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venerdì 27 febbraio 2015

Bosch


BOSCH (2014)





Creatori
: Michael Connelly, Eric Overmyer

Attori: Titus Welliver, Jamie Hector, Amy Aquino,  Jason Gedrick


Paese: USA



E' l'era d'oro dei prodotti seriali. Non necessariamente nel senso di qualità, ma di certo in termini di produzione. Del resto è ovvio che ad un aumento della produzione segua un calo percentuale della qualità, è giusto così. Anche perché, diciamocelo, se questa ondata ha portato a True Detective si può sopportare senza problemi anche una grossa manciata di robetta scadente.

Chiunque volge lo sguardo al piccolo schermo ultimamente, e neanche Amazon è riuscita a sottrarsi a questa tendenza. Prende così  il detective Bosch dai romanzi di Connelly e lo traduce in immagini, proponendo l'ennesima serie televisiva a gente come noi, drogata ed irrecuperabile, ad una stadio felicemente terminale.
Apparentemente niente di nuovo questo Bosch, e in realtà niente di nuovo anche in termini effettivi. Nessun particolare lampo di genio, nessun aspetto troppo caratterizzante né distintivo, nessun tecnicismo più degno di nota di altri, niente di troppo potente da offrire allo spettatore. Sarebbe lecito, anzi, chiedersi perché parlarne; è una domanda che si è fatto per primo il sottoscritto, senza però ricevere risposta, quindi facciamo che ne scrivo e vedo cosa ne fuori al termine.


Classica storia di un detective disilluso e con un sacco di cazzi per la testa. Non troppo hard boiled vecchio stampo, né troppo poliziotto da copertina. Troppo poliziotto per essere per essere un detective privato dal sapore hard boiled, ma abbastanza disilluso e cupo da restituire, dell'hard boiled, comunque un certo retrogusto. Si ritrova a gestire un caso che ha lo psicopatico che ti aspetti al centro della stessa, lo psicopatico che anche questa volta decide di avere una connessione col detective di turno, e che anche questa volta con lo stesso cerca e trova un rapporto. Ci sono, come da copione, pure i casini personali, come si accennava, del protagonista. Un processo pendente, una figlia a 4 ore di distanza che vede poco e niente, l'antagonista del dipartimento che gli rompe le palle appena possibile, e, immaginate, c'è pure Lance Reddick a fare il "deputy chief" della situazione. Roba da non sapere dove l'originalità sia di casa.
Ad onor del vero, dopo un paio di puntate stavo per lasciare. Specie dopo l'entrata in scena dell'ennesimo aspetto da copione: la donna più telefonata che si possa immaginare. Non che gli altri personaggi siano questo crogiuolo di complessità e profondità, intendiamoci. Tuttavia, ho deciso di vedere comunque la terza puntata, spegnere tutto e andare a letto. Il giorno successivo la riprendo, più per sport che altro, e dopo 3-4 ore mi ritrovo con la serie conclusa e con 7 puntate di fila alle spalle. Ora, questo non significa affatto che si sia rivelata un capolavoro e che io sia morto dalla gioia, anche perché sto scrivendo. A dirla tutta non è cambiato granché, ma ciononostante questo secondo prodotto della Amazon è scivolato via con una facilità che non riscontravo da tempo. Una facilità tipica di quei prodotti tanto a cervello spento quanto onesti. Quei prodotti non pretenziosi, non fastidiosi nella loro arroganza di proporre il prodotto del secolo presentandosi con qualcosa nemmeno buona per annoiarsi.


Bosch, si scriveva, è un detective come tanti, troppo preso dal suo lavoro senza però rasentare la sociopatia, è il detective che potresti trovarti di fronte un giorno se dovessi uccidere qualcuno. Una sorta di detective della porta accanto, solo un po' più bravo e con un'infanzia un po' meno felice della tua. Non il classico genio della Omicidi, di quelli che hanno un lampo sul cesso e salvano tutti gli Stati Uniti più metà del Giappone, ma più semplicemente quello che ricalca il caso più e più volte e per la legge dei grandi numeri riesce a risolverlo prima di altri. La fruibilità, la semplicità e l'onestà del racconto sono proprio qui. C'è un caso, la gente muore, il serial killer non è figo al punto che vuoi essere un serial killer, così come non lo è il protagonista al punto di voler essere un detective. Non ci sono quei fastidiosi colpi di scena che minano la credibilità, sempre meno rispettata, dell'intreccio, né dialoghi ad effetto che minano, se non usati sapientemente, la credibilità del personaggio (e lo scrive un amante dei dialoghi ad effetto). Invero la resa scenica non è altrettanto realistica, come lo è quella di un The Wire, piuttosto che un The Shield, ma niente di preoccupante, o che in ogni caso possa andare a ledere l'aspetto che rende fruibile la serie, ossia l'aderenza, o quasi, alla realtà.

E' stato finalmente dato un ruolo da protagonista a Titus Welliver, altro punto a favore. Fa il suo, non recita da Dio, ma fa il suo. E se Welliver fa il suo, è sufficiente. Altro punto a favore la sigla d'apertura: non sono riuscito a mandarla avanti nemmeno mezza volta, trasmette da sola, forse più della serie stessa, quell'atmosfera hard boiled e disillusa della metropoli. "Can't let go" di Caught A Ghost: la ascoltate, grazie.


Nulla, quindi. Non è la serie del secolo, non si avvicina nemmeno ad esserlo (ha più di un difetto), non la consiglio con entusiasmo, ve ne parlo e basta, poi fate voi. E' "solo" un'altra storia capitata tra le mani del LAPD, la storia un altro essere umano che ha perso il senno, di un altro detective chiamato a fare il suo lavoro. Una storia come tante, risolta con dell'onesto lavoro investigativo. Come direbbero in una serie poliziesca a caso, da quelle parti:

"Just some good police work".


lunedì 30 gennaio 2012

"Touch" - Pilot


TOUCH (2012)





Ideatore: Tim Kring

Attori: Kiefer Sutherland, Titus Welliver, David Mazouz

Paese: USA


Orfana di “24”, serie tra le più seguite di sempre e che ha infatti portato ascolti alla FOX per qualcosa come dieci anni, l'emittente televisiva torna a puntare su Kiefer Sutherland, magari nella speranza che coloro che ancora piangono Jack Bauer tornino ad incollarsi alla poltrona solamente per rivederne il volto. È lui ad interpretare Martin Bohm (protagonista di “Touch”), ex giornalista che ha abbandonato il suo lavoro per dedicarsi al figlio autistico, Jake (David Mazouz); dopo la morte della moglie, nonché madre del bambino, Martin non ha fatto altro che lavorare per permettere al figlio di frequentare scuole adatte alla sua condizione e permettere a se stesso di stargli dietro. Jake, infatti, non mostra semplicemente problemi di comunicazione ma anche comportamentali, non volendo essere in nessun modo toccato e sfuggendo agli occhi del padre, come dei suoi insegnanti, per raggiungere luoghi che sembrano avere un senso solo per lui.

Espressione da interrogatorio di Jack Bauer

Il creatore della serie è un certo Tim Kring, lo stesso che per due stagioni ha fatto sperare in un ottimo prodotto, “Heroes”, crollato poi nel peggiore dei modi, tanto da essere sospeso dalla NBC dopo la quarta stagione. Molti hanno attribuito il calo allo sciopero che ci fu allora degli sceneggiatori, ma in realtà anche successivamente, dopo aver dichiarato che avrebbe ripreso in mano le redini del suo show, “Heroes” ha continuato a perdersi per strada, fino appunto alla sospensione. La sua mano in “Touch", in ogni caso, si distingue chiaramente; si avverte quel carattere “globale” attraverso cui Kring coinvolge nelle sue storie il mondo intero, creando connessioni tra un impiegato statunitense, un giovane arabo, una cantante irlandese ed un uomo d'affari in giro per i vari continenti. Lo aveva già fatto con i poteri dei suoi supereroi, ed ora lo rifà attraverso una leggenda orientale per cui ognuno è legato da un “filo rosso” a gente che deve necessariamente incontrare. E a quanto pare il compito di individuare tali fili è proprio del piccolo Jake.

Fin da subito, quindi, si impone quella seducente potenza narrativa insita in un soggetto così strutturato e non è un caso che Kring la concretizzi e cavalchi immediatamente. La scena passa pertanto senza sforzo alcuno da un paese all'altro, giocando sulla costruzione in crescendo della tensione. Quest'ultima è affidata per lo più alle rivelazioni, inizialmente non riconosciute come tali dai protagonisti, di Jack, che cerca di comunicare con sequenze di numeri che tornano in maniera sistematica. Ora, non è difficile capire dopo "Lost" quanto facilmente elementi e scelte di questo tipo si traducano in coinvolgimento per lo spettatore; è infatti molto semplice restarne affascinati, al punto che si potrebbero seguire per stagioni intere.
Quello dello stereotipo tuttavia, come più volte si è scritto in questa sede, non è in sé un problema se usato con intelligenza ed onestà; nel momento, però, in cui si risolve in qualcosa oltreché di già visto anche privo di personalità, allora risulta al contrario assai deleterio. Se si considera poi uno sviluppo dei singoli passaggi di sceneggiatura, come in questo caso, davvero debole, allora a venirne fuori è un prodotto che non si distingue certo per qualità, non potendo essere sostenuto esclusivamente da un soggetto accattivante solo in potenza. 


Basti pensare, per capire cosa si intende per "passaggi deboli", a Martin che cerca di scoprire cosa il figlio abbia di speciale. Si rivolge alla rete per comprendere una simile rivelazione e trova al primo colpo un sito sconosciuto, creato da un uomo che in 5 minuti gli spiega che il figlio praticamente vede il futuro, e lui accetta la notizia come se gli fosse stato detto che il suo nome è Martin. Sarebbe stato più difficile comprendere le capacità da veggente del figlio, se si fosse rivolto ad un ipotetico studio di consulenze su figli autistici e veggenti. Parentesi simili a questa per debolezza ce ne sono diverse già solo nel pilot – Jack che esce dalla macchina senza che Martin senta lo sportello; l'attenzione ingiustificata al video musicale; la centralinista esperta nel disinnescare bombe arabe e via discorrendo – e mostrano pericolosamente il profilo in assoluto più debole dello stile Kringhiano, ossia quello poco attento alla coerenza della sceneggiatura, che sacrifica in maniera anche grossolana la credibilità in nome dell'emotività e della spettacolarità. Un intreccio fantascientifico non implica infatti la possibilità di mettere in secondo piano quella solidità che lo stesso deve sempre e comunque mostrare.

Non gioca a favore della nuova serie della FOX neanche la scelta di affidare a Sutherland il ruolo principale, essendo come attore non così convincente; non essendolo, meglio, in ruoli che richiedono una gamma espressiva ampia come quella richiesta dal suo personaggio (non è un caso che nel recente “Melancholia” abbia offerto al contrario un'ottima prova). Fortunatamente, nel pilot – e si spera vengo riconfermato nelle puntate successive che andranno in onda a marzo - è presente anche Titus Welliver, caratterista capace di conferire ai personaggi che interpreta fascino e spessore: sarebbe sufficiente la sua espressione in chiusura, al termine dell'intervista, per rendere valida l'intera puntata. 


I presupposti perché si riveli l'ennesimo prodotto precotto ma capace di rastrellare consensi a destra e a manca, ci sono tutti. Resta da capire se e quanta accortezza nella costruzione mostrerà la serie d'ora in avanti, perché nel caso lo faccia potrebbe anche rivelarsi un prodotto piacevole da seguire senza troppe pretese.


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