ANOTHER EARTH (2011)
Regista: Mike Cahill
Attori: Brit Marling, William Mapother
Paese: USA
La sezione “commenti” verrà dedicata a quelle pellicole di cui non scriverò un'analisi particolarmente approfondita, o per questioni di tempo o perché la pellicola non ha molto da dire. Sarebbe quindi inutile, nel secondo caso, allungare il brodo e trascinarvi in un elenco di aspetti negativi comuni a molti altri film e non degni di nota, pur nella loro negatività. Perché, al contrario, molti altri film comunque non riusciti meritano ugualmente una recensione; magari è una pellicola per certi versi importante che non si può liquidare con due parole; magari è così stupida che scriverne una recensione può risultare divertente.
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Ad inaugurare la sezione è “Another Earth”, pellicola diretta da Mike Cahill - a cui bisogna voler bene anche solo per il fatto di aver contribuito (come online editor) alla creazione dell'incantevole documentario “Leonard Cohen: I'm Your Man”. Quella raccontata è la storia di una ragazza, Rhoda (Brit Marling, co-sceneggiatrice), che torna in libertà dopo aver scontato, per omicidio colposo, una pena di 4 anni. Decide, a suo modo, di entrare in contatto con l'unica vittima sopravvissuta dell'incidente stradale da lei provocato. Sullo sfondo l'avvicinarsi di un altro pianeta, identico alla Terra.
L'aspetto in assoluto più interessante di “Another Earth” è quella fantascienza di cornice che sembra si stia imponendo nell'ultimo periodo. Quella fantascienza che fa da sfondo ad un intreccio assolutamente umano e il cui ruolo è pressoché passivo. Lo ha fatto Von Trier con “Melancholia”, il nostro cinema con “L'ultimo Terrestre” di Pacinotti e, per l'appunto, Cahill. È parere di chi scrive che sia una scelta in potenza assai affascinante, perché conferisce ad una storia altrimenti classica un'atmosfera irreale, capace di elevare il racconto e dargli apparentemente un peso maggiore, quasi fossero, le relative riflessioni, più profonde. La pellicola in questione, infatti, non sarebbe stata affatto degna di nota senza quest'aspetto. Sarebbe stata anonima e banale. Non a caso la storia, singolarmente presa, lo è comunque e rappresenta il limite maggiore del film, un limite insormontabile che ne compromette la riuscita. Più di una scelta appare forzata e scontata e i personaggi troppo stereotipati. L'incapacità di creare empatia, poi, non aiuta affatto.
Volutamente artificiale, la fotografia vira verso tonalità blu, conseguenza della vicinanza dell'altra Terra, e assume un ruolo fondamentale nella resa di quella necessaria atmosfera. Si confà al ritmo lento e contemplativo proposto da Cahill e colora una sequenza conclusiva davvero ottima - e che si chiude, a sua volta, anche meglio – capace di proporre una riflessione decisamente funzionale ai fini del racconto e, diciamocelo, anche un po' confortante.

