partire dai collage che Abrams si è divertito a fare. Prende l'isola, i presunti spostamenti nel tempo e Hugo Reyes da “Lost”, la poliziotta bionda, che questa volta sembra ancora più intelligente dell'altra, e la trama semi-verticale da “Fringe” (attraverso le indagini autoconclusive sul prigioniero ricomparso del giorno). Al termine “Alcatraz” non ha una sua identità neanche a pagarla.
Ma a risultare incontrovertibilmente banale, più dei singoli elementi, che possono comunque essere sempre riutilizzati all'interno di un complesso originale, è la costruzione, la gestione narrativa e lo sviluppo della sceneggiatura. È comprensibile, anzi normale, che nel creare e dirigere si resti fedeli al proprio stile, ma è anche necessario non scopiazzare quanto fatto in precedenza, specie nel caso in cui precedenza non è stato fatto nulla di buono o quasi. Se la gestione di misteri e colpi di scena attuata in “Lost” ha dopo le prime stagioni cominciato giustamente a stancare, non si può riproporre la stessa costruzione. È sufficiente vedere il presunto colpo di scena che chiude la seconda puntata per rendersene conto: il personaggio sarebbe potuto essere benissimo uno dei losties e nessuno avrebbe fiatato. Addirittura, non ci si crede, è identico l'effetto sonoro in crescendo che accompagna la rivelazione. È un giochino, questo, che ha smesso da tempo di essere divertente, che al contrario è ormai irritante ed è il caso che J.J. la pianti perché davvero non se ne può più. Come non se ne può più di quei numeri che prego Dio vengano banditi da ogni elenco numerico conosciuto e non; per un attimo quasi si è sperato che non si autocitasse e invece lo ha fatto. Quando Hauser compone il codice di quattro cifre, infatti, il primo numero è il 63 ma il secondo, inesorabilmente, è il 23 della sestina lostiana. Sembra che le sinapsi di quest'uomo vengano impiegate esclusivamente per 3-4 elementi e che da lì si debba campare. Una pochezza creativa disarmante. 


I tratti più palesi della banalità di questo nuovo prodotto però, incredibilmente, non sono quelli della somiglianza con i suoi predecessori, ma quelli più generali. Al netto di quanto scritto fino a questo momento, infatti, la sceneggiatura che emerge da queste prime due puntate non mostra neanche un elemento che possa anche solo lontanamente apparire originale, oltre ovviamente all'idea di fondo (e per certi versi neanche quella). Le task force create per risolvere qualcosa di segretissimo sono ormai infinite, i dialoghi triti e ritriti pompati di frasette preconfezionate che a sentirle si rischia un aneurisma - “Welcome to Alcatraz”, ma vaffanculo tu e Alcatraz – allo stesso modo non si contano e i personaggi, con assoluta coerenza, sono quanto di più insipido ci si possa aspettare: l'agente di cui si scriveva, una ragazzina bionda che ha passato la sua infanzia ad aiutare il padre a risolvere casi, che ha appena perso il partner, che guarda caso è stato ucciso da uno dei cattivi speciali e che quindi è così brava che verrà accettata nella squadra; il capo della stessa, scontroso e taciturno, che è poi anche il cattivo, chiaramente; e il buffone battutista-barra-citazionista che si lamenta ogni tre per due di “non essere tagliato per questa vita. Di non riuscire ad essere all'altezza”, rassicurato sistematicamente dalla partner: “È troppo tardi, lo sei già”. Improponibili, a tratti imbarazzanti, più o meno quanto fotografia e scenografie, posticce e per nulla accattivanti. 


Dei primi episodi della nuova creatura della Fox, quindi, non si salva assolutamente nulla. Ha tutte le caratteristiche dei prodotti un tanto al chilo sfornati con la sicurezza che una determinata fascia di pubblico li seguirà. Non è un caso che è già stata fissata e pubblicizzata l'uscita italiana. Al solito, si è sempre pronti a ricredersi, ma perché la serie migliori di qui alla fine della stagione servono e un miracolo e le preghiere di noi tutti perché ad un certo punto non spunti Jacob.


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