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mercoledì 7 marzo 2012

Sket


SKET (2011)





Regista: Nirpal Bhogal

Attori: Ashley Walters, Lily Loveless, Riann Steele

Paese: UK


Neanche il tanto amato, almeno da queste parti, cinema britannico degli ultimi anni è infallibile. Già lo aveva dimostrato “Kill List” (qui la recensione anche troppo buona di Ford), mostratosi in tutti i suoi limiti grossolanamente nascosti dietro un po' di violenza un tanto al chilo ed uno stile assai stucchevole. A rimarcare non solo la tesi ma tutto il processo dimostrativo è ora l'esordio di Bhogal, che riesce a fare anche peggio. Invero le similitudini tra le due pellicole denotano uno stile ben differente da quello normalmente elogiato in questa sede. Se quest'ultimo infatti si distingue per credibilità e realismo, pur non venendo mai meno la dimensione cinematografica, quello proposto da Wheatley prima e da Boghal poi per soluzioni registiche che sembrano, al contrario, voler in tutti i modi accattivarsi lo spettatore. Tendenzialmente videoclipparo, per intenderci. Però fatto male. E uno stile videoclipparo fatto male non si risolve semplicemente in un film brutto, ma il più volte delle volte anche parecchio irritante (e a scriverlo è uno a cui se usato con criterio non dispiace affatto). 


Le premesse per un film in pieno stile britannico in realtà c'erano tutte, considerando il soggetto. Ambientato nei sobborghi londinesi, racconta la storia di una ragazzina, Kayla (Aimee Kelly), trasferitasi da Newcastle con sua sorella. Quando quest'ultima viene uccisa con la più assoluta indifferenza dal capo di una banda, la ragazzina decide di vendicarsi, e per farlo si unisce ad una gang di ragazze.
Mi correggo, l'ambientazione era adatta ad un film britannico in piega regola, il soggetto nel suo complesso, invece, decisamente meno, tanto da far temere fin da subito risultati preoccupanti; risultati la cui realizzazione un sintomatico scambio nelle battute iniziali rende già più concreta:

- “My name is Kayla. Me friends call me Kay

- “My name is Shaks, my runners call me Shaks

Già.

La situazione nel prosieguo non cambierà molto. I dialoghi continueranno ad essere terribilmente scarsi, pur non reiterandosi invero frasi altrettanto simpatiche. La pochezza, infatti, continua per l'intera durata a regnare sovrana, portata in gloria dallo stile di cui si scriveva. Ed è proprio il tentativo di arruffianarsi lo spettatore con del fascino dozzinale uno dei principali limiti di “Sket”, non essendo affascinanti, zone simili, nemmeno a chilometri di distanza. Si veda “Fish Tank” per rendersene conto. Qui invece ci si spreca nel cercare di rendere in più di qualche sequenza la fotografia così caricata ed eccessiva che ogni volta nei dintorni sembra esserci un incendio, donando al tutto un posticcio tale da stridere in maniera palese con una realtà che di posticcio non ha nulla. 

Obiettivamente, non fa male agli occhi?
La sceneggiatura di certo non aiuta, tutt'al più contribuisce ad affossare ulteriormente l'esordio di Boghal. È davvero debole, tanto che anche con una gestione tecnica eccellente non sarebbe in tutta probabilità riuscita a comunicare molto. I personaggi sono stereotipati, a tratti urticanti, e considerando il fatto che le interpretazioni sono già di loro ben poco convincenti – tranne quella di Lily Loveless (“The Fades”) - non si dovrebbe fare molta fatica ad avere un'idea di quanto poco riescano i caratteri a comunicare. Allo stereotipo cede ovviamente l'intera sceneggiatura, non solo i personaggi, alternando parentesi che ci si ritrova a seguire domandandosi perché ancora lo si stia facendo. La risposta è sempre la stessa, ossia “dura appena 80 minuti, sta per finire”, e nel ripeterselo svariate volte finalmente finisce per davvero. Quando qualche secondo più tardi ci si ritrova a tirare le somme, ci si rende conto che a mancare sono finanche gli addendi.

Da non vedere assolutamente. O da dimenticare nel momento stesso in cui lo si sta guardando.

E quella locandina, poi...


mercoledì 15 febbraio 2012

"You Really Should See These" - Day 3: Le Nuove Leve Britanniche


Non potevo non dedicare una delle tre classifiche al filone cinematografico di cui praticamente parlo una volta sì e l'altra pure. Questa terza ed ultima parte di “You Really Should See These” è infatti dedicata alla nuova ondata di pellicole inglesi, accomunate tutte da uno stile quanto mai riconoscibile. È estremamente diretto, viscerale e realistico, pur senza rifiutare una fondamentale finzione filmica che permette a chi guarda di empatizzare e di sentirsi coinvolto da quanto raccontato. Nonostante le similitudini nella gestione tecnica, tuttavia, ogni pellicola risulta sempre in grado di rendersi diversa dalle altre, mostrando oltre ai tratti generali appena descritti altri ben più personali. Peraltro, essendo questa proposta cinematografica relativamente giovane, non sembra almeno per ora destinata a fermarsi, con buona pace di chi, come me, attende con ansia ogni nuova pellicola dai nuovi nomi del Regno Unito.


7) "London to Brighton" (2006)

La pellicola più sporca, insieme a quella di Considine, tra quelle presenti in classifica. Racconta anch'essa la storia di gente ai margini della società, tuttavia Williams più che un drammatico, ci costruisce sopra un vero e proprio thriller, che non ha intenzione alcuna di lasciare da parte la violenza e che al contrario la inquadra in tutta la sua naturalezza. In linea con quanto scritto inizialmente, quindi, è assente qualsivoglia spettacolarizzazione e anzi “London To Brighton” è, per quanto riguarda la messa in scena, estremamente realistico. E forse è questo il motivo principale per cui difetta leggermente in termini di empatia. Fortunatamente, però, niente che possa minarne la riuscita, dettata da un ritmo elevato e dall'intenzione del regista di non fare sconto alcuno.

Tra gli attori anche Johnny Harris (“This is England 86”, “The Fades”) che nell'interpretare ruoli di personalità ai margini o comunque non proprio degne della simpatia dello spettatore è perfetto.


6) "In The Loop" (2009)

Lo stile britannico, diretto e senza fronzoli, applicato alla satira. Iannucci, dopo anni di satira televisiva, tira fuori una commedia politica riuscitissima. Già un paio di nomi sarebbero sufficienti a delinearne le potenzialità, ossia James Gandolfini e Mimi Kennedy, che infatti rendono i loro personaggi assolutamente meravigliosi. Ma a stupire, tuttavia, non è nessuno dei due, o almeno non quanto Peter Capaldi. A lui è affidato il personaggio migliore e più difficile, ma l'attore sembra interpretarlo senza troppi sforzi, rendendolo esilarante.
La satira ai danni delle dinamiche politiche e degli uomini che ne fanno parte è davvero tagliente, grazie a dialoghi velocissimi e caustici, oltreché maledettamente divertenti. In parte anche esagerati, invero, al punto di toccare, insieme all'intreccio, livelli quasi surreali. Se non l'avete visto è davvero il caso che lo facciate.


5) "Tyrannosaur" (2011)

Visto di recente e subito entrato di diritto in questa personale classifica. Dopo aver contribuito a rendere grande il film più riuscito di Meadows con un'interpretazione ottima, Considine prova a mettersi dall'altra parte della telecamera, chiama Peter Mullan- strepitoso - per il ruolo principale e tira fuori un racconto che, come "London To Brighton", sembra non sapere cosa significhi fare sconti allo spettatore. Viscerale, potente e sporco mette in scena una delle probabilmente innumerevoli storie che tratteggiano la vita nelle zone più difficili delle città del Regno Unito. La sua regia, pur non disdegnano momenti filmici, sbatte in faccia un realismo ed una realtà per niente desiderabili e davanti alle quali si preferirebbe voltarsi a guardare da qualche altra parte. Molti giovani registi pagherebbero per un esordio simile. (Qui la recensione)


4) "Boy A" (2007)

Questa fu una delle primissime pellicole a farmi capire che il Regno Unito aveva optato per intrecci il cui obiettivo non era esattamente quello di scaldare il cuore dello spettatore, ma, tutt'al più, di stringerlo per metterne alla prova la resistenza. La storia di "Boy A", infatti, avrebbe tutte le carte in regola per essere una storia emozionante e dai risvolti positivi, ma Crowley queste caratteristiche sembra non averle prese in considerazione neanche lontanamente, tanto che durante la visione si avverte sempre una certa sensazione di disagio, affianco a quella ovvia del protagonista. Quest'ultima è trasmessa alla perfezione da un attore, Garfield (“Non Lasciarmi” - qui la recensione di Frank), che sembra essere nato per ruoli simili e che infatti offre una prova enorme, affiancato da Peter Mullan, che come si scriveva poc'anzi non è certo l'ultimo arrivato.
Gran parte della forza del film, tuttavia, è nel finale, di cui non si scriverà per evitare scomode anticipazioni a chi di voi non l'ha ancora visto. Mi limiterò a dire che è di una potenza indiscutibile e che anche da solo renderebbe meritevole di visione l'intera pellicola.


3) "This is England" (2006)

È la seconda pellicola, dopo “Dead Man's Shoes”, con cui Meadows segna la nuova ondata di proposte inglesi, ed è anche l'unica che verrà distribuita “addirittura” nelle sale italiane, seppur con qualcosa come 5 anni di ritardo, perché comunque qui ci si deve distinguere a tutti i costi. La ricostruzione del periodo è ciò che rende la pellicola così riuscita ed irresistibile; e non si sta parlando meramente di scenografie, ambientazioni e vestiti ma anche e soprattutto di atmosfera. Il regista britannico infatti riesce a raccontare quegli anni trascinando lo spettatore all'interno degli stessi, anche e soprattutto con un fondamentale uso delle musiche. A ciò aggiunge una commistione di ironia e dramma che funziona in maniera perfetta e che avvicina ai protagonisti con una facilità disarmante.

Ha diretto in seguito due miniserie per la tv, “This is England '86” e “This is England '88”, riuscite praticamente quanto il film e identiche ad esso per linguaggio filmico ed empatia.



2) "Hunger" (2008)

L'esordio di McQueen è l'esordio che avrei voluto girare io. La maturità e la lucidità mostrata dal regista londinese sono fuori dal comune. Costruisce un meccanismo in tre blocchi ben distinti ma che al termine non solo non vanno a minare la continuità della pellicola ma rappresentano le colonne portanti della stessa. Ognuna infatti è legata a filo doppio, in termini di intreccio, all'altra al punto di inquadrare e giustificare ognuna la potenza dell'altra. La precisione di Mcqueen è pressoché chirurgica. Al tempo stesso, però, è solo apparentemente fredda, perché capace in realtà di raggiungere esattamente le corde che dovrebbe toccare. Per usare una definizione non mia, ma calzante come poche, “un ghiaccio che provoca ustioni di terzo grado”.
Dietro la macchina da presa, poi, Mcqueen mostra una tecnica davvero invidiabile, girando, tra le altre cose, uno scambio di 17 minuti senza stacchi. E non uno scambio dai tempi lenti e riflessivi, tutto il contrario. Assolutamente enorme. Per far ciò non poteva non servirsi di attori all'altezza e infatti Fassbender, al di là della dieta che lo ha reso carne ed ossa, è praticamente inattaccabile.

Da vedere e rivedere. E poi da vedere di nuovo. (Qui la recensione)


1) "Dead Man's Shoes" (Cinque Giorni di Vendetta - 2004)

Che le pellicole di Meadows in classifica siano due non è certo un caso. È il regista che ha dato di più al nuovo cinema inglese e che è riuscito a farlo uscire dai confini nazionali. Quando vidi "Dead Man's Shoes" rimasi allibito, era la prima volta che osservavo quei tratti registici, che delineano poi la parentesi cinematografica, fortunatamente ben lungi dall'essere chiusa, di cui si sta parlando. 90 minuti che definire potenti sarebbe assai riduttivo. Tanto semplice quando diretto, tanto scarno quanto devastante. Ad oggi il miglior Meadows in assoluto, in grado di unire uno stile quasi antispettacolare alla finzione filmica più coinvolgente; l'empatia è infatti totale e il ritmo non permette di prendere fiato, e non perché "DMS" sia solo azione, ma perché le parentesi più introspettive che si alternano durante la narrazione alle altre riescono a scatenare un'emotività tale che si ci dimentica di farlo.
La regia del cineasta inglese è perfetta, così come la costruzione delle singole sequenze, con un finale che sfrutta il colpo di scena in una maniera tale che il cinema statunitense odierno, in blocco, dovrebbe tornare tra i banchi di scuola e prendere nota. Fanno parte della perfetta costruzione, oltre a regia, fotografia, musiche e montaggio, ovviamente anche gli attori, che offrono una prova scandalosamente ottima. Considine, si sa, è tagliato per fare il matto, ma cosa combina Toby Kebell nell'intepretare il fratello di Richard è impressionante, da un paio di oscar almeno.

Una pellicola impeccabile, semplicemente non le si può dir nulla.
 


giovedì 26 gennaio 2012

"Tyrannosaur"


TYRANNOSAUR (2011)





Regista: Paddy Considine

Attori: Peter Mullan, Olivia Colman, Eddie Marsan

Paese: UK


Più volte si è scritto in questo blog, finanche alla ridondanza, di un nuovo cinema britannico capace di mostrare una vitalità inesauribile. Sforna e centra pellicole del tutto simili nello stile, seppur innegabilmente personali, ad un ritmo martellante, tanto che tra di essi di capolavori se ne contano più d'uno. Si è scritto del loro essere potenti, del loro stile più o meno ricercato ma sempre brutalmente diretto, non essendo tuttavia mai spettacolare. Si è scritto del loro essere viscerali. “Tyrannosaur” può piacere, può al contrario non convincere fino in fondo, certo è che conferisce a quel “viscerale” un peso se possibile ancora maggiore. L'esordio alla regia dell'attore reso famoso da Shane Meadows, e che a quest'ultimo ha però con le sue interpretazioni abbondantemente restituito il favore, è praticamente solo cuore. Non che non possa dirsi riuscito sotto gli altri aspetti che interessano la costruzione di un film, ma quella poltiglia di cuore, rabbia e asfissia vomitata sistematicamente dalla pellicola tende a far passare tutto il resto in secondo piano. 


Sarebbe interessante individuare con maggior precisione quali siano i fattori che stanno tratteggiando del Regno Unito un volto simile; tale da spingere più di un regista a mostrare il lato ferito dei suoi protagonisti e sullo stesso ad insistere. Il Joseph (Peter Mullan) di Considine non è diverso. È un uomo che sembra ormai andato a male, esteticamente quanto interiormente. Beve fino a perdere il controllo, e se non beve il controllo lo perde comunque in altra maniera. Oltre al suo cane non ha nessuno, non più. Un giorno come un altro, in preda ad una disperazione dalla quale non prova neanche più a fuggire, si nasconde in un negozio, quello di Hannah.

Affinché sia chiaro immediatamente chi possa essere Joseph, quale sia il suo inferno e quanto possa risultare maleodorante, il regista nel giro di appena qualche sequenza lo inquadra all'esterno di un bar, ubriaco e delirante; il cane non si muove, o comunque non come nei suoi deliri vorrebbe che si muovesse, si sfoga su di lui, lo prende a calci, gli rompe le costole e lo uccide. Difficile pensare che questa del cane sia una una scelta come un'altra; è infatti l'animale più fedele, quello che resta al tuo fianco in ogni caso, l'unico probabilmente che non ha mai fatto da soggetto al verbo “abbandonare”. Il protagonista, ciononostante, gli riserva quel trattamento. Allontana nel peggiore dei modi l'unica cosa che ancora era capace di stargli affianco. Joseph, del resto, ferisce e allontana chiunque, anche se stesso. È ridotto a un cumulo di macerie ardenti, vuole bruciare qualsiasi cosa gli capiti a tiro, vive ormai da anni in cattività. È un essere umano detestabile, che si nasconde impaurito quando il pericolo lo guarda in faccia e lo assale con antitetica ferocia non appena quello gli volta le spalle. Si dispera per se stesso, cerca conforto, sembra pentito, ma qualche ora dopo ricomincia. 


Considine inquadra anche tutto il resto, ciò che c'è intorno a Joseph. E l'aria che si respira, lì, non è meno pesante. È una difficoltà reale – sociale ed economica – che diviene un male esistenziale al quale chi abita zone simili a quella in cui è ambientata la pellicola non riesce a reagire. Lo accetta con rassegnazione e da esso si lascia plasmare e sfinire. Il regista britannico, tuttavia, alza il tiro. Il male di cui parla non è confinato ad una zona, o ad una qualche appartenenza sociale. Attraverso Hannah, infatti, “la voce alta e forte” della pellicola - come l'ha definita lo stesso Considine – diviene anche quella di uno status sociale che sembra immune al problema solo in apparenza e solo perché tiene il suo malessere, per quanto possibile, all'interno delle proprie case. Ma è sufficiente una sequenza, una soltanto, a dimostrare che quel malessere è uno e unico: espressioni differenti, ma stessa potenza distruttiva. Si annida nelle crepe di un umanità che zoppica vistosamente e che non reagisce, anche se potrebbe farlo, anche se potrebbe almeno provarci.
Tyrannousaur”, non a caso, scava in continuazione alla ricerca di un'umanità che per quanto nascosta non può svanire. La cerca sistematicamente in Joseph, vuole accostarla a quel suo essere sgradevole, vuole renderla una spinta verso la reazione. Lo fa già nella scena iniziale sopra descritta: la violenza è seguita dal senso di colpa di un uomo distrutto che riporta a casa un cane morente, il suo. Inquadra quindi quella di Hannah, il cui inferno non ha nulla da “invidiare” a quello di Joseph. Anche lei non reagisce, anche lei si lascia logorare, ma la sua di umanità non va cercata, è palese, tanto da risvegliare lentamente anche quella da tempo sopita di Joseph. Disperazione che aiuta altra disperazione e che a sua volta si lascia aiutare.

Di viali illuminati dal sole e alberi in fiore su cui camminare abbracciati e suggellare la propria rinascita in “Tyrannosaur”, però, non ce ne sono. Il cambiamento qui è doloroso, fa più male di quanto visto prima e i sentimenti tra i due non sono neanche lontanamente sufficienti a renderlo concreto. Il sacrificio richiesto ad entrambi è enorme: è nel volto insanguinato di un Joseph che realizza di poter decidere che può bastare; è nel volto di una Hannah completamente distrutta e nuda al cospetto di se stessa; è nella consapevolezza di aver fatto finalmente qualcosa, giusto o sbagliato che sia: "They all think it, but I do it - that's the difference between you and me and the rest of the world".


Peter Mullan sembra assorbire il personaggio con tutte le sue storture e i suoi dolori – forse perché lui per primo non ha il passato più roseo della storia – al punto di offrire un'interpretazione così intensa e vibrante che la si può solo ammirare in un rispettoso silenzio. Lo stesso andrebbe fatto con l'interpretazione di Olivia Colman, di cui anche solo una parentesi, quella descritta qualche riga più sopra, basterebbe per almeno altre cinque pellicole. E infine Considine, che si mette per la prima volta dietro una macchina da presa e si comporta con un regista dall'esperienza decennale. La sua è una regia calibrata, semplice e diretta, illuminata da una fotografia che rende tanto il gelo quanto il calore di un racconto che ricalca i lineamenti di uno stile cinematografico del quale “Tyrannosaur” entra di diritto a far parte.


sabato 14 gennaio 2012

Shame

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SHAME (2011)





Regista: Steve McQueen

Attori: Michael Fassbender, Carey Mulligan

Paese: UK


Dopo essersi presentato al mondo cinematografico con una pellicola d'esordio come “Hunger”, il cui valore molti registi non riuscirebbero ad eguagliare neanche dopo una carriera intera, Steve McQueen gira il suo secondo lungometraggio, creando aspettative quanto meno elevate. Non semplicemente per la normale curiosità che anticipa l'uscita del film di un cineasta apprezzato, ma anche perché il regista, come spesso accade nel cinema d'autore, sceglie nuovamente Fassbender – strepitoso in “Hunger” - per il ruolo principale. A ciò si aggiunge inoltre un soggetto singolare, che se plasmato secondo gli stilemi mostrati in precedenza, risultato della commistione di visceralità ed eleganza, non può non far sperare nell'ottima riuscita della pellicola.

Brandon Sullivan (Michel Fassbender) è un uomo d'affari. Vive a New York City, da solo, e la sua vita è scandita secondo i ritmi dettati da una dipendenza dal sesso che non riesce in nessun modo a gestire. Si masturba a casa come al lavoro, i suoi armadi sono pieni di riviste pornografiche, il suo computer di siti porno, tanto da avere una prostituta in videochat che sembra conoscerlo e conoscere a fondo i suoi gusti sessuali, e paga prostitute in maniera sistematica. Dopo svariate telefonate senza risposta, la sorella di Brandon, Sissy (Carey Mulligan), irrompe nella sua vita accentuando con i suoi disagi quelli del fratello. 


In questo secondo lavoro, McQueen ripropone con forza quegli aspetti che hanno fin da subito reso il suo cinema riconoscibile. Probabilmente influenzato dall'interesse attivo verso la scultura, lo sguardo del regista si concentra quasi esclusivamente sul soggetto, lasciando in secondo piano l'intreccio. Se in precedenza erano state l'IRA e la prigionia, questa volta a far da sfondo alla celebrazione umana e visiva del protagonista sono il lavoro e la sorella dello stesso, l'unica forse a cui viene dedicata qualche attenzione in più, seppur sempre e solo come mezzo utile a generare prima e ad inquadrare poi le reazioni del protagonista.
La sequenza d'apertura, da sola, è già una dichiarazione di intenti che non si presta in alcun modo ad ambiguità interpretative: Brandon è steso sul letto, mezzo nudo, coperto dal lenzuolo; il suo sguardo è spento e la telecamera lo inquadra dall'alto, bloccandolo in una porzione di spazio ristretta, come quella che si è costruito all'esterno e in cui si costringe a vivere: l'importanza della forza visiva dei corpi e quella della parte umana che quei corpi li riempie, ossia McQueen in una manciata di secondi. Per l'intera pellicola quanto appena scritto verrà sottolineato in maniera sistematica. Le scene che seguono, infatti, tratteggiano attraverso il corpo completamente nudo di Fassbender una routine fatta di masturbazione, sesso e rassegnata disillusione, che svuota il protagonista un giorno alla volta.

Il film non è altro che questo, ossia il racconto di un uomo e della sua prigione. L'elemento sceneggiaturistico scelto, quello della dipendenza dal sesso, sarebbe potuto facilmente trasformarsi in una farsa nelle mani di qualche altro regista, McQueen invece riesce a renderlo in tutto il suo essere angosciante, pur non preoccupandosi di schivarne l'aspetto più esplicito. Al contrario, sembra cercare con forza le sequenze che portano in primo piano sesso e masturbazione, soffermandosi sui corpi con un'insistenza tale che apparirebbe morbosa se non fosse così distaccata e quasi artistica (oppure funzionale, quando distaccata non lo è). Del resto la vita sessuale del protagonista è già di suo lontana da qualsivoglia emotività, essendo semplicemente l'atto meccanico con cui placare l'astinenza. Se, anzi, c'è dell'emotività è solo quella più claustrofobica e opprimente che porta il protagonista a spiegare un titolo estremamente esplicito come quello scelto per la pellicola. La vergogna di Brandon è infatti l'altra faccia della dipendenza, la sbarre della prigione di cui si scriveva. Prova vergogna per se stesso al punto di non sopportarsi; al punto di punirsi, finanche a provocare la sua eterosessualità facendo sesso orale con un altro uomo; al punto di non riuscire a sostenere la visione della sua immagine riflessa nel volto della sorella. 


Il personaggio di Sissy, come si diceva, più che un personaggio attivo di un intreccio peraltro già quasi inesistente, è lo specchio nel quale McQueen costringerà il protagonista a specchiarsi continuamente. La sorella è simile a Brandon, soffre anche lei di dipendenza (non dal sesso) ed ha inoltre tendenze suicide. È Brandon, solo più debole, e lui lo sa, tanto che fin da subito mostra nei suoi confronti una freddezza che a volte sembra quasi un disagio; evita di incrociare il suo sguardo e fa fatica a dirle che può restare a casa sua. Ogni tanto, però, sembra lasciarsi andare ad un gesto affettuoso, come se stesse consolando se stesso, salvo distaccarsi nuovamente subito dopo. Al termine non è altro che una dimostrazione ulteriore da parte del regista britannico di quel suo non voler concentrarsi su caratteri diversi da quello principale.

Si ritrova la poetica di “Hunger” anche nella gestione prettamente narrativa. La prima parte del racconto è fredda, non coinvolgente, al limite della noia. Gradualmente, però, cresce un'empatia della quale quasi non ci si accorge, fino a sentire il protagonista in tutta la sua sofferenza. Non potrebbe essere altrimenti, se si considera che Mcqueen non opta per scelte registiche d'impatto o per ritmi elevati che possano proprio in quanto tali coinvolgere nel giro di qualche sequenza chi guarda. La sua, al contrario, è una regia raffinata ed elegante, che pur mostrando tecnicismi pregevoli e mai fini a se stessi – tornano i long take che ricordano i 17 minuti ininterrotti tra Bobby Sands e Padre Mullen – risulta sempre misurata, se non in rarissime occasioni (si veda il rapporto sessuale tra Brandon e le due prostitute che grazie a regia e montaggio porta l'asfissia della dipendenza al suo livello più alto).
Proprio la sequenza appena descritta, però, è il climax della narrazione. Immediatamente dopo, infatti, il coinvolgimento inizia a scemare e la parte finale, che sarebbe in quanto tale dovuta essere il punto d'arrivo del crescendo emotivo, non risulta così forte come ci si aspettava. Fortunatamente quello tra il climax e l'ultima sequenza non è un periodo troppo lungo e la pellicola termina prima di poter iniziare seriamente ad annoiare. Tuttavia la sensazione che alla chiusura del racconto manchi qualcosa resta e “Shame” non può non risentirne.


Si è ben lontani quindi dai livelli a cui McQueen ci aveva abituati, ciononostante il suo secondo lavoro, interpretato ottimamente e fotografato anche meglio, è senza dubbio migliore della gran parte delle pellicole in circolazione. Il suo terzo lungometraggio è previsto già per il 2012, e parlerà di un uomo nato libero e divenuto poi schiavo. Anche in questo caso i presupposti ci sono tutti.


martedì 20 dicembre 2011

"Another Year"

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ANOTHER YEAR (2010)





Regista: Mike Leigh

Attori: Jim Broadbent, Ruth Sheen, Lesley Manville, Oliver Maltman, Peter Wight

Paese: UK


Presentato a Cannes e vincitore del premio per la miglior sceneggiatura originale agli oscar 2011, “Another Year” è una pellicola per certi versi spiazzante; non che Leigh, comunque, non metta fin da subito in chiaro quale sia lo spirito di questa sua apparente commedia, intendiamoci. La scena d'apertura è infatti dedicata unicamente alle espressioni di una donna anziana, chiaramente depressa, alle prese con una vita che non è andata nel verso in cui doveva andare. La telecamera si sofferma sul suo volto in maniera insistente, tanto da non inquadrare neanche la dottoressa; un volto capace, grazie all'interpretazione breve ma intensa di Imelda Staunton, di restituire disagio e amarezza; un volto che altro non è se non quello della pellicola, nonostante da questo momento in poi non lo si vedrà più sullo schermo.

I protagonisti sono altri e di essi solo uno verrà a contatto, seppur marginalmente e per poco tempo, con la donna anziana. È Gerri, psicologa realizzata e moglie di Tom, geologo realizzato a sua volta. Una coppia dal sapore borghese la cui vita sembra perfetta: un figlio indipendente e autonomo, una bella casa, un orto dove passare le giornate, un equilibrio invidiabile ed una felicità palpabile. Di tanto in tanto organizzano cene ed ospitano amici palesemente non fortunati quanto loro perché alle prese con insoddisfazioni e rimorsi che non riescono a gestire. Su tutti Mary, sola e sempre sull'orlo di una crisi di nervi.


La scena di cui si scriveva, del contatto tra la psicologa e la donna anziana, racchiude in sé la struttura dell'intera pellicola. È la contrapposizione tra due realtà che non comunicano tra loro per scelta unilaterale. Felicità e tristezza. La prima tiene a distanza la seconda, o le si avvicina non più del necessario, quasi avesse timore di un contagio eventuale. Se inizialmente la distanza è giustificata dalla situazione professionale, nel prosieguo no. Sembra che Leigh suggerisca subito allo spettatore il carattere raccontato, per poi giustificare il suo sguardo nei suoi confronti una sequenza alla volta. Dopo la scena d'apertura, infatti, il regista ricomincia da zero, descrivendo Gerri e Tom come la coppia perfetta. Non si può fare a meno di avvicinarsi agli stessi; di sperare, quasi, di riuscire a trovare la loro stessa serenità. Sono in assoluta sintonia, lei sa cucinare ma lui anche, si avvicinano e si coccolano come se nulla fosse cambiato negli anni, premurosi l'uno con l'altro, mangiano ciò che hanno piantato e raccolto. La coppia perfetta, per l'appunto.
Leigh è inoltre bravo a non farli risultare stucchevoli. È sua ferma intenzione non renderli fin da subito negativi. Al contrario, racconta la loro ospitalità attraverso le cene organizzate ora con Mary, ora con Ken, anch'egli distrutto da rimorsi e insoddisfazioni. Durante le stesse, come del resto durante l'intera pellicola, la regia stringe sui volti dei suoi protagonisti perché sono l'unica cosa che le interessa. Coglierne tutte le sfaccettature, soprattutto quelle meno superficiali.


È con uno sguardo così attento e fermo che Leigh inizia a cambiare prospettiva per poi ribaltarla del tutto. Lo fa prendendosi tutto il tempo necessario, tanto che quasi lo spettatore non si rende conto che a cambiare gradualmente è anche la sua di prospettiva, in seguito ai tratti aggiunti volta per volta dal regista al ritratto in corso d'opera dei suoi protagonisti. È così che quella comprensione che Gerri e Tom sembravano rivolgere ai loro amici, si rivela in realtà compassione; è così che quello che sembrava un rispettoso non giudicare diviene caustica noncuranza. Allo stesso modo quel loro essere ospitali, quel loro accogliere in casa con una disponibilità invidiabile, diviene un mettere in mostra (specie di fronte a Mary) la loro perfezione, un crogiolarsi nella stessa, come se avessero bisogno di splendere al contrasto con l'imperfezione.
Non fanno nulla di concreto, infatti, per entrare in contatto con la tristezza dei loro amici, per capirla e sostenerla, e magari anche aiutarla. Fintanto che restano lì, mangiano dalla ciotola che viene loro servita, stanno buoni e non sporcano, va bene. In caso contrario no, vanno rimessi in riga.   
Benefattori un tanto al chilo che non hanno intenzione alcuna di sporcarsi le mani; si attengono ad un perbenismo di facciata quando serve e dedicano se stessi solo a chi sembra degno di meritare lo status da loro raggiunto. Non a caso la ragazza del figlio viene accolta in famiglia senza remore, essendo anche lei dedita a discorsi privi di qualsivoglia spessore e ad una superficialità che è la chiave di una torre che ben si guarda dall'accogliere gente come Ken e Mary al suo interno.


Al termine, “Another Year” della commedia non ha assolutamente nulla. È anzi uno sguardo indignato ma sempre chirurgico su un'indifferenza tanto irritante quanto distruttiva. E su un disagio incapace di reagire, ancor più indifeso se lasciato solo. A sottolinearlo un finale potente e rassegnato affidato allo sguardo intenso di una Lensley Manville strepitosa, punta di diamante di un comparto attoriale perfetto.


martedì 13 dicembre 2011

"Ratcatcher"

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RATCATCHER (1999)





Regista: Lynne Ramsay

Attori: Tommy Flanagan, Mandy Matthews, William Eadie

Paese: UK



Si torna a parlare di cinema britannico e più precisamente della Glasgow anni '70, raccontata più tardi anche da Peter Mullan in “Neds”. Di quanto la città fosse difficile si era già scritto, tuttavia laddove Mullan alza il tiro inquadrando più fattori e ampliando lo sguardo, la Ramsay non distoglie l'occhio della telecamera dal suo giovane protagonista e dallo slum in cui vive.
La depressione economica e sociale della capitale scozzese si riversava in ogni famiglia come in ogni quartiere, ed anche quindi su quello già degradato e povero inquadrato dalla pellicola. Un quartiere sporcato ulteriormente dai sacchi di spazzatura accumulatisi sotto le abitazioni in seguito allo sciopero dei netturbini e dai bambini che su quei sacchi ci giocano, scovando e ammazzando topi presenti ormai ovunque. Non è nuova l'attenzione del cinema britannico verso quadri simili e non è un caso che anche questo “Ratcactcher” riesca a far arrivare in maniera forte lo stato socio-emotivo raccontato.


La pellicola è di genere solo in apparenza. La storia di James (William Eadie), del senso di colpa per aver accidentalmente ucciso un suo compagno, delle sue giornate e delle sue speranze è solo la maschera di una descrizione umana ancor più che estetica del peso del degrado sulla percezione della vita. Non è infatti neanche una pellicola di (de)formazione perché manca di fatto una diegesi filmica lineare capace di tracciare una storia individuabile. Una storia, oltretutto, che giustifichi emotivamente un scelta finale così forte, che è sì in linea con la denuncia ma che non appare come una tappa credibile di un percorso appena scalfito.
Risiedono qui sia l'aspetto più riuscito sia quello più debole della pellicola. Ogni qualvolta Ramsay inquadra la famiglia, una parentesi che vede protagonista James, il suo giocare tra i sacchi d'immondizia, in realtà inquadra la situazione generale in cui vivono tutte le famiglie all'interno dello slum. Si ha l'impressione che James sia una sineddoche attraverso cui raccontare il tutto, e in questo senso “Ratcatcher” riesce pienamente nel suo intento.
Si respira lo stesso fetore, ci si gratta la testa quando i protagonisti lo fanno per liberarsi dei pidocchi, si avverte la malinconia di uno dei cieli più plumbei e ci si sente costretti in una prigione da cui il protagonista si allontana qualche ora solo con la consapevolezza di ritornarci. Una costrizione che La Ramsay tiene particolarmente a sottolineare e a trasmettere. I primi e primissimi piani sul protagonista non si contano e le inquadrature più larghe non propongono mai uno spazio visivo troppo vasto – eccezion fatta per “l'ora d'aria” che James si concede quando si dirige verso le nuove case in costruzione. Nelle inquadrature all'interno dell'appartamento quest'aspetto raggiunge poi il suo apice, insieme all'asfissiante presenza di un padre (Tommy Flanagan) non in grado di non maltrattare suo figlio.
Riflessioni del tutto simili possono farsi nell'analisi della fotografia, che segue a ruota il cielo grigio di Glasgow e assume tonalità assolutamente spente. Tonalità che vestono una regia con la quale condividono gli intenti, restituendo un quadro freddo, rassegnato e privo di speranze.


A non funzionare, per contro, è invece il racconto in sé, quello propriamente inteso. La struttura narrativa, si scriveva, è appena percettibile. Si limita a raccontare una giornata tipo di un bambino alle prese con una simile realtà, non andando a fondo. Il limite non sta tanto nel cosa quanto nel come viene raccontato; molte pellicole dicono tanto senza dire nulla, ma purtroppo non è questo il caso. La struttura emozionale del giovane protagonista è quasi inesistente, il senso di colpa non viene elaborato come si sarebbe dovuto, il peso del quartiere lo si avverte sulla gente che lo abita ma della personale percezione dello stesso da parte di James nessuna traccia. Come del resto l'intera parentesi in cui si avvicina alla ragazza. Quest'ultima allo stesso modo comunica una delle sfaccettature di uno stato d'animo comunque generale, tanto che l'interazione tra lei e James è assolutamente priva di peso all'interno della sceneggiatura. Ogni sequenza che appare sullo schermo non riesce ad incastrarsi in una struttura riconoscibile che non sia appunto quella descritta in precedenza e relativa al generale e non al particolare.

Si resta indifferenti, quindi, verso un protagonista, e verso una storia, che non permette di creare empatia alcuna, che è poi anche una delle debolezze peggiori che un film possa mostrare. E a sottolineare ulteriormente quanto poco la regista scozzese si sia concentrata sul soggetto per rendere al meglio lo sfondo, la scelta di optare per attori non professionisti. Rendono infatti la naturalezza ricercata dalla Ramsay nel comunicare una spensieratezza svanita in un'aria maleodorante e velenosa, ma non vengono al tempo stesso diretti in maniera tale da umanizzare il personaggio da loro interpretato.


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