Visualizzazione post con etichetta The Shield. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta The Shield. Mostra tutti i post

lunedì 16 marzo 2015

Love/Hate


LOVE/HATE (2010- )



 


Ideatore: Stuart Carolan

Attori:
Tom Vaughan-Lawlor, Killian Scott, Peter Coonan, Aidan Gillen


Paese: IRLANDA


Chiariamo fin da subito che è un caso del tutto fortuito la pubblicazione di una recensione su una serie irlandese a un giorno da San Patrizio. No sul serio, non è una di quelle operazioni becere di marketing, tipo la pubblicità delle armi da fuoco poco prima di una guerra civile o tunnel spazio-temporali poco prima della fine del mondo. Lo so cosa state pensando, lo so: "si sta arrampicando sugli specchi". Davvero, credetemi, non è così. Davvero.
Vi odio.

In ogni caso sì, la serie di cui si scrive è irlandese e la cosa non può che far piacere. Non per San Patrizio ma perché quando un Paese che non è uno dei soliti a farlo, sforna una serie degna di nota si ha sempre qualcosa di diverso da quanto visto in precedenza. Non nel senso di sceneggiature mai lette, è chiaro, ma diverse da un punto di vista fondamentale quale è quello della resa scenica. Per forza di cose un qualsiasi prodotto artistico risente delle proprie radici, anche quando cerca di allontanarsene. I codici estetici, i ritmi narrativi, finanche gli aspetti più tecnici sono figli della cultura a cui appartengono. Love/Hate non si distacca, fortunatamente per noi, da questa sorta di regola non scritta e si presenta al pubblico, nel 2010, con una personalità tutta sua, che ricorda tanti altri prodotti, e televisivi e cinematografici in senso stretto, ma che riesce ciononostante a rendersi fin da subito riconoscibile e restare fedele a se stessa durante tutte le cinque stagioni andate in onda (una sesta è in lavorazione, ma la si potrà vedere solo nel 2016).


La Dublino raccontata da Stuart Carolan, creatore della serie, è quella vista attraverso gli occhi di una banda criminale capace sì di imporsi all'interno della loro porzione di città, per intenderci, ma non abbastanza organizzata e pericolosa al punto di poter non temere le realtà criminali più grosse di loro. Gli occhi attraverso cui viene filtrata la città sono di conseguenza anche quelli di coloro che le ruotano attorno, di amici e famigliari. Il ritratto restituito, come è facile immaginare, è sporco e maleodorante, quello di una Dublino ai margini, alle prese con piccoli furti e spaccio di droga, rivalità e scontri, cadaveri e ritorsioni. Ciò che è davvero interessante, però, è che ad essere sporca e maleodorante è anche la resa scenica. Si è lontani dall'eleganza e dalla finzione che caratterizzano altre serie simili per temi e sviluppo. Qui c'è un realismo assai accentuato, grigio e ben lungi anche solo dalla possibilità di risultare affascinante agli occhi dallo spettatore. Un esempio rende questa differenza alla perfezione, ossia il cofronto tra Sons of Anarchy e Love/Hate: c'è un momento in cui i motociclisti più famosi della tv approdano in quel di Belfast e tutto è bellissimo, dalle distese verdi alle atmosfere, passando per la colonna sonora irlandese e incazzata che li accompagna. Al termine ti ritrovi su una moto in partenza per l'Irlanda con l'unico obiettivo di andare a tirare cazzotti a caso. Poi però vedi l'Irlanda di Love/Hate, ti fermi a metà strada e decidi di tornare indietro senza pensarci due volte. La differenza è qui, come si scriveva qualche riga più su, è nella resa scenica. SOA è l'emblema della finzione cinematografica, questa è tutto l'opposto. Al punto da non essere nemmeno paragonabili in realtà; il confronto tra le due, infatti, aveva l'unico scopo di sottolineare ulteriormente quale sia il tratto distintivo di Love/Hate. Evidentemente Carolan conosce bene la realtà raccontata e non a caso al termine il realismo è l'aspetto che più resta e più si apprezza del suo prodotto televisivo, tanto che alcuni l'hanno definita il The Wire irlandese, anche se dalle vette raggiunte da The Wire siamo in realtà assai distanti.
Questo però non significa che non sia riuscita, anzi, è un crescendo che mostra una discreta abilità nell'individuare i propri limiti, correggersi e maturare. La prima stagione è non a caso la più debole, fa più di un passo falso, compie scelte evitabili (tipo quel cazzo di hip hop nella colonna sonora che stona discretamente e le toglie punti) e non gestisce sempre bene i personaggi. La seconda è già nettamente migliore, dalle musiche alla sceneggiatura e fa ben sperare nel prosieguo. Prosieguo che non delude affatto le aspettative e con la terza si assesta sui livelli definitivi che rendono la serie assai degna di nota. La raggiunta maturità è evidente, e nella gestione dei personaggi e del ritmo, l'identità si completa (e pure quel cazzo di hip hop sparisce, grazie a dio) e la serie va avanti senza intoppi fino all'ultima stagione andata in onda.


Per intenderci ulteriormente sullo stile di Love/Hate, o meglio sul tipo realismo della stessa, siamo lontani da quello di The Shield e vicini a quello di Pusher, trilogia firmata Nicolas Winding Refn. Quel tipo di criminalità, in parole povere, che potresti ritrovarti dietro casa. A partire dagli attori che - tranne Robert Sheehan con la sua faccia da One Tree Hill - sembrano spesso far parte effettivamente di una qualche banda criminale da quartierino. Anzi, uno di loro è sotto processo perché ha interpretato un agente sottocopertura nella serie pur essendo stato di fatto un agente sotto copertura per la polizia irlandese.

E' ormai da 5 anni lontana dai riflettori, forse è il caso di riconoscerle qualche merito dandole un'occhiata, nonostante il titolo sia, diciamocelo, abbastanza bruttino.



venerdì 27 febbraio 2015

Bosch


BOSCH (2014)





Creatori
: Michael Connelly, Eric Overmyer

Attori: Titus Welliver, Jamie Hector, Amy Aquino,  Jason Gedrick


Paese: USA



E' l'era d'oro dei prodotti seriali. Non necessariamente nel senso di qualità, ma di certo in termini di produzione. Del resto è ovvio che ad un aumento della produzione segua un calo percentuale della qualità, è giusto così. Anche perché, diciamocelo, se questa ondata ha portato a True Detective si può sopportare senza problemi anche una grossa manciata di robetta scadente.

Chiunque volge lo sguardo al piccolo schermo ultimamente, e neanche Amazon è riuscita a sottrarsi a questa tendenza. Prende così  il detective Bosch dai romanzi di Connelly e lo traduce in immagini, proponendo l'ennesima serie televisiva a gente come noi, drogata ed irrecuperabile, ad una stadio felicemente terminale.
Apparentemente niente di nuovo questo Bosch, e in realtà niente di nuovo anche in termini effettivi. Nessun particolare lampo di genio, nessun aspetto troppo caratterizzante né distintivo, nessun tecnicismo più degno di nota di altri, niente di troppo potente da offrire allo spettatore. Sarebbe lecito, anzi, chiedersi perché parlarne; è una domanda che si è fatto per primo il sottoscritto, senza però ricevere risposta, quindi facciamo che ne scrivo e vedo cosa ne fuori al termine.


Classica storia di un detective disilluso e con un sacco di cazzi per la testa. Non troppo hard boiled vecchio stampo, né troppo poliziotto da copertina. Troppo poliziotto per essere per essere un detective privato dal sapore hard boiled, ma abbastanza disilluso e cupo da restituire, dell'hard boiled, comunque un certo retrogusto. Si ritrova a gestire un caso che ha lo psicopatico che ti aspetti al centro della stessa, lo psicopatico che anche questa volta decide di avere una connessione col detective di turno, e che anche questa volta con lo stesso cerca e trova un rapporto. Ci sono, come da copione, pure i casini personali, come si accennava, del protagonista. Un processo pendente, una figlia a 4 ore di distanza che vede poco e niente, l'antagonista del dipartimento che gli rompe le palle appena possibile, e, immaginate, c'è pure Lance Reddick a fare il "deputy chief" della situazione. Roba da non sapere dove l'originalità sia di casa.
Ad onor del vero, dopo un paio di puntate stavo per lasciare. Specie dopo l'entrata in scena dell'ennesimo aspetto da copione: la donna più telefonata che si possa immaginare. Non che gli altri personaggi siano questo crogiuolo di complessità e profondità, intendiamoci. Tuttavia, ho deciso di vedere comunque la terza puntata, spegnere tutto e andare a letto. Il giorno successivo la riprendo, più per sport che altro, e dopo 3-4 ore mi ritrovo con la serie conclusa e con 7 puntate di fila alle spalle. Ora, questo non significa affatto che si sia rivelata un capolavoro e che io sia morto dalla gioia, anche perché sto scrivendo. A dirla tutta non è cambiato granché, ma ciononostante questo secondo prodotto della Amazon è scivolato via con una facilità che non riscontravo da tempo. Una facilità tipica di quei prodotti tanto a cervello spento quanto onesti. Quei prodotti non pretenziosi, non fastidiosi nella loro arroganza di proporre il prodotto del secolo presentandosi con qualcosa nemmeno buona per annoiarsi.


Bosch, si scriveva, è un detective come tanti, troppo preso dal suo lavoro senza però rasentare la sociopatia, è il detective che potresti trovarti di fronte un giorno se dovessi uccidere qualcuno. Una sorta di detective della porta accanto, solo un po' più bravo e con un'infanzia un po' meno felice della tua. Non il classico genio della Omicidi, di quelli che hanno un lampo sul cesso e salvano tutti gli Stati Uniti più metà del Giappone, ma più semplicemente quello che ricalca il caso più e più volte e per la legge dei grandi numeri riesce a risolverlo prima di altri. La fruibilità, la semplicità e l'onestà del racconto sono proprio qui. C'è un caso, la gente muore, il serial killer non è figo al punto che vuoi essere un serial killer, così come non lo è il protagonista al punto di voler essere un detective. Non ci sono quei fastidiosi colpi di scena che minano la credibilità, sempre meno rispettata, dell'intreccio, né dialoghi ad effetto che minano, se non usati sapientemente, la credibilità del personaggio (e lo scrive un amante dei dialoghi ad effetto). Invero la resa scenica non è altrettanto realistica, come lo è quella di un The Wire, piuttosto che un The Shield, ma niente di preoccupante, o che in ogni caso possa andare a ledere l'aspetto che rende fruibile la serie, ossia l'aderenza, o quasi, alla realtà.

E' stato finalmente dato un ruolo da protagonista a Titus Welliver, altro punto a favore. Fa il suo, non recita da Dio, ma fa il suo. E se Welliver fa il suo, è sufficiente. Altro punto a favore la sigla d'apertura: non sono riuscito a mandarla avanti nemmeno mezza volta, trasmette da sola, forse più della serie stessa, quell'atmosfera hard boiled e disillusa della metropoli. "Can't let go" di Caught A Ghost: la ascoltate, grazie.


Nulla, quindi. Non è la serie del secolo, non si avvicina nemmeno ad esserlo (ha più di un difetto), non la consiglio con entusiasmo, ve ne parlo e basta, poi fate voi. E' "solo" un'altra storia capitata tra le mani del LAPD, la storia un altro essere umano che ha perso il senno, di un altro detective chiamato a fare il suo lavoro. Una storia come tante, risolta con dell'onesto lavoro investigativo. Come direbbero in una serie poliziesca a caso, da quelle parti:

"Just some good police work".


venerdì 9 dicembre 2011

"Sons Of Anarchy" - Quarta Stagione

-
SONS OF ANARCHY (2008)




Creatore: Kurt Sutter

Attori: Charlie Hunnam, Katey Sagal, Ron Perlman, 
            Maggie Siff

Paese: USA


Quello della terza stagione di “SOA” è stato un finale perfetto per gestione e costruzione. Coinvolgente ed emozionante, ma soprattutto perfetto per l'evoluzione dell'ingranaggio forse più importante dell'intero intreccio. Le ultime sequenze nello specifico, la sovrapposizione di voci nella lettura, il montaggio delle stesse distribuiscono brividi un po' ovunque, consegnando alla stagione successiva un testimone dal peso affatto indifferente.
Il pilot della quarta stagione e le puntate che seguono, di tutta risposta, lo sollevano quasi fosse un bastoncino di polistirolo. Gettano le basi per quelle che sembra saranno le 14 puntate più alte dell'intera serie. Sutter infatti, come solo lui sa fare, dà inizio a quel suo spogliare di umanità e fascino personaggi che in effetti non li meritano, ma che ai quali lui per primo ci ha avvicinati. Li ha resi comprensibili e giustificabili, li ha resi attraenti; tutti vogliono comprarsi una moto e fondare un club di motociclisti incazzati dopo aver visto “SOA”, diciamocelo. Persone alle quali si è legati a filo doppio, amicizie suggellate dallo stemma della vecchia signora, “old ladies” in giro per il club, un codice d'onore inviolabile, una vita adrenalinica, guerriglie in ogni dove. Del resto si sa, con adrenalina e guerriglie Sutter ci vive, e non è il caso di meravigliarsene dopo le 7 meravigliose stagioni di “The Shield”. Ma in fin dei conti quelli che racconta sono personaggi che di positivo hanno ben poco: trafficano in armi, uccidono con una certa facilità e si muovono tra minacce e ricatti. Criminali. È ciò che sottolinea seppur con altri intenti la frase dello sceriffo Roosvelt: “You're criminal, You do bad shit. I'm a cop, I stop you”. E quindi Sutter come tali inizia a trattarli, tirando fuori dalla gran parte dei personaggi meschinità e debolezze. Juice tradisce il club per una sciocchezza, perché ricattato sulla base di una regola stupida che sarebbe sufficiente a far crollare tutti i discorsi sull'amicizia e sull'onore che ai Sons piace così tanto fare; Clay continua a scrollarsi di dosso i resti di un'integrità morale distrutta già da tempo. Questa volta, però, con una velocità ancora maggiore: mente, picchia e uccide persone a lui vicine, non mostra scrupoli di nessun tipo. Anche quel briciolo di umanità che compariva ogni tanto, nei momenti con Gemma, svanisce; Lo stesso Jax mostra tutti i suoi limiti, quando guarda negli occhi quello che definisce il suo miglior amico e mente, peraltro dopo averlo convinto a non fare ciò che lui ha deciso di fare ora. Tara, pur restando un personaggio positivo, tiene ben nascosta una verità che il suo uomo meriterebbe di sapere. Per tutta la stagione sembra farlo per proteggere Jax, in realtà lo fa per motivi prettamente egoistici; Unser, nascosto dietro una finta e facile umanità, è in realtà un vermetto che punzecchiato nel suo orgoglio usa la sofferenza altrui per raggiungere uno scopo il cui unico sapore davvero distinguibile è quello di una vendetta misera e triste; e poi c'è Gemma, il personaggio in assoluto più negativo. Calcolatrice e subdola oltre ogni limite, fredda e manipolatrice.


Svoltando in questo senso l'intreccio diviene assai potente perché coerente e concentrato, non si ha la benché minima sensazione che si stia proponendo parentesi fine a se stesse. È la naturale evoluzione dei presupposti iniziali, pilastri dell'intero soggetto, e Sutter la gestisce alla perfezione. Attento ad ogni particolare non si perde nel mare di sottotrame, le incastra anzi in maniera impeccabile. Altro aspetto di cui non meravigliarsi. Crea una discesa sempre più ripida verso un climax che questa volta non è il punto più alto ma quello più basso, dato che la risoluzione suggerita è la stessa di una tragedia – quanto raccontato dallo sceneggiatore americano non è altro che un moderno “Amleto”. Personaggi e storia, in caduta libera, sembrano non aver modo di interrompere una corsa disperata verso il fondo. È lo stesso motivo per cui la settima stagione di “The Shield” è immensa.
Nel farlo Sutter non sacrifica mai l'azione. La intreccia ad una storia che ha già di suo ritmo da vendere e rende il tutto una bomba ad orologeria in cui non si ha il tempo di contare i secondi, se non durante quei momenti necessariamente lenti che una storia deve dedicare ai suoi personaggi perché risultino credibili. Ma la parentesi è sempre una parentesi, non si ha infatti neanche il tempo di chiuderla che la storia riprende a viaggiare a ritmi adrenalinici, scandita da scelte musicali sempre indovinate. Ogni brano finisce con l'essere in simbiosi con tutto il resto, perché ad adattarsi a quanto accade non è solo la melodia ma anche il testo, che diventa parte integrante della sequenza. Il montaggio in simbiosi con “David” di Noah Gundersen verso la fine della dodicesima puntata è in questo senso un esempio perfetto: “I want to slay my demons, but I've got lots of them, I've got lots of them”.
Epinefrina, quindi. Se ne produce in quantità industriali, Sutter lo sa bene, tanto che quanto propone è sempre subordinato ad un tacito accordo per cui si chiude un occhio su qualche scelta magari troppo esagerata in cambio di una trama orizzontale solida, credibile e sviluppata con ritmo. È quanto accade anche in questa quarta stagione. O perlomeno fino a qualche puntata prima della fine della stessa.


La serie è stata rinnovata per una quinta stagione in corso d'opera. Dopo aver registrato livelli di ascolti assai interessanti, infatti, l'emittente ha deliberato a favore di un'altra stagione. Il risultato è che il peso di tale scelta si avverte distintamente. Molti, me compreso, durante la visione avevano pensato che questa avesse tutti i presupposti per essere la stagione conclusiva, e probabilmente anche gli sceneggiatori. Scenario peraltro perfettamente in linea con l'accordo tacito di cui sopra. Tuttavia, proprio quando si attende solo di restare incollati allo schermo e non avvertire alcuna intrusione dal mondo esterno, che poi sarebbe anche quello reale, qualcosa nell'ingranaggio inizia ad incepparsi. L'adrenalina invece di crescere scende, la storia invece di scivolar via si fa leggermente macchinosa. C'è qualcosa che chiaramente non torna, ma si va vanti mettendo da parte sparatorie gratuite ed eccessive e scazzottate appena giustificabili. Non la classica azione al servizio della trama, bensì azione di riempimento di cui generalmente Sutter non ha bisogno. Così, quindi, fino alle ultime sequenze che rivelano la causa della debolezza di un finale che crolla miseramente a confronto con quello della stagione precedente. Un cambio di rotta davvero debole sulla cui fronte c'è scritto “Vi chiedo scusa, ma devo gettare le basi per una quinta stagione di cui si poteva fare tranquillamente a meno”. Un colpo di scena di serie C, che gambizza peraltro il fascino delle due guest star – Danny Trejo e Benito Martinez - che fino a quel momento avevano contribuito positivamente alla riuscita della stagione, rendendole due macchiette di passaggio davvero poco credibili.

Viene quindi meno quel restare anima e corpo sulla storia, quel non perderla mai di vista, che è poi la colonna portante di un metodo narrativo riconoscibile, incalzante e compatto. Il crollo lo si avverte, ma si avverte ancor più chiaramente una sensazione per chi scrive davvero pessima, ossia quella di una serie in parte ormai compromessa, perché limitata da una forzatura che detterà a sua volta un'intera altra stagione. E tutto ciò proprio quando sembrava assodato che Sutter avesse così tanto in mano le redini da poter gestire la serie fino al termine senza problemi di sorta. Come ha detto qualcuno nel corso di questa quarta stagione, “I didn't see it coming”.


Rare volte si ha così tanta voglia di essersi sbagliati.


venerdì 2 dicembre 2011

Season Finale - Best 5


Riprendo oggi quanto scritto sul post relativo ai migliori series finale e più precisamente sul concetto filmico di “fine”. Vi è infatti un altro elemento che caratterizza fortemente una serie televisiva e che personalmente attendo ogni volta come un credente il settimanale corpo di Cristo. Si sta parlando del cosiddetto season finale, ossia la puntata conclusiva di una stagione. È al tempo stesso punto d'arrivo e inizio. Magnetica, come ogni conclusione, ma capace di creare magnetismo verso ciò che ad essa seguirà. È infatti la fine di un ciclo, ma non della serie intera. Porta a termine quanto proposto nel corso della stagione, creando quindi un climax crescente, ma al tempo stesso si preoccupa di creare attesa per il prosieguo attraverso ramificazioni credibili. È già abbastanza difficile creare o trovare un finale degno di questo nome, se si considera che deve essere anche inizio, si può avere un'idea seppur vaga di quanto possa essere difficile dar corpo e gestire l'episodio che lo ospita.
È però anche il motivo per cui, laddove riesca, il finale di stagione è così potente in termini emozionali. Preceduto da un'attesa intensificatasi puntata dopo puntata, è adrenalinico e appagante. Un punto di svolta che mischia il coinvolgimento per ciò che accade e l'interesse per ciò che accadrà. Due sensazioni che generalmente viaggiano sulla stessa identica linea perché uno preceduto dall'altro. Si mischiano invece nell'episodio che chiude una stagione e quello emotivo è un risultato capace di far percepire 60 minuti come fossero stati 2. Discorso, questo, applicabile non esclusivamente all'intreccio puro e semplice ma anche solo all'evoluzione introspettiva piuttosto che all'intensificazione di una particolare atmosfera, quella che poi caratterizza la serie.

5) House M.D. - Quinta Stagione


L'unica serie a puntate circolari che mi abbia preso quasi quanto una a trama orizzontale. Ha dalla sua dialoghi serrati e sempre di livello. Cinica e realistica nel riflettere sulle relazioni interpersonali per bocca di un protagonista professionalmente geniale e umanamente al limite del patologico. La fine della quinta stagione si concentra più sul personaggio che sul resto e infatti è di gran lunga la migliore. Insieme al penultimo episodio mette in scena una risoluzione allucinata, inquietante e costruita perfettamente, che porta personaggio e serie a una svolta che non poteva essere evitata. Peccato le stagioni successive non mantengano le promesse, ma un finale così riuscito resta. 

4) OZ - Quinta Stagione/ I Soprano - Seconda Stagione


Queste due serie, e di conseguenza i finali di stagione a cui si fa riferimento, appartengono alla categoria sopra descritta la cui discriminante non è da ricercare tanto nell'intreccio quanto nell'intensificazione di quel particolare aspetto, in termini di atmosfera, che la distingue. In questo senso, infatti, “OZ” e “I Soprano” sono molto simili. Non puntano sul ritmo ma sull'analisi, sull'introspezione ma soprattutto su un realismo filmico disilluso e grigio.
(Non proseguite se volete evitare spoiler)
La fine della quinta stagione di "OZ" è gelida. Viene accoltellato il personaggio che è anche la voce della serie, uno dei personaggi più umani, l'ultima tra le morti papabili (dato che abbondano ad ogni stagione). È la sconfitta della speranza. Restano lerciume e meschinità. È il preludio al fallimento dell'esperimento, dell'Acquario, come lo chiamano all'interno della serie. L'ultima sequenza vale la stagione.
Gelida allo stesso modo quella dei Soprano. Spietata per l'intreccio e cruciale per il protagonista, di cui vengono svelate sfaccettature ulteriori. La serie sviscera per sei stagioni Tony Soprano in maniera insuperata e quanto accade al termine della seconda stagione delinea e mina colonne portanti di quel ritratto che costituirà poi il volto dell'intera serie.
 
3) Lost - Terza Stagione


La serie che per tre stagioni fu grande. Una delusione che ancor ora provoca bruciori sparsi ma che nonostante tutto ha lasciato dietro di sé cose senza dubbio assai notevoli. Coinvolgente e adrenalinica, tecnicamente eccellente, è praticamente un treno che al termine della terza stagione sfonda lo schermo e colpisce lo spettatore dritto in faccia. Una svolta meravigliosa e ficcante che apre scenari sconfinati. Scenari, purtroppo, rimasti inesplorati per un prosieguo scandaloso. 

2) The Shield - Quinta Stagione


Un pugno nello stomaco allucinante. Tanto da inflazionare il valore dell'espressione e renderla eccessiva per il 90% dei casi in cui è stata usata in precedenza. La fine della quinta stagione di “The Shield” è desolante e disperata, sporca e maleodorante. Una chiusura capace di impietrire e portare la serie su un livello del tutto nuovo, come se quelli già raggiunti non fossero sufficienti. Una svolta che sarà il motore di una settima (ultima) stagione strepitosa. 

1) Battlestar Galactica - Terza Stagione

 
L'unico finale di stagione, quello della terza di “Battlestar Galactica”, così appagante da non farmi pesare l'attesa per la stagione successiva. Così alto da raggiungere il climax e porsi al di sopra finanche della conclusione dell'intera serie: l'intreccio esplode, l'atmosfera evolve, l'adrenalina raggiunge il suo stato più puro. Sbalorditiva la simbiosi tra regia, fotografia, montaggio e musica. Ammaliante lo scenario fantascientifico. Una meraviglia. Da brividi.



martedì 29 novembre 2011

Series Finale - Best 5

-
La fine. La fine di un film, di un libro, di una serie, anche di una singola puntata o di una stagione intera. Personalmente è una delle cose che più adoro, perché punto d'arrivo e risoluzione di un racconto seguito per ore o per centinaia di pagine. Rappresenta il distacco da personaggi che si è imparato a conoscere nel tempo e ai quali ci si è avvicinati, siano essi stati affascinanti, irritanti, magnetici o meschini. Se ne conoscono, al termine, tutte le sfaccettature, tutti gli aspetti che ne delineano il volto. Si conoscono, allo stesso modo, tutte le parentesi che li hanno visti protagonisti nel tempo filmico per il quale li si è seguiti. Del resto sono personaggi che nascono e muoiono con il racconto di cui fanno parte, quindi si può tranquillamente affermare che li si conosce in maniera totale.
In quest'ottica il finale di quel racconto non può non essere esaustivo, appagante, emozionante e soprattutto coerente con quanto visto fino a quel momento. Non che un'opera sia solo la sua fine, ma quest'ultima è ciò a cui tende l'intero racconto, sia essa relativa all'intreccio o anche solo al percorso intrapreso dal personaggio. Quanto scritto assume un peso esponenzialmente maggiore nel caso di una serie che ha alle spalle più stagioni, che magari a loro volta contnoa un numero non indifferente di puntate. Ed è di questo che scrivo oggi, ossia delle conclusioni di alcune delle serie televisive che più ho apprezzato: i 5 migliori series finale che abbia mai visto.

5) The Wire


Il ritratto restituito dall'ultima sequenza è così rassegnato da far male. La serie nel suo insieme, intendiamoci, non ha mai mostrato barlumi di speranza anche perché è del crimine reale che parla. Tuttavia con la sequenza conclusiva la serie sembra gettare la spugna, non dando alternativa alcuna, positiva o negativa che sia, ai suoi protagonisti. Analiticamente chirurgica nella sua freddezza, come del resto tutta la serie. 

4) Six Feet Under


Non è tra le mie serie preferite in assoluto, in realtà. Chiaramente è fuori discussione la riuscita della stessa. È infatti una serie estremamente valida e non a caso sempre lì in giro tra quelle ad oggi ritenute le migliori (non me ne voglia la mia amica zombiana). Ciononostante questo terzo posto non glielo toglie nessuno. A far da discriminante, in questo senso, è la coerenza e con quanto proposto in precedenza e anche, e soprattutto, con il tema in sé. La serie creata da Ball si risolve nella leggerezza più malinconica e pesante di sempre. 6 minuti incantevoli.

3) Twin Peaks


No, sul serio. C'è da dire qualcosa al riguardo? È davvero necessario parlare di quanto allucinante, oltreché allucinato, sia il finale di “Twin Peaks”? È il caso di sottolineare l'ovvio scrivendo di quanto non solo sia in linea con l'atmosfera fuori dal mondo ricreata da Lynch, ma della capacità dello stesso di portarla su un livello ancor più alto e definitivo? C'è davvero bisogno di elogiare esplicitamente l'ultima sequenza? E ancora – e chi non ha visto Twin Peaks NON VADA AVANTI e non entri neanche più in questo blog – c'è bisogno di spiegare che quest'uomo al termine di tutto ha fatto trionfare il male, il cattivo di turno, dopo 2 stagioni intere? No, non ce n'è bisogno.

2) The Shield 

 
  
Non poteva finire in altra maniera. Nessun'altra conclusione sarebbe stata migliore. Sette stagioni strutturate per portare il personaggio al punto d'arrivo forse più lineare di sempre. E non solo rispetto alla storia ma anche alla gestione tecnica della serie. Un finale lungo una stagione. L'ultima infatti sembra un unico respiro, glaciale e spietato, senza speranze e a tratti disturbante. Tocca vette che solo la serie forse migliore in assoluto poteva toccare.

1) I Soprano

 

Enorme. Un finale tanto calzante quanto coraggioso. Terminare in quel modo una serie così seguita è impensabile, e non si riesce a capire come sia stato possibile che glielo abbiano lasciato fare. Pieno di riferimenti ad episodi e frasi di puntate precedenti, e proprio per questo ancora più coerente. Studiato nel dettaglio, misurato e gestito alla perfezione. Con una scelta musicale che non poteva essere differente nel suo rendere emozionanti e anche in questo caso definitive le ultime sequenze.


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...