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martedì 4 settembre 2012

True Blood - Quinta Stagione


TRUE BLOOD (2008)





Creatore: Alan Ball

Attori: Anna Paquin, Stephen Moyer, Alexander Skarsgård,  Kristin Bauer

Paese: USA



Nel caso qualcuno ancora non se ne fosse reso conto, è bene specificare che “True Blood” è senza dubbio alcuno una delle migliori serie televisive in circolazione. E' vero, non riesce nel corso delle varie stagioni a mantenere sempre degli standard invidiabili (del resto a riuscirci è stato fino ad ora un numero davvero esiguo di prodotti televisivi), ma è altrettanto vero che con l'ultima stagione andata in onda, la quinta, Alan Ball dimostra che la sua seconda creatura ancora riesce a scalpitare, offrendo un intrattenimento assai difficile da trovare altrove. Sì, perché quello offerto da “True Blood” non è affatto di facile realizzazione come potrebbe sembrare: è quello totalmente privo di fastidiose riflessioni sul senso della vita, privo di particolare spessore, oltreché, come è giusto che sia in questi casi, di un'accurata introspezione. In altri termini, è l'eccesso che non ha bisogno di giustificare se stesso, il ritmo elevato che non ha bisogno di essere preceduto da una struttura narrativa solida: è il cervello spento, tanto amato in questo blog.


Non è di facile realizzazione, si scriveva. Sì, perché in assenza di spessore e ricercatezza il rischio di trasformare il tutto in un baraccone privo di fascino, grondante di cliché, banale e ben poco divertente è appena dietro l'angolo, e forse anche meno lontano. Si rende necessaria una certa maestria per tenere in piedi uno script simile e il creatore di “Six Feet Under”, ergo un uomo ben lungi dall'essere un incapace, a quanto pare ne ha da vendere. Punta sull'ironia e sull'autoironia, rende il prodotto cosciente della sua identità e gli permette di non prendersi mai troppo sul serio. Questo aspetto è assolutamente fondamentale, imprescindibile, senza il quale “True Blood” si sarebbe risolto in un prodotto fotocopia dei vari “Twilight” che infestano schermi cinematografici e televisivi. Ovvio, vi sono altri aspetti che differenziano i due tipi di prodotti, ma l'autoironia è, parere di scrive, la principale discriminate. E la quinta stagione sembra rendersene ulteriormente conto; è il motivo per cui la frase che Eric pronuncia in una delle prime puntate stampa sulle labbra dello spettatore un sorriso che non andrà via fino al termine della stagione: esce dal container nel quale aveva prima discusso e poi fatto sesso sfrenato con sua sorella, si abbottona i pantaloni e rivolgendosi a Bill con visibile autocompiacimento dice “We fight like siblings, but we fuck like champions”. In questa frase c'è più o meno tutto lo spirito di "True Blood", a metà tra ironia, per l'appunto, e fascino “da due lire”. Tutti i caratteri, non a caso, si distinguono con uscite dello stesso tipo, e in questa quinta stagione si pensa bene di aggiungere qualcosa come altri dieci personaggi, tutti quanto meno sopra le righe (i membri dell'Autorità). Inoltre c'è Russel Edginton, vecchia conoscenza, che illumina la scena come pochi; sarebbe sufficiente il suo volto che sbuca di fianco a quello della sposina intenta a cantare per il suo neo-marito a giustificare la messa in onda di questa ennesima stagione.


A non venir meno in questo quinto appuntamento è chiaramente anche l'eccesso, che proprio grazie al non prendersi sul serio di cui sopra può non preoccuparsi di porsi limite alcuno, nei dialoghi come negli snodi narrativi. E' così che la serie basata sui romanzi della Harris tira fuori un bimbetto di svariate centinaia di anni che parla di massacri e guerre, un night club gestito da fate, vampiri affetti da fanatismo religioso, maledizioni, mostri di fumo (non quello di “Lost”, fortunatamente) e via discorrendo. Tutti eccessi che se non gestiti con la stessa accortezza avrebbero portato alla noia nel giro di qualche puntata, ma che invece in “True Blood” coinvolgono al punto di divorare puntata dopo puntata in attesa di quello che già si sa essere un finale ancora più eccessivo di quanto visto fino ad allora. Puntualmente, infatti, il finale si rivelerà tale, forse anche più di quanto ci si aspettasse.

E poi di colpo la quinta stagione riesce anche ad emozionare. Peraltro grazie a due dei personaggi più idioti dell'intera serie. La scena Di Hoyt e Jason con Jess, nel bar, è insospettabilmente potente e conferisce una serietà al tutto che chiaramente svanirà in men che non si dica, ma che restituisce comunque una ulteriore piacevole sensazione, seppur del tutto distante dall'animo cazzeggione del prodotto. Scena, oltretutto, nella quale vengono fuori doti attoriali di tutto rispetto, che invero, forse proprio per l'assenza di scene particolarmente profonde, non viene mai fuori con tale forza. Tranne nel caso, è doveroso sottolinearlo, di attori come Denis O'Hare, magnificamente sopra le righe nell'interpretare Russel Edginton: quel suo “I'd love to come to dinner” contornato dall'espressione riportata nell'immagine che segue fa bene all'anima.


Oltre all'anima a trarre giovamento da questi altri 12 episodi è ovviamente anche l'organo cerebrale, che può riposarsi abbandonandosi all'oblio e godendo di una leggerezza che riuscirebbe ad anestetizzare anche i neuroni del più accanito pensatore. Neuroni che si risveglierebbero, peraltro, solo per contare i giorni che li separano dai prossimi 12 episodi, grazie al finale di cui si scriveva, capace in tre secondi di spalancare le porte ad uno script potenzialmente tanto trash quanto adrenalinico.


(questo purtroppo non è un ritorno, ma non potevo non scrivere due parole su questa stagione)


giovedì 12 gennaio 2012

Merda in pillole #1


È giusto che un blog abbia anche una certa utilità sociale e che dedichi alla stessa interi post come in questo caso. Personalmente mi trovo spesso ad aver bisogno di consigli non tanto su cosa vedere ma su cosa evitare con cura. Non fa piacere a nessuno, infatti, dedicare ore della propria vita a prodotti che non meritano attenzione alcuna. Avere, pertanto, un povero deficiente che si è involontariamente immolato per la causa sperando magari in prodotti di qualità, e al tempo stesso così di buon cuore da mettere in guardia il suo prossimo, non può che far piacere.
Oggi il deficiente sono io. Dovendo inoltre accumulare buone azioni per compensare gli stupri alle vecchiette con cui soddisfo i miei istinti nel week-end elenco qui di seguito, senza un particolare ordine, né un criterio specifico, alcune delle serie televisive giovani e meno giovani nelle quali mi sono imbattuto che meriterebbero decisamente di essere ignorate.

- "CAMELOT": 

Dall'emittente che ha trasmesso quel gioiellino inaspettato che risponde al nome di “Spartacus” – sia “Blood and Sand” sia “Gods of Arena” - ci si aspettava un prodotto quanto meno decente, specie con un soggetto che è già di suo assai adattabile ad una serie televisiva. Il risultato ha invece sfiorato di pochissimo il disastroso. Nonostante le ambientazioni, infatti, appare tutto sempre un po' troppo posticcio, grazie anche e soprattutto ad interpretazioni per niente convincenti. A Joseph Finnies è chiaramente sfuggito il concetto di “recitazione” mentre il protagonista, Jamie Campbell Bower, sembra non aver capito che “Camelot” non è il rush finale dei provini per “Dawson's Creek”.
I dialoghi dal canto loro non aiutano affatto. Non solo non convincono ma neanche provano a farlo. E a non funzionare, più in generale, è l'intera sceneggiatura, capace di appassionare quanto un'enciclica papale. E pensare che è comunque più valida di "Merlin", simile per soggetto e scarsa qualità. Se mai troverò le forze parlerò di quest'altro capolavoro. Spero di no.

- “24”: 

Sono molto combattuto riguardo questa serie. Partiamo dal presupposto che è in assoluto tra le cose più idiote che siano mai state partorite. È però così imbarazzante che nutro per la stessa un affetto enorme. Il suo protagonista è per me ciò che durante un'acuta parentesi depressiva uno psicofarmaco non riuscirebbe mai ad essere; ripenso a lui, alle sue frasi, alle sue gesta e il sorriso ricompare quasi immediatamente sul mio volto. Jack Bauer – interpretato da un Kiefer Sutherland in versione marmo - è il personaggio più ridicolo di sempre: lavora per il CTU, è fortissimo, è intelligente da far schifo ed è onesto fino al midollo; tanto da mettersi contro chiunque, contro un terrorista come anche contro il presidente degli Stati Uniti, o contro i presidenti, dato che gli capita di incontrarne un paio nello stesso giorno, perché magari il primo è caduto ed è subentrato l'altro; oppure perché il primo è morto per ordine del secondo. Insomma, cose così. Ogni stagione è composta di 24 puntate, ed ogni puntata racconta un'ora di quella giornata. Ora, in una stagione sola quest'uomo fa di tutto. Combatte terroristi, combatte presidenti, combatte associazioni segrete, combatte contro le talpe nel CTU, si occupa della figlia, manda affanculo i suoi superiori e si becca proiettili senza ovviamente risentirne. Il tutto senza mai mangiare o andare in bagno. Una volta per il bene del Paese – Paese che non perde occasione per dargli la caccia con la scusa che non segue le regole – si è offerto di consegnarsi ai cinesi e farsi torturare per non ricordo bene quanti mesi o anni. Inutile dire che i cinesi da lui hanno ottenuto giusto un pugno di mosche. Morte.
Insomma, senza portarla troppo per lunghe, “24” è un prodotto ridicolo, per niente credibile, con personaggi non approfonditi neanche per sbaglio ed esagerato all'inverosimile. Ha sprecato un'idea assai innovativa in termini di struttura e narrazione in maniera davvero pessima. È però anche la nuova frontiera della comicità, tanto da essersi guadagnato una pagina meravigliosa su Nonciclopedia.

- “FALLING SKIES”: 

È quanto di più americano ci possa essere, quindi estremamente urticante. Come ho già scritto da qualche parte non sono contro lo stereotipo, se usato con mestiere, ma non riesco in nessun modo a sopportarlo se usato con faciloneria e magari anche spacciato per qualcosa di gran valore. La serie prodotta da Steven Spielberg lo stereotipo lo chiama decisamente e va benissimo così, volendo essere una classica storia di invasione aliena, di resistenza dell'umanità e via discorrendo. Il problema però sta proprio nel non rispetto di quel “se usato con mestiere”. I soldi son stati spesi e si vede, lo scenario post apocalittico funziona, la regia fa il suo dovere, ma la noia è incalcolabile. Ogni fotogramma, ogni parola, ogni sguardo è quanto di più lontano ci possa essere dal concetto di originalità, come anche da quello di coinvolgimento. Un ammasso di cose già viste che resta tale, che non si distingue minimamente e che anzi eleva fin quasi a celebrare lo stereotipo, tanto che bastano davvero poche puntate a rendere terribilmente fastidiosi i personaggi, i loro discorsi sull'andare avanti, sulle vittime e sulle divergenze. Scontati e banali al punto di non riuscire quasi a seguirli fino al termine.
I personaggi sono allo stesso modo scandalosi. Il protagonista ha uno spessore tale che gli alieni non si accorgerebbero della sua presenza; il capitano Weaver costringe lo spettatore a sperare nella sua mote ad ogni puntata; gli altri sono tappezzeria, tranne forse John Pope.
La serie ha registrato ottimi ascolti, chiaro.

Avrei scritto anche di un'altra serie che merita tutte le offese di questo mondo, oggi, ma purtroppo l'ho già fatto: “Strike Back”.

Ovviamente questo appuntamento verrà rinnovato.


lunedì 5 dicembre 2011

"Supernatural"

-
SUPERNATURAL (2005)





Creatore: Eric Kripke

Attori: Jensen Ackles, Jared Padalecki, Misha Collins, Jim Beaver

Paese: USA



Il cervello è un organo che a volte necessita di essere spento. È sempre in funzione, lo si sforza troppo, finisce per imputtanarsi. Comincia ad elaborare e suggerire pensieri rognosi, alcuni dei quali inutilmente prematuri, superflui. Lo occupano al punto di non permettere di dare alle cose il giusto peso, dandogliene troppo. Qualche parentesi depressiva, angoscia ingiustificata sono solo alcune delle conseguenze. E ci si ritrova a cercare di distrarlo buttando giù qualche bicchiere di troppo, fumando più del dovuto, ascoltando musica a volumi improponibili o correndo fino a sudare copiosamente. Metodi che funzionano solo in parte e che peraltro si lasciano alle spalle fastidiosi effetti collaterali come post-sbornia, polmoni neri, timpani provati e quantità industriali di sudore che, diciamocelo, fanno anche un po' schifo. “No, ma in realtà dopo un po' di attività fisica ti senti effettivamente meglio”. “Sto cazzo”, direbbe Karin Proia. Ed è qui che ci tendono una mano prodotti senza impegno che hanno sul cervello lo stesso effetto di un oggetto ciondolante usato a scopi ipnotici. Lo intontiscono, lo fanno diventare scemo. Non per poi costringerlo a scavare in fastidiosi traumi passati, però, che saranno peraltro stati sepolti per un motivo. No, lo intontiscono e lo lasciano sollazzarsi con uno yoyo. Se quel prodotto risponde al nome di “Supernatural”, poi, il cervello quell'affarino infernale non riesce neanche a farlo funzionare, perché in stato comatoso. "Supernatural" è la soluzione.


Sam e Dean, Dean e Sam, due fratelli. Nella vita cacciano, il cosa dipende dal giorno, dal lavoro, dai litigi tra gente con le ali e gente con le corna. Può essere un fantasma, un demone, una strana creatura con gli artigli, un vampiro, un mutaforma, un arcangelo, un mietitore, il Diavolo... cose così, insomma. Cacciano perché papà Winchester (si, come l'arma) cacciava, e cacciava bene. E lui a sua volta cacciava perché un demone dagli occhietti gialli tra i suoi giornalieri trucidamenti aveva strappato dal quadro mamma Winchester. Per una serie di motivi che non staremo qui a spiegare, quindi, i due si ritrovano a... comunque, non è importante. Niente che non abbiate già visto o sentito. Anche perché la storia di fondo è, come dire, particolarmente propensa a mutare. Dipende dalla produzione. Se si decide per un'altra stagione, allora ci si inventa una stronzata con ramificazioni potenzialmente infinite, tipo non so, che sono state aperte le porte dell'Inferno, o che uno s'è perso l'anima per strada. E ovviamente non è un modo dire. Ecco, questo è uno dei vari aspetti positivi di "Supernatural": ti sorprende. Quando credi che non si possa più allungare la minestra, quella s'inventa una roba fenomenale che supera in assurdità quella che prima aveva superato in assurdità la precedente. E riescono a stiracchiarla portandola avanti per un numero affatto indifferente di puntate. È arte. Provate a farlo, provate a pensare ad una storia, poi cercate di farle coprire un lasso di tempo che ospiti 7 stagioni con più di 20 puntate ciascuna. No, sul serio, fatelo. È quasi impossibile. Ripeto, è arte.
La serie dà in pasto allo spettatore di tutto, gli vende sterco animale senza doversi preoccupare di farlo passare per merce di qualità, perché lo spettatore è intenzionato a comprare esattamente quello, godendo peraltro dell'ottima trasparente confezione. Trasparente perché qui nessuno prende per il culo nessuno. Uno vende sterco vestito di tutto punto, e l'altro lo compra in tutta coscienza. Ma sulla confezione torneremo più tardi.


La storia, si diceva. Si tira avanti che è una meraviglia. Si sa, i protagonisti non muoiono mai, in genere. E anche in questo caso è giusto che non accada. Però i fratelli Winchester non si accontentano di non morire, sono pur sempre quelli che quando si mettono in testa di spaccare il culo al Diavolo poi lo fanno, non certo l'ultimo paio di deficienti sulla Terra. Loro, infatti, di tanto in tanto muoiono, ma giusto per tornare in vita dopo un po'. C'è chi va in vacanza in montagna, c'è chi va in vacanza all'Inferno. Tutto ciò sarebbe improponibile se la serie si prendesse troppo sul serio, e fortunatamente non è così. È pienamente cosciente della propria dimensione e dei propri limiti, infatti non cerca mai di andare troppo a fondo evitando con una certa maestria di impelagarsi in qualsivoglia pretese. Qualche momento strappalacrime c'è, come anche qualche scambio che potrebbe dare l'idea di profondità, specie tra i due fratelli, ma giusto quel tanto che basta per dare una parvenza di spessore. Tratti introspettivi senza impegno, un tanto al chilo, che aprono e chiudono quasi subito parentesi all'interno dell'equazione che vede la serie risolversi in un baraccone enorme ma capace di reggersi divinamente.
In "Supernatural" succede infatti di tutto. In 7 stagioni i Winchester hanno affrontato qualsiasi leggenda metropolitana, tutti i mostri che abbiano mai camminato sullo schermo o sulle pagine di un libro, ne hanno inventati di nuovi e li hanno chiaramente fatti fuori - continuano a farlo. E se nel mentre qualcuno della squadra si fa male, si stringe un patto con un demone e si risolve; se qualcuno è più di là che di qua, si combatte il mietitore; se non è sufficiente ci si rivolge a qualche angelo. E se muori? Invochi la Morte in persona, ovvio. Però quando quest'ultima fa la sua entrata in scena non ce n'è per nessuno: vento apocalittico, Cadillac bianca, ralenti, fast forward, scelta musicale ottima e un volto praticamente perfetto per la parte. Il gusto tecnico-estestico che mostra la serie è sempre un piacere per gli occhi. È la confezione di cui si scriveva qualche riga più sopra. Un numero niente male di personaggi e quindi di interpreti, sempre ottimi, si muovono all'interno di scenari ed atmosfere creati con maestria e gusto, per l'appunto. Con scelte musicali perfette, con una fotografia ottima, con un montaggio accattivante o con uno sguardo registico assai funzionale. Diventa a lungo andare irrinunciabile quel viaggio settimanale all'interno di un mondo fatto di proiettili di sale, pistole capaci di uccidere qualsiasi cosa e pugnali leggendari; di bar on the road e sandwich dozzinali tra un cadavere bruciato e un demone rispedito all'Inferno; di motel scadenti e ricerche tra vecchi libri; di apocalissi e guerre per il Regno dei Cieli.


Si incastra alla perfezione con il resto un'ironia imprescindibile, fondamentale per quel non prendersi troppo sul serio che rende la serie un carrozzone assolutamente riuscito. Ironia peraltro sempre efficace e affidata, oltreché ai dialoghi, ad interpretazioni col senno di poi insostituibili. Su tutti un Jensen Ackles inarrivabile, non può assumere un'espressione seria, ormai, che si ride comunque al pensiero di quali espressioni quei tratti possano delineare combinandosi. Gli si affianca comunque gente assai simpatica e interpretata altrettanto bene. Castiel tra i buoni, Crowly tra i cattivi, per esempio, riservano sorprese meravigliose.
A divertire e a rendere il tutto più leggero sono poi anche quelle scelte di sceneggiatura di cui si parlava inizialmente. Dicono che "Supernatural" doveva finire con la quinta stagione perché sta raschiando il fondo del barile. A mio avviso, invece, non c'è mai stato nessun barile. Se si fosse guardato alla credibilità della trama, non sarebbe dovuta durare più di due puntate. Quindi finché tirano fuori atmosfere simili, aprono purgatori, ammazzano cose, propongono intrecci così esageratamente idioti da essere irresistibili e divertono con dialoghi idioti quanto l'intreccio, che vada avanti. Se non per l'aspetto artistico, almeno per quello terapeutico.

"Supernatural", ripeto, è la soluzione.


martedì 15 novembre 2011

"Once Upon A Time... La Serie TV"

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ONCE UPON A TIME (2011)




Ideatore: Edward Kitsis, Adam Horowitz

Attori: Ginnifer Goodwin, Jennifer Morrison,
             Lana Parrilla, Robert Carlyle

Paese: USA



Torniamo a parlare di serie televisive in uscita, viste con i soliti occhi speranzosi di chi, orfano di prodotti validi con cui ammazzarsi di puntate, attende il messia. Messia che, visto il livello degli ultimi tempi, anche se zoppo, sdentato e senza capelli andrebbe più che bene. Ma si sa, queste figure si fanno generalmente attendere, e parecchio. Ci si ritrova, così, a visionare spazzatura su spazzatura e ad archiviarla come tale. Ormai è stata adibita una sorta di discarica a cielo aperto, dove compaiono titoli come “Strike Back”, “Grimm”, “The Fades”, “The Walking Dead", la nuova stagione di “Misfits”, solo per citare i nuovi arrivati. Sono molti i prodotti che, avendo probabilmente scambiato la discarica per la Hall of Fame delle serie televisive, sembrano ansiosi di farne parte. A scalciare per ritagliarsi un posto dalle parti di “Grimm”, sezione 'fairy tale/thriller', è questa volta “Once Upon a Time”, nuovo proposta ABC, quindi direttamente dalle fantasie di Meredith Gray.

Fairy tale” perché ancora una volta il contesto scelto è quello delle fiabe che sfumano nella realtà fino a confondersi con essa. Storybrooke è una cittadina abitata da tutti i personaggi fiabeschi conosciuti, in cui ogni carattere, però, non ricorda la sua vera identità e vive una vita apparentemente normale, con lavori e rapporti del tutto simili a quelli reali. È in realtà un incantesimo. La strega cattiva (Lana Parrilla) per vendetta ha costretto il mondo delle fiabe a questa vita: una città in cui solo lei e Mr. Gold (Robert Carlyle), che gli ha donato l'incantesimo, conoscono la verità. Un mondo senza lieto fine. L'unica speranza è Emma (Jennifer Morrison), che verrà trascinata a Storybrooke da un bambino che sembra aver intuito a sua volta cosa realmente stia succedendo.


L'idea non è in realtà malvagia. Anche e soprattutto per come è stata impostata. Ogni episodio, infatti, si muove fra rimandi ed analogie tra la vita reale e quella fiabesca dei singoli personaggi. Si alternano quindi sullo schermo moderni Principi Azzurri, Cenerentole e Cappuccetti rossi che in un modo o nell'altro si ritrovano a rivivere la loro storia, seppur in modi e contesti tipici del nostro tempo. A rimarcare questo aspetto l'uso del flashback. Attraverso questo strumento si inseriscono parentesi fiabesche che raccontano i personaggi prima della maledizione, nel loro mondo. A lungo andare, tuttavia, questa scelta stanca. Non tanto per la scelta in sé, che risulta anche funzionale, ma perché sembra più che altro riempire puntate che altrimenti non avrebbero molto da dire e potrebbero durare una ventina di minuti al massimo. A trasmettere questa sensazione è maggiormente l'ultima puntata andata in onda, ossia la quarta. Sussurra, infatti, la possibilità di uno sviluppo a trama mista, ossia verticale ed orizzontale, tipica delle serie che hanno davvero poco da raccontare. Intendiamoci, non è un male assoluto, la già citata “Supernatural”, come anche “Dr. House”, che hanno altro su cui puntare, possono continuare con trame orizzontali quanto vogliono. Non sembra però essere questo il caso di “Once Upon a Time” che già dopo qualche puntata accarezza i testicoli come un serial killer la sua, di lì a poco, vittima.

Tra gli aspetti sui quali la serie non può puntare, vi sono personaggi e interpretazioni. Al netto di Mr. Gold, infatti, i vari caratteri si appiattiscono sempre più verso un anonimato che rende difficile arrivare a fine puntata. A partire dalla protagonista. Questa giovane madre che ha dato in adozione il figlio perché non era pronta, che non è un tipa socievole, che fa un lavoro figo, che è la classica tipa solitaria che, a suo dire, sta (stava) bene da sola. E, mi ritrovo a scrivere, non se ne può più. Basta, per favore. E Jennifer Morrison, dal canto suo, calca la mano con un'interpretazione contrapposta a quella della Parrilla (figliuola, peraltro, di tutto rispetto), mettendo in scena una donna apparentemente priva di stile, che a volte quasi cammina ingobbita per la serie “ho vissuto una vita piena di ostacoli, io”  e in parte autocompiaciuta del suo essere una furbastra. Insomma, meno sopportabile del personaggio che interpreta. Gli altri, invece, sono a stento pervenuti. Tranne Mr. Gold, che oltre a mostrarsi accattivante nel suo essere viscido con stile, è interpretato da un ottimo Robert Carlyle.     
Le uniche interpretazioni più convincenti, oltre a quest'ultima, sono paradossalmente quelle di due comparse (!!) - almeno fino a questa puntata - interpretate dai due attori migliori visti nella serie, ossia Giancarlo Esposito ("Breaking Bad") e Kristin Bauer ("True Blood").


Da archiviare anche questa, in definitiva. Ciò non toglie che si sia sempre pronti a ricredersi. Anche perché, stando alle parole iniziali, non è periodo per settare le pretese su livelli troppo alti. Che poi verranno settati comunque in virtù di altri discorsi fatti sempre in questa sede, ma tant'è.


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