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lunedì 30 gennaio 2012

"Touch" - Pilot


TOUCH (2012)





Ideatore: Tim Kring

Attori: Kiefer Sutherland, Titus Welliver, David Mazouz

Paese: USA


Orfana di “24”, serie tra le più seguite di sempre e che ha infatti portato ascolti alla FOX per qualcosa come dieci anni, l'emittente televisiva torna a puntare su Kiefer Sutherland, magari nella speranza che coloro che ancora piangono Jack Bauer tornino ad incollarsi alla poltrona solamente per rivederne il volto. È lui ad interpretare Martin Bohm (protagonista di “Touch”), ex giornalista che ha abbandonato il suo lavoro per dedicarsi al figlio autistico, Jake (David Mazouz); dopo la morte della moglie, nonché madre del bambino, Martin non ha fatto altro che lavorare per permettere al figlio di frequentare scuole adatte alla sua condizione e permettere a se stesso di stargli dietro. Jake, infatti, non mostra semplicemente problemi di comunicazione ma anche comportamentali, non volendo essere in nessun modo toccato e sfuggendo agli occhi del padre, come dei suoi insegnanti, per raggiungere luoghi che sembrano avere un senso solo per lui.

Espressione da interrogatorio di Jack Bauer

Il creatore della serie è un certo Tim Kring, lo stesso che per due stagioni ha fatto sperare in un ottimo prodotto, “Heroes”, crollato poi nel peggiore dei modi, tanto da essere sospeso dalla NBC dopo la quarta stagione. Molti hanno attribuito il calo allo sciopero che ci fu allora degli sceneggiatori, ma in realtà anche successivamente, dopo aver dichiarato che avrebbe ripreso in mano le redini del suo show, “Heroes” ha continuato a perdersi per strada, fino appunto alla sospensione. La sua mano in “Touch", in ogni caso, si distingue chiaramente; si avverte quel carattere “globale” attraverso cui Kring coinvolge nelle sue storie il mondo intero, creando connessioni tra un impiegato statunitense, un giovane arabo, una cantante irlandese ed un uomo d'affari in giro per i vari continenti. Lo aveva già fatto con i poteri dei suoi supereroi, ed ora lo rifà attraverso una leggenda orientale per cui ognuno è legato da un “filo rosso” a gente che deve necessariamente incontrare. E a quanto pare il compito di individuare tali fili è proprio del piccolo Jake.

Fin da subito, quindi, si impone quella seducente potenza narrativa insita in un soggetto così strutturato e non è un caso che Kring la concretizzi e cavalchi immediatamente. La scena passa pertanto senza sforzo alcuno da un paese all'altro, giocando sulla costruzione in crescendo della tensione. Quest'ultima è affidata per lo più alle rivelazioni, inizialmente non riconosciute come tali dai protagonisti, di Jack, che cerca di comunicare con sequenze di numeri che tornano in maniera sistematica. Ora, non è difficile capire dopo "Lost" quanto facilmente elementi e scelte di questo tipo si traducano in coinvolgimento per lo spettatore; è infatti molto semplice restarne affascinati, al punto che si potrebbero seguire per stagioni intere.
Quello dello stereotipo tuttavia, come più volte si è scritto in questa sede, non è in sé un problema se usato con intelligenza ed onestà; nel momento, però, in cui si risolve in qualcosa oltreché di già visto anche privo di personalità, allora risulta al contrario assai deleterio. Se si considera poi uno sviluppo dei singoli passaggi di sceneggiatura, come in questo caso, davvero debole, allora a venirne fuori è un prodotto che non si distingue certo per qualità, non potendo essere sostenuto esclusivamente da un soggetto accattivante solo in potenza. 


Basti pensare, per capire cosa si intende per "passaggi deboli", a Martin che cerca di scoprire cosa il figlio abbia di speciale. Si rivolge alla rete per comprendere una simile rivelazione e trova al primo colpo un sito sconosciuto, creato da un uomo che in 5 minuti gli spiega che il figlio praticamente vede il futuro, e lui accetta la notizia come se gli fosse stato detto che il suo nome è Martin. Sarebbe stato più difficile comprendere le capacità da veggente del figlio, se si fosse rivolto ad un ipotetico studio di consulenze su figli autistici e veggenti. Parentesi simili a questa per debolezza ce ne sono diverse già solo nel pilot – Jack che esce dalla macchina senza che Martin senta lo sportello; l'attenzione ingiustificata al video musicale; la centralinista esperta nel disinnescare bombe arabe e via discorrendo – e mostrano pericolosamente il profilo in assoluto più debole dello stile Kringhiano, ossia quello poco attento alla coerenza della sceneggiatura, che sacrifica in maniera anche grossolana la credibilità in nome dell'emotività e della spettacolarità. Un intreccio fantascientifico non implica infatti la possibilità di mettere in secondo piano quella solidità che lo stesso deve sempre e comunque mostrare.

Non gioca a favore della nuova serie della FOX neanche la scelta di affidare a Sutherland il ruolo principale, essendo come attore non così convincente; non essendolo, meglio, in ruoli che richiedono una gamma espressiva ampia come quella richiesta dal suo personaggio (non è un caso che nel recente “Melancholia” abbia offerto al contrario un'ottima prova). Fortunatamente, nel pilot – e si spera vengo riconfermato nelle puntate successive che andranno in onda a marzo - è presente anche Titus Welliver, caratterista capace di conferire ai personaggi che interpreta fascino e spessore: sarebbe sufficiente la sua espressione in chiusura, al termine dell'intervista, per rendere valida l'intera puntata. 


I presupposti perché si riveli l'ennesimo prodotto precotto ma capace di rastrellare consensi a destra e a manca, ci sono tutti. Resta da capire se e quanta accortezza nella costruzione mostrerà la serie d'ora in avanti, perché nel caso lo faccia potrebbe anche rivelarsi un prodotto piacevole da seguire senza troppe pretese.


giovedì 12 gennaio 2012

Merda in pillole #1


È giusto che un blog abbia anche una certa utilità sociale e che dedichi alla stessa interi post come in questo caso. Personalmente mi trovo spesso ad aver bisogno di consigli non tanto su cosa vedere ma su cosa evitare con cura. Non fa piacere a nessuno, infatti, dedicare ore della propria vita a prodotti che non meritano attenzione alcuna. Avere, pertanto, un povero deficiente che si è involontariamente immolato per la causa sperando magari in prodotti di qualità, e al tempo stesso così di buon cuore da mettere in guardia il suo prossimo, non può che far piacere.
Oggi il deficiente sono io. Dovendo inoltre accumulare buone azioni per compensare gli stupri alle vecchiette con cui soddisfo i miei istinti nel week-end elenco qui di seguito, senza un particolare ordine, né un criterio specifico, alcune delle serie televisive giovani e meno giovani nelle quali mi sono imbattuto che meriterebbero decisamente di essere ignorate.

- "CAMELOT": 

Dall'emittente che ha trasmesso quel gioiellino inaspettato che risponde al nome di “Spartacus” – sia “Blood and Sand” sia “Gods of Arena” - ci si aspettava un prodotto quanto meno decente, specie con un soggetto che è già di suo assai adattabile ad una serie televisiva. Il risultato ha invece sfiorato di pochissimo il disastroso. Nonostante le ambientazioni, infatti, appare tutto sempre un po' troppo posticcio, grazie anche e soprattutto ad interpretazioni per niente convincenti. A Joseph Finnies è chiaramente sfuggito il concetto di “recitazione” mentre il protagonista, Jamie Campbell Bower, sembra non aver capito che “Camelot” non è il rush finale dei provini per “Dawson's Creek”.
I dialoghi dal canto loro non aiutano affatto. Non solo non convincono ma neanche provano a farlo. E a non funzionare, più in generale, è l'intera sceneggiatura, capace di appassionare quanto un'enciclica papale. E pensare che è comunque più valida di "Merlin", simile per soggetto e scarsa qualità. Se mai troverò le forze parlerò di quest'altro capolavoro. Spero di no.

- “24”: 

Sono molto combattuto riguardo questa serie. Partiamo dal presupposto che è in assoluto tra le cose più idiote che siano mai state partorite. È però così imbarazzante che nutro per la stessa un affetto enorme. Il suo protagonista è per me ciò che durante un'acuta parentesi depressiva uno psicofarmaco non riuscirebbe mai ad essere; ripenso a lui, alle sue frasi, alle sue gesta e il sorriso ricompare quasi immediatamente sul mio volto. Jack Bauer – interpretato da un Kiefer Sutherland in versione marmo - è il personaggio più ridicolo di sempre: lavora per il CTU, è fortissimo, è intelligente da far schifo ed è onesto fino al midollo; tanto da mettersi contro chiunque, contro un terrorista come anche contro il presidente degli Stati Uniti, o contro i presidenti, dato che gli capita di incontrarne un paio nello stesso giorno, perché magari il primo è caduto ed è subentrato l'altro; oppure perché il primo è morto per ordine del secondo. Insomma, cose così. Ogni stagione è composta di 24 puntate, ed ogni puntata racconta un'ora di quella giornata. Ora, in una stagione sola quest'uomo fa di tutto. Combatte terroristi, combatte presidenti, combatte associazioni segrete, combatte contro le talpe nel CTU, si occupa della figlia, manda affanculo i suoi superiori e si becca proiettili senza ovviamente risentirne. Il tutto senza mai mangiare o andare in bagno. Una volta per il bene del Paese – Paese che non perde occasione per dargli la caccia con la scusa che non segue le regole – si è offerto di consegnarsi ai cinesi e farsi torturare per non ricordo bene quanti mesi o anni. Inutile dire che i cinesi da lui hanno ottenuto giusto un pugno di mosche. Morte.
Insomma, senza portarla troppo per lunghe, “24” è un prodotto ridicolo, per niente credibile, con personaggi non approfonditi neanche per sbaglio ed esagerato all'inverosimile. Ha sprecato un'idea assai innovativa in termini di struttura e narrazione in maniera davvero pessima. È però anche la nuova frontiera della comicità, tanto da essersi guadagnato una pagina meravigliosa su Nonciclopedia.

- “FALLING SKIES”: 

È quanto di più americano ci possa essere, quindi estremamente urticante. Come ho già scritto da qualche parte non sono contro lo stereotipo, se usato con mestiere, ma non riesco in nessun modo a sopportarlo se usato con faciloneria e magari anche spacciato per qualcosa di gran valore. La serie prodotta da Steven Spielberg lo stereotipo lo chiama decisamente e va benissimo così, volendo essere una classica storia di invasione aliena, di resistenza dell'umanità e via discorrendo. Il problema però sta proprio nel non rispetto di quel “se usato con mestiere”. I soldi son stati spesi e si vede, lo scenario post apocalittico funziona, la regia fa il suo dovere, ma la noia è incalcolabile. Ogni fotogramma, ogni parola, ogni sguardo è quanto di più lontano ci possa essere dal concetto di originalità, come anche da quello di coinvolgimento. Un ammasso di cose già viste che resta tale, che non si distingue minimamente e che anzi eleva fin quasi a celebrare lo stereotipo, tanto che bastano davvero poche puntate a rendere terribilmente fastidiosi i personaggi, i loro discorsi sull'andare avanti, sulle vittime e sulle divergenze. Scontati e banali al punto di non riuscire quasi a seguirli fino al termine.
I personaggi sono allo stesso modo scandalosi. Il protagonista ha uno spessore tale che gli alieni non si accorgerebbero della sua presenza; il capitano Weaver costringe lo spettatore a sperare nella sua mote ad ogni puntata; gli altri sono tappezzeria, tranne forse John Pope.
La serie ha registrato ottimi ascolti, chiaro.

Avrei scritto anche di un'altra serie che merita tutte le offese di questo mondo, oggi, ma purtroppo l'ho già fatto: “Strike Back”.

Ovviamente questo appuntamento verrà rinnovato.


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