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domenica 27 novembre 2011

Santissima Trinità, parte 3: "The Big Bang Theory"

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THE BIG BANG THEORY (2007)





Creatori: Chuck Lorre, Bill Prady

Attori: Kaley Cuoco, Johnny Galecki, Jim Parsons, Simon Helberg, Kunal Nayyar

Paese: USA



Concludiamo l'analisi delle tre migliori sit-com in circolazione – sempre nell'ottica di scrive, chiaramente - con quella ideata da Lorre e Prady. È ora in onda la quinta stagione ed è difficile che si prospetti una fine in tempi brevi, considerando che lo share statunitense si assesta su livelli decisamente alti, tanto da essere superiori anche a quelli di "Modern Family" e "How I Met Your Mother", che, come ho già scritto in questa sede, in un'ottica d'insieme sono anche più riuscite.
Un dato utile per capire ed introdurre la caratteristica distintiva di BBT. Più volte infatti si è scritto quanto sia importante che una sit-com non si limiti a far ridere, tralasciando l'aspetto emotivo. Quella analizzata, tuttavia, l'aspetto emotivo non lo considera neanche lontanamente, non sembra preoccuparsene. In 5 stagioni non si sperimenta avvicinamento alcuno ai protagonisti; quello tra gli stessi e lo spettatore è un distacco netto e totale. Come anche tra lo spettatore e l'intreccio. Non si ha interesse nel prosieguo della storia, è irrilevante se e quando due personaggi torneranno insieme, le svolte lavorative di un altro, né le dinamiche, più in generale, che segnano la vita dei protagonisti. L'unico motivo per cui questi aspetti risultano interessanti è perché strettamente correlati a parentesi comiche. Tutta la sit-com, in realtà, è impostata in maniera tale da puntare unicamente sulla comicità. A partire da storia e personaggi.

Due nerd, Sheldon (Jim Parsons) e Leonard (Johnny Galecki), coinquilini. Estremamente capaci nel loro campo e non a caso realizzati in ambito lavorativo. Come è giusto che sia, però, questa loro capacità si contrappone all'assoluta incapacità di interagire col sesso femminile e con la vita al di fuori delle loro quattro mura. La classica bionda, bella ma ignorante, Penny (Kaley Cuoco) si trasferisce nell'appartamento affianco a quello dei due nerd, generando difficoltà comunicativo-comportamentali non indifferenti. Ai due nerd, inoltre, se ne aggiungono altri due, Howard (Simon Helberg) e Raj (Kunal Nayyar).


É chiaro abbastanza, dando un'occhiata alla trama, e ancor di più dopo aver conosciuto singolarmente i vari personaggi, quanto si scriveva poco sopra, ossia quell'impostazione principalmente indirizzata alla ricerca della gag. L'atipicità della serie sta proprio nel fatto di essere comunque tra le migliori pur non rispettando quanto ripetuto praticamente in ogni post sulle sit-com scritto fino ad ora, ossia il cercare anche un livello seppur minimo di coinvolgimento. La spiegazione è in realtà semplice: il livello di comicità è davvero notevole, a tratti geniale, tanto da essere in grado di sostenere l'intero prodotto senza difficoltà, o quasi. Sì perché nel momento in cui quella comicità non è efficace o non al pari dei livelli standard proposti, la singola puntata si setta su livelli assai poco convincenti, non avendo nient'altro da offrire. Da considerare, in tal senso, anche il fatto che dopo più stagioni alcune linee tipiche di un personaggio divengono prassi e non divertono più quanto prima. Strappano al massimo qualche sorriso, e alla quinta stagione neanche quello (un esempio su tutti, gli urli animaleschi della madre di Howard).
Anche le situazioni in cui si ritrovano i protagonisti sono nella maggior parte dei casi assolutamente classiche, quindi non divertenti in sé, come accade in altri prodotti. Tutta la comicità, in sostanza, è pertanto affidata ai dialoghi e alle caratteristiche di personaggi ben delineati nel loro differenziarsi. Tuttavia ci si ritrova anche in questo caso a dover operare un'ulteriore scrematura al fine di individuare cosa realmente funzioni, cosa realmente risulti divertente. Personaggi come Leonard, Howard, Raj e Penny, infatti, raramente riescono a generare linee e parentesi di un livello pari a quello descritto in precedenza, ossia quello che rende la serie così riuscita. Anche nel loro caso non può, infatti, non considerarsi il fattore tempo. Se inizialmente divertono, seppur moderatamente – al netto di parentesi ben più riuscite se prese singolarmente – già alla seconda stagione la loro comicità non è più sufficiente perché ripetitiva. È quanto accade, del resto, anche con i personaggi introdotti nelle stagioni successive e diventati poi parte integrante del cast, ossia Bernadette (Melissa Rauch) ed Amy (Mayim Bialik). Quest'ultima, in particolare, è identica a Sheldon, fatte salve alcune differenze, e la sua presenza risulta spesso ridondante.


La punta diamante di BBT, ciò che rappresenta un buon 70% della stessa, è Sheldon Cooper, splendidamente interpretato da Parsons. Un fisico teorico affetto dalla Sindrome di Asperger, geniale ma incapace di comprendere dinamiche sentimentali ed emozionali. Questo presupposto genera una potenzialità comica enorme, tanto da trascinare, si scriveva, l'intera puntata. Arrogante, privo di tatto, molesto e fastidioso pur senza rendersi conto fino in fondo di esserlo. Coltiva passioni smisurate – altro aspetto tipico della sindrome da cui è affetto – verso cose apparentemente prive di fascino, come i treni - non è un caso che una delle puntate migliori veda appunto Sheldon in un treno. Vanta uno spettro invidiabile di fobie, smisurate per definizione, e si distingue anche per il suo essere mammone: un uomo che comprende l'universo e le sue dinamiche entra in crisi per un'influenza, al punto di dover chiamare la madre (altro personaggio riuscito) perché lo accudisca; ne riconosce l'autorità tanto da essere sgridato come si sgrida un bimbo di 5 anni. I dialoghi migliori sono ovviamente affidati a lui, che mischia nozioni di fisica con dinamiche di vita reale, spiegando queste ultime con le prime e dando vita a scambi singolari e spesso geniali. E poi storture comportamentali di ogni tipo che contribuiscono a dare sostanza ad ogni episodio.


Se BBT avesse puntato anche su altro sarebbe probabilmente stata di un livello ancora superiore. O potrebbe essere vero anche il contrario, ossia che la comicità della stessa avrebbe lasciato parte del suo spazio ad altro, quindi è bene non rischiare e tenercela così com'è, considerando il fatto che quando l'episodio riesce, il livello di comicità, per l'appunto, è altissimo.


venerdì 25 novembre 2011

Santissima Trinità, parte 2: "How I Met Your Mother"

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HOW I MET YOUR MOTHER (2005)




Ideatore: Carter Bays, Craig Thomas

Attori: Josh Radnor, Jason Segel, Cobie Smulders, 
            Neil Patrick Harris, Alyson Hannigan

Paese: USA



How I Met Your Mother”, è bene specificarlo fin da subito, è ciò che ha portato la situation-comedy su altri livelli. Inizia nel 2005 e si impone immediatamente, prima con un aspetto comico francamente irresistibile e poi con una capacità di creare empatia neanche sfiorata da altre sit-com. Ha proposto qualcosa di così riuscito da far sentire autorizzati a pretendere da un prodotto televisivo di questo tipo risultati ben maggiori. Tante le sit-com sviluppatesi in maniera parallela, o quasi, ad essa ma nessuna, è parere di chi scrive, è mai riuscita neanche solo a minare il primato di HIMYM. E le stagioni sono 7, non due. E ogni stagione ha in media 22 puntante. Sono più di 150 episodi e al di là di qualche comprensibile calo – ma bisognerebbe ridimensionare il termine in questo caso, e di molto – il livello resta alto. Continua anzi, di tanto in tanto, a sfornare puntate memorabili, roba che non ci si aspetta di certo dopo intere stagioni in cui gli sceneggiatori hanno sviscerato storia, comicità e personaggi.


La storia. È classica, ovviamente, niente di particolare. Un padre, Ted Mosby (Josh Radnor), che racconta ai propri figli la storia di come ha conosciuto la loro madre, ripercorrendo il tempo passato con i suoi amici di sempre. Ogni puntata è impostata come un flashback e racconta avvenimenti del tutto distanti, è chiaro, dall'incontro tra Ted e la donna della sua vita; riguardano invece un gruppo di amici che si ritrovano in situazioni di vita per l'appunto classiche.
È proprio il modo di raccontare quelle situazioni a rendere così valida la serie. Vengono intrecciate in maniera sistematica, fino a sfumare perfettamente l'una nell'altra, comicità e spessore introspettivo. Non si può fare a meno di avvicinarsi ai personaggi e provare un coinvolgimento emotivo quasi impossibile per una sit-com. Dopo averla seguita per sette stagioni si ha, guardando indietro, la sensazione di conoscere i personaggi come si conosce un vecchio amico. Ogni puntata, infatti, non solo è un flashback, ma trasmette la sensazione di un flashback. Quella di un ricordo rivangato davanti ad una birra, magari nel solito bar, come quello in cui si ritrovano i protagonisti. E nel momento in cui i ricordi si accumulano la sensazione di conoscere a fondo loro e la loro vita è inevitabile, così come l'empatia di cui sopra come diretta conseguenza.
Racconti stracolmi di aneddoti, sempre nuovi ma mai distanti da quelli passati. Gli sceneggiatori mostrano una maestria impeccabile nel richiamare parentesi di puntate precedenti per poi mischiarle con situazioni nuove - lo “Slapsgiving”, per esempio, è meraviglioso. Il risultato in termini di continuità è enorme e ogni volta non ci si ritrova davanti semplicemente un altro episodio, ma un altro capitolo della vita dei protagonisti. Ed è proprio della vita, si diceva, che si parla, quella di tutti i giorni, fatta di speranze, delusioni, amicizia, cambi di rotta, porte chiuse definitivamente e porte riaperte, amori, tradimenti, errori e rimpianti. Vengono affrontati in maniera per niente superficiale ma sempre leggera. È il dualismo di cui si scriveva, che non viene mai meno. Come non viene mai meno quel continuum emotivo che permette, sul lungo periodo, di riconoscere e comprendere reazioni e atteggiamenti.


E poi però c'è l'aspetto comico. HIMYM diverte come poche sit-com riescono a fare. Sfrutta, in questo senso, tutto ciò che può sfruttare. Dagli aneddoti gonfiati ai dialoghi, dalle linee ricorrenti alle sfaccettature dei singoli personaggi. Quest'ultimi rappresentano ovviamente, come in ogni sit-com, il nucleo dell'intero prodotto. Studiati e delineati alla perfezione, fra loro differenti e riconoscibili, generano parentesi e scambi meravigliosi. Nessuno viene scavalcato da nessuno, ogni personaggio ha il suo spazio, essendo ben calibrata la loro presenza sullo schermo e nella storia. Ad essere ben gestiti, inoltre, sono le interazioni tra comicità completamente differenti: quella di Robin (Cobie Smulders), indipendente ma non troppo, terrorizzata dagli impegni sentimentali, canadese e amante delle armi; quella di Marshall (Jason Segel) e Lily (Alyson Hannigan), insieme praticamente da sempre, completamente in sintonia, più tradizionali ma bambinoni, e da sempre amici di Ted; quella di Ted, appunto, sognatore e tradizionalista al punto da far apparire Lily e Marshall del tutto fuori dal comune, in cerca della classica favola con annessa anima gemella. E Barney Stinson (Neil Patrick Harris), esageratamente divertente. Ad oggi, insieme a Sheldon Cooper (“The Big Bang Theory”), il personaggio più riuscito di sempre, in ambito sit-com e comicità. Un latin lover sopra le righe, egocentrico e narcisista, calcolatore e quanto meno fantasioso nell'architettare piani per raggiungere i suoi obiettivi (nel 90% dei casi consistenti nel portarsi a letto una donna). Basti pensare che una puntata intera, peraltro una delle migliori, è dedicata alle più astruse tecniche di conquista da lui inventate: “The Playbook”.
Non è solo il suo personaggio, tuttavia, ad essere esagerato. Anche gli altri, così come gli aneddoti raccontati, lo sono colorando ogni puntata di una comicità che rasenta il surreale. Come in “The Fronch Port”, per esempio, episodio in cui le varie comicità si intrecciano magnificamente e la cui ascesa al climax rende un'impresa smettere di ridere.
Fondamentali, in questo senso, anche le interpretazioni. Le prove degli attori, tutti, sono inattaccabili – l'unico che sembra convincere meno è forse proprio Josh Radnor ma con l'andare delle stagioni questa sensazione svanisce – così come la direzione degli stessi. Sono così affiatati, ormai, che i bloopers riescono a divertire quanto le puntate. “True story”, per dirla con Barney.


Una sit-com riuscita sotto tutti gli aspetti, insomma, che, riuscendo a proporre un livello simile dopo 7 stagioni, sembra inarrestabile. Ed è un bene che sia così, dato che non c'è voglia alcuna di farne a meno. È parere di scrive, penso si sia capito, che sia la migliore in circolazione e non darle una possibilità sarebbe una cosa notevolmente stupida.

(Da vedere necessariamente in lingua)


martedì 22 novembre 2011

Santissima Trinità, parte 1: "Modern Family"

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MODERN FAMILY (2009)




Ideatori: Christopher Lloyd e Steven Levitan

Attori: Ed O'Neill, Sofía Vergara, Julie Bowen, Ty Burrell, 
             Jesse Tyler Ferguson, Eric Stonestreet

Paese: USA



La santissima trinità delle sit-com, ne abbiamo già parlato: “How I Met Your Mother”, “Modern Family” e “The Big Bang Theory”, in ordine di importanza. MF, infatti, ha a mio avviso scavalcato BBT per le ragioni scritte nel post dedicato ad “Arrested Development”. Al contrario delle altre due a BBT manca l'intenzione di avvicinare quanto raccontato ai personaggi, seppur in maniera “superficiale” e “semplice”. Le virgolette sono d'obbligo, chiaramente, dato che avvicinare con a disposizione solo 20 minuti a settimana lo spettatore ad un prodotto leggero ed ironico per definizione non è affatto semplice. Il riuscire o meno a farlo rappresenta una discriminante da cui non si può prescindere nella valutazione di una situation comedy. BBT è un caso a parte; pur non riuscendoci ha delle linee comiche così forti ed originali da imporsi ugualmente, anche se non su prodotti che oltre ad una linea comica riuscita hanno dalla loro anche quella lieve empatia verso storia e personaggi di cui si scrive. 


Moden Family” è stata una rivelazione. Non avrei scommesso un centesimo su di essa e non a caso pur ritrovandomela in rete un giorno si e l'altro pure non pensavo neanche lontanamente alla possibilità di darle un'occhiata. Non sembrava particolarmente accattivante, l'idea non così originale e francamente non rientrante in quelli che generalmente sono i miei gusti: una famiglia allargata fino ad 11 componenti: Phil e Claire Dunphy con i loro tre figli; Mitchell e Cameron, coppia gay con una bambina vietnamita adottata; Jay (padre di Claire e Mitchell) e Gloria, con il figlio (di lei) Manny. Poi mi è stata insistentemente consigliata e ho provato a darle quell'occhiata di cui sopra. Un'occhiata rivelatasi fulminante perché “Modern Family” è semplicemente stupenda. 

Il solo riuscire a gestire così tanti personaggi la rende degna di nota. È già un'impresa farli convivere, far convivere le loro comicità e ancor prima renderli comici. Inventare, quindi, 11 comicità diverse, nonché 11 personalità credibili. Figuriamoci farli muovere, poi, in un tempo ristretto e addirittura riuscire nell'intento di non far ridere e basta, ma di inserire quelle riflessioni affettuosamente sciocche attraverso cui parlare della vita in maniera estremamente leggera. Lloyd e Levitan non solo riescono a farlo, ma riescono a farlo decisamente bene. Mai nessun personaggio è troppo in ombra, gli aspetti comici non sono ridondanti, se non per scelta, e le personalità non si sovrappongono perché tutte diverse e ben definite.
A rendere ulteriormente divertente il prodotto la scelta del mockumentary, impostasi negli ultimi anni nel cinema come nella tv. I genitori delle tre famiglie si ritrovano durante la puntata a spiegare i loro atteggiamenti davanti alla telecamera, a mo' di intervista e l'aspetto paradossale è che queste sequenze sono in assoluto tra le più divertenti. Le singole personalità, infatti, non solo non si spogliano di quella comicità magari legata all'avvenimento in sé, quella del momento, ma davanti alla telecamera vengono addirittura accentuate, perché accentuati a loro volta problemi, differenze e difetti nella e della coppia - si tenga conto, volendo fare un esempio, che Gloria è una donna colombiana esageratamente sensuale e che Jay è invece un uomo con figli già adulti e decisamente americano. La scena qui in basso dovrebbe far capire a cosa ci si riferisce.


È necessario, si scriveva, che non vi siano personaggi in ombra o comunque troppo defilati, sì da evitare di minare quell'equilibrio su cui una sit-com di questo tipo ha bisogno di reggersi. Ciò, tuttavia, non significa che non vi siano personaggi che si distinguono maggiormente, sarebbe impossibile. Personaggi che diventano, di fatto, il volto della serie. Nel caso in specie a ricoprire il ruolo sono senza dubbio Cameron e Phil.
Cameron (Eric Stonestreet) è una meraviglia già solo per la sua fisicità da ragazzo allevato in campagna. Un omone che se ne va in giro con camicie floreali ora color rosa, ora viola, magari gialle o sul celestino andante. Un uomo che rivendica con forza e vanto le sua educazione bucolica tra trattori e pecore che però disquisisce di personaggi maschili affascinanti nel cinema con altri amici gay. Un uomo passionale al punto di divertire ogni volta che appare sullo schermo; tanto passionale da innervosirsi come MAI nella serie per non essere stato coinvolto dal suo uomo in un flash mob. Cioè, un flash mob. Uno spasso. Davvero non può apparire sullo schermo senza far ridere.
E poi c'è lui. Il Barney Stinson (o lo Sheldon) di “Modern Family”. Phil Dunphy (Ty Burrell) è uno dei personaggi più divertenti di sempre. È anche il primo, però, a non risultare tale fin da subito. La sua comicità non è data tanto dalla sua idiozia, infatti, quanto da piccoli particolari che rendono solo in un secondo momento quell'idiozia irresistibile. Sono gli sguardi, ha degli sguardi assurdi. Nelle finte interviste non lascia una espressione senza adottarne un'altra ancora più stupida della precedente. Burrel è strepitoso nell'interpretare il personaggio. Dopo averlo imparato a conoscere, è sufficiente che si aggiri per la casa, perché si rida, magari anche inspiegabilmente. Si sa, infatti, che di lì a breve farà un'idiozia. E puntualmente la fa. Un macchina comica impressionante.

Anche gli altri personaggi, è bene precisarlo, sono eufemisticamente riusciti ed interpretati perfettamente. Da Claire (Julie Bowen), insicura e maniaca del controllo, a Gloria (Sofia Vergara), apparentemente ingenua, legata a discutibili tradizioni colombiane e dall'accento, oltreché dal timbro, più ridicolo in circolazione; da Jay (Ed O'Neill), alle prese con la differenza tra la sua età e quella della compagna, ruvido ma non troppo, a suo figlio Mitchell (Jesse Tyler Ferguson), a sua volta alle prese con il controllo, oltreché con i traumi da gay in fasce. Non sono da meno i 4 figli, anche loro ottimamente caratterizzati. 


Se ancora non l'avete vista, magari per dubbi simili ai miei, non mostratevi idioti come Phil e procuratevela all'istante.


venerdì 4 novembre 2011

"Arrested Development - Ti Presento i Miei" - Recensione

ARRESTED DEVELOPMENT (2003-2006)




Ideatore: Mitchell Hurwitz

Attori: Jason Batheman, Portia de Rossi, Will Arnett, Tony Hale,
           Jessica Walter, Jeffrey Tambor

Paese: USA


Guardarsi intorno e scovare sit-com interessanti negli ultimi anni è impresa assai ardua. Non perché non ve ne siano, ma perché ogni nuova proposta si scontra, e spesso il risultato è per quest'ultima disastroso, con un confronto ormai inevitabile. È tendenzialmente impossibile, infatti, resistere al paragone con situation comedy che nell'ultimo periodo si sono imposte come linee guida all'interno di quel sottoinsieme televisivo del quale fanno parte. Si sta parlando, è chiaro, di “The Big Bang Theory”, “Modern Family” e “How I Met Your Mother”. Quest'ultima, nello specifico, è tale che se il valore di ogni nuovo prodotto fosse pari almeno alla metà del suo, potrebbe dirsi riuscito senza se e senza ma. Avere termini di paragone simili si traduce nel non accontentarsi di proposte televisive che altrimenti, in tutta probabilità, si sarebbero apprezzate in maniera sensibilmente maggiore. È quanto si scriveva nel primo post di questa sezione, per intenderci.
Ciononostante è fuor di dubbio che si sia ben lungi dal decesso della speranza e che, proprio in virtù della finestra sulle potenzialità dello strumento sit-com aperta dai titoli sopra citati, l'attenzione e la ricerca verso nuovi e vecchi prodotti sia più che mai pulsante. È esattamente questo lo spirito che mi ha portato a dare un'occhiata ad “Arrested Development”, in onda per la prima volta nel 2003, andata avanti per tre stagioni e poi sospesa.


Se si dovesse esprimere un giudizio in due parole non si potrebbe in nessun modo non definirla riuscita. Già solo il numero di personaggi che mette in scena e gestisce con notevole equilibrio basterebbe a dare l'idea del lavoro che c'è dietro. Una famiglia allargata che può vantare qualcosa come 12 componenti attorno ai quali ruotano almeno altri tre 3 personaggi, più o meno presenti. La famiglia Bluth, da sempre abituata a navigare nell'oro, perde tutto a causa dei traffici incredibilmente loschi di George Bluth (George Bush?) Senior che affonda l'azienda di famiglia e finisce in carcere. A prendere in mano, controvoglia, le redini della Bluth Company è Michael Bluth, l'unico figlio che sembra avvicinarsi a ciò che può essere definito normale, insieme al figlio George Michael. I restanti componenti, infatti, sono in parte idioti, in parte egoisti e in parte cinici, ma tutti, nessuno escluso, attaccati al denaro dell'azienda come un uomo in coma alle macchine che lo tengono in vita. Abituati al lusso e al non dover far nulla per ottenerlo, non lavorano e non concepiscono l'ipotesi di farlo, cercando quindi in tutti i modi di ottenere soldi raschiando il fondo dell'azienda e portando all'esasperazione Michael.

Con tali premesse a delinearsi in tempi davvero brevi è uno scenario i cui più riconoscibili tratti sono menzogna, cinismo e viscidume. Il livello degli stessi è così elevato da sfiorare prima ed oltrepassare abbondantemente poi il confine che segna lo sconfinamento nel surreale. La comicità della serie è praticamente tutta qui. Una figlia che sposa un uomo visibilmente scemo solo per andare contro sua madre; una madre, per contro, che per liberarsi del figlio, anch'esso scemo, lo fa arruolare a sua insaputa nell'esercito, in piena guerra; un figlio che cerca l'affetto del padre cercando di far decollare la sua carriera da prestigiatore, a 40 anni. Cose di questo tipo insomma. A rafforzare l'aspetto comico è il ritmo serrato al quale si alternano in ogni puntata le interazioni tra i vari personaggi, interazioni che seppur prese singolarmente è difficile non presentino una linea per l'appunto comica. Ad essere serrati, di conseguenza, sono anche i dialoghi. Normalmente nessuna sit-com prescinde da una quantità considerevole degli stessi, come è giusto che sia, ma va detto che “Arrested Development” in questo senso si distingue in maniera particolare.


Questo aspetto, tuttavia, è al tempo stesso sintomo di un difetto che sul lungo periodo non può non agire negativamente sulla fruibilità. Già durante la seconda stagione infatti, ma anche prima, si avverte in maniera non indifferente il peso della ridondanza e dello stallo. Non stallo inteso come evoluzione della storia, perché in ogni singolo episodio di fatto succede un'infinità di roba, ma come evoluzione emotiva. Molte sit-com, la gran parte, anzi, restano ancorate all'idea di divertire per quei 20 minuti abbondanti senza preoccuparsi di altri aspetti che ritengono distanti dalla struttura del prodotto; non si preoccupano di avvicinare personaggi e racconto allo spettatore, magari credendo che sia prerogativa di prodotti con una durata maggiore, come appunto film e serie televisive. Niente di più sbagliato, in realtà. Sulla base di questa struttura, infatti, vien fuori un prodotto senza anima alcuna che nel momento in cui propone una sola puntata (che è già pura utopia) piuttosto che una serie di puntate che non riescono a divertire come le precedenti crolla sotto i colpi inevitabili della noia. È quanto accaduto con “Third Rock From The Sun” (ottima, al netto del ragionamento che si sta facendo. Con un immenso John Lithgow) e sta accadendo con “The Big Bang Theory”, che come accennato inizialmente non è certo l'ultima sit-com della terra, tutt'altro. “How I met Your Mother”, invece, è indiscutibilmente la sit-com migliore in circolazione proprio perché cerca di andare oltre, rendendo piacevoli anche quegli episodi in cui non vi sono linee così divertenti, che strappano al massimo qualche sorriso. “Arrested Development” nello specifico, al contrario, sembra proprio schivare del tutto questo aspetto e una volta assuefattisi al cinismo e al surreale, che smette peraltro di essere percepito come tale, il fascino della famiglia Bluth comincia ad afflosciarsi inesorabilmente.


Fermo restando quanto scritto, tuttavia, il prodotto in questione merita senza ombra di dubbio una visione, perché tra gli altri aspetti, quando ha frecce al suo arco rischia di far assumere la classica posizione che vede la parte superiore del corpo lasciarsi andare su quella inferiore, causa parentesi esilaranti. Inoltre gli attori sono spettacolari, tutti. Quando non è lo scambio a strappare sorrisi, è la l'espressività. Quando ci riescono entrambi, poi, si hanno le parentesi di cui sopra.

Non una sit-com da vedere a tutti i costi, insomma, ma a costi accettabili e magari anche un po' considerevoli si.


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