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venerdì 20 gennaio 2012

"Alcatraz" - Prime Considerazioni

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ALCATRAZ (2011)




Ideatori: Steven Lilien, Bryan Wynbrandt, Elizabeth Sarnoff

Attori: Parminder Nagra, Sarah Jones, Jorge Garcia, 
           Sam Neill

Paese: USA


Per un periodo J.J. Abrams è stato sinonimo di grandi speranze. Tuttora non si è probabilmente ben capito il motivo, se perché capace di vendere i suoi prodotti come grandi promesse o se per meriti reali. Del resto, a conti fatti, il produttore/sceneggiatore/regista/compositore/tutto cosa ha fatto di così sensazionale in fatto di prodotti seriali? Nulla. Aveva ideato “Alias” che è stata forse l'unica a mantenere un certo livello, più che godibile, per tutte le sue stagioni; poi l'esplosione di “Lost”, il telefilm che per tre stagioni è stato davvero un evento ma che col senno di poi non meritava affatto un simile entusiasmo. Del resto è anche abbastanza ovvio, al di là dei meriti tecnici, intendiamoci, riuscire a tenere incollati allo schermo gli spettatori infarcendo ogni singola puntata con un numero infinito di misteri, non preoccupandosi poi di risolverli nelle stagioni successive, se non con soluzioni blande e prive anche solo di un 10% del fascino creato dai misteri stessi; “Fringe” si è fin da subito mostrato piatto e fatto con gli scarti del suo precedessore, con personaggi banali e del tutto anonimi – tranne Bishop, chiaramente – oltreché con soluzioni di sceneggiatura avvincenti quanto una corsa di lombrichi; ed ora “Alcatraz”. Non l'hai ideata lui, ma l'ha prodotta e soprattutto ricopre il ruolo di produttore esecutivo. La sua mano è infatti evidente, tanto che la sensazione di già visto si impossessa prepotentemente e fin da subito dello spettatore. E quando poi si legge che il tuttofare americano ha richiamato direttamente da “Lost” Elizabeth Sarnoff e Bryan Nurk i conti cominciano tristemente a tornare.


Non che il soggetto non sia un biglietto da visita in sé già abbastanza esplicativo. Si legge di un'isola, e si è già preda del terrore più incontrollabile. È Alcatraz. A quanto pare nel 1963 le cose non sono andate come tutti noi sapevamo. Alcatraz non ha chiuso i battenti per i costi elevati. In realtà tutti, guardie e detenuti, svanirono nel nulla. È chiaro. Rebecca Madsen (Sarah Jones) e Diego Soto (Jorge Garcia) sono rispettivamente una agente di polizia e un criminologo che ha dedicato gran parte dei suoi studi al carcere di massima sicurezza. Emerson Hauser (Sam Neil) è il detective che si occupa degli strani casi ad esso collegati, che sa tutto ma che non dice niente; strani perché a quanto pare i vecchi prigionieri hanno cominciato a ricomparire, senza peraltro essere invecchiati. Madsen e Soto entreranno a far parte della task force di Hauser.

Anche solo a scriverla questa sinossi ci si annoia. Come accennato poco sopra, la sensazione di aver già visto tutto è palpabile, a partire dai collage che Abrams si è divertito a fare. Prende l'isola, i presunti spostamenti nel tempo e Hugo Reyes da “Lost”, la poliziotta bionda, che questa volta sembra ancora più intelligente dell'altra, e la trama semi-verticale da “Fringe” (attraverso le indagini autoconclusive sul prigioniero ricomparso del giorno). Al termine “Alcatraz” non ha una sua identità neanche a pagarla.
Ma a risultare incontrovertibilmente banale, più dei singoli elementi, che possono comunque essere sempre riutilizzati all'interno di un complesso originale, è la costruzione, la gestione narrativa e lo sviluppo della sceneggiatura. È comprensibile, anzi normale, che nel creare e dirigere si resti fedeli al proprio stile, ma è anche necessario non scopiazzare quanto fatto in precedenza, specie nel caso in cui precedenza non è stato fatto nulla di buono o quasi. Se la gestione di misteri e colpi di scena attuata in “Lost” ha dopo le prime stagioni cominciato giustamente a stancare, non si può riproporre la stessa costruzione. È sufficiente vedere il presunto colpo di scena che chiude la seconda puntata per rendersene conto: il personaggio sarebbe potuto essere benissimo uno dei losties e nessuno avrebbe fiatato. Addirittura, non ci si crede, è identico l'effetto sonoro in crescendo che accompagna la rivelazione. È un giochino, questo, che ha smesso da tempo di essere divertente, che al contrario è ormai irritante ed è il caso che J.J. la pianti perché davvero non se ne può più. Come non se ne può più di quei numeri che prego Dio vengano banditi da ogni elenco numerico conosciuto e non; per un attimo quasi si è sperato che non si autocitasse e invece lo ha fatto. Quando Hauser compone il codice di quattro cifre, infatti, il primo numero è il 63 ma il secondo, inesorabilmente, è il 23 della sestina lostiana. Sembra che le sinapsi di quest'uomo vengano impiegate esclusivamente per 3-4 elementi e che da lì si debba campare. Una pochezza creativa disarmante. 


I tratti più palesi della banalità di questo nuovo prodotto però, incredibilmente, non sono quelli della somiglianza con i suoi predecessori, ma quelli più generali. Al netto di quanto scritto fino a questo momento, infatti, la sceneggiatura che emerge da queste prime due puntate non mostra neanche un elemento che possa anche solo lontanamente apparire originale, oltre ovviamente all'idea di fondo (e per certi versi neanche quella). Le task force create per risolvere qualcosa di segretissimo sono ormai infinite, i dialoghi triti e ritriti pompati di frasette preconfezionate che a sentirle si rischia un aneurisma - “Welcome to Alcatraz”, ma vaffanculo tu e Alcatraz – allo stesso modo non si contano e i personaggi, con assoluta coerenza, sono quanto di più insipido ci si possa aspettare: l'agente di cui si scriveva, una ragazzina bionda che ha passato la sua infanzia ad aiutare il padre a risolvere casi, che ha appena perso il partner, che guarda caso è stato ucciso da uno dei cattivi speciali e che quindi è così brava che verrà accettata nella squadra; il capo della stessa, scontroso e taciturno, che è poi anche il cattivo, chiaramente; e il buffone battutista-barra-citazionista che si lamenta ogni tre per due di “non essere tagliato per questa vita. Di non riuscire ad essere all'altezza”, rassicurato sistematicamente dalla partner: “È troppo tardi, lo sei già”. Improponibili, a tratti imbarazzanti, più o meno quanto fotografia e scenografie, posticce e per nulla accattivanti. 


Dei primi episodi della nuova creatura della Fox, quindi, non si salva assolutamente nulla. Ha tutte le caratteristiche dei prodotti un tanto al chilo sfornati con la sicurezza che una determinata fascia di pubblico li seguirà. Non è un caso che è già stata fissata e pubblicizzata l'uscita italiana. Al solito, si è sempre pronti a ricredersi, ma perché la serie migliori di qui alla fine della stagione servono e un miracolo e le preghiere di noi tutti perché ad un certo punto non spunti Jacob.


venerdì 2 dicembre 2011

Season Finale - Best 5


Riprendo oggi quanto scritto sul post relativo ai migliori series finale e più precisamente sul concetto filmico di “fine”. Vi è infatti un altro elemento che caratterizza fortemente una serie televisiva e che personalmente attendo ogni volta come un credente il settimanale corpo di Cristo. Si sta parlando del cosiddetto season finale, ossia la puntata conclusiva di una stagione. È al tempo stesso punto d'arrivo e inizio. Magnetica, come ogni conclusione, ma capace di creare magnetismo verso ciò che ad essa seguirà. È infatti la fine di un ciclo, ma non della serie intera. Porta a termine quanto proposto nel corso della stagione, creando quindi un climax crescente, ma al tempo stesso si preoccupa di creare attesa per il prosieguo attraverso ramificazioni credibili. È già abbastanza difficile creare o trovare un finale degno di questo nome, se si considera che deve essere anche inizio, si può avere un'idea seppur vaga di quanto possa essere difficile dar corpo e gestire l'episodio che lo ospita.
È però anche il motivo per cui, laddove riesca, il finale di stagione è così potente in termini emozionali. Preceduto da un'attesa intensificatasi puntata dopo puntata, è adrenalinico e appagante. Un punto di svolta che mischia il coinvolgimento per ciò che accade e l'interesse per ciò che accadrà. Due sensazioni che generalmente viaggiano sulla stessa identica linea perché uno preceduto dall'altro. Si mischiano invece nell'episodio che chiude una stagione e quello emotivo è un risultato capace di far percepire 60 minuti come fossero stati 2. Discorso, questo, applicabile non esclusivamente all'intreccio puro e semplice ma anche solo all'evoluzione introspettiva piuttosto che all'intensificazione di una particolare atmosfera, quella che poi caratterizza la serie.

5) House M.D. - Quinta Stagione


L'unica serie a puntate circolari che mi abbia preso quasi quanto una a trama orizzontale. Ha dalla sua dialoghi serrati e sempre di livello. Cinica e realistica nel riflettere sulle relazioni interpersonali per bocca di un protagonista professionalmente geniale e umanamente al limite del patologico. La fine della quinta stagione si concentra più sul personaggio che sul resto e infatti è di gran lunga la migliore. Insieme al penultimo episodio mette in scena una risoluzione allucinata, inquietante e costruita perfettamente, che porta personaggio e serie a una svolta che non poteva essere evitata. Peccato le stagioni successive non mantengano le promesse, ma un finale così riuscito resta. 

4) OZ - Quinta Stagione/ I Soprano - Seconda Stagione


Queste due serie, e di conseguenza i finali di stagione a cui si fa riferimento, appartengono alla categoria sopra descritta la cui discriminante non è da ricercare tanto nell'intreccio quanto nell'intensificazione di quel particolare aspetto, in termini di atmosfera, che la distingue. In questo senso, infatti, “OZ” e “I Soprano” sono molto simili. Non puntano sul ritmo ma sull'analisi, sull'introspezione ma soprattutto su un realismo filmico disilluso e grigio.
(Non proseguite se volete evitare spoiler)
La fine della quinta stagione di "OZ" è gelida. Viene accoltellato il personaggio che è anche la voce della serie, uno dei personaggi più umani, l'ultima tra le morti papabili (dato che abbondano ad ogni stagione). È la sconfitta della speranza. Restano lerciume e meschinità. È il preludio al fallimento dell'esperimento, dell'Acquario, come lo chiamano all'interno della serie. L'ultima sequenza vale la stagione.
Gelida allo stesso modo quella dei Soprano. Spietata per l'intreccio e cruciale per il protagonista, di cui vengono svelate sfaccettature ulteriori. La serie sviscera per sei stagioni Tony Soprano in maniera insuperata e quanto accade al termine della seconda stagione delinea e mina colonne portanti di quel ritratto che costituirà poi il volto dell'intera serie.
 
3) Lost - Terza Stagione


La serie che per tre stagioni fu grande. Una delusione che ancor ora provoca bruciori sparsi ma che nonostante tutto ha lasciato dietro di sé cose senza dubbio assai notevoli. Coinvolgente e adrenalinica, tecnicamente eccellente, è praticamente un treno che al termine della terza stagione sfonda lo schermo e colpisce lo spettatore dritto in faccia. Una svolta meravigliosa e ficcante che apre scenari sconfinati. Scenari, purtroppo, rimasti inesplorati per un prosieguo scandaloso. 

2) The Shield - Quinta Stagione


Un pugno nello stomaco allucinante. Tanto da inflazionare il valore dell'espressione e renderla eccessiva per il 90% dei casi in cui è stata usata in precedenza. La fine della quinta stagione di “The Shield” è desolante e disperata, sporca e maleodorante. Una chiusura capace di impietrire e portare la serie su un livello del tutto nuovo, come se quelli già raggiunti non fossero sufficienti. Una svolta che sarà il motore di una settima (ultima) stagione strepitosa. 

1) Battlestar Galactica - Terza Stagione

 
L'unico finale di stagione, quello della terza di “Battlestar Galactica”, così appagante da non farmi pesare l'attesa per la stagione successiva. Così alto da raggiungere il climax e porsi al di sopra finanche della conclusione dell'intera serie: l'intreccio esplode, l'atmosfera evolve, l'adrenalina raggiunge il suo stato più puro. Sbalorditiva la simbiosi tra regia, fotografia, montaggio e musica. Ammaliante lo scenario fantascientifico. Una meraviglia. Da brividi.



venerdì 14 ottobre 2011

Cominciamo...


Sembra appropriato cominciare con un post sullo strumento “serie televisiva”. O meglio, mi è utile, dato che mi permetterà subito di ricollegarmi (nel prossimo post) ad una serie specifica. Mi permetterà, più precisamente, di darle addosso. Altro aspetto positivo, infatti, dell'aprire un blog è quello di poter dar sfogo alla frustrazione causata dall'aver perso svariate ore della propria vita dietro un prodotto pessimo, dalla frustrazione causata dal fatto che quel prodotto pessimo rastrelli in realtà molti consensi e che quindi, quel prodotto pessimo, abbassi le pretese dello spettatore, settandole su livelli medio bassi e permettendo alle case produttrici e alle emittenti televisive di andare avanti col minimo sforzo. Discorso applicabile a vari altri contesti.

È bene, tuttavia, non scadere nella critica un tanto al chilo e sottolineare che fortunatamente vengono anche proposti, al contrario, prodotti particolarmente notevoli. Gli stessi che suggeriscono quali siano le reali potenzialità del linguaggio televisivo di cui si sta parlando. Basti pensare ad alcune delle serie ad oggi più riuscite e non a caso più conosciute, quali “Oz”, “I Soprano”, “Battlestar Galactica” - è vero anche che tra le più conosciute ve ne sono molte decisamente meno riuscite e viceversa, ma questo è dovuto alle storture di cui sopra - e “The Shield”. Quest'ultima è andata avanti per sette stagioni. Raccontare più personaggi per sette anni, implica un lavoro incalcolabile di analisi creativa, al fine di rendere l'evoluzione degli stessi, dello scenario e della storia di fondo credibili; al fine di incastrare nella maniera più lineare possibile personaggi e sottotrame senza che si avvertano corpi estranei all'interno della serie - vedi la puntata 14 della terza stagione di Lost, in cui compaiono i due deficienti nell'immagine in basso - e senza che venga messo a rischio l'isolamento, questa volta voluto, in cui il classico divoratore di serie televisive non può fare a meno di rifugiarsi. La sensazione cercata è la stessa provocata da un'immersione: distacco uditivo e visivo, quindi anche emozionale, dalla realtà circostante. La si ottiene già con una sola puntata, più puntate la rendono irrinunciabile.


Ciò che permette ad una serie televisiva di far proprio lo spettatore, e ciò che rende lo spettatore disponibile a farsi trascinare è, tra gli altri aspetti, il non doversi sforzare, già dopo aver visto il pilot, di entrare ogni volta in una storia, di sintonizzare le sue emozioni con quelle del protagonista, semplicemente perché quella storia, come il protagonista, già la conosce. Ogni puntata non è un partire emotivamente da zero, come accade con un film, che ogni volta deve avvicinarti prima di trascinarti, ma un ripartire, cosa che generalmente accade dopo appena qualche secondo o, come accade in molti casi, anche prima, durante la sigla – quella di “True Blood”, in questo senso, è inarrivabile. Ad onor del vero, forse non è neanche necessario cliccare il tasto “play” dato che l'attesa, è cosa nota, è in quest'ottica particolarmente funzionale. Quest'aspetto, unito alla continuità degli episodi – si sta infatti scrivendo di serie dalla trama orizzontale - risulta imprescindibile se si vuol comprendere il motivo per cui si resta anche per ore davanti allo schermo senza sforzo alcuno.


Strettamente correlato a quanto scritto è l'aspetto temporale di cui si accennava in precedenza: chi guarda sa che ha davanti a sé un percorso evolutivo esteso, che gli permetterà di vedere il capolinea al quale giungerà il singolo personaggio. È utile chiamare nuovamente in causa il paragone con il cinema. Se quest'ultimo – con le dovute, tante, eccezioni – mette in scena una storia che inizia e finisce mediamente in due ore, ma racconta comunque una parentesi temporale estesa, trasmette sì la sensazione del tempo ma non convince fino in fondo colui che si è seduto sulla poltrona appena due ore prima e che si trova ora “già” a doversi alzare ed abbandonare del tutto - tranne nel caso di sequel e prequel – i personaggi che ha imparato a conoscere in quel lasso di tempo. Una serie invece riesce dove una pellicola non può, perché appunto non solo descrive parentesi temporali estese ma copre di fatto un lasso temporale esteso. La sensazione finale è quella di aver seguito i protagonisti per una parte della loro vita assai considerevole e pertanto soddisfacente per lo spettatore.
Da considerare, inoltre, quanto l'aspetto temporale permetta da un punto di vista sceneggiaturistico. E non ci si riferisce alla mera possibilità di estendere lo sguardo su più ampie parentesi di vita dei personaggi raccontati, ma alla possibilità di concentrarsi senza troppi limiti di tempo su quei particolari che fanno un personaggio, vivisezionandolo e sviscerandone l'intimità, con tutte le sue sfaccettature, quell'intimità che lo rende comprensibile, degno di essere avvicinato e seguito, degno della propria immedesimazione, perché alla fine è a quella che lo spettatore implorante di essere portato da qualche altra parte anela. Immedesimazione. Empatia ed immedesimazione.

Le potenzialità di tale strumento, come già detto, sono enormi. Riuscire a gestire un prodotto simile, a tenerne le redini per tutta la sua durata si traduce quasi automaticamente in capolavoro. E non meramente televisivo, termine che potrebbe suonare riduttivo. Un capolavoro, punto.


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