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martedì 13 dicembre 2011

"Ratcatcher"

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RATCATCHER (1999)





Regista: Lynne Ramsay

Attori: Tommy Flanagan, Mandy Matthews, William Eadie

Paese: UK



Si torna a parlare di cinema britannico e più precisamente della Glasgow anni '70, raccontata più tardi anche da Peter Mullan in “Neds”. Di quanto la città fosse difficile si era già scritto, tuttavia laddove Mullan alza il tiro inquadrando più fattori e ampliando lo sguardo, la Ramsay non distoglie l'occhio della telecamera dal suo giovane protagonista e dallo slum in cui vive.
La depressione economica e sociale della capitale scozzese si riversava in ogni famiglia come in ogni quartiere, ed anche quindi su quello già degradato e povero inquadrato dalla pellicola. Un quartiere sporcato ulteriormente dai sacchi di spazzatura accumulatisi sotto le abitazioni in seguito allo sciopero dei netturbini e dai bambini che su quei sacchi ci giocano, scovando e ammazzando topi presenti ormai ovunque. Non è nuova l'attenzione del cinema britannico verso quadri simili e non è un caso che anche questo “Ratcactcher” riesca a far arrivare in maniera forte lo stato socio-emotivo raccontato.


La pellicola è di genere solo in apparenza. La storia di James (William Eadie), del senso di colpa per aver accidentalmente ucciso un suo compagno, delle sue giornate e delle sue speranze è solo la maschera di una descrizione umana ancor più che estetica del peso del degrado sulla percezione della vita. Non è infatti neanche una pellicola di (de)formazione perché manca di fatto una diegesi filmica lineare capace di tracciare una storia individuabile. Una storia, oltretutto, che giustifichi emotivamente un scelta finale così forte, che è sì in linea con la denuncia ma che non appare come una tappa credibile di un percorso appena scalfito.
Risiedono qui sia l'aspetto più riuscito sia quello più debole della pellicola. Ogni qualvolta Ramsay inquadra la famiglia, una parentesi che vede protagonista James, il suo giocare tra i sacchi d'immondizia, in realtà inquadra la situazione generale in cui vivono tutte le famiglie all'interno dello slum. Si ha l'impressione che James sia una sineddoche attraverso cui raccontare il tutto, e in questo senso “Ratcatcher” riesce pienamente nel suo intento.
Si respira lo stesso fetore, ci si gratta la testa quando i protagonisti lo fanno per liberarsi dei pidocchi, si avverte la malinconia di uno dei cieli più plumbei e ci si sente costretti in una prigione da cui il protagonista si allontana qualche ora solo con la consapevolezza di ritornarci. Una costrizione che La Ramsay tiene particolarmente a sottolineare e a trasmettere. I primi e primissimi piani sul protagonista non si contano e le inquadrature più larghe non propongono mai uno spazio visivo troppo vasto – eccezion fatta per “l'ora d'aria” che James si concede quando si dirige verso le nuove case in costruzione. Nelle inquadrature all'interno dell'appartamento quest'aspetto raggiunge poi il suo apice, insieme all'asfissiante presenza di un padre (Tommy Flanagan) non in grado di non maltrattare suo figlio.
Riflessioni del tutto simili possono farsi nell'analisi della fotografia, che segue a ruota il cielo grigio di Glasgow e assume tonalità assolutamente spente. Tonalità che vestono una regia con la quale condividono gli intenti, restituendo un quadro freddo, rassegnato e privo di speranze.


A non funzionare, per contro, è invece il racconto in sé, quello propriamente inteso. La struttura narrativa, si scriveva, è appena percettibile. Si limita a raccontare una giornata tipo di un bambino alle prese con una simile realtà, non andando a fondo. Il limite non sta tanto nel cosa quanto nel come viene raccontato; molte pellicole dicono tanto senza dire nulla, ma purtroppo non è questo il caso. La struttura emozionale del giovane protagonista è quasi inesistente, il senso di colpa non viene elaborato come si sarebbe dovuto, il peso del quartiere lo si avverte sulla gente che lo abita ma della personale percezione dello stesso da parte di James nessuna traccia. Come del resto l'intera parentesi in cui si avvicina alla ragazza. Quest'ultima allo stesso modo comunica una delle sfaccettature di uno stato d'animo comunque generale, tanto che l'interazione tra lei e James è assolutamente priva di peso all'interno della sceneggiatura. Ogni sequenza che appare sullo schermo non riesce ad incastrarsi in una struttura riconoscibile che non sia appunto quella descritta in precedenza e relativa al generale e non al particolare.

Si resta indifferenti, quindi, verso un protagonista, e verso una storia, che non permette di creare empatia alcuna, che è poi anche una delle debolezze peggiori che un film possa mostrare. E a sottolineare ulteriormente quanto poco la regista scozzese si sia concentrata sul soggetto per rendere al meglio lo sfondo, la scelta di optare per attori non professionisti. Rendono infatti la naturalezza ricercata dalla Ramsay nel comunicare una spensieratezza svanita in un'aria maleodorante e velenosa, ma non vengono al tempo stesso diretti in maniera tale da umanizzare il personaggio da loro interpretato.


martedì 6 dicembre 2011

"Neds"

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NEDS (2010)





Regista: Peter Mullan

Attori: Peter Mullan, Conor McCarron, Joe Szula

Paese: UK



Walter Norval è stato uno dei volti più famosi del crimine organizzato sviluppatosi negli anni '70 a Glasgow. Si fece un nome nelle gang che al tempo avvelenavano la città scozzese. Venne poi condannato. Quando uscì di prigione, nel 1967, si trovò davanti uno scenario del tutto diverso:

"When I came out of the jail I realised we had been stupid before, that we really should be going after the cash, while still guarding our districts." (Walter Norval)

Quella raccontata da Mullan è una storia che ha inizio nel 1972, quindi ben 5 anni più tardi, e che evolve in violenza e lotte metropolitane tra gang solo successivamente. Non parla, tuttavia, di quel crimine organizzato che ha poi portato alla ribalta Norval, resta fermo sulla parentesi temporale che delinea a tutti gli effetti una pellicola di formazione. Uno sguardo per niente documentaristico ma capace di informare allo stesso modo, di descrivere con puntualità e chiarezza il volto di una delle città più difficili del Regno Unito nel periodo in questo senso forse più rappresentativo. Uno scenario tossico e deviante al quale era difficile sfuggire, capace di attirare e incastrare in una rete di paura e rabbia.



È quanto accade a John Mcgill, il giovane protagonista della pellicola. Uno studente modello, intelligente e misurato, educato e a tratti goffo. Un padre alcolizzato e aggressivo ed una madre succube ma a suo modo forte. Una sorellina ed un fratello più grande, Benny, conosciuto e temuto tra le gang. È proprio a suo fratello che si rivolge John dopo essere stato aggredito e minacciato da un ragazzo. La risposta di Benny non si fa attendere: lo trascina di lì a poco sotto gli occhi di John per poi picchiarlo e deriderlo.

John inizia subito a respirare quell'aria velenosa di cui si scriveva. Già in questa prima sequenza c'è infatti un gesto particolarmente degno di nota che Benny rivolge al fratello. Prima di lasciare andare il ragazzo alza il pollice riproponendo il classico gesto con cui si chiede se concedere o meno la pietà. John osserva la scena dalla finestra, si trova quindi in una posizione di superiorità anche in termini prettamente fisici. In quel momento gli viene concesso di assaporare un potere per quell'età assai seducente e che contribuirà a spingerlo verso il percorso che Mullan gli mette davanti. Il clima nella Glasgow di allora viene descritto dal regista scozzese come fin troppo pesante per un ragazzino, perché pericoloso ed isolante. Non a caso la formazione di John viene provocata con brevi episodi capaci di solleticare quella parte corrotta che sembra abitare in ognuno dei ragazzi cresciuti in un ambiente simile.      
Quella di Mullan infatti non è solo una descrizione passiva del periodo. Al contrario, la pellicola è di denuncia, oltreché di formazione. Individua molteplici fattori alla base della crescita “sbagliata” dei ragazzi di allora, non limitandosi però a suggerirne la colpevolezza ma esplicitandola e rimarcandola più e più volte, con un'insistenza quasi rabbiosa. Il racconto è quanto mai viscerale, questa volta non semplicemente perché in linea con lo stile tipico della nuova ondata cinematografica inglese, ma perché personale, sentito, in parte autobiografico. L'infanzia del regista, come quella di John, è stata segnata dalle gang e da un padre assente e alcolizzato. Non è un caso che una delle colpe più esplicite e forti vengano individuate all'interno del nucleo familiare.



Quella del padre, infatti, è una figura che contribuirà fortemente a trascinare John nel vortice di violenza nel quale si ritroverà ad annaspare, seppur inizialmente sembra avere un ruolo marginale, sembra essere una figura al quale il resto della famiglia è ormai rassegnata. Solo in seguito Mullan farà esplodere la potenza corrosiva di una figura paterna capace di insinuarsi in ferite già aperte e bruciare fino a destabilizzare. Le affiderà un ruolo cruciale, tanto da avvertire chiaramente una sorta di reazione dello stesso Mullan pulsare sotto quella del protagonista, quasi stesse scacciando in maniera definitiva fantasmi esorcizzati attraverso lo strumento filmico.
Come si accennava, per l'appunto, molta della forza della pellicola sta proprio nella conoscenza personale di quanto raccontato. Che è poi anche la ragione per la quale la stessa riesce a restituire una ricostruzione del periodo assai notevole. È un aspetto, questo, essenziale per la credibilità e la capacità di una pellicola di coinvolgere e trasportare in contesti e geografici e temporali differenti. Si veda “This is England”, sia il film che la miniserie, dirette comunque da Meadows. Quella ricostruzione così fedele e viva è il collante e l'anima dell'intera pellicola. “Neds”, allo stesso modo, riesce per la sua intera durata a far respirare aria diversa, lontana almeno 30 anni.

Ad essere ricostruita e a divenire oggetto dell'invettiva di Mullan è anche il sistema scolastico del periodo, strutturalmente errato e deleterio per la formazione non solo culturale ma anche e soprattutto umana. "NED" era un acronimo usato ben prima degli anni '70 ma che si è imposto in maniera definitiva solo durante gli stessi; un acronimo offensivo e superficiale il cui uso, infatti, è stato oggetto di polemiche. “Non Educated Delinquent” è una definizione errata perché retta dal presupposto secondo il quale la delinquenza adolescenziale scozzese era figlia di limiti e mancanze culturali. Non è un caso che Mullan la distrugga immediatamente delineando un protagonista fin troppo educato, intelligente e capace. È proprio la scuola, al contrario, a contribuire alla distorsione caratteriale di John attraverso ghettizzazioni al limite del barbaro e differenze tracciate dagli stessi insegnanti. Ignoranza che dispensa cultura ai figli di una società altrettanto ignorante. A ritagliarsi il suo spazio, infatti, è anche la critica all'atteggiamento di quella generazione che ha lasciato in eredità ai loro figli lo scenario descritto e che continua a scavare i solchi che ne delineano gruppi sempre più soli e sempre più in lotta fra loro. Gli atteggiamenti classisti di chi crede di non far parte del problema e quelli nocivi di chi quel problema non sa affrontarlo.



Non si può, tuttavia, non considerare anche quelli che sono gli aspetti negativi della pellicola. Aspetti davvero evitabili e così fuori dal contesto da essere facilmente individuabili. E facilmente evitabili. Infatti è davvero un peccato che Mullan si sia lasciato prendere così tanto la mano girando scene ora surreali ora forzate che minano sensibilmente una pellicola peraltro già limitata da qualche lungaggine di troppo. È un peccato perché ciononostante la pellicola può dirsi assolutamente riuscita e al netto dei difetti appena descritti sarebbe entrata di diritto tra le pellicole più rappresentative della new wave britannica. Considerazione che in realtà si rischia comunque di far propria nei secondi che seguono una sequenza conclusiva metaforica e meravigliosa.


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