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domenica 6 novembre 2011

Recensione "Melancholia"

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MELANCHOLIA (2011)




Regista: Lars Von Trier

Attori: Kirsten Dust, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland, Charlotte Rampling, Alexander Skarsgård

Paese: Danimarca, Francia



Panico. Le sequenze d'apertura dettate dalla riscoperta di mezzi esterni al Dogma95 lasciano presagire il peggio. Sensazione capace di atterrire se si considera che per “peggio” s'intende la pellicola precedente del regista. L'inizio del nuovo lavoro di Lars Von Trier sembra, infatti, un preludio ad una sorta di “Antichrist” 2.0 che laddove si fosse concretizzato avrebbe reso “Melancholia” solo una riproduzione in scala 1:100000 del contatto e della conseguente distruzione di due altre sfere, queste però molto più vicine allo spettatore. E invece l'apocalisse resta fortunatamente solo sullo schermo, sventando quella che sarebbe potuta essere quanto mai reale. Questa volta il regista danese non si annulla nel suo manierismo, non si perde tra un fotogramma e l'altro e sforna una pellicola che al di là del gusto personale può dirsi assolutamente valida.

Per raccontare la sua malinconia si serve di nomi di tutto rispetto e mette in scena il matrimonio tra Justine (Kirsten Dunst) e Michael (Alexander Skarsgård) nella villa di John (Kiefer Sutherland), marito di Claire (Charlotte Gainsbourg) e sorella di Justine. Divide il racconto in due capitoli e privando Justine del primo piano dedica la seconda parte a Claire, esplorandone intimità e debolezze, e al pianeta “Melancholia”, che rischia di collidere con la Terra, distruggendola.


L'intera pellicola è pervasa di un senso di indefinito capace al tempo stesso di svuotare ed inquietare. Svuotare quanto accade, rendendo il matrimonio un modellino di cartapesta, ed inquietare, suggerendo quel nulla malinconico che proprio in quanto tale non può riempire un vuoto che quindi resta tale. Justine si allontana dal suo matrimonio in maniera sistematica, a volte per spogliarsi del suo vestito e perdersi in un bagno caldo, altre volte per dormire nei momenti più importanti della cerimonia, altre volte ancora per passeggiare nella parte esterna della villa. Michael, dal canto suo, sembra non farsi troppe domande pur non avendo al suo fianco colei che proprio in quell'occasione non avrebbe dovuto far altro che stargli affianco. Von Trier racconta queste parentesi quasi come fossero normali, almeno nella prima parte della pellicola, riuscendo così a trasmettere quel senso di straniamento che si rivelerà in seguito fondamentale per quel tratto predominante da cui la pellicola prende il titolo.
In questo capitolo la fotografia, aiutata da ambientazioni sfruttate in maniera brillante, ricerca luci particolarmente calde perché possano scontrarsi con la freddezza interiore di Justine, che dispensando forzati sorrisi si aggira per le stanze non riuscendo a nascondere la sua assoluta inadeguatezza. Amplificata, quest'ultima, dai suoi continui tentativi di lasciarsi andare a quei festeggiamenti che non le sono mai appartenuti, fin da prima ancora di prenderne parte. Fotografia che al contrario, non a caso, sottolinea perfettamente la felicità che sfiora la favola di Michael, nel giorno, a suo dire, più bello della sua vita. Almeno fino al momento in cui anche lui non potrà più evitare di guardare negli occhi la malinconia di colei che sarà sua moglie ancora per qualche istante e abbandonerà il suo stesso matrimonio. 


Con Michael, l'unico personaggio capace di provare una genuina serenità e che non a caso esce di scena, vengono meno anche quei colori capaci di restituire un certo calore alla pellicola, seppur solo formale. La seconda parte, infatti, si mostra principalmente per una fotografia, all'opposto, più spenta, che ora cede alla malinconia invece di contrastarla, palesando il volto reale e definitivo della pellicola. In primo piano adesso c'è Claire. Viene mostrata non più solo per quell'aspetto apparentemente sicuro e misurato visto nella prima parte, ma anche e soprattutto per quello più fragile e debole nei confronti dell'ipotesi catastrofica che incombe sulle loro esistenze. Profilo che ben si adatta ai toni grigi assunti dalla pellicola e rafforzati anche da una Justine che è ormai del tutto in balia della sua sofferenza. Lo è, almeno, fino a quando la fine non smette di essere lontana e diviene imminente realtà, perché con essa diverrà realtà anche la fine della sua miserevole esistenza. Ed è a questo punto che il film si prende gioco della speranza insita nell'umanità, attribuendo a “Melancholia” una curva beffarda che lo porterà a sfiorare la Terra ed allontanarsi da essa prima e ad avvicinarsi nuovamente fino a travolgerla dopo. Quest'aspetto è gestito in maniera assai notevole da Von Trier al contrario della parte appena precedente limitata da qualche lungaggine di troppo, cosa che in un film di questo tipo assume un peso non indifferente. Prima della fine, quindi, il regista danese distrugge, e ci tiene a farlo, la speranza, ravvivandola e poi costringendola a spegnersi. Justine, infatti, con una ritrovata fredda vitalità incalza Claire sbattendole in faccia l'inevitabile e forzandola alla rassegnazione. Ed è qui che Von Trier fa un altro passo falso, rincarando eccessivamente la dose per bocca della stessa Justine. Le sue riflessioni divengono forzate e anche un po' banali, probabilmente figlie dei traumi del piccolo Lars: si passa da “La vita è cattiva” a “merita di sparire” che sembrano far parte di un quadro che sarebbe stato completo con qualcosa tipo “Vi odio tutti. By Sonosolo92”. Aspetti, comunque, che limitano la pellicola ma che fortunatamente non ne minano la riuscita.


Un film catastrofico quasi senza catastrofe, insomma. Solo Peter Weir aveva osato di più con “L'Ultima Onda”, meraviglioso, negando alla catastrofe anche i soli due minuti ad essa dedicati da Von Trier. A minacciare l'umanità, più che il pianeta, sembra il vuoto, il nulla esistenziale, la malinconia. Ogni personaggio, a ben vedere, sembra arrancare nella sua inadeguatezza seppur con reazioni diverse. Il padre di Justine, dietro il divertimento di facciata, sembra fuori dal mondo ed esterno alle sue dinamiche; la madre di Justine è identica alla figlia; Claire smette di essere presente mostrando reazioni non propriamente stabili; John reagisce in maniera repentina e tragica senza affrontare nulla e nessuno. Sembra quasi che la malinconia venga presentata come tappa ultima di un'umanità destinata al nulla emotivo e quindi come strumento di distruzione. Come la vera ed unica minaccia all'esistenza. Non a caso il pianeta che nel film la distrugge si chiama per l'appunto Melancholia.
In quest'ottica l'obiettivo di Von Trier è “semplice”: dare un volto alla malinconia. Mette in chiaro fin da subito come andrà a finire, attraverso sequenze di immagini che svelano la collisione tra i due pianeti; fa così in modo che lo spettatore abbandoni qualsiasi altra ipotesi risolutiva e sia predisposto al suo racconto. Alla descrizione di un sentimento privo di speranze. La pellicola è questo, null'altro. Non c'è da scavare oltre, non ci sono riflessioni profonde, non nasconde un trattato di filosofia. È una descrizione pura e semplice che sfocia nella più pessimistica delle visioni.

Senza dubbio riuscito, in definitiva, “Melancholia” soffre però di difetti evidenti. Le interpretazioni strepitose della Dunst e della Gainsbourg in parte li nascondono, ma ovviamente la sensazione che con qualche accortezza in più in fase di sceneggiatura la pellicola sarebbe stata di tutt'altro peso resta.


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