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mercoledì 7 novembre 2012

Restituiamo agli zombie il loro ruolo


THE WALKING DEAD (2010)





Creatore: Frank Darabont

Attori: Andrew Lincoln, Jon Bernthal, Sarah Wayne Callies

Paese: USA


E poi così, di colpo, dopo 2 stagioni intere, o quasi, una serie che ha mostrato fin a quel momento limiti evidenti e debolezze di vario tipo, generando nello spettatore nient'altro che noia, irritazioni finanche cutanee e rabbia per l'enorme occasione sprecata, dimostra che in realtà non è che non fosse in grado di rendersi valida, semplicemente, forse, non le andava. Ho sempre criticato "The Walking Dead" con molta convinzione. E con la seconda stagione, poi, ho rincarato la dose ogni volta che me n'è capitata l'occasione. Era infatti diventata una sorta di Beautiful in un mondo zombiano senza zombie. Quest'ultimi erano quasi del tutto spariti e della trama non restavano che le dinamiche interpersonali tra caratteri di dubbio interesse, delineate attraverso dialoghi quanto meno deboli. Sono arrivato ad ipotizzare che lo scopo primo dei creatori fosse invero quello di metter su una critica al mondo odierno tratteggiando gli umani come i veri zombie, e gli zombie come la giusta cura, come coloro che avrebbero risollevato le sorti del mondo a forza di morsi. Si sarebbe spiegato così il perché della ormai quasi totale assenza di uccisioni violente di walkers e il perché della gestione così urticante dei personaggi.
Non abbandono mai una serie che ho cominciato o di cui ho visto più di qualche puntata. Deve sfinirmi sul serio perché io lo faccia. “The Walking Dead” è riuscita nell'impresa. A quattro puntate dalla fine della seconda ho lasciato, non ce la facevo più. Volevo mordere Convulsion-Shane, l'uomo che fa dieci scatti con il capo nel dire una sola frase. Di due parole. Volevo uccidere Rick e le sue pippe un tanto al chilo, la sua mancanza di carattere. Volevo picchiare sua moglie, per evitare di far nascere il bambino che portava in grembo in quel mondo di zombie vivi. Volevo prendere a pedate la testa del vecchio, perché parlava troppo, e quella di Hershel, perché semplicemente era troppo stupido per non morire. Davvero, ero arrivato al limite. Questo mesi addietro. Poi un paio di giorni fa decido di riprendere in mano le ultime 4 puntate della stagione, anche in vista dell'inizio della terza. Son sincero, lo avevo fatto con l'unica intenzione di venire qui a sfogarmi, scrivendone di ogni, e per riderci poi su, insieme. Ed è successo l'impossibile. Gli ultimi episodi mi son piaciuti; intendiamoci, qualche cazzata qua e là c'è sempre, ché altrimenti non sarebbe TWD, ma mi son piaciuti.
In appena 120 minuti la serie dimostra, come scrivevo inizialmente, che in realtà non era incapacità la sua, ma pigrizia o qualcosa di simile. Dimostra, in appena 120 minuti, che le posizioni dei vari personaggi, i loro caratteri non erano poco interessanti o poco credibili, né poco condivisibili e realistici, ma solo sviluppati male, senza la giusta introspezione. Il loro fascino potenziale cadeva sempre più rovinosamente sotto i colpi insistenti di dialoghi banali e di sequenze tutt'altro che efficaci. Ed è così che Rick inizia a tirar fuori un po' di carattere tra la fine della seconda stagione e l'inizio della terza; che il vecchio affianca un po' di pathos (trasmettendo di conseguenza una certa empatia) alle sue solite menate, che diventano pertanto meno menate e più riflessioni circostanziate e funzionali al racconto; che la cartolina un po' Beautiful inizia a strapparsi e il confine buoni/cattivi inizia a scemare; che Hershel tira fuori un po' di palle e comincia ad uccidere zombie con frasi ignoranti ma molto fighe tipo “Venite qui!!” manco fosse Rambo; che Carl inizia a smettere di comportarsi come un adulto e comincia finalmente a fare stronzate da bambino che più semplicemente si crede un adulto; che Shane, addirittura, diviene miracolosamente un personaggio di spessore. Dopo essere stato irritante nella sua pochezza per svariate puntate, fa un discreto salto di qualità con la fine della puntata 2x10: neanche 30 secondi, nessun dialogo, solo una serie di ideali campi-controcampi tra Shane e il se stesso riflesso in uno zombie solitario che vaga con un andamento che quasi sembra una ballata triste; il tutto accompagnato dall'ottima “Civilian” degli Wye Oak. La scena è inaspettatamente potente ed è il simbolo della differenza evidente di qualità tra la serie come la conoscevamo e gli ultimi episodi. “E ci voleva tanto?”, vien da chiedersi.


Ed ora la gente comincia a morire seriamente, nel senso che le morti si sentono, perché i personaggi generano adesso un minimo di empatia in più. Gli zombie tornano sullo schermo, tornano a mangiare gente, tornano ad essere il nemico anche per lo spettatore. Si accennava in precedenza che non si sta scrivendo affatto della ripresa del secolo, ma è giusto sottolinearla comunque, così come si sottolineano i limiti quando ci sono. La terza stagione è cominciata da poco e sembra avere anch'essa il suo ritmo, sembra essere discretamente godibile. Magari è stato un sussulto lungo qualche puntata, magari no. Speriamo di no.


mercoledì 2 novembre 2011

"Misfits" - Premiere Terza Stagione

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MISFITS (2009)




Creatore: Howard Overman

Attori: Iwan Rheon, Lauren Socha, Nathan Stewart-Jarrett,  
Joseph Gilgun, Antonia Thomas

Paese: UK 



Dopo un'attesa dettata principalmente dalla curiosità di vederla senza Nathan, il personaggio che ha maggiormente contribuito a renderla il fenomeno che è diventata, ricomincia “Misfits” con la premiere della terza stagione. Robert Sheedan, infatti, dopo la fine della seconda ha deciso di abbandonare la serie inglese, generando scetticismo tra i fan della stessa in vista della stagione successiva, quella in onda, appunto.

L'inizio della puntata è dedicato senza troppe remore all'introduzione di Rudy, il personaggio che sostituisce il fu Nathan. Per coloro i quali di quest'ultimo “Misfits” rappresentava grosso modo un sinonimo non rimarranno affatto delusi, dato che in sostanza il nuovo personaggio è praticamente identico: cervello settato sul sesso, per niente capace di non parlare, due battute ogni tre frasi, sboccato in maniera esagerata. Ad interpretarlo è un attore che a parere di chi scrive è ben più convincente dello stesso Sheedan, essendo dotato di una capacità espressiva più ampia e meno forzata; ha peraltro un timbro di voce ed un accento particolarmente spiccato che sanno farsi voler bene fin da subito. Chi ha visto quel capolavoro di “This is England” o la miniserie “This is England '86” certamente se ne ricorderà per l'interpretazione di Woody. È Joseph Gilgun, classe '84, ad essere stato chiamato per raccogliere la pesante eredità lasciata dal personaggio più significativo della serie; a svolgere, pertanto, un compito tutt'altro che semplice. Lui però ci riesce alla perfezione e sembra quasi senza sforzo alcuno, tanto che Sheedan diverrà presto un pallido ricordo e Nathan sembrerà non aver mai lasciato la serie. 


È questo l'aspetto al tempo stesso positivo e negativo, a seconda delle aspettative, della nuova stagione di Misfits. Chi infatti si aspettava di vedere quanto già visto nelle stagioni precedenti si troverà davanti esattamente ciò che cercava. Al contrario, invece, chi sperava in un passo avanti nella storia come nei personaggi rimarrà eufemisticamente deluso. Si, perché gli autori hanno di fatto riproposto le stesse identiche strutture, indirizzandole verso una sorta di remake della prima stagione, o del pilot, essendo solo alla prima puntata. Avevamo, infatti, lasciato i nostri alla decisione di riottenere un qualche potere non potendo riavere i vecchi; già questo propone qualcosa che sa di già visto, essendo la puntata basata sulla scoperta graduale dei nuovi poteri di ognuno, un po' come all'inizio si era in attesa di sapere quali fossero quelli dei protagonisti. Protagonisti che infatti non regalano sorprese di sorta, tanto l'evoluzione degli stessi risulterà affetta da un immobilismo patologico; non a caso la puntata è dedicata quasi esclusivamente al nuovo Nathan, che si occupa peraltro di sostenerla dall'inizio alla fine e senza il quale sarebbe stata ancor più anonima di quanto già non sia.
Ma ciò che rende davvero poco digeribile l'inizio di questa terza stagione è l'assenza di prospettive, in termini di evoluzione, della storia in sé, oltreché dei personaggi. Il cattivo di turno, infatti, è l'ennesimo adolescente che sfrutta in maniera non propriamente corretta i suoi poteri, causa classica delusione amorosa. Struttura, questa, che dopo due stagioni tende a diventare notevolmente noiosa; ma la cosa ben peggiore è che la fine dell'episodio suggerisce l'idea che questa sarà la struttura di tutta la nuova stagione, prospettiva che laddove si concretizzasse risulterebbe disastrosa. Al termine, infatti, i protagonisti si ritrovano nuovamente con le classiche tute arancioni con le quali li avevamo conosciuti, nuovamente in cinque e nuovamente alle prese con il sorvegliante della precedente stagione, nonché con potenziali altri adolescenti traviati dal loro potere. 


La regia è subito riconoscibile grazie a quel suo concedersi ricercatezze in linea con lo spirito della serie – Rudy che, dopo aver accompagnato il corpo della ragazza in avanti per quella penetrazione anale di cui parlerà per l'intero episodio, si trova davanti il volto del nemico di turno – così come il ritmo quasi del tutto privo di pause e quell'umorismo british che è poi la colonna portante di “Misfits”. Gli scambi, non a caso, non deludono le aspettative ma non divertono più come in passato; anch'essi, infatti, credono di poter vivere di rendita riproponendo gli stessi toni, scelta che potrebbe anche andar bene se affiancata a proposte più fresche. È la classica storia del giocattolino che dopo un po' stanca, per intenderci.

Alla luce di quanto scritto la direzione intrapresa da “Misfits” sembra essere decisamente poco rassicurante, ma è pur vero che ad essere andata in onda è solo la prima puntata. Si spera fortemente che migliori con le prossime.


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