Visualizzazione post con etichetta Joseph Gilgun. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Joseph Gilgun. Mostra tutti i post

sabato 31 dicembre 2011

This is England '88

-
THIS IS ENGLAND '88 (2011)





Regista: Shane Maeadows

Attori: Joseph Gilgun, Chanel Cresswell, Thomas Turgoose

Paese: UK


Nel 2006 Shane Meadows gira quello che insieme a “Dead Man's Shoes” è il suo film più riuscito. “This is England” è infatti l'espressione più sincera e sentita di una poetica cinematografica che delinea gran parte dei tratti distintivi del nuovo linguaggio filmico britannico; linguaggio di cui, peraltro, si è già scritto in questa sede parlando di pellicole come “Hunger” e “Somers Town”, scritto e diretto, quest'ultimo, sempre da Meadows. Quattro anni più tardi, il regista inglese decide per un'incursione nell'universo televisivo, che fortunatamente sta attirando a sé molti registi fino ad ora “confinati” al grande schermo; le virgolette sono ovviamente d'obbligo ed è anzi necessario spiegare quanto appena scritto. Il pensiero di chi scrive è ben lontano dal considerare il cinema riduttivo o addirittura inferiore allo strumento televisivo; è al tempo stesso, tuttavia, particolarmente propenso ad elogiare le potenzialità insite nei prodotti seriali, ancora troppo etichettati come meno significativi, più semplicistici e non in grado di toccare le stesse vette raggiunte e raggiungibili da una classica pellicola cinematografica. Un'etichetta che definire fuori fuoco sarebbe riduttivo. Di esempi se ne potrebbero fare parecchi, ma non è il caso di andare troppo oltre considerando che proprio Meadows ha confermato appena un anno fa l'erroneità della classificazione di cui si sta scrivendo. Nel 2010, infatti, scrive e dirige per la televisione una miniserie in quattro puntate, riprendendo proprio "This is England", capolavoro che non tutti rischierebbero di rovinare ritoccandolo, peraltro non semplicemente con un classico sequel, ma addirittura optando per un diverso registro linguistico. Lui invece pensa bene di provarci e tira fuori una miniserie che non ha assolutamente nulla da invidiare alla quasi omonima pellicola. Potente quanto quest'ultima, “This is England '86” è senza mezzi termini meravigliosa.


Le basta davvero poco per riportare alla mente e al cuore dello spettatore la parte più emozionale della pellicola; quell'anima viscerale e viva che la rende così riuscita, così credibile e così vera. Un'inquadratura, una frase, un accento, come anche una canzone, una luce o un'espressione; si ritorna all'interno di un'atmosfera, pur essendone usciti ben quattro anni prima, senza sforzo alcuno, anzi meravigliandosi del fatto di esserci riusciti in un lasso di tempo così ristretto: Combo e Shaun in macchina, immersi in quella luce tutta inglese che il cinema di Meadows sembra afferrare con assoluta facilità; appena qualche scambio e “This is England” sembra non essersi mai concluso.
Del resto è quanto accade anche col recente “This is England '88”, altra miniserie in tre puntate andata in onda questo mese in Inghilterra – presentata anche come seconda stagione della miniserie precedente.
Si apre con tre parentesi senza particolari cornici cinematografiche, una per ognuno dei tre personaggi più significativi: Lol, Woods e Shaun (con Smell). Il vocabolario e l'accento sono già sufficienti a riaprire le porte di un'atmosfera assai familiare; immediatamente dopo parte “What Difference Does It Make?” dei The Smiths, sulle parole di Margaret Thatcher che annuncia di avere la cura per quel “British Disease” che aveva messo in ginocchio la Gran Bretagna. È la prima di una veloce sequenza di istantanee che delineano gli anni '80 sulle note di una canzone suonata da un gruppo creatosi e scioltosi proprio in quegli anni. Le porte a questo punto più che aperte sono spalancate, diciamo anche scardinate, e ancora una volta ci si ritrova senza quasi accorgersene proprio lì dove Meadows intende portarci.
Niente di nuovo, comunque. Il regista inglese ci tiene particolarmente ad immergere le sue storie in un contesto socio-temporale riconoscibile al fine di dare spessore e credibilità a quanto raccontato. È uno degli aspetti in assoluto più riusciti di “This is England”. La scelta delle brevi sequenze in successione veloce è infatti quanto mai completa. Si passa dalle manifestazioni alla politica, dalla fame nel mondo alla presa di potere di futuri dittatori, dallo sport alla televisione, dai disastri alla vita quotidiana, dalle stragi all'euforia; non si potrebbe, al termine, restare fuori da quegli anni neanche volendo.


Anni di cambiamenti, quindi, che in gran Bretagna si portavano dietro gli strascichi di una crisi che aveva costretto la gente a scendere in piazza, a ricalcolare il proprio futuro come il proprio benessere. Un disagio che si riflette con forza anche in personaggi che ormai si è imparato a conoscere e che Meadows si preoccupa, come si diceva, di tenere ben incollati al contesto. La sequenza d'apertura è già per quel disagio, inquadrato sul volto di Lol, alle prese con i fantasmi di quanto accaduto al termine di “This Is England '86”. I giorni delle bravate, della vita sregolata, delle risse e delle stronzate sono finiti. Lol si sveglia alle 6.07 perché chiamata dalla figlia, Woods alle 7.30 per andare in ufficio, Shaun altrettanto presto per andare al college. Questa volta la miniserie sembra un racconto di formazione tardiva e resa difficile da un malessere o un'insoddisfazione quanto mai presenti. Il distacco dei tre protagonisti, non a caso, dalla vita in cui li abbiamo conosciuti non è solo emotivo ma anche concreto; non li si vede mai con il resto del gruppo, bensì da soli e diretti verso un cambiamento testardamente voluto ma non sentito (Woody), oppure imposto (Lol) o, ancora, né sentito né cercato ma neanche rifiutato (Shaun).
Il cambio di registro lo si avverte chiaramente. La spensieratezza che nonostante tutto si avvertiva in precedenza, questa volta non la si avverte più. I toni, al contrario, si incupiscono notevolmente, tanto che il grigiore britannico diviene anche più grigio. A smorzarli, solo quell'ironia che fortunatamente non viene mai meno. Meadows vuole descrivere l'incertezza ed il disagio non solo come fantasmi ma come presenze reali ed ingombranti; SPOILER dà loro il volto di Mike, che pur essendo frutto dell'immaginazione di Lol non va via dall'inquadratura quando Lol esce fuori dalla stessa; la telecamera, anzi, resta ferma su di lui, facendo passare un'inquietudine difficile da ignorare. /SPOILER.

È proprio la differenza sostanziale nelle atmosfere e nello spirito a rischiare di provocare nello spettatore un'apparente insoddisfazione. 'Apparente' perché in realtà una volta metabolizzata la serie appare assai coerente nel suo trascinare i protagonisti in un passaggio evolutivo fondamentale, che diviene chiaro in una delle frasi più significative pronunciate da Woody nel finale. Al termine, nel bene o nel male, i caratteri appaiono più consapevoli delle loro scelte, più consapevoli di se stessi; sembrano aver accettato i loro trascorsi ed essersi riappacificati con un presente che non non solo non stavano vivendo, ma che stavano addirittura rifiutando nascosti dietro chissà quali aspettative o delusioni.
Il metabolismo rende inoltre evidente quanto bene si adatti lo stile registico di Meadows al volto in parte nuovo di questo ennesimo capitolo. Il malessere e il senso di incompiutezza vengono descritti in maniera perfetta da quel suo sguardo tipicamente viscerale, diretto e potente; asciutto ma senza intenzione alcuna di rinunciare all'uso sistematico delle musiche come di quella fotografia ricercata ma mai eccessiva.


Del “This is England” che conosciamo a questa miniserie non manca nulla, quindi, se non una durata maggiore. Si ha infatti la sensazione che il tutto duri davvero poco e che con qualche altro episodio il risultato sarebbe stato ancor più convincente e a quel punto inattaccabile. Non è un caso che la risoluzione possa apparire per certi versi sbrigativa o comunque compattata fino a rientrare nel minutaggio, e probabilmente lo è; ciononostante la riuscita dello stesso non viene compromessa in nessun modo, grazie e all'aspetto ironico – affidato ad un personaggio, Woody, meravigliosamente a metà tra il credibile e il farsesco - che pochi sanno mischiare al dramma come sa fare Meadows, e ai sempre ottimi dialoghi e, più in generale, alla gestione registico-narrativa che rende Meadows il cineasta che è.

È stato annunciato un nuovo capitolo: “This is England '90”. Il 2012 ha già dalla sua un punto a favore.


mercoledì 2 novembre 2011

"Misfits" - Premiere Terza Stagione

-
MISFITS (2009)




Creatore: Howard Overman

Attori: Iwan Rheon, Lauren Socha, Nathan Stewart-Jarrett,  
Joseph Gilgun, Antonia Thomas

Paese: UK 



Dopo un'attesa dettata principalmente dalla curiosità di vederla senza Nathan, il personaggio che ha maggiormente contribuito a renderla il fenomeno che è diventata, ricomincia “Misfits” con la premiere della terza stagione. Robert Sheedan, infatti, dopo la fine della seconda ha deciso di abbandonare la serie inglese, generando scetticismo tra i fan della stessa in vista della stagione successiva, quella in onda, appunto.

L'inizio della puntata è dedicato senza troppe remore all'introduzione di Rudy, il personaggio che sostituisce il fu Nathan. Per coloro i quali di quest'ultimo “Misfits” rappresentava grosso modo un sinonimo non rimarranno affatto delusi, dato che in sostanza il nuovo personaggio è praticamente identico: cervello settato sul sesso, per niente capace di non parlare, due battute ogni tre frasi, sboccato in maniera esagerata. Ad interpretarlo è un attore che a parere di chi scrive è ben più convincente dello stesso Sheedan, essendo dotato di una capacità espressiva più ampia e meno forzata; ha peraltro un timbro di voce ed un accento particolarmente spiccato che sanno farsi voler bene fin da subito. Chi ha visto quel capolavoro di “This is England” o la miniserie “This is England '86” certamente se ne ricorderà per l'interpretazione di Woody. È Joseph Gilgun, classe '84, ad essere stato chiamato per raccogliere la pesante eredità lasciata dal personaggio più significativo della serie; a svolgere, pertanto, un compito tutt'altro che semplice. Lui però ci riesce alla perfezione e sembra quasi senza sforzo alcuno, tanto che Sheedan diverrà presto un pallido ricordo e Nathan sembrerà non aver mai lasciato la serie. 


È questo l'aspetto al tempo stesso positivo e negativo, a seconda delle aspettative, della nuova stagione di Misfits. Chi infatti si aspettava di vedere quanto già visto nelle stagioni precedenti si troverà davanti esattamente ciò che cercava. Al contrario, invece, chi sperava in un passo avanti nella storia come nei personaggi rimarrà eufemisticamente deluso. Si, perché gli autori hanno di fatto riproposto le stesse identiche strutture, indirizzandole verso una sorta di remake della prima stagione, o del pilot, essendo solo alla prima puntata. Avevamo, infatti, lasciato i nostri alla decisione di riottenere un qualche potere non potendo riavere i vecchi; già questo propone qualcosa che sa di già visto, essendo la puntata basata sulla scoperta graduale dei nuovi poteri di ognuno, un po' come all'inizio si era in attesa di sapere quali fossero quelli dei protagonisti. Protagonisti che infatti non regalano sorprese di sorta, tanto l'evoluzione degli stessi risulterà affetta da un immobilismo patologico; non a caso la puntata è dedicata quasi esclusivamente al nuovo Nathan, che si occupa peraltro di sostenerla dall'inizio alla fine e senza il quale sarebbe stata ancor più anonima di quanto già non sia.
Ma ciò che rende davvero poco digeribile l'inizio di questa terza stagione è l'assenza di prospettive, in termini di evoluzione, della storia in sé, oltreché dei personaggi. Il cattivo di turno, infatti, è l'ennesimo adolescente che sfrutta in maniera non propriamente corretta i suoi poteri, causa classica delusione amorosa. Struttura, questa, che dopo due stagioni tende a diventare notevolmente noiosa; ma la cosa ben peggiore è che la fine dell'episodio suggerisce l'idea che questa sarà la struttura di tutta la nuova stagione, prospettiva che laddove si concretizzasse risulterebbe disastrosa. Al termine, infatti, i protagonisti si ritrovano nuovamente con le classiche tute arancioni con le quali li avevamo conosciuti, nuovamente in cinque e nuovamente alle prese con il sorvegliante della precedente stagione, nonché con potenziali altri adolescenti traviati dal loro potere. 


La regia è subito riconoscibile grazie a quel suo concedersi ricercatezze in linea con lo spirito della serie – Rudy che, dopo aver accompagnato il corpo della ragazza in avanti per quella penetrazione anale di cui parlerà per l'intero episodio, si trova davanti il volto del nemico di turno – così come il ritmo quasi del tutto privo di pause e quell'umorismo british che è poi la colonna portante di “Misfits”. Gli scambi, non a caso, non deludono le aspettative ma non divertono più come in passato; anch'essi, infatti, credono di poter vivere di rendita riproponendo gli stessi toni, scelta che potrebbe anche andar bene se affiancata a proposte più fresche. È la classica storia del giocattolino che dopo un po' stanca, per intenderci.

Alla luce di quanto scritto la direzione intrapresa da “Misfits” sembra essere decisamente poco rassicurante, ma è pur vero che ad essere andata in onda è solo la prima puntata. Si spera fortemente che migliori con le prossime.


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...