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domenica 7 dicembre 2014

20.000 Days On Earth


20.000 DAYS ON EARTH (2014)





Regista: Iain Forsyth, Jane Pollard

Attori: Nick Cave, Susie Bick, Warren Ellis

Paese:
UK


E il settimo giorno, si riposò. Nick Cave invece, nel 20000esimo della sua esitenza, fa un documentario. Su se stesso. Su fittizie 24 ore della sua vita. Una sorta di autobiografia costrutita però su pochi ricordi e tanti pensieri sparsi.
Personalmente l'autobiografia come strumento, se affiancato ad un'artista, tende già di suo a mettermi lievemente a disagio; denota una vanità fuori dal comune, una ostentazione che è negativa per definizione. La stortura sta nell'arroganza di credere di essere interessanti. Un conto è scrivere musica, un conto è provare a scrivere una sceneggiatura piuttosto che un libro, un conto è scrivere un documentario su se stessi. O meglio, un conto è scrivere un documentario su se stessi con le stesse premesse e per le stesse motivazioni alla base di 20.000 Days on Earth. Quest'ultimo, infatti, non ha le sembianze di, non so, un'opera catartica a livello personale, o uno sfogo, né si avverte la necessità di comunicare qualcosa liberandosene attraverso la narrazione. Né sembra essere un documentario classico, che punti magari a svelare retroscena della vita artistica di Nick Cave, motivazioni alla base di un testo specifico piuttosto che di un altro, tasselli che completino il mosaico artistico della carriera del cantante. 20.000 Day on Earth non somiglia nemmeno al più classico dei documentari, basati principalmente su un susseguirsi di brani, rivisitati o meno, tra aneddoti ed esternazioni dell'artista (come il meraviglioso "I'm Your Man" su Leonard Cohen, per intenderci. In cui peraltro c'è anche Nick Cave). La sceneggiatura di quest'opera co-scritta dal cantautore non ha forma, è un po' di tutto e alla fine non è nulla. E il problema, sia chiaro, non è il non avere forma, è che l'informità proposta non ha volume, non ha sostanza, non trasmette, non ha sapore.


Lo stesso Cave ammette durante la pellicola la sua vanità, ricordando che da giovane scrisse un testamento in cui lasciava tutto alla costruzione del Nick Cave Memorial Museum. Va bene, un plauso all'onestà, ma ammettere di essere vanitoso non cancella il problema, tutt'al più lo evidenzia in maniera ulteriore. E nel documentario di cui si scrive la vanità è realmente ingombrante. Tende ad irritare fin da subito, da quando l'artista dice qualcosa tipo "volete sapere come si fa a scrivere un testo?". "Ma anche no", potrebbe rispondere lo spettatore. Il fastidio è proprio lì, nella forma, nel credere che lo spettatore stia pendendo dalle tue labbra, nel dare per scontato che voglia sentire la risposta ad una domanda che tu stesso hai posto e che non ha posto lo spettatore o chi per lui. Segue una risposta più o meno simpatica, anch'essa però palesemente frutto di ostentazione, perché viziata alla base.
Non a caso tutta la restante parte della sceneggiatura tende a trasmettere lo stesso senso di disagio misto a fastidio. Non si avverte una reale genuinità nell'opera, neanche lontanamente. Al contrario il posticcio è sempre dietro l'angolo e proprio questa mancanza di naturalezza nel raccontare e nel raccontarsi fredda l'empatia come solo un cecchino riuscirebbe a fare. Non si riesce a capire dove voglia andare a parare, davvero, è tutto olimpionicamente sconnesso. E quando, inoltre, ci si rende conto di ciò e si cerca di mettersi in un'ottica diversa, per cercare di entrare in sintonia con quanto accade sullo schermo - quando si cerca, nello specifico, di assorbire le riflessioni e i mood del cantante senza aspettarsi alcuna logica narrativa - ancora una volta si resta delusi: le riflessioni proposte non sono così illuminanti, non sono così sentite, non sono interessanti; i dialoghi sembrano troppo costruiti e pretenziosi pur non avendo particolare spessore.


Gli unici momenti in cui qualcosa si smuove all'interno durante la visione sono quelli in cui canta, o in cui si alternano esibizioni live. Momenti in cui quella fotografia classica da documentario entra in simbiosi con il resto e distribuisce dosi standard di empatia, utili ad andare avanti nella visione. A venir fuori sempre più prepotentemente, fotogramma dopo fotogramma, dialogo dopo dialogo, è l'idea, al termine ampiamente confermata, che Nick Cave non abbia assolutamente nulla da dire in questa forma. Come cantautore sì, è una meraviglia, come sceneggiatore anche si è reso interessante ("The Proposition"), ma non a caso sono due linguaggi del tutto differenti da quello scelto ora, perché figli della finzione; finzione in cui evidentemente sa muoversi, e anche bene. Quando si tratta di Nick Cave persona prima che artista, invece, come nel caso di 20.000 Days on Earth, a quanto pare non ha molto da raccontare. O più semplicemente non sa come farlo, ma al di là dei perché e dei percome il risultato resta comunque identico.


Lasciamo che i documentari li facciano altri su di voi, magari, ché a venirne fuori sono sincerità ed coinvolgimento, e se proprio sentite il bisogno di scrivere su voi stessi, che almeno abbiate la cortesia di farlo con una motivazione diversa dall'ostentazione di cui sopra.


mercoledì 14 marzo 2012

American Faust: From Condi To Neo Condi


Non disdegnando, questo spazio, pellicole quasi sconosciute, né documentari e non avendo molta voglia di scrivere perché oggi è così, ripesco una vecchia recensione già pubblicata altrove, perché interessante, l'opera, e degna d'attenzione.


AMERICAN FAUST: FROM CONDI TO NEO CONDI (2009)


Regista: Sebastian Doggart

Paese: USA


"American Faust" è il secondo lavoro cinematografico di Sebastian Doggart, nonché il suo secondo lavoro cinematografico su Condoleeza Rice, 66° Segretario di Stato degli Stati Uniti, sotto l'amministrazione Bush. È "Courting Condi", infatti, il titolo della prima pellicola del regista britannico, che, muovendosi tra fiction e documentario, racconta le vicende di un uomo innamorato della Rice e intenzionato a conoscere ogni suo aspetto al fine di conquistarla.
Se nel suo primo lavoro Doggart sfrutta la finzione per costruire quello che sarà poi un documentario, questa volta, invece, alza il tiro e per la sua invettiva costruisce un documentario dalla struttura decisamente classica.

La pellicola dell'autore londinese si pone l'obiettivo di inquadrare il soggetto scelto da tutti i punti di vista, sì da poterne fare un'analisi a 360 gradi, completa ed esaustiva. Gli eventi narrati ricoprono un arco temporale molto ampio, più precisamente dagli anni '50 ad oggi, o ciò che è lo stesso, dai primi anni di vita e formazione di Condoleeza Rice fino agli ultimi accadimenti politici che l'hanno vista protagonista, passando per gli studi e la carriera di colei che diverrà la prima donna afro-americana a ricoprire il ruolo di segretario di stato degli Stati Uniti.

Titolo completo dell'opera è "American Faust: From Condi to neo Condi" e, da solo, è già più che sufficiente ad inquadrare le due fasi o aspetti principali sui quali il regista costruisce l'intero documentario.


"American Faust"

L'accostamento di Condoleeza Rice al protagonista dell'ormai famosissimo racconto popolare tedesco è quanto mai calzante, oltreché funzionale all'impostazione che Doggart intende dare alla sua opera: così come Faust, in cambio della conoscenza assoluta, vende l'anima al Diavolo, allo stesso modo la Rice, in cambio di un potere sempre maggiore, vende l'anima ai meccanismi più bassi della politica. Si scava così nel passato di una delle figure politiche di spicco degli ultimi anni allo scopo di tratteggiarne in maniera dettagliata aspetto umano e personalità, e comprendere se non altro alcune delle caratteristiche che hanno poi portato all'attuale Condoleeza Rice.
A venirne fuori è il ritratto di una personalità forte, determinata, con degli obiettivi ben precisi e una ferma intenzione di raggiungerli. L'interesse per la politica nasce infatti relativamente presto, di lì in poi non smetterà più di coltivarlo e lo preferirà a qualsiasi altra cosa, come si evince dalle dichiarazione dell'uomo che avrebbe dovuto sposare ma che, invece, decise di lasciare per accettare un'importante offerta di tirocinio a Washington. La prima parte del documentario, in realtà, è incentrata su questo aspetto e delinea a tutti gli effetti una donna, ragazza a quel tempo, che semplicemente ha sempre messo la carriera al primo posto. Fin qui, quindi, non solo non vi è alcuna critica nei confronti di Condoleeza Rice, ma sembra quasi che vi sia, per la stessa, una vena d'ammirazione.
Primi anni '90, Condoleeza Rice viene nominata rettore alla Stanford University ed eredita un buco di vari milioni di dollari. È questo il periodo in cui per la prima volta si comincia ad intravedere il Faust al suo interno: la stessa alla fine del suo mandato non solo aveva recuperato il buco lasciato dalla precedente amministrazione ma lasciava l'università in attivo. Nel contempo, però, i tagli furono enormi, con conseguenti, numerosi licenziamenti, peraltro traghettati da un'assoluta noncuranza nei confronti dei licenziati – Una di loro, in particolare, amica del padre della Rice, racconta che dopo averla licenziata uscì dall'ufficio e si limitò, dopo un sospiro, ad un "Well, who's next?" ("Bene, chi è il prossimo?"). Di qui in poi e soprattutto attraverso, tra le altre cose, la prima esperienza con George W. Bush, non vi è altro che il perfezionamento del contratto di vendita di cui sopra, fino alla firma definitiva avvenuta in contemporanea con l'attacco ingiustificato all'Iraq.


"From Condi to neo Condi"

Ad emergere con forza dal documentario è un altro aspetto, anch'esso imprescindibile per le intenzioni del regista, ossia il netto cambiamento ideologico/politico di Condoleeza Rice. È un aspetto questo che, in realtà, si intreccia a quello precedentemente analizzato fino non poter più esservi separato.
Ciò che accomuna le varie testimonianze e molte dichiarazioni della stessa Rice, infatti, è la discordanza evidente che da esse vien fuori tra il ritratto della Condoleeza Rice antecedente al periodo George W. Bush (e Stanford University) e il ritratto della Condoleeza Rice del periodo che segue tali parentesi. In particolare, quelli che furono i suoi professori all'università sottolineano proprio il drastico cambio di rotta ideologico-politico, oltreché umano, come base del cambiamento della persona nel suo insieme; quello stesso cambio di rotta ideologico-politico che ha poi inesorabilmente segnato la credibilità e l'immagine della donna nel momento più alto della sua carriera.
Quanto succede, infatti, a seguito dell'attacco terroristico delle torri gemelle, ossia l'attacco ingiustificato all'Iraq, con conseguente propaganda volta a far leva sulla paura e sull'orgoglio ferito degli americani, sì da poter vendere una guerra invendibile, l'aver autorizzato l'uso della tortura e l'aver, riguardo tutto ciò, spesso mentito o mistificato davanti alle telecamere o con dichiarazioni ufficiali, trascinerà la Rice in tribunale e ne comprometterà seriamente l'immagine. Il passaggio "dalla vecchia Condi alla nuova Condi", dalla Condi contraria all'uso della forza e alle torture, oltreché sostenitrice del riconoscimento e del rispetto dei diritti di ogni essere umano alla Condi che si ritaglia un ruolo primario nell'attacco ad un'altra nazione, che autorizza le torture e sostiene politiche di deportazione di innocenti sulla base di prove assolutamente irrilevanti, diviene così ufficiale.


La tecnica documentaristica che Sebastian Doggart sceglie per costruire la sua personale inchiesta è semplice, asciutta e quanto mai schematica.
Non vi è alcuna voce fuori campo che si occupi di collegare gli eventi narrati o addirittura di esprimere il punto di vista dell'autore, al contrario, la pellicola è così schematica che a dettare i tempi è una linea temporale con date salienti e con tanto di didascalie a spiegarne l'importanza. Tutto, quindi, è lasciato alle testimonianze raccolte dal regista britannico, che dovrebbero da sole permettere allo spettatore di crearsi un'opinione senza linee guida di sorta, anche se, ovviamente, non si può prescindere dalla critica evidente di fondo. È tuttavia parere di chi scrive che in alcuni frangenti Doggart cerchi l'attacco a tutti i costi, ricalcando testimonianze di facile presa, come il riproporre nel finale le dichiarazioni dell'ex fidanzato sacrificato in nome della carriera, a discapito della maturità dell'opera.

"American Faust: From Condi to neo Condi" è quindi un documentario non incentrato prettamente sull'aspetto politico di Condoleeza Rice, ma su quello umano. Avvicinarsi ad esso sperando in un altro "Taxi to the Dark Side", stupenda e penetrante pellicola sulla guerra ed in particolare sulle torture, sarebbe un errore. Ciò non toglie, però, che anche politicamente, benché non emergano dall'inchiesta aspetti nuovi rispetto a quelli ormai noti, il documentario abbia una certa capacità corrosiva, che può riassumersi in una delle dichiarazioni fatte dalla giornalista Laura Flanders (GritTV) dopo la visione del film: "'American Faust' makes the case that the correct word to be spelling Condoleezza Rice is probably 'torturer'.", ossia "Stando ad 'American Faust', il modo migliore per pronunciare Condoleeza Rice è in tutta probabilità 'aguzzino'."

Un punto di vista diverso, quindi, che, seppur debole sotto alcuni aspetti, merita sicuramente una visione. Del resto, tutte le pellicole di questo tipo la meriterebbero.


lunedì 5 marzo 2012

If A Tree Falls: A Story of the Earth Liberation Front


IF A TREE FALLS (2011)





Regista: Marshall Curry

Attori: Daniel McGowan

Paese: USA


Il documentario di Marshal Curry, non nuovo a questo linguaggio cinematografico al punto da essersi guadagnato con "If a Tree Falls" la seconda nomination all'oscar in sei anni, si concentra su quanto accaduto tra il 1995 e il 2001 in seguito all'inasprimento delle proteste del ELF (Earth Liberation Front). Del passaggio, nello specifico, dalle manifestazioni pacifiche alle azioni violente volte a sabotare con la forza (per lo più incendi) obiettivi strategici con lo scopo di creare un danno prettamente economico. Nel farlo l'occhio di Curry si concentra su uno dei membri, Daniel McGowen, che insieme al movimento ha sperimentato lo stesso passaggio.


Tra gli aspetti migliori della pellicola vi è senza dubbio alcuno la scelta di seguire il protagonista per un arco temporale abbastanza ampio da inquadrare alcuni degli snodi principali della vita appena precedente alla sentenza. Dalla sospensione degli arresti domiciliari agli sviluppi cruciali delle indagini. In tal modo Curry affianca all'inchiesta documentaristica dei fatti quella più intima e personale sul protagonista, mostrando fin da subito di volersi insinuare nelle motivazioni alla base delle sue scelte e di riflesso raccontarle. Del resto osservando un protagonista che è ben lungi dall'apparire un criminale diviene immediatamente chiaro che non è solo fanatismo o violenza un tanto al chilo, giustificata con argomentazioni deboli e tendenti all'inconsistente; al contrario prendono forma una sequenza alla volta motivazioni che al termine di certo non rendono le azioni del ELF pienamente giustificabili, ma per alcuni versi, magari, comprensibili. In quest'ottica Curry pone l'accento sul passaggio di cui si scriveva, raccontando ciò che dei manifestanti pacifici si ritrovano a subire: tra le altre cose, i mezzi ben poco ortodossi delle forze dell'ordine, che senza troppi ripensamenti tagliano i vestiti dei manifestanti e ricoprono le loro parti intime con spray urticanti, o che con la cura di un'estetista lo cospargono negli occhi dei manifestanti previamente immobilizzati; il tutto nell'assoluta indifferenza non verso di loro quanto verso le ragioni della loro protesta. Il regista sceglie intelligentemente di mettere in scena quanto appena scritto attraverso del materiale d'archivio che rende forte e fastidioso il quadro restituito. 


Nel ritrarre il volto apparentemente impopolare del suo documentario, essendo agli occhi di un pubblico disinteressato le azioni del ELF vandalismo o addirittura terrorismo, , il regista dedica attenzione alla frustrazione conseguente alla risposta distaccata e violenta dello Stato, che ha reso esponenziale la crescita della sensazione di impotenza il fattore scatenante il passaggio. Su questa base, poi, continua a costruire l'impianto giustificatorio e con interviste a gente estranea all'ELF, che pur non appoggiando quest'ultimo definiscono fin troppo radicale anche “il disboscare il 95% delle foreste”, e anche mettendo in discussione la scelta di condannare gli ex membri del ELF per terrorismo. Se sia appropriato tanto in termini lessicali quanto in termini legali. Continua quindi, Curry, a porre quesiti e a costringere ad interrogarsi sugli stessi rendendo il suo documentario da questo punto di vista assolutamente riuscito.

Se per certi versi “If a Tree Falls” risulta efficace, tuttavia, per altri non può propriamente dirsi tale. Curry, infatti, non riesce, se non per poche parentesi, ad avvicinare alla tematica smuovendo anche l'empatia di chi guarda; si segue interessati ma si sente poco il racconto, tanto che il peso dei quesiti affrontati sembra alleggerirsi già al termine della visione. Non resta quasi nulla se non la ricostruzione fedele di quanto accaduto in quegli anni, affidata alle interviste mai unilaterali del regista, che resta infatti per lo più nel mezzo. E forse, in parte, è proprio questo che rende poco forte il documentario, il non prendere una posizione, il non osare in tal senso.


In ogni caso, quello di Curry resta una finestra per nostra fortuna spalancata su una realtà di cui non ci si interessa e di cui quindi si sa molto poco, nascosta dietro un uso forse troppo semplicistico e comodo del termine “terrorismo”, utile a bollare come tale ogni azione ideologicamente sconveniente alla politica predominante. Del resto non sarebbe neanche necessario andare oltre i confini di questo stesso Paese per avere conferme di simili usi terminologici impropri.

Perfetti per il contesto i The National in chiusura: “Can we show a little discipline?”. 


giovedì 1 marzo 2012

Be Here to Love Me: A Film About Townes Van Zandt


BE HERE TO LOVE ME: A FILM ABOUT TOWNES VAN ZANDT (2004)




Regista: Margaret Brown

Attori: Joe Ely, Guy Clark, Willie Nelson

Paese: USA 


"Aloneness is a state of being, whereas loneliness is a state of feeling. It's like being broke and being poor." (T. Van Zandt)

Townes Van Zandt è stato un cantautore che artisticamente ha vissuto su dei livelli riservati a pochi artisti, davvero pochi. Dei livelli così esclusivi da essere nient'altro che zone desertiche in cui ci si muove soli con se stessi e con la propria musica; forse solo ogni tanto si ha un contatto con qualcuno o qualcosa, come l'ombra in lontananza di altri artisti di pari livello, anch'essi costretti a vagare*, e anch'essi soli con la loro musica. Si sta parlando, per intenderci, della "Tower of Song" di cui scrive Leonard Cohen in una delle sue canzoni più belle, una torre a cui si accede con una sorta di tacito accordo per cui il prezzo di una musica sublime, nonché della protezione di quest'ultima, è la rinuncia a tutto il resto:

"There was a point where I relized 'I can do this'. But It'll take blowing everything off. Family, money, security, friends. Blow it off. Get a guitar and go' " (T. Van Zandt).


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