Visualizzazione post con etichetta Peter Mullan. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Peter Mullan. Mostra tutti i post

mercoledì 15 febbraio 2012

"You Really Should See These" - Day 3: Le Nuove Leve Britanniche


Non potevo non dedicare una delle tre classifiche al filone cinematografico di cui praticamente parlo una volta sì e l'altra pure. Questa terza ed ultima parte di “You Really Should See These” è infatti dedicata alla nuova ondata di pellicole inglesi, accomunate tutte da uno stile quanto mai riconoscibile. È estremamente diretto, viscerale e realistico, pur senza rifiutare una fondamentale finzione filmica che permette a chi guarda di empatizzare e di sentirsi coinvolto da quanto raccontato. Nonostante le similitudini nella gestione tecnica, tuttavia, ogni pellicola risulta sempre in grado di rendersi diversa dalle altre, mostrando oltre ai tratti generali appena descritti altri ben più personali. Peraltro, essendo questa proposta cinematografica relativamente giovane, non sembra almeno per ora destinata a fermarsi, con buona pace di chi, come me, attende con ansia ogni nuova pellicola dai nuovi nomi del Regno Unito.


7) "London to Brighton" (2006)

La pellicola più sporca, insieme a quella di Considine, tra quelle presenti in classifica. Racconta anch'essa la storia di gente ai margini della società, tuttavia Williams più che un drammatico, ci costruisce sopra un vero e proprio thriller, che non ha intenzione alcuna di lasciare da parte la violenza e che al contrario la inquadra in tutta la sua naturalezza. In linea con quanto scritto inizialmente, quindi, è assente qualsivoglia spettacolarizzazione e anzi “London To Brighton” è, per quanto riguarda la messa in scena, estremamente realistico. E forse è questo il motivo principale per cui difetta leggermente in termini di empatia. Fortunatamente, però, niente che possa minarne la riuscita, dettata da un ritmo elevato e dall'intenzione del regista di non fare sconto alcuno.

Tra gli attori anche Johnny Harris (“This is England 86”, “The Fades”) che nell'interpretare ruoli di personalità ai margini o comunque non proprio degne della simpatia dello spettatore è perfetto.


6) "In The Loop" (2009)

Lo stile britannico, diretto e senza fronzoli, applicato alla satira. Iannucci, dopo anni di satira televisiva, tira fuori una commedia politica riuscitissima. Già un paio di nomi sarebbero sufficienti a delinearne le potenzialità, ossia James Gandolfini e Mimi Kennedy, che infatti rendono i loro personaggi assolutamente meravigliosi. Ma a stupire, tuttavia, non è nessuno dei due, o almeno non quanto Peter Capaldi. A lui è affidato il personaggio migliore e più difficile, ma l'attore sembra interpretarlo senza troppi sforzi, rendendolo esilarante.
La satira ai danni delle dinamiche politiche e degli uomini che ne fanno parte è davvero tagliente, grazie a dialoghi velocissimi e caustici, oltreché maledettamente divertenti. In parte anche esagerati, invero, al punto di toccare, insieme all'intreccio, livelli quasi surreali. Se non l'avete visto è davvero il caso che lo facciate.


5) "Tyrannosaur" (2011)

Visto di recente e subito entrato di diritto in questa personale classifica. Dopo aver contribuito a rendere grande il film più riuscito di Meadows con un'interpretazione ottima, Considine prova a mettersi dall'altra parte della telecamera, chiama Peter Mullan- strepitoso - per il ruolo principale e tira fuori un racconto che, come "London To Brighton", sembra non sapere cosa significhi fare sconti allo spettatore. Viscerale, potente e sporco mette in scena una delle probabilmente innumerevoli storie che tratteggiano la vita nelle zone più difficili delle città del Regno Unito. La sua regia, pur non disdegnano momenti filmici, sbatte in faccia un realismo ed una realtà per niente desiderabili e davanti alle quali si preferirebbe voltarsi a guardare da qualche altra parte. Molti giovani registi pagherebbero per un esordio simile. (Qui la recensione)


4) "Boy A" (2007)

Questa fu una delle primissime pellicole a farmi capire che il Regno Unito aveva optato per intrecci il cui obiettivo non era esattamente quello di scaldare il cuore dello spettatore, ma, tutt'al più, di stringerlo per metterne alla prova la resistenza. La storia di "Boy A", infatti, avrebbe tutte le carte in regola per essere una storia emozionante e dai risvolti positivi, ma Crowley queste caratteristiche sembra non averle prese in considerazione neanche lontanamente, tanto che durante la visione si avverte sempre una certa sensazione di disagio, affianco a quella ovvia del protagonista. Quest'ultima è trasmessa alla perfezione da un attore, Garfield (“Non Lasciarmi” - qui la recensione di Frank), che sembra essere nato per ruoli simili e che infatti offre una prova enorme, affiancato da Peter Mullan, che come si scriveva poc'anzi non è certo l'ultimo arrivato.
Gran parte della forza del film, tuttavia, è nel finale, di cui non si scriverà per evitare scomode anticipazioni a chi di voi non l'ha ancora visto. Mi limiterò a dire che è di una potenza indiscutibile e che anche da solo renderebbe meritevole di visione l'intera pellicola.


3) "This is England" (2006)

È la seconda pellicola, dopo “Dead Man's Shoes”, con cui Meadows segna la nuova ondata di proposte inglesi, ed è anche l'unica che verrà distribuita “addirittura” nelle sale italiane, seppur con qualcosa come 5 anni di ritardo, perché comunque qui ci si deve distinguere a tutti i costi. La ricostruzione del periodo è ciò che rende la pellicola così riuscita ed irresistibile; e non si sta parlando meramente di scenografie, ambientazioni e vestiti ma anche e soprattutto di atmosfera. Il regista britannico infatti riesce a raccontare quegli anni trascinando lo spettatore all'interno degli stessi, anche e soprattutto con un fondamentale uso delle musiche. A ciò aggiunge una commistione di ironia e dramma che funziona in maniera perfetta e che avvicina ai protagonisti con una facilità disarmante.

Ha diretto in seguito due miniserie per la tv, “This is England '86” e “This is England '88”, riuscite praticamente quanto il film e identiche ad esso per linguaggio filmico ed empatia.



2) "Hunger" (2008)

L'esordio di McQueen è l'esordio che avrei voluto girare io. La maturità e la lucidità mostrata dal regista londinese sono fuori dal comune. Costruisce un meccanismo in tre blocchi ben distinti ma che al termine non solo non vanno a minare la continuità della pellicola ma rappresentano le colonne portanti della stessa. Ognuna infatti è legata a filo doppio, in termini di intreccio, all'altra al punto di inquadrare e giustificare ognuna la potenza dell'altra. La precisione di Mcqueen è pressoché chirurgica. Al tempo stesso, però, è solo apparentemente fredda, perché capace in realtà di raggiungere esattamente le corde che dovrebbe toccare. Per usare una definizione non mia, ma calzante come poche, “un ghiaccio che provoca ustioni di terzo grado”.
Dietro la macchina da presa, poi, Mcqueen mostra una tecnica davvero invidiabile, girando, tra le altre cose, uno scambio di 17 minuti senza stacchi. E non uno scambio dai tempi lenti e riflessivi, tutto il contrario. Assolutamente enorme. Per far ciò non poteva non servirsi di attori all'altezza e infatti Fassbender, al di là della dieta che lo ha reso carne ed ossa, è praticamente inattaccabile.

Da vedere e rivedere. E poi da vedere di nuovo. (Qui la recensione)


1) "Dead Man's Shoes" (Cinque Giorni di Vendetta - 2004)

Che le pellicole di Meadows in classifica siano due non è certo un caso. È il regista che ha dato di più al nuovo cinema inglese e che è riuscito a farlo uscire dai confini nazionali. Quando vidi "Dead Man's Shoes" rimasi allibito, era la prima volta che osservavo quei tratti registici, che delineano poi la parentesi cinematografica, fortunatamente ben lungi dall'essere chiusa, di cui si sta parlando. 90 minuti che definire potenti sarebbe assai riduttivo. Tanto semplice quando diretto, tanto scarno quanto devastante. Ad oggi il miglior Meadows in assoluto, in grado di unire uno stile quasi antispettacolare alla finzione filmica più coinvolgente; l'empatia è infatti totale e il ritmo non permette di prendere fiato, e non perché "DMS" sia solo azione, ma perché le parentesi più introspettive che si alternano durante la narrazione alle altre riescono a scatenare un'emotività tale che si ci dimentica di farlo.
La regia del cineasta inglese è perfetta, così come la costruzione delle singole sequenze, con un finale che sfrutta il colpo di scena in una maniera tale che il cinema statunitense odierno, in blocco, dovrebbe tornare tra i banchi di scuola e prendere nota. Fanno parte della perfetta costruzione, oltre a regia, fotografia, musiche e montaggio, ovviamente anche gli attori, che offrono una prova scandalosamente ottima. Considine, si sa, è tagliato per fare il matto, ma cosa combina Toby Kebell nell'intepretare il fratello di Richard è impressionante, da un paio di oscar almeno.

Una pellicola impeccabile, semplicemente non le si può dir nulla.
 


giovedì 26 gennaio 2012

"Tyrannosaur"


TYRANNOSAUR (2011)





Regista: Paddy Considine

Attori: Peter Mullan, Olivia Colman, Eddie Marsan

Paese: UK


Più volte si è scritto in questo blog, finanche alla ridondanza, di un nuovo cinema britannico capace di mostrare una vitalità inesauribile. Sforna e centra pellicole del tutto simili nello stile, seppur innegabilmente personali, ad un ritmo martellante, tanto che tra di essi di capolavori se ne contano più d'uno. Si è scritto del loro essere potenti, del loro stile più o meno ricercato ma sempre brutalmente diretto, non essendo tuttavia mai spettacolare. Si è scritto del loro essere viscerali. “Tyrannosaur” può piacere, può al contrario non convincere fino in fondo, certo è che conferisce a quel “viscerale” un peso se possibile ancora maggiore. L'esordio alla regia dell'attore reso famoso da Shane Meadows, e che a quest'ultimo ha però con le sue interpretazioni abbondantemente restituito il favore, è praticamente solo cuore. Non che non possa dirsi riuscito sotto gli altri aspetti che interessano la costruzione di un film, ma quella poltiglia di cuore, rabbia e asfissia vomitata sistematicamente dalla pellicola tende a far passare tutto il resto in secondo piano. 


Sarebbe interessante individuare con maggior precisione quali siano i fattori che stanno tratteggiando del Regno Unito un volto simile; tale da spingere più di un regista a mostrare il lato ferito dei suoi protagonisti e sullo stesso ad insistere. Il Joseph (Peter Mullan) di Considine non è diverso. È un uomo che sembra ormai andato a male, esteticamente quanto interiormente. Beve fino a perdere il controllo, e se non beve il controllo lo perde comunque in altra maniera. Oltre al suo cane non ha nessuno, non più. Un giorno come un altro, in preda ad una disperazione dalla quale non prova neanche più a fuggire, si nasconde in un negozio, quello di Hannah.

Affinché sia chiaro immediatamente chi possa essere Joseph, quale sia il suo inferno e quanto possa risultare maleodorante, il regista nel giro di appena qualche sequenza lo inquadra all'esterno di un bar, ubriaco e delirante; il cane non si muove, o comunque non come nei suoi deliri vorrebbe che si muovesse, si sfoga su di lui, lo prende a calci, gli rompe le costole e lo uccide. Difficile pensare che questa del cane sia una una scelta come un'altra; è infatti l'animale più fedele, quello che resta al tuo fianco in ogni caso, l'unico probabilmente che non ha mai fatto da soggetto al verbo “abbandonare”. Il protagonista, ciononostante, gli riserva quel trattamento. Allontana nel peggiore dei modi l'unica cosa che ancora era capace di stargli affianco. Joseph, del resto, ferisce e allontana chiunque, anche se stesso. È ridotto a un cumulo di macerie ardenti, vuole bruciare qualsiasi cosa gli capiti a tiro, vive ormai da anni in cattività. È un essere umano detestabile, che si nasconde impaurito quando il pericolo lo guarda in faccia e lo assale con antitetica ferocia non appena quello gli volta le spalle. Si dispera per se stesso, cerca conforto, sembra pentito, ma qualche ora dopo ricomincia. 


Considine inquadra anche tutto il resto, ciò che c'è intorno a Joseph. E l'aria che si respira, lì, non è meno pesante. È una difficoltà reale – sociale ed economica – che diviene un male esistenziale al quale chi abita zone simili a quella in cui è ambientata la pellicola non riesce a reagire. Lo accetta con rassegnazione e da esso si lascia plasmare e sfinire. Il regista britannico, tuttavia, alza il tiro. Il male di cui parla non è confinato ad una zona, o ad una qualche appartenenza sociale. Attraverso Hannah, infatti, “la voce alta e forte” della pellicola - come l'ha definita lo stesso Considine – diviene anche quella di uno status sociale che sembra immune al problema solo in apparenza e solo perché tiene il suo malessere, per quanto possibile, all'interno delle proprie case. Ma è sufficiente una sequenza, una soltanto, a dimostrare che quel malessere è uno e unico: espressioni differenti, ma stessa potenza distruttiva. Si annida nelle crepe di un umanità che zoppica vistosamente e che non reagisce, anche se potrebbe farlo, anche se potrebbe almeno provarci.
Tyrannousaur”, non a caso, scava in continuazione alla ricerca di un'umanità che per quanto nascosta non può svanire. La cerca sistematicamente in Joseph, vuole accostarla a quel suo essere sgradevole, vuole renderla una spinta verso la reazione. Lo fa già nella scena iniziale sopra descritta: la violenza è seguita dal senso di colpa di un uomo distrutto che riporta a casa un cane morente, il suo. Inquadra quindi quella di Hannah, il cui inferno non ha nulla da “invidiare” a quello di Joseph. Anche lei non reagisce, anche lei si lascia logorare, ma la sua di umanità non va cercata, è palese, tanto da risvegliare lentamente anche quella da tempo sopita di Joseph. Disperazione che aiuta altra disperazione e che a sua volta si lascia aiutare.

Di viali illuminati dal sole e alberi in fiore su cui camminare abbracciati e suggellare la propria rinascita in “Tyrannosaur”, però, non ce ne sono. Il cambiamento qui è doloroso, fa più male di quanto visto prima e i sentimenti tra i due non sono neanche lontanamente sufficienti a renderlo concreto. Il sacrificio richiesto ad entrambi è enorme: è nel volto insanguinato di un Joseph che realizza di poter decidere che può bastare; è nel volto di una Hannah completamente distrutta e nuda al cospetto di se stessa; è nella consapevolezza di aver fatto finalmente qualcosa, giusto o sbagliato che sia: "They all think it, but I do it - that's the difference between you and me and the rest of the world".


Peter Mullan sembra assorbire il personaggio con tutte le sue storture e i suoi dolori – forse perché lui per primo non ha il passato più roseo della storia – al punto di offrire un'interpretazione così intensa e vibrante che la si può solo ammirare in un rispettoso silenzio. Lo stesso andrebbe fatto con l'interpretazione di Olivia Colman, di cui anche solo una parentesi, quella descritta qualche riga più sopra, basterebbe per almeno altre cinque pellicole. E infine Considine, che si mette per la prima volta dietro una macchina da presa e si comporta con un regista dall'esperienza decennale. La sua è una regia calibrata, semplice e diretta, illuminata da una fotografia che rende tanto il gelo quanto il calore di un racconto che ricalca i lineamenti di uno stile cinematografico del quale “Tyrannosaur” entra di diritto a far parte.


martedì 13 dicembre 2011

"Ratcatcher"

-
RATCATCHER (1999)





Regista: Lynne Ramsay

Attori: Tommy Flanagan, Mandy Matthews, William Eadie

Paese: UK



Si torna a parlare di cinema britannico e più precisamente della Glasgow anni '70, raccontata più tardi anche da Peter Mullan in “Neds”. Di quanto la città fosse difficile si era già scritto, tuttavia laddove Mullan alza il tiro inquadrando più fattori e ampliando lo sguardo, la Ramsay non distoglie l'occhio della telecamera dal suo giovane protagonista e dallo slum in cui vive.
La depressione economica e sociale della capitale scozzese si riversava in ogni famiglia come in ogni quartiere, ed anche quindi su quello già degradato e povero inquadrato dalla pellicola. Un quartiere sporcato ulteriormente dai sacchi di spazzatura accumulatisi sotto le abitazioni in seguito allo sciopero dei netturbini e dai bambini che su quei sacchi ci giocano, scovando e ammazzando topi presenti ormai ovunque. Non è nuova l'attenzione del cinema britannico verso quadri simili e non è un caso che anche questo “Ratcactcher” riesca a far arrivare in maniera forte lo stato socio-emotivo raccontato.


La pellicola è di genere solo in apparenza. La storia di James (William Eadie), del senso di colpa per aver accidentalmente ucciso un suo compagno, delle sue giornate e delle sue speranze è solo la maschera di una descrizione umana ancor più che estetica del peso del degrado sulla percezione della vita. Non è infatti neanche una pellicola di (de)formazione perché manca di fatto una diegesi filmica lineare capace di tracciare una storia individuabile. Una storia, oltretutto, che giustifichi emotivamente un scelta finale così forte, che è sì in linea con la denuncia ma che non appare come una tappa credibile di un percorso appena scalfito.
Risiedono qui sia l'aspetto più riuscito sia quello più debole della pellicola. Ogni qualvolta Ramsay inquadra la famiglia, una parentesi che vede protagonista James, il suo giocare tra i sacchi d'immondizia, in realtà inquadra la situazione generale in cui vivono tutte le famiglie all'interno dello slum. Si ha l'impressione che James sia una sineddoche attraverso cui raccontare il tutto, e in questo senso “Ratcatcher” riesce pienamente nel suo intento.
Si respira lo stesso fetore, ci si gratta la testa quando i protagonisti lo fanno per liberarsi dei pidocchi, si avverte la malinconia di uno dei cieli più plumbei e ci si sente costretti in una prigione da cui il protagonista si allontana qualche ora solo con la consapevolezza di ritornarci. Una costrizione che La Ramsay tiene particolarmente a sottolineare e a trasmettere. I primi e primissimi piani sul protagonista non si contano e le inquadrature più larghe non propongono mai uno spazio visivo troppo vasto – eccezion fatta per “l'ora d'aria” che James si concede quando si dirige verso le nuove case in costruzione. Nelle inquadrature all'interno dell'appartamento quest'aspetto raggiunge poi il suo apice, insieme all'asfissiante presenza di un padre (Tommy Flanagan) non in grado di non maltrattare suo figlio.
Riflessioni del tutto simili possono farsi nell'analisi della fotografia, che segue a ruota il cielo grigio di Glasgow e assume tonalità assolutamente spente. Tonalità che vestono una regia con la quale condividono gli intenti, restituendo un quadro freddo, rassegnato e privo di speranze.


A non funzionare, per contro, è invece il racconto in sé, quello propriamente inteso. La struttura narrativa, si scriveva, è appena percettibile. Si limita a raccontare una giornata tipo di un bambino alle prese con una simile realtà, non andando a fondo. Il limite non sta tanto nel cosa quanto nel come viene raccontato; molte pellicole dicono tanto senza dire nulla, ma purtroppo non è questo il caso. La struttura emozionale del giovane protagonista è quasi inesistente, il senso di colpa non viene elaborato come si sarebbe dovuto, il peso del quartiere lo si avverte sulla gente che lo abita ma della personale percezione dello stesso da parte di James nessuna traccia. Come del resto l'intera parentesi in cui si avvicina alla ragazza. Quest'ultima allo stesso modo comunica una delle sfaccettature di uno stato d'animo comunque generale, tanto che l'interazione tra lei e James è assolutamente priva di peso all'interno della sceneggiatura. Ogni sequenza che appare sullo schermo non riesce ad incastrarsi in una struttura riconoscibile che non sia appunto quella descritta in precedenza e relativa al generale e non al particolare.

Si resta indifferenti, quindi, verso un protagonista, e verso una storia, che non permette di creare empatia alcuna, che è poi anche una delle debolezze peggiori che un film possa mostrare. E a sottolineare ulteriormente quanto poco la regista scozzese si sia concentrata sul soggetto per rendere al meglio lo sfondo, la scelta di optare per attori non professionisti. Rendono infatti la naturalezza ricercata dalla Ramsay nel comunicare una spensieratezza svanita in un'aria maleodorante e velenosa, ma non vengono al tempo stesso diretti in maniera tale da umanizzare il personaggio da loro interpretato.


martedì 6 dicembre 2011

"Neds"

-
NEDS (2010)





Regista: Peter Mullan

Attori: Peter Mullan, Conor McCarron, Joe Szula

Paese: UK



Walter Norval è stato uno dei volti più famosi del crimine organizzato sviluppatosi negli anni '70 a Glasgow. Si fece un nome nelle gang che al tempo avvelenavano la città scozzese. Venne poi condannato. Quando uscì di prigione, nel 1967, si trovò davanti uno scenario del tutto diverso:

"When I came out of the jail I realised we had been stupid before, that we really should be going after the cash, while still guarding our districts." (Walter Norval)

Quella raccontata da Mullan è una storia che ha inizio nel 1972, quindi ben 5 anni più tardi, e che evolve in violenza e lotte metropolitane tra gang solo successivamente. Non parla, tuttavia, di quel crimine organizzato che ha poi portato alla ribalta Norval, resta fermo sulla parentesi temporale che delinea a tutti gli effetti una pellicola di formazione. Uno sguardo per niente documentaristico ma capace di informare allo stesso modo, di descrivere con puntualità e chiarezza il volto di una delle città più difficili del Regno Unito nel periodo in questo senso forse più rappresentativo. Uno scenario tossico e deviante al quale era difficile sfuggire, capace di attirare e incastrare in una rete di paura e rabbia.



È quanto accade a John Mcgill, il giovane protagonista della pellicola. Uno studente modello, intelligente e misurato, educato e a tratti goffo. Un padre alcolizzato e aggressivo ed una madre succube ma a suo modo forte. Una sorellina ed un fratello più grande, Benny, conosciuto e temuto tra le gang. È proprio a suo fratello che si rivolge John dopo essere stato aggredito e minacciato da un ragazzo. La risposta di Benny non si fa attendere: lo trascina di lì a poco sotto gli occhi di John per poi picchiarlo e deriderlo.

John inizia subito a respirare quell'aria velenosa di cui si scriveva. Già in questa prima sequenza c'è infatti un gesto particolarmente degno di nota che Benny rivolge al fratello. Prima di lasciare andare il ragazzo alza il pollice riproponendo il classico gesto con cui si chiede se concedere o meno la pietà. John osserva la scena dalla finestra, si trova quindi in una posizione di superiorità anche in termini prettamente fisici. In quel momento gli viene concesso di assaporare un potere per quell'età assai seducente e che contribuirà a spingerlo verso il percorso che Mullan gli mette davanti. Il clima nella Glasgow di allora viene descritto dal regista scozzese come fin troppo pesante per un ragazzino, perché pericoloso ed isolante. Non a caso la formazione di John viene provocata con brevi episodi capaci di solleticare quella parte corrotta che sembra abitare in ognuno dei ragazzi cresciuti in un ambiente simile.      
Quella di Mullan infatti non è solo una descrizione passiva del periodo. Al contrario, la pellicola è di denuncia, oltreché di formazione. Individua molteplici fattori alla base della crescita “sbagliata” dei ragazzi di allora, non limitandosi però a suggerirne la colpevolezza ma esplicitandola e rimarcandola più e più volte, con un'insistenza quasi rabbiosa. Il racconto è quanto mai viscerale, questa volta non semplicemente perché in linea con lo stile tipico della nuova ondata cinematografica inglese, ma perché personale, sentito, in parte autobiografico. L'infanzia del regista, come quella di John, è stata segnata dalle gang e da un padre assente e alcolizzato. Non è un caso che una delle colpe più esplicite e forti vengano individuate all'interno del nucleo familiare.



Quella del padre, infatti, è una figura che contribuirà fortemente a trascinare John nel vortice di violenza nel quale si ritroverà ad annaspare, seppur inizialmente sembra avere un ruolo marginale, sembra essere una figura al quale il resto della famiglia è ormai rassegnata. Solo in seguito Mullan farà esplodere la potenza corrosiva di una figura paterna capace di insinuarsi in ferite già aperte e bruciare fino a destabilizzare. Le affiderà un ruolo cruciale, tanto da avvertire chiaramente una sorta di reazione dello stesso Mullan pulsare sotto quella del protagonista, quasi stesse scacciando in maniera definitiva fantasmi esorcizzati attraverso lo strumento filmico.
Come si accennava, per l'appunto, molta della forza della pellicola sta proprio nella conoscenza personale di quanto raccontato. Che è poi anche la ragione per la quale la stessa riesce a restituire una ricostruzione del periodo assai notevole. È un aspetto, questo, essenziale per la credibilità e la capacità di una pellicola di coinvolgere e trasportare in contesti e geografici e temporali differenti. Si veda “This is England”, sia il film che la miniserie, dirette comunque da Meadows. Quella ricostruzione così fedele e viva è il collante e l'anima dell'intera pellicola. “Neds”, allo stesso modo, riesce per la sua intera durata a far respirare aria diversa, lontana almeno 30 anni.

Ad essere ricostruita e a divenire oggetto dell'invettiva di Mullan è anche il sistema scolastico del periodo, strutturalmente errato e deleterio per la formazione non solo culturale ma anche e soprattutto umana. "NED" era un acronimo usato ben prima degli anni '70 ma che si è imposto in maniera definitiva solo durante gli stessi; un acronimo offensivo e superficiale il cui uso, infatti, è stato oggetto di polemiche. “Non Educated Delinquent” è una definizione errata perché retta dal presupposto secondo il quale la delinquenza adolescenziale scozzese era figlia di limiti e mancanze culturali. Non è un caso che Mullan la distrugga immediatamente delineando un protagonista fin troppo educato, intelligente e capace. È proprio la scuola, al contrario, a contribuire alla distorsione caratteriale di John attraverso ghettizzazioni al limite del barbaro e differenze tracciate dagli stessi insegnanti. Ignoranza che dispensa cultura ai figli di una società altrettanto ignorante. A ritagliarsi il suo spazio, infatti, è anche la critica all'atteggiamento di quella generazione che ha lasciato in eredità ai loro figli lo scenario descritto e che continua a scavare i solchi che ne delineano gruppi sempre più soli e sempre più in lotta fra loro. Gli atteggiamenti classisti di chi crede di non far parte del problema e quelli nocivi di chi quel problema non sa affrontarlo.



Non si può, tuttavia, non considerare anche quelli che sono gli aspetti negativi della pellicola. Aspetti davvero evitabili e così fuori dal contesto da essere facilmente individuabili. E facilmente evitabili. Infatti è davvero un peccato che Mullan si sia lasciato prendere così tanto la mano girando scene ora surreali ora forzate che minano sensibilmente una pellicola peraltro già limitata da qualche lungaggine di troppo. È un peccato perché ciononostante la pellicola può dirsi assolutamente riuscita e al netto dei difetti appena descritti sarebbe entrata di diritto tra le pellicole più rappresentative della new wave britannica. Considerazione che in realtà si rischia comunque di far propria nei secondi che seguono una sequenza conclusiva metaforica e meravigliosa.


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...