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mercoledì 11 giugno 2014

Gomorra e la qualità possibile


GOMORRA - La serie (2014)




Ideatore: Roberto Saviano, Stefano Sollima

Attori:
Marco D'Amore, Fortunato Cerlino, Maria Pia Calzone, Salvatore Esposito, Marco Palvetti

Paese:
Italia



Fa specie anche solo scrivere "Italia" affianco a "Paese", a sinistra della locandina qui sopra. Ancor più se si sta parlando di una serie televisiva. Non era mai capitato, e non pensavo sarebbe successo nel breve termine, a dire il vero. A dire il vero non sono neanche questo forte ottimista, ma nel caso in specie credo ne avessi ben donde. Sperare, infatti, in un prodotto televisivo nostrano di qualità non è affato semplice quando, mentre oltreoceano sfornavano già 20 anni fa capolavori indiscussi ed oggi propongono robe enormi come "True Detective", mentre il Regno Unito si è ritagliata nel panorama delle serie degli stilemi tutti suoi, personali e riconoscibili, in Italia il massimo che potevamo registrare, ad oggi, era una serie, una, ed una sit-com, una. Ci si riferisce ovviamente a "Boris" (un mezzo miracolo... ma facciamo pure intero) e "Romanzo Criminale". Quest'ultima venne realizzata da Sollima, che guarda caso è lo stesso dietro la direzione della serie di cui si scrive, "Gomorra", ché non sia mai venga fuori qualcun altro a proporre prodotti di qualità. Probabilmente, infatti, morto Sollima l'Italia non vedrà più serie televisive degne di nota per decenni. Questo sempre per il forte ottimismo di cui sopra.


Inutile tuttavia lamentarsi troppo, godiamoci per ora un prodotto che finalmente mostra una qualità che non ha molto da invidiare ad altri, se non qualcosina. Poteva andare assai peggio. Avrebbe, "Gomorra", potuto avere Terrence Hill nel ruolo del prete di Scampìa, Manuela Arcuri nel ruolo della donna di un boss, e ovviamente Gabriel Garko nel ruolo di quest'ultimo. Ma la vera novità è che non solo poteva andare molto peggio, è che difficilmente poteva andare meglio. Laddove fosse successo, oggi in tutta probabilità saremmo stati qui ad inserire "Gomorra" tra le migliori serie televisive senza distinzioni di sorta tra Italia e altri paesi; come una delle migliori serie televisive e basta. Sì, perché il respiro narrativo, il volto della serie, la maturità nella costruzione hanno tutt'altri livelli rispetto a quelli visti in precedenza da queste parti. Lo stesso "Romanzo Criminale" deve un attimino ammettere la superiorità della nuova creatura di Sollima. Per certi versi, invero, non sarebbero nemmeno paragonabili essendo il primo fortemente romanzato e il secondo ben più realistico. Così realistico, anzi, che rischia inzialmente di esserlo troppo, minando coinvolgimento ed empatia. In realtà, però, è solo una sorta di introduzione, di lì a poco viene fuori anche la parte romanzata di "Gomorra", che a quel punto fa un cenno affettuoso e si mette in corsia di sorpasso.
Non che l'intreccio sia un capolavoro assurdo al punto di mettere in ombra quello di Romanzo Criminale, intendiamoci. A distanziare l'uno dall'altro, a conti fatti, è la messa in scena di quell'intreccio. "Gomorra" è potente, è maleodorante, fa male agli occhi e lascia un senso diffuso di nausea al termine di ogni puntata, roba che manco un foglietto illustrativo. E non è solo per l'ambiente che viene raccontato, è proprio una questione cinematografica, un'indiscussa riuscita del comparto tecnico. Nonostante regia e montaggio guardino più al realismo che alla finzione, la fotografia livida, pur essendo anch'essa realistica, restituisce da subito un'immagine e in generale un volto per l'appunto cinematografici. Aspetto quest'ultimo condito da un utilizzo delle musiche che segue lo stesso pattern. Il risultato d'insieme è una sorta di realismo finto, o finzione realistica, che si rivela essere il linguaggio perfetto per un prodotto come "Gomorra", che punta con forza sulla docu-denuncia non perdendo però mai di vista il racconto. Ed è questo il motivo per cui, si scriveva, la visione di "Gomorra" disturba. Quell'intreccio che spesso spinge lo spettatore a tifare per l'uno o per l'altro, a gioire della vincita di uno, o addirittura dell'aver tolto di mezzo un altro, in questo caso è più che mai immerso nella realtà, ed ogni paretensi, ogni frase, ogni morto ammazzato, fanno al contrario l'effetto che dovrebbero giustappunto fare, cioè discretamente schifo. Non si tiene per nessuno dei caratteri, forse una mezza parentesi in una singola puntata, prima che di quel personaggio vengano delineati i tratti più negativi; forse per Ciro, che dall'inizio sembra venir costruito proprio per essere quello per cui fare il tifo, ma al massimo fino alle puntate 9 e 10 (tra le migliori in assoluto), in cui anche lui entra a far parte della monnezza non più solo ufficiosamente. Si sgretola l'unico personaggio a cui, sempre e solo filmicamente, ci si poteva sentire più vicini; e non è un caso, la puntata sembra costruita, anzi, apposta per quello.
A questo punto non ci sono più eroi, né di fatto (non c'è mai neanche l'ombra di un personaggio positivo a contrasto con il resto) né filmici. Ciò che resta è solo il fetore di cui si parlava poco sopra, un tanfo ancor più insopportabile. Un virus così diffuso da essere la normalità, così diffuso che a conti fatti il virus è l'onestà, virus contro cui, però, la realtà raccontata sembra aver sviluppato un discreto esercito di anticorpi. Uno scenario in cui non solo non si ha voglia di vivere, ma nel quale non si ha nemmeno voglia di immedesimarsi, foss'anche solo per il tempo della visione. Si è felici che ci sia uno schermo tra ciò che è e ciò che si sta guardando, nonostante sia il racconto assai coinvolgente. Concetto quest'ultimo da ribadire ad oltranza, considerando che molti degli ultimi e più osannati prodotti stranieri non sono più così tanto in grado di rispondere a quella necessità tanto semplice quanto essenziale di voler semplicemente, più di ogni altra cosa, aver voglia di andare avanti con la storia, di aver voglia di vedere come va a finire. 



Si accennava, al tempo stesso, a qualcosina ancora da invidiare alle più riuscite, perché qualcosina effettivamente c'è, ed è giusto scriverne. Ogni tanto inciampa, la serie, anche se il più delle volte in maniera impercettibile. Spesso si è sul chi va là, come se la serie avesse le redini della narrazione ma sempre e solo fino ad un certo punto, come se potesse da un momento all'altro fare qualche cazzata. Ed infatti una bella grossa la fa. Ci si riferisce alla puntata in cui Genny torna in stile Rambo e impara in qualche giorno ad essere un boss, a muoversi tra trame politico-mafiose come niente fosse, dal babbeo che era. L'intera puntata è assai debole e rovina discretamente l'idillio narrazione-spettatore. Fa zoppicare vistosamente il realismo di cui si vanta la serie, e riguardando il tutto uno dei protagonisti, che resta quindi tra i tasseli principali, l'infelice scelta di sceneggiatura va ad inficiare per forza di cose anche il prosieguo che lo riguarda direttamente.
Stesso discorso per  la risoluzione finale, che cede un po' troppo il passo alla spettacolarità delle dinamiche, nonostante sia preceduto da un episodio, il penultimo, in assoluto tra i migliori dell'intera stagione (che ha dalla sua, peraltro, due scene meravigliose per costruzione e pathos). La differenza di maturità tra le due puntate è evidente, e la parentesi conclusiva risente sensibilmente del confronto.
Ciò detto, in ogni caso, gli aspetti negativi restano comunque confinati per ora ad un livello che fortunatamente non è alto a sufficienza per minare in maniera seria un prodotto di cui ci si può fare vanto.

A voler essere sinceri, ci si potrebbe lamentare pure di qualcos'altro. Della tendenza tutta nostra a far sempre riferimento alla denuncia, al restare ancorati a fatti reali, al non riuscire a costruire qualcosa che sia puramente di genere. La differenza tra la miriadi di prodotti stranieri e le serie italiane che si contano su poco più della metà delle dita di una mano è anche lì. Ma, di nuovo, forse non è il caso di ammorbare con quest'aspetto, proprio nel momento in cui il Paese ha tirato fuori forse il suo primo vero prodotto televisivo dal respiro internazionale. E poco male che sia l'ennesimo al quadrato sulla mafia, a questo punto, perché è vero anche che ha un aspetto assai personale, e che un racconto simile della realtà mafiosa qui probabilmente non si era mai visto. Può ricordare lontanamente altri prodotti, ma mantiene, vale la pena ripeterlo, una personalità tutta sua, cosa che già da sola, per la nostra tv, è un altro mezzo miracolo, diciamocelo.

Quindi nulla, questa volta stiamo tutti un po' zitti e limitiamoci ad applaudire, sì? Sì.

 


lunedì 12 marzo 2012

"Hell On Wheels" - Prima Stagione


HELL ON WHEELS (2001)




Ideatore: Joe Gayton, Tony Gayton

Attori: Common, Colm Meaney,
Anson Mount,
             Dominique McElligott

Paese: USA



Make no mistake. Blood will be spilled. Lives will be lost. Fortunes will be made. Men will be ruined. (…) There will be betrayal, scandal and perfidy of epic proportion, but the lion shall prevail.

Queste le parole con cui ci eravamo lasciati dopo aver scritto del pilot di “Hell on Wheels”. Pronunciate da Durant, uno dei protagonisti della serie, distribuivano speranze affatto indifferenti senza troppa parsimonia. Mostrando peraltro una certa arroganza, considerando il fatto che il primo episodio non si è certo imposto come uno dei più avvincenti della storia televisiva. A quanto pare, però, i creatori della serie avevano già allora le idee abbastanza chiare sul prosieguo, tanto da potersi permettere promesse simili. Al termine di questa prima stagione si può affermare in tutta sicurezza che i rischi e i limiti mostrati inizialmente sono stati messi da parte senza difficoltà, del resto anzi, col senno di poi, non era neanche del tutto corretto parlare di limiti. Come molti altri prodotti, infatti, "HoW" non si mostra avvincente fin da subito perché punta su elementi che non si costruiscono certo in una sola puntata: sulle atmosfere più che sulla narrazione, non sul ritmo quanto sull'introspezione. Quest'ultima, nello specifico, non è in realtà così trascendentale ma è più che sufficiente, se si considera che la serie tende a restare nel mezzo; pur essendo introspettiva e d'atmosfera non rinuncia infatti agli altri due aspetti poc'anzi scritti, tanto che laddove uno non riesce ad andare oltre, subentra l'altro a raccogliere il testimone. La sinergia tra i vari elementi funziona, quindi, e funziona bene, tanto da rendere l'intera stagione assolutamente valida. 


È vero, quando si parla di ritmo non propriamente incalzante, di introspezione e di AMC la paura tende con prepotenza a travolgere lo spettatore trascinando il pensiero all'antagonista per eccellenza nell'universo televisivo contemporaneo. Ogni volta che si ascolta “previously on AMC's...” il panico è inevitabile, ma quando poi la frase termina con “... Hell on Wheels” invece che con “... The Woukin Ded”, si torna ben predisposti alla visione. Ed è un bene, perché quella che seguirà sarà con il giusto approccio una visione assai piacevole. Questa volta, infatti, di interazione e dialoghi da soap opera non ce ne sono, i tempi lenti vengono gestiti con criterio e l'intreccio si rende in un modo o nell'altro interessante. Nonostante il motore della vicenda, soprattutto nelle prime battute, sia il percorso vendicativo di Bohannon, la serie non si risolve in una corsa alla resa dei conti, in cui l'attenzione è calamitata dall'attesa della stessa e dal personaggio chiamato a portarla a termine; al contrario lo sguardo si amplia sensibilmente irradiandosi da ognuno dei personaggi principali: Elam apre la narrazione sugli schiavi e sulla loro situazione, Bohannon sulla guerra civile tra Nord e Sud che aveva appena devastato il Paese, Durant sul capitalismo, quindi sullo sviluppo come sulla speculazione, e Lily Bell sul volto più idealista del Paese. Vi è quindi la vendetta dell'uomo solitario e lo scenario di cambiamento di un'intera nazione. Il western classico e quello crepuscolare. Pistoleri che saldano i conti col passato e gente che guarda al futuro. Azione e disillusione. 


Non è difficile da capire, alla luce di ciò, il motivo per cui la serie non coinvolge immediatamente. Come quasi tutti i prodotti che ampliano lo sguardo e che puntano maggiormente sulle atmosfere, anche questa ha bisogno di tempo, quello necessario a costruire un contesto sufficientemente ampio al quale poi lo spettatore deve avvicinarsi ed adattarsi. In "Deadwood” per esempio, di cui si era già parlato quando si è scritto del pilot di “HoW”, l'azione è ancor meno presente, tanto che per affezionarsi a serie e personaggi di tempo ce ne vuole anche di più, salvo poi scoprire che di quei secondi non ne è andato perso nemmeno uno.
Un ruolo fondamentale nel creare il contesto come al solito ce l'hanno le atmosfere, in questo caso però ricreate grazie, più che ad una regia ottima nel suo essere sempre calibrata e ad una fotografia ricercata e assai funzionale, alle musiche. Nello specifico a quelle combinazioni, classiche in una serie, tra le stesse e il montaggio. Le scelte in tal senso sono tutte perfette nel loro essere talvolta accattivanti (western classico) talaltra avvolgenti (western crepuscolare). Stupenda quella in apertura della penultima puntata dei malinconici Mumford and Sons ad esaltare gli aspetti, sapientemente montati, meno spettacolari e affascinanti di una battaglia. 


In linea con tutto il resto il finale di stagione, che infatti non punta in quanto tale su un climax classico, contraddistinto da un ritmo in crescendo, ma su un montaggio alternato che per l'ennesima volta sottolinea le due facce di "HoW", quella riflessiva e quella più viscerale. Entrambe però permeate da una disillusione di fondo che tanto da alla serie. Si spera di non vederla scemare in seguito perché sarebbe davvero un peccato rinunciare al fascino di quello che si è rivelato uno dei pochi prodotti validi in circolazione.


venerdì 27 gennaio 2012

"Mad Dogs" - Prima Stagione


MAD DOGS (2011)




Ideatore: Cris Cole

Attori: John Simm, Marc Warren, Max Beesley, 
           Philip Glenister, Ben Chaplin, María Botto 

Paese: UK

 
In vista della fine della seconda stagione, parliamo oggi della prima, andata in onda agli inizi dello scorso anno sulla BskyB. In pieno stile britannico la serie propone poche puntate, ma se normalmente sono 6, questa volta addirittura si riducono a 4, tanto che la prima stagione potrebbe essere a tutti gli effetti una miniserie, con tanto di finale aperto ma per certi versi anche chiuso. Insomma, la classica soluzione che permette sia di chiudere, sia di continuare. E a quanto pare non solo si è scelto di continuare nel breve termine, ma è stata commissionata fin d'ora già una terza stagione. 


A volerla classificare, si dovrebbe descriverla come a metà strada tra il thriller psicologico e la black comedy, avendo chiari elementi di entrambi i generi. E forse è proprio questo delineare più volti senza al termine assumerne uno chiaro e definitivo a limitare il prodotto. La storia è quella di quattro amici invitati da Alvo, il quinto di loro, a festeggiare il suo pensionamento anticipato. A Maiorca. È lì, infatti, che Alvo vive da diversi anni, che ha una villa da sogno sperduta nei boschi e che sembra aver ottenuto tutto ciò che si potrebbe desiderare. I nostri, tuttavia, si ritroveranno in qualcosa che è ben lontano dalla definizione di vacanza.

Non che dovrebbe esserci bisogno di specificarlo, ma “Mad Dogs” è decisamente uno dei classici prodotti da vedere a cervello del tutto spento. Inizialmente, anzi, dà l'idea di una fiction di terz'ordine coprodotta da Germania e Italia. La fotografia è infatti così luminosa che oltre a rischiare di provocare danni permanenti agli occhi di chi guarda, rende il tutto un po' troppo posticcio e quindi ben poco convincente. Tuttavia siamo a Maiorca, terra di sole, mare e sole, e una fotografia simile è per certi verso giustificata, tant'è che dopo un po' un occhio si riesce – anche un po' per il dolore - a chiuderlo. Passato quindi il disagio dovuto ad un uso simile delle luci, si è in grado a dare un'occhiata anche al resto. La gestione registica e più in generale tecnica, invero, non è affatto male, di certo non è confusionaria e affetta da convulsioni come ci si potrebbe aspettare. Anzi, più di una volta, già nella prima puntata, la serie mostra soluzioni in alcuni casi curiose – si veda il montaggio alternato che accosta le urla di piacere in soggettiva di Lottie e quelle di rabbia di Alvo – e in altri anche particolarmente riuscite – si veda la fine dell'episodio pilota, tra ralenti usati con criterio e passaggi di sceneggiatura assai accattivanti. 


È proprio la fine della prima puntata a dare definitiva concretezza ad un aspetto thriller che da questo momento in avanti si aggroviglia a quello ironico, in una commistione che risulterà più di una volta riuscita ma, purtroppo, svariate altre volte no. Ed è qui il limite della serie. Pur essendo i due elementi agli antipodi, non sono certo rari i tentativi cinematografici anche notevoli di farli convivere, ma far prevalere così tanto l'aspetto serioso in una serie come "Mad Dogs", in cui a funzionare è principalmente l'ironia (la sequenza col piccoletto psicopatico in casa è quanto meno spassosa), non si rivela una scelta troppo intelligente. Si punta, quindi, molto sulle dinamiche criminali, sulla tensione e sugli scontri tra i vari personaggi; scontri che tra l'altro appaiono alquanto forzati, dato che un gruppo di persone comuni che si ritrova da un momento all'altro a fronteggiare omicidi, mafia serba, poliziotti corrotti e trafficanti di droga, difficilmente si metterebbe a parlare delle problematiche dei loro rapporti. Avrebbe funzionato se fossero stati usati più come elemento comico, ma spesso questo non accade.
Allo stesso modo, i dialoghi convincono solo fino ad un certo punto. Funzionano a tratti, ma gli scambi che al contrario non si distinguono particolarmente, né tanto meno risultano accattivanti, sono molti, troppi. Compensano in parte, però, le interpretazioni. Gli attori infatti offrono delle prove di cui non ci si può affatto lamentare; non sconvolgono, ma sono più che sufficienti, e nessuna viene messa in ombra dalle altre. 


Nonostante quanto scritto, tuttavia, la serie resta in piedi. In più di un passaggio a fatica, ma resta in piedi. Certo è assolutamente necessario guardala senza alcuna pretesa, pena cocenti delusioni. Personalmente non mi sentirei di consigliarla, ma se dovesse capitarvi di darle un'occhiata, perché magari ve la siete ritrovata magicamente nel lettore o perché vi è stata spedita per sbaglio, il vostro tempo non si rivelerebbe poi così sprecato.


mercoledì 18 gennaio 2012

"Todd And The Book Of Pure Evil" - Prima Stagione

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TODD AND THE BOOK OF PURE EVIL (2010)




Ideatori: Craig David Wallace, Charles Picco, Anthony Leo

Attori: Alex House, Maggie Castle, Billy Turnbull, Melanie
           Leishman, Chris Leavins, Jason Mewes

Paese: Canada


D'ora in poi quando si nominerà la parola “trash” in ambito televisivo non si penserà solamente ai programmi proposti dai canali nazionali, ma anche e soprattutto a questa nuova serie creata tra gli altri da Craig David Wallace, autore del corto omonimo di cui la serie riprende il soggetto, che mette in chiaro fin da subito e in maniera spudorata la ferma intenzione di rispettare tutti gli stilemi del genere.
Non è ben chiaro quanto sia sit-com e quanto serie televisiva classica, avendo elementi di entrambe. I tempi sono quelli tipici di una situation-comedy, dato che la durata media dei singoli episodi è di 20 minuti, come anche l'ambientazione unica, o quasi. Della serie più classica ha invece la fotografia e la struttura narrativa, che è molto più vicina all'idea di continuità lineare che di continuità costruita attraverso singole, seppur non a se stanti, parentesi comiche. In ogni caso non ci si soffermerà a riflettere troppo su aspetti di questo tipo, dato che non prendendosi per niente sul serio la serie in questione, non si intravede motivo alcuno per farlo invece in questa sede.


Per avere fin da subito un'idea anche solo sommaria di quanto lontana sia la serietà da “Todd and The Book of Pure Evil”, nonostante il titolo sia in questo senso già più che sufficiente, è utile introdurre il soggetto: Todd è un ragazzo fondamentalmente idiota; Curtis è il suo migliore amico, evidentemente più idiota. Entrambi non fanno altro che fumare erba e sembrano seriamente intenzionati a sfondare con il loro gruppo metal, i Barbarian Apocalypse. Peccato che del gruppo facciano parte solo loro due e che alla batteria ci sia Curtis, che ha un braccio solo. Spinto da tre singolari figuri, Todd si mette alla ricerca del “Book of Pure Evil” del titolo, un libro in grado di esaudire in modo leggermente distorto i desideri di chi lo possiede.

Diviene immediatamente chiaro che la serie punta all'imbecillità più becera quando Todd trova il presunto segretissimo libro esposto in bella vista all'interno della scuola e ottiene una chitarra elettrica che lo rende un musicista strepitoso. L'effetto collaterale, però, è che suonandola chiunque sia presente perde gradualmente sangue da svariati orifizi – tra cui anche quello anale - fin quasi a perdere la vita. Non poteva essere girato pilot più esplicito. Da questo momento in poi, infatti, viene delineata una struttura a puntate autoconclusive in cui il libro si paleserà agli occhi di coloro che per insicurezze o delusioni sembrano averne bisogno. Si alterneranno quindi sullo schermo enormi organi sessuali parlanti che pietrificano chi li guarda, mostri di grasso assassini, zombi di vecchi musicisti che reclamano vittime nello scantinato della casa di uno degli studenti e altre amenità dello stesso calibro. Non manca, tuttavia, una trama orizzontale, seppur appena accennata e utile principalmente come collante dei vari episodi, riconducibile ad una setta satanica occulta che cerca insistentemente il libro e al fatto che il protagonista sembra destinato a qualcosa di più grande: due cliché che si perdono nel mare di stereotipi banalizzati in maniera estrema nel corso di queste prime 13 puntate, come vuole ogni prodotto trash che si rispetti. 


In linea col genere, ovviamente, anche dialoghi e personaggi. I primi non sono altro che un susseguirsi di scambi che ridicolizzano l'horror e il teen drama, tra urla di terrore e parentesi introspettive rese intenzionalmente stupide. Ogni linea in realtà lo è ed è assolutamente improbabile durante la visione imbattersi anche solo nell'ombra di una qualche scelta semi-seria.
Dei livelli di idiozia del protagonista e di Curtis si è già scritto. Fortunatamente però non sono gli unici a distinguersi in questo senso. Impossibile a tal proposito non citare il custode della scuola, Jimmy – interpretato da quell'autorità nell'ambiente che risponde al nome di Jason Mewes, che non può aprire bocca senza generare ilarità – che tra collezioni di dinamite e scorte di marijuana consiglia il protagonista con discorsi tanto insulsi nel loro voler apparire criptici quanto presumibilmente utili; altrettanto ridicolo l'antagonista, Atticus, che tra una gamma espressiva notevole e atteggiamenti pilotati dalla setta occulta – anch'essa notevole, peraltro – quasi tiene in piedi da solo ogni singola puntata.

Non si può infatti fare a meno di notare che purtroppo il prodotto non riesce sempre a intrattenere come potrebbe. Nonostante rispetti, come si scriveva, alla lettera le linee guida del genere, anche attraverso una certa dose di splatter ignorante e dozzinale, sembra troppo spesso dare per scontata la capacità di divertire degli stereotipi utilizzati. Non è un caso che si sorrida parecchio ma che siano assai rari i momenti in cui si ride di gusto, come nell'undicesimo episodio in cui il musical metal, dominato da Chris Leavins (l'attore che interpreta Atticus), viene messo su in maniera obiettivamente esilarante.
Benché il posticcio sia parte integrante del tutto, non significa che possa un prodotto simile essere effettivamente superficiale. Quel posticcio deve, al contrario, essere studiato e calcolato, così come l'opera nel suo complesso, e “Todd and the Book of Pure Evil” troppo spesso sembra non dedicare originalità e mestiere alla costruzione. 


La serie, a conti fatti, una visione la merita di certo, anche perché non richiede sforzo alcuno. Inoltre è stata rinnovata per una seconda stagione, già andata in onda, e forte del successo ottenuto potrebbe tranquillamente riservare miglioramenti. Nel qual caso si tornerà senza dubbio a parlarne in questo spazio.


lunedì 16 gennaio 2012

"The Increasingly Poor Decisions Of Todd Margaret" - Prima Stagione

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THE INCREASINGLY POOR DECISIONS OF TODD MARGARET (2010)




Ideatori: David Cross, Shaun Pye

Attori: David Cross, Will Arnett, Spike Jonze, Sharon Horgan

Paese: USA, UK


Torniamo a parlare di situation-comedy con un prodotto di appena due stagioni. Nonostante l'emittente televisiva abbia insistito per il prosieguo della stessa, infatti, gli ideatori hanno comunque deciso di concludere con la seconda stagione. Aspetto, questo, già di per sé positivo perché sintomo di coerenza nella scrittura di uno script; script che non verrà, quindi, spalmato di forza su un numero di episodi maggiore rispetto a quello previsto inizialmente.
David Cross, uno degli ideatori della serie, oltre ad essere scrittore e attore è anche stand-up comedian. Questa sua formazione torna utile nell'analisi di “The Increasingly Poor Decision Of Todd Margaret” perché ne spiega in gran parte struttura e limiti. Cross, inoltre, è l'attore che ha interpretato Tobias Funke, uno dei personaggi più riusciti di “Arrested Development”. Anche quest'ultima, invero, si rivela particolarmente utile. Non solo, infatti, condivide Cross e Will Arnett con “TIPDOTM”, ma anche la tipologia di personaggi da loro interpretati. Todd Margaret (David Cross) e Brent Wilts (Will Arnett) sono di fatto del tutto simili rispettivamente a Tobias Funke e GOB. Il secondo è fondamentalmente uno sprovveduto che prende di petto situazioni che non sa gestire, mostrando ad ogni occasione i suoi innumerevoli limiti. Il primo, per certi versi simile, è un imbranato cronico; cerca in tutti i modi di mostrarsi al contrario capace e compiaciuto di questa sua presunta capacità, attraverso un circolo vizioso di menzogne spudorate che lo porteranno, tra le altre cose, a dire di aver comprato un appartamento all'interno del palazzo di Westminster.


È a Londra, infatti, che il protagonista si renderà ridicolo per tutta la durata della sit-com. Todd Margaret, americano, nell'esercitarsi, attraverso un'audiocassetta, a “smettere di essere una femminuccia” viene ascoltato da Brent Wilts, nuovo capo dell'azienda in cui lavora, che decide di nominarlo capo delle vendite del nuovo prodotto: un energy drink dalla provenienza quanto meno dubbia. La sede è nella capitale britannica, quindi da un momento all'altro si ritroverà nel Regno Unito a gestire, senza abilità alcuna, la vendita della bevanda “Thunder Muscle”.

TIPDOTM”, il cui titolo è già sufficiente a strappare più di un sorriso, come anche lo scriverne ogni volta in questo post la sigla, è pure ironia. Non ha nessuna intenzione di approfondire personaggi o creare una storia che non si regga necessariamente sulla comicità - altro aspetto che sembra aver preso in prestito da “Arrested Development” - e non solo. Punta tutto su un unico personaggio, appunto quello di Todd Margaret, e al termine altro non è che una serie di quelli che appaiono come singoli sketch. È il motivo per cui si scriveva in precedenza della carriera di Cross come stand-up comedian, figura che per definizione e impostazione è l'unica fonte di ironia durante lo spettacolo. Peccato, però, che un'impostazione simile contrasti in maniera evidente la creazione di una qualsiasi finzione filmica, fondamentale invece per una situation-comedy, e più in generale per qualsiasi opera di fantasia basata su un intreccio, che tale vuol definirsi.
Come si è detto più volte in questa sede, inoltre, optare per la ricerca esclusiva della comicità in una sit-com non è una soluzione del tutto vincente, men che meno, poi, il non affidarsi a più personaggi. Al termine, non a caso, “TIPDOTM” diverte poco e intrattiene anche meno, benché alcune parentesi siano particolarmente riuscite, essendo Margaret un personaggio cucito sulla fisionomia e sui mezzi attoriali di David Cross. La commistione di humor più classico e humor inglese, allo stesso modo, diverte ma stanca quasi subito, nonostante la prima stagione conti solo sei puntate, in pieno stile britannico. 


Sono sei anche le puntate della seconda stagione, in onda dagli inizi di Gennaio, e il registro non sembra cambiare affatto - non che avrebbe senso essendo l'ultima.
Nonostante quanto detto, tuttavia, le soluzioni tra una puntata e l'altra riuscite sono decisamente degne di nota e in fatto di comicità sarebbe bene, è parere di chi scrive, non perdere di vista David Cross.


venerdì 28 ottobre 2011

"The Fades" - Prima Stagione

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THE FADES (2010)
  


Creatore: Jack Thorne

Attori: Iain de Caestecker, Johnny Harris, Natalie Dormer
           Joe Dempsie

Paese: UK



Tra le ultime proposte televisive di un Regno unito in piena attività produttiva, “The Fades” racconta la storia di un ragazzo, diciassettenne, che entra suo malgrado in contatto con una realtà fino a quel momento parallela alla sua, grazie ad un particolare dono che lo accomuna a coloro ai quali, gli “Angelics”, è stata donata la stessa capacità: vedere le ombre, ossia i fantasmi di chi non è riuscito ad ascendere in paradiso dopo la morte. Le ombre (“Fades”, appunto) vagano intrappolate nel mondo dei vivi, senza riuscire ad abbandonarlo e senza essere in grado di interagirci. Almeno fino al momento in cui non riescono a trovare un modo per farlo, che li porterà inevitabilmente allo scontro con i vivi, consistendo, il modo, nel mangiarli e rinascere con un corpo nuovo e oltretutto immortale.
Protagonisti della serie, oltre a quello principale, Paul, sono la sua famiglia, madre e sorella, il suo migliore amico, Mac, ed un uomo, Neil, con il suo stesso dono, che conosce le ombre e la loro esistenza da tempo, tanto da occuparsi di gestire, insieme ad altri come lui, la loro presenza sulla terra. 


Riuscire a vedere i morti non è certo l'idea più fresca della storia, ma mangiare i vivi per rinascere forse un po' lo è. Peccato che già questo suggerisca un buco nella sceneggiatura che sarebbe difficile non prendere in considerazione. Le ombre, infatti, si dissolvono al contatto con composti organici, quindi il fatto che riescano a mangiare gli essere umani è un lieve controsenso, dove per lieve s'intende enorme. Pertanto, o riescono a mangiare senza toccare, oppure qualcosa chiaramente non torna. Su questa base ha inizio una serie la cui provenienza geografico-culturale risulta evidente fin da subito, e non solo per il più che riconoscibile accento inglese, ovviamente, ma per quel taglio in parte ironico che, affiancato a quello drammatico, ne smorza i toni, spesso fino a banalizzarli. Un marchio di fabbrica, il classico humor inglese riscontrabile in altri prodotti britannici come “Being Human” e “Misfits”. È un aspetto, questo, in potenza tanto positivo quanto negativo. Laddove un prodotto, infatti, non possa dirsi particolarmente riuscito soprattutto in termini di sceneggiatura, la sensibile presenza di una tale componente ironica gioca un ruolo fondamentale nel permettere allo stesso di non prendersi totalmente sul serio; nel permettere, di conseguenza, allo spettatore di chiudere un occhio su eventuali incongruenze o aspetti poco riusciti senza troppi sforzi. Un paracadute a misura di cazzata, per intenderci. Nel momento in cui, al contrario, una serie risulti più riuscita e alla ricerca di un'atmosfera maggiormente seria, un'ironia troppo spiccata va a smorzare del tutto quest'ultima e ad indebolire il prodotto nel suo insieme. Purtroppo allo humor le serie inglesi sembrano proprio non riuscire a rinunciarvi, al punto che molti prodotti non risultano efficaci come potrebbero. È il caso del già citato “Being Human” che con una componente ironica meno presente e con qualche accortezza in più nello script avrebbe potuto offrire ben altro.
“The Fades”, invece, appartiene alla prima categoria dato che di certo non è il prodotto televisivo più valido degli ultimi tempi. E il taglio teen non aiuta affatto. Di ragazzini che tra primi amori, scuola, complessi e via discorrendo si trovano alle prese col sovrannaturale non se ne può davvero più e questo aspetto nella serie in questione è quanto mai ingombrante. Vien da sé che il decollo della stessa si presenti perlopiù sotto forma di miraggio, un miraggio che appare più o meno verso la fine della prima stagione, in cui si impone uno scenario apocalittico che se ben cavalcato potrebbe rendere “The Fades” capace di fare più di un passo avanti, fermi restando i limiti di cui si è scritto e si continuerà a scrivere. E d'aiuto, in questo senso, potrebbe essere la componente sanguinolenta che la serie non sembra disprezzare troppo.


A rappresentare un limite è anche l'incapacità di rendere interessanti i personaggi attraverso un'introspezione degna di essere definita tale. Certo, il dubbio che anche con un'adeguata introspezione i personaggi non sarebbero risultati così interessanti resta, dato che effettivamente non hanno alcun fascino. Il protagonista teenager che scopre di essere il prescelto è davvero anonimo, quasi fastidioso. Estremamente fastidioso, invece, è Mac, il suo migliore amico: pedante all'inverosimile, per niente divertente nonostante lo sforzo evidente per cercare di renderlo tale e utile quanto un contorno di caviale ad un secondo piatto vegano. Abbozzati gli atri personaggi, tranne forse Neil - interpretato da Johnny Harris, già visto in altre serie tra cui l'ottima “This is England '86” - a cui viene concessa una profondità leggermente maggiore e che riesce infatti se non a trasmettere empatia almeno a ricordarne il concetto.
Appena delineati anche i rapporti tra gli stessi, tanto che ogni qualvolta la serie prova a proporre parentesi di maggior spessore in termini umani le stesse appaiono superficiali e forzate, lasciando più che altro lo spettatore in attesa che termino e permettano alla storia di andare avanti. 


E poi? E poi c'è il season finale che non ti aspetti. Dopo quanto visto fino alla quinta puntata sarebbe lecito tenere basse le aspettative, invece ci si trova davanti una puntata assolutamente valida. I toni si incupiscono, i personaggi virano verso direzioni più interessanti, il ritmo sembra scoprire le marce successive alla seconda e anche la mano registica appare più attenta. Lo scenario apocalittico di cui si parlava, inoltre, si concretizza in maniera definitiva, restituendo atmosfere coinvolgenti e, in particolare con le ultime inquadrature, prospettive interessanti in vista della stagione successiva. Resta quindi da vedere se e quanto riusciranno a sviluppare in questo senso una sceneggiatura che potrebbe a conti fatti rivelarsi piacevole e magari anche avvincente.


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