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sabato 16 maggio 2015

1992: forse avremmo dovuto fermarci lì


1992 (2015-)




Creatore: Stefano Accorsi, Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi, Stefano Sardo

Attori: Stefano Accorsi, Guido Caprino, Miriam Leone, Tea Falco, 

            Fabrizio Contri, Antonio Gerardi

Paese: Italia



La notizia, qui, è che pur non essendoci Sollima dietro 1992, abbiano tirato fuori un'altra serie degna di nota nel nostro Paese.improvvisamente, di quelle che si può non chiamare fiction - termine che ormai indica uno a caso dei vari prodotti che circolano nella tv italiana, così fastidiosamente simili da non avere nemmeno bisogno della differenziata. Con Romanzo Criminale sembra siano stati settati i livelli sotto i quali non si può scendere se si vuol parlare di prodotto seriale che possa essere preso seriamente in considerazione come tale. Quindi è venuto fuori Gomorra, ed ora a distanza di un anno 1992. Insomma, da non credere nemmeno alla possibilità che in Italia ci potessero essere serie televisive dal respiro internazionale, adesso con esse ci si può quasi riempire le dita di una mano.

Non è proprio una considerazione da nulla, su. Se si tiene conto che ogni Paese per forza di cose non potrebbe, pur volendo, non personalizzare un prodotto, allineandolo ai propri stilemi (se ne parlava già mentre si scriveva di Love/Hate) non può non essere interessante che un "nuovo" Paese proponga la sua visione di una struttura ancora non del tutto sdoganata ovunque (la serie tv, per l'appunto), se non altro in termini di produzione. Sarebbe in ogni caso una cosa mai vista. Infatti quanto accaduto con Romanzo Criminale è stato emblematico: pur con i suoi difetti a venirne fuori è stato un ottimo prodotto che per ambientazioni, fotografia e respiro assai caratteristico (non solo per lo script nato da fatti prettamente interni al Paese) solo noi potevamo produrre - in realtà prima era accaduto già con Boris, che è però una sit-com. Stesso discorso per Gomorra e stesso discorso, ora, per 1992. In quest'ultimo caso, tuttavia, il discorso in specie assume una rilevanza ancor più marcata perché va ad occupare direttamente il primo posto tra gli attori protagonisti della riuscita del prodotto.


1992 non è una serie che ha la sua forza nella sceneggiatura prettamente intesa, né tanto meno nei dialoghi. Non ha nemmeno un fascino estetico superiore ad altri prodotti e, diciamocelo, in più di un'occasione la recitazione lascia parecchio a desiderare, al punto che se il risultato finale non si assesta su livelli definitivi è proprio a causa di cadute di stile davvero un po' troppo ingenue per uno show che per certi altri versi mostra una maturità assai invidiabile, che poi è anche ciò di cui scriverò a breve. Non si capisce se alcune scelte siano conseguenza diretta di indicazioni imposte, fatto sta che alcuni tasselli sfiorano quasi il ridicolo, e dispiace anche solo scriverlo. Guido Caprino nel ruolo del leghista improvvisato è obiettivamente scarso; rende la gran parte delle sequenze di cui è protagonista posticce e impostate, probabilmente anche a causa dell'accento da leghista idiota (come se ci fossero altri tipi di leghisti, starete pensando) che deve riprodurre. Tuttavia, va detto, una parentesi qua e là di recitazione credibile la offre anche, specie nella parte finale della serie. Il vero dramma, qui, è Tea Falco: non si riesce a capire come sia possibile che le abbiano permesso di recitare in quel modo, di settare la voce in quel modo, di presentarsi in generale davanti ad uno schermo in quel modo. Impressionante. Se vogliamo dal punto di vista dell'uso delle espressioni non è troppo inferiore ad altre recitazioni se non altro sufficienti, ma è proprio il percoco in bocca che rende pure il posticcio del Caprino di cui sopra una prova attoriale accettabile. Ogni volta che compare sullo schermo la qualità di 1992 scende di 3-4 livelli per risalire, con fatica, solo allo stacco successivo.

Fortunatamente a compensare, in parte, ci sono discrete sorprese, sempre attoriali. Si comincia con un fantastico Fabrizio Contri nei panni di un Dell'Utri identico all'originale, solo con più stile, e un ottimo Gerardi nei panni di Di Pietro, anche lui graziato stilisticamente; Si continua con Miriam Leone - che dopo Miss Italia si ripresenta al grande pubblico come un'attrice che può assolutamente essere definita tale, capace di dare credibilità al suo personaggio senza sbavature di sorta - e un sorprendente Stefano Accorsi. Già, non solo si comporta bene nel ruolo di Leonardo Notte, ma si comporta egregiamente anche nel ruolo di leading actor, quello che ti trascina la pellicola o la serie, per intenderci. Mostra bravura, convinzione e finanche capacità di creare attorno al proprio personaggio un discreto fascino, sospeso tra lievi rigurgiti di etica e pura voglia di vincere le scommesse che egli stesso si pone davanti.


Non è ciononostante, come si scriveva, di certo parte del comparto recitativo a risollevare da solo le sorti di 1992. L'aspetto, forse l'unico ma a conti fatti più che sufficiente, che riesce nell'intento è una sorta di sensazione che la serie riesce a ricreare e spargere un po' ovunque durante le varie sequenze; l'aspetto che riesce nell'intento, oserei dire, è una sorta di atmosfera pre-apocalittica che serpeggia e semina disagio fino a creare in più di un'occasione genuina inquietudine. Nonostante sia ambientata nell'era di Tangentopoli, quindi nell'era della presunta liberazione dalla corruzione politico/morale in stile Democrazia Cristiana, nonostante racconti la stessa Tangentopoli, l'effetto è in realtà quello diametralmente opposto. Da essere la fine di una stortura diffusa diviene paradossalmente l'inizio di un incubo. Non si capisce se in Italia venga percepito questo intento in maniera più netta perché conosciamo il ventennio berlusconiano, l'ulteriore sfacelo etico/culturale (e non solo) che è seguito immediatamente dopo Tangentopoli, o se la serie riesca, ed è qui l'estrema validità della stessa, nell'intento di insinuare il disastro che di lì a breve sta per abbattersi sul Paese. Preferisco pensare che sia la serie, da sola, che riesce a farlo e in realtà ci sono parecchi elementi che corroborano questa tesi. Fra gli altri l'atmosfera continuamente sospesa del "ciò che sta per accadere", un'atmosfera sufficientemente angosciante da non permettere né di gioire delle "piccole vittorie" del pool di Mani Pulite né di intravedere una qualsivoglia risoluzione positiva all'orizzonte; al contrario, la sensazione è quella di essere risucchiati in una sorta di nulla culturale abitato da omuncoli sinistri, a tratti irreale, (vedi le scene di Notte che guarda la figlia a Non è la Rai) reso meravigliosamente da una colonna sonora assai efficace. Stupenda "Waiting for a miracle" di Leonard Cohen, perfetta "Killer" per la sequenza di Notte in macchina con il fantasma della ex, ma a farla da padrona è, insospettabilmente, "All that she wants" degli Ace of Base e relativo montaggio: sì, perché sono le sequenze, in questo caso, ad accompagnare il brano. Ora, la canzone un suo fascino particolare ce l'ha sempre avuto, ma la capacità di riempirlo dell'atmosfera inquietante di cui si scriveva poco sopra e darle una personalità differente e niente affatto positiva genera il momento forse più potente di tutta la stagione: è come se la serie in quel momento ti stesse ghignando in un orecchio qualcosa tipo "questo è quanto, e continueremo a mandere tutto a puttane. Sarà un disatro, ma sarà divertente. Lasciati andare, vieni con noi".


E in effetti è andato poi tutto a puttane. Noi già lo sapevamo, ma forse non avevamo fatto caso al momento in cui tutto ciò stava nascendo sotto le glorie di Tangentopoli. Questo è l'aspetto che rende la serie senza dubbio riuscita. Se i difetti di cui si scriveva non ci fossero stati avremmo probabilmente avuto un capolavoro. Ancor più angosciante, però.


mercoledì 11 giugno 2014

Gomorra e la qualità possibile


GOMORRA - La serie (2014)




Ideatore: Roberto Saviano, Stefano Sollima

Attori:
Marco D'Amore, Fortunato Cerlino, Maria Pia Calzone, Salvatore Esposito, Marco Palvetti

Paese:
Italia



Fa specie anche solo scrivere "Italia" affianco a "Paese", a sinistra della locandina qui sopra. Ancor più se si sta parlando di una serie televisiva. Non era mai capitato, e non pensavo sarebbe successo nel breve termine, a dire il vero. A dire il vero non sono neanche questo forte ottimista, ma nel caso in specie credo ne avessi ben donde. Sperare, infatti, in un prodotto televisivo nostrano di qualità non è affato semplice quando, mentre oltreoceano sfornavano già 20 anni fa capolavori indiscussi ed oggi propongono robe enormi come "True Detective", mentre il Regno Unito si è ritagliata nel panorama delle serie degli stilemi tutti suoi, personali e riconoscibili, in Italia il massimo che potevamo registrare, ad oggi, era una serie, una, ed una sit-com, una. Ci si riferisce ovviamente a "Boris" (un mezzo miracolo... ma facciamo pure intero) e "Romanzo Criminale". Quest'ultima venne realizzata da Sollima, che guarda caso è lo stesso dietro la direzione della serie di cui si scrive, "Gomorra", ché non sia mai venga fuori qualcun altro a proporre prodotti di qualità. Probabilmente, infatti, morto Sollima l'Italia non vedrà più serie televisive degne di nota per decenni. Questo sempre per il forte ottimismo di cui sopra.


Inutile tuttavia lamentarsi troppo, godiamoci per ora un prodotto che finalmente mostra una qualità che non ha molto da invidiare ad altri, se non qualcosina. Poteva andare assai peggio. Avrebbe, "Gomorra", potuto avere Terrence Hill nel ruolo del prete di Scampìa, Manuela Arcuri nel ruolo della donna di un boss, e ovviamente Gabriel Garko nel ruolo di quest'ultimo. Ma la vera novità è che non solo poteva andare molto peggio, è che difficilmente poteva andare meglio. Laddove fosse successo, oggi in tutta probabilità saremmo stati qui ad inserire "Gomorra" tra le migliori serie televisive senza distinzioni di sorta tra Italia e altri paesi; come una delle migliori serie televisive e basta. Sì, perché il respiro narrativo, il volto della serie, la maturità nella costruzione hanno tutt'altri livelli rispetto a quelli visti in precedenza da queste parti. Lo stesso "Romanzo Criminale" deve un attimino ammettere la superiorità della nuova creatura di Sollima. Per certi versi, invero, non sarebbero nemmeno paragonabili essendo il primo fortemente romanzato e il secondo ben più realistico. Così realistico, anzi, che rischia inzialmente di esserlo troppo, minando coinvolgimento ed empatia. In realtà, però, è solo una sorta di introduzione, di lì a poco viene fuori anche la parte romanzata di "Gomorra", che a quel punto fa un cenno affettuoso e si mette in corsia di sorpasso.
Non che l'intreccio sia un capolavoro assurdo al punto di mettere in ombra quello di Romanzo Criminale, intendiamoci. A distanziare l'uno dall'altro, a conti fatti, è la messa in scena di quell'intreccio. "Gomorra" è potente, è maleodorante, fa male agli occhi e lascia un senso diffuso di nausea al termine di ogni puntata, roba che manco un foglietto illustrativo. E non è solo per l'ambiente che viene raccontato, è proprio una questione cinematografica, un'indiscussa riuscita del comparto tecnico. Nonostante regia e montaggio guardino più al realismo che alla finzione, la fotografia livida, pur essendo anch'essa realistica, restituisce da subito un'immagine e in generale un volto per l'appunto cinematografici. Aspetto quest'ultimo condito da un utilizzo delle musiche che segue lo stesso pattern. Il risultato d'insieme è una sorta di realismo finto, o finzione realistica, che si rivela essere il linguaggio perfetto per un prodotto come "Gomorra", che punta con forza sulla docu-denuncia non perdendo però mai di vista il racconto. Ed è questo il motivo per cui, si scriveva, la visione di "Gomorra" disturba. Quell'intreccio che spesso spinge lo spettatore a tifare per l'uno o per l'altro, a gioire della vincita di uno, o addirittura dell'aver tolto di mezzo un altro, in questo caso è più che mai immerso nella realtà, ed ogni paretensi, ogni frase, ogni morto ammazzato, fanno al contrario l'effetto che dovrebbero giustappunto fare, cioè discretamente schifo. Non si tiene per nessuno dei caratteri, forse una mezza parentesi in una singola puntata, prima che di quel personaggio vengano delineati i tratti più negativi; forse per Ciro, che dall'inizio sembra venir costruito proprio per essere quello per cui fare il tifo, ma al massimo fino alle puntate 9 e 10 (tra le migliori in assoluto), in cui anche lui entra a far parte della monnezza non più solo ufficiosamente. Si sgretola l'unico personaggio a cui, sempre e solo filmicamente, ci si poteva sentire più vicini; e non è un caso, la puntata sembra costruita, anzi, apposta per quello.
A questo punto non ci sono più eroi, né di fatto (non c'è mai neanche l'ombra di un personaggio positivo a contrasto con il resto) né filmici. Ciò che resta è solo il fetore di cui si parlava poco sopra, un tanfo ancor più insopportabile. Un virus così diffuso da essere la normalità, così diffuso che a conti fatti il virus è l'onestà, virus contro cui, però, la realtà raccontata sembra aver sviluppato un discreto esercito di anticorpi. Uno scenario in cui non solo non si ha voglia di vivere, ma nel quale non si ha nemmeno voglia di immedesimarsi, foss'anche solo per il tempo della visione. Si è felici che ci sia uno schermo tra ciò che è e ciò che si sta guardando, nonostante sia il racconto assai coinvolgente. Concetto quest'ultimo da ribadire ad oltranza, considerando che molti degli ultimi e più osannati prodotti stranieri non sono più così tanto in grado di rispondere a quella necessità tanto semplice quanto essenziale di voler semplicemente, più di ogni altra cosa, aver voglia di andare avanti con la storia, di aver voglia di vedere come va a finire. 



Si accennava, al tempo stesso, a qualcosina ancora da invidiare alle più riuscite, perché qualcosina effettivamente c'è, ed è giusto scriverne. Ogni tanto inciampa, la serie, anche se il più delle volte in maniera impercettibile. Spesso si è sul chi va là, come se la serie avesse le redini della narrazione ma sempre e solo fino ad un certo punto, come se potesse da un momento all'altro fare qualche cazzata. Ed infatti una bella grossa la fa. Ci si riferisce alla puntata in cui Genny torna in stile Rambo e impara in qualche giorno ad essere un boss, a muoversi tra trame politico-mafiose come niente fosse, dal babbeo che era. L'intera puntata è assai debole e rovina discretamente l'idillio narrazione-spettatore. Fa zoppicare vistosamente il realismo di cui si vanta la serie, e riguardando il tutto uno dei protagonisti, che resta quindi tra i tasseli principali, l'infelice scelta di sceneggiatura va ad inficiare per forza di cose anche il prosieguo che lo riguarda direttamente.
Stesso discorso per  la risoluzione finale, che cede un po' troppo il passo alla spettacolarità delle dinamiche, nonostante sia preceduto da un episodio, il penultimo, in assoluto tra i migliori dell'intera stagione (che ha dalla sua, peraltro, due scene meravigliose per costruzione e pathos). La differenza di maturità tra le due puntate è evidente, e la parentesi conclusiva risente sensibilmente del confronto.
Ciò detto, in ogni caso, gli aspetti negativi restano comunque confinati per ora ad un livello che fortunatamente non è alto a sufficienza per minare in maniera seria un prodotto di cui ci si può fare vanto.

A voler essere sinceri, ci si potrebbe lamentare pure di qualcos'altro. Della tendenza tutta nostra a far sempre riferimento alla denuncia, al restare ancorati a fatti reali, al non riuscire a costruire qualcosa che sia puramente di genere. La differenza tra la miriadi di prodotti stranieri e le serie italiane che si contano su poco più della metà delle dita di una mano è anche lì. Ma, di nuovo, forse non è il caso di ammorbare con quest'aspetto, proprio nel momento in cui il Paese ha tirato fuori forse il suo primo vero prodotto televisivo dal respiro internazionale. E poco male che sia l'ennesimo al quadrato sulla mafia, a questo punto, perché è vero anche che ha un aspetto assai personale, e che un racconto simile della realtà mafiosa qui probabilmente non si era mai visto. Può ricordare lontanamente altri prodotti, ma mantiene, vale la pena ripeterlo, una personalità tutta sua, cosa che già da sola, per la nostra tv, è un altro mezzo miracolo, diciamocelo.

Quindi nulla, questa volta stiamo tutti un po' zitti e limitiamoci ad applaudire, sì? Sì.

 


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