martedì 15 novembre 2011

"Once Upon A Time... La Serie TV"

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ONCE UPON A TIME (2011)




Ideatore: Edward Kitsis, Adam Horowitz

Attori: Ginnifer Goodwin, Jennifer Morrison,
             Lana Parrilla, Robert Carlyle

Paese: USA



Torniamo a parlare di serie televisive in uscita, viste con i soliti occhi speranzosi di chi, orfano di prodotti validi con cui ammazzarsi di puntate, attende il messia. Messia che, visto il livello degli ultimi tempi, anche se zoppo, sdentato e senza capelli andrebbe più che bene. Ma si sa, queste figure si fanno generalmente attendere, e parecchio. Ci si ritrova, così, a visionare spazzatura su spazzatura e ad archiviarla come tale. Ormai è stata adibita una sorta di discarica a cielo aperto, dove compaiono titoli come “Strike Back”, “Grimm”, “The Fades”, “The Walking Dead", la nuova stagione di “Misfits”, solo per citare i nuovi arrivati. Sono molti i prodotti che, avendo probabilmente scambiato la discarica per la Hall of Fame delle serie televisive, sembrano ansiosi di farne parte. A scalciare per ritagliarsi un posto dalle parti di “Grimm”, sezione 'fairy tale/thriller', è questa volta “Once Upon a Time”, nuovo proposta ABC, quindi direttamente dalle fantasie di Meredith Gray.

Fairy tale” perché ancora una volta il contesto scelto è quello delle fiabe che sfumano nella realtà fino a confondersi con essa. Storybrooke è una cittadina abitata da tutti i personaggi fiabeschi conosciuti, in cui ogni carattere, però, non ricorda la sua vera identità e vive una vita apparentemente normale, con lavori e rapporti del tutto simili a quelli reali. È in realtà un incantesimo. La strega cattiva (Lana Parrilla) per vendetta ha costretto il mondo delle fiabe a questa vita: una città in cui solo lei e Mr. Gold (Robert Carlyle), che gli ha donato l'incantesimo, conoscono la verità. Un mondo senza lieto fine. L'unica speranza è Emma (Jennifer Morrison), che verrà trascinata a Storybrooke da un bambino che sembra aver intuito a sua volta cosa realmente stia succedendo.


L'idea non è in realtà malvagia. Anche e soprattutto per come è stata impostata. Ogni episodio, infatti, si muove fra rimandi ed analogie tra la vita reale e quella fiabesca dei singoli personaggi. Si alternano quindi sullo schermo moderni Principi Azzurri, Cenerentole e Cappuccetti rossi che in un modo o nell'altro si ritrovano a rivivere la loro storia, seppur in modi e contesti tipici del nostro tempo. A rimarcare questo aspetto l'uso del flashback. Attraverso questo strumento si inseriscono parentesi fiabesche che raccontano i personaggi prima della maledizione, nel loro mondo. A lungo andare, tuttavia, questa scelta stanca. Non tanto per la scelta in sé, che risulta anche funzionale, ma perché sembra più che altro riempire puntate che altrimenti non avrebbero molto da dire e potrebbero durare una ventina di minuti al massimo. A trasmettere questa sensazione è maggiormente l'ultima puntata andata in onda, ossia la quarta. Sussurra, infatti, la possibilità di uno sviluppo a trama mista, ossia verticale ed orizzontale, tipica delle serie che hanno davvero poco da raccontare. Intendiamoci, non è un male assoluto, la già citata “Supernatural”, come anche “Dr. House”, che hanno altro su cui puntare, possono continuare con trame orizzontali quanto vogliono. Non sembra però essere questo il caso di “Once Upon a Time” che già dopo qualche puntata accarezza i testicoli come un serial killer la sua, di lì a poco, vittima.

Tra gli aspetti sui quali la serie non può puntare, vi sono personaggi e interpretazioni. Al netto di Mr. Gold, infatti, i vari caratteri si appiattiscono sempre più verso un anonimato che rende difficile arrivare a fine puntata. A partire dalla protagonista. Questa giovane madre che ha dato in adozione il figlio perché non era pronta, che non è un tipa socievole, che fa un lavoro figo, che è la classica tipa solitaria che, a suo dire, sta (stava) bene da sola. E, mi ritrovo a scrivere, non se ne può più. Basta, per favore. E Jennifer Morrison, dal canto suo, calca la mano con un'interpretazione contrapposta a quella della Parrilla (figliuola, peraltro, di tutto rispetto), mettendo in scena una donna apparentemente priva di stile, che a volte quasi cammina ingobbita per la serie “ho vissuto una vita piena di ostacoli, io”  e in parte autocompiaciuta del suo essere una furbastra. Insomma, meno sopportabile del personaggio che interpreta. Gli altri, invece, sono a stento pervenuti. Tranne Mr. Gold, che oltre a mostrarsi accattivante nel suo essere viscido con stile, è interpretato da un ottimo Robert Carlyle.     
Le uniche interpretazioni più convincenti, oltre a quest'ultima, sono paradossalmente quelle di due comparse (!!) - almeno fino a questa puntata - interpretate dai due attori migliori visti nella serie, ossia Giancarlo Esposito ("Breaking Bad") e Kristin Bauer ("True Blood").


Da archiviare anche questa, in definitiva. Ciò non toglie che si sia sempre pronti a ricredersi. Anche perché, stando alle parole iniziali, non è periodo per settare le pretese su livelli troppo alti. Che poi verranno settati comunque in virtù di altri discorsi fatti sempre in questa sede, ma tant'è.


lunedì 14 novembre 2011

Recensione "Gantz"

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GANTZ (2010)




Regista: Shinsuke Sato

Attori: Kazunari Ninomiya, Ken'ichi Matsuyama,
            Kanata Hongô, Natsuna

Paese: Giappone



Quella di Hiroya Oku, autore del seinen manga “Gantz”, è tra le idee action/fantasy in assoluto meno sfruttate di sempre. Potenzialmente, se curata con la stessa attenzione in ogni suo aspetto, potrebbe essere alla base di prodotti, siano essi su tavole o su pellicola, particolarmente validi. Sembra, tuttavia, non si riesca a svilupparla in maniera più convincente, tanto che anche questa riduzione per il grande schermo risulta debole. Peraltro proprio là dove anche il manga zoppica.
Non è difficile da credere quanto appena scritto, se si considera le precedenti traduzioni in pellicola di fumetti giapponesi. "Gantz", infatti, segue esempi anche più evidenti di quanto poco funzionino queste riduzioni, almeno in Giappone: presentano gli stessi difetti, non a caso, anche “20th Century Boys”, tratto dall'omonimo (meraviglioso) manga e “Shinobi: Heart Under Blade”, tratto da “Basilisk”. Gli autori nipponici, è ormai chiaro, non riescono a staccarsi mai del tutto dai codici strutturali delle tavole. Nel dirigerne la riduzione non si mostrano affatto in grado di tenersi ancorati al linguaggio filmico, al punto di proporre sistematicamente una sorta di fusione lessicale in cui i due linguaggi si influenzano a vicenda. Peccato, però, che siano completamente diversi, tanto da generare stridii così forti che anche volendo chiudere un occhio, ci sarebbe comunque l'orecchio ad avvertirli.

Gantz”, si diceva, non fa eccezione. Per capire nello specifico dove non funziona la pellicola di Shinsuke Sato è utile introdurne brevemente la storia: Kei Kurono (Kazunari Ninomiya) e Masaru Kato (Ken'ichi Matsuyama), adolescenti, si ritrovano dopo anni in metropolitana. Qui un uomo ubriaco cade sui binari e Kato senza pensarci troppo corre in suo aiuto, aiuto che a sua volta chiede alle persone presenti per sollevare e salvare l'uomo. Tra l'indifferenza generale scorge la faccia di Kurono che si rifiuta come gli altri di aiutarlo. Così fino a quando Kato, dopo essere riuscito in qualche modo a mettere in salvo l'uomo, afferra la mano tesa da Kurono per risalire. La metropolitana è però troppo vicina, e Kurono invece di sollevare Kato cade a sua volta. Si risveglieranno in una stanza, insieme ad altre persone e verranno costretti a combattere, con armi assurde e tute capaci di potenziarli, in un gioco che potrebbe farli morire definitivamente.  


Benché con qualche dettaglio in più, che non si svelerà per ovvi motivi in questa sede, la storia si renderebbe ulteriormente interessante, già solo l'introduzione suggerisce scenari potenzialmente spettacolari per un film di questo genere. Un manga poi, non avendo quelle limitazioni non solo economiche insite in una produzione filmica, dovrebbe poter restituire un'opera ancor più valida. Ma non è così. Oku, nel disegnare il manga, non si preoccupa di approfondire quanto c'è intorno al gioco che identifica “Gantz”; quanto succede all'esterno, quindi introspezione dei personaggi, dinamiche tra gli stessi, evoluzione della storia e dialoghi sono di una debolezza sconcertante, compreso quell'elemento erotico a lungo andare assai fuori luogo. Nei primi capitoli in particolare sono quasi imbarazzanti e a sostenere il tutto sono da una parte gli scontri e dall'altra quel gusto splatter sensibilmente spiccato. Il film è in questo senso identico, riportando con forza in primo piano le riflessioni di cui si scriveva inizialmente. Sato, infatti, non riesce a staccarsi di un minimo dalle tavole e propone la stessa identica dicotomia tra parentesi action decisamente riuscite, splatter compreso, e parentesi esterne al gioco così deboli da poter essere messe al pari di una pausa caffè tra uno scontro e l'altro.
Diretta conseguenza è la mancanza di qualsivoglia spessore. I personaggi sembrano ripresi da un tema qualsiasi scritto in terza elementare e regia e fotografia sembrano dal conto loro non avere intenzione alcuna di provare a porre rimedio. Sembrano, anzi, seguire a ruota tanta superficialità incorniciandoli in maniera tale da farli apparire ancor meno credibili. Si guardi lo scambio tra Kato e Kishimoto per averne un'idea.


Le musiche non sono da meno. Accompagnano i momenti più drammatici o, per contro, più felici con scelte degne di una soap opera tedesca. Riescono a smorzare l'entusiasmo come poche scelte riescono a fare, subentrando anche in quelle parentesi virtuali che un certo coinvolgimento riescono a trasmetterlo. La realtà parallela in cui vengono teletrasportati i personaggi, infatti, viene ricreata in maniera assai valida. Le zone deserte della città si mostrano fin da subito suggestive, la fotografia assume toni ben più cupi, i mostri alieni sono senza dubbio credibili, così come gli effetti speciali e la componente splatter sembra non subire censure di sorta. Questa parte è notevolmente riuscita, più di quanto ci si aspetterebbe, tutto considerato.

Altro punto a favore, inoltre, è la recitazione. Non può dirsi, invero, convincente, tuttavia in pellicole tratte da manga di solito non solo è poco convincente ma addirittura improponibile. Ancora una volta, infatti, il dualismo tra i due linguaggi porta gli attori a proporre una recitazione palesemente finta, perché volta a riproporre sguardi, gesti e tempi tipici di un manga, per l'appunto. “20th Century Boys”, infatti, spesso porta lo spettatore a chiedersi come sia possibile aver visto un primo piano così prolungato e statico dedicato ad una sola espressione, quasi fosse stata riportata la tavola sullo schermo. Anche “Gantz” mostra questa debolezza ma è sensibilmente meno accentuata, non influenzando negativamente quella credibilità già compromessa dagli aspetti sopra citati.


Poteva risolversi, in definitiva, in un prodotto decisamente migliore. È la classica occasione sprecata, sì, ma "Gantz" in particolare merita una produzione, in senso lato, che sia in grado di valorizzare le potenzialità insite nella sua struttura narrativa. Peraltro nel caso in specie la parte più difficile è paradossalmente anche quella più riuscita. Sarebbe bastato davvero poco per rendere la pellicola più convincente e chi scrive una persona più felice.


domenica 13 novembre 2011

Recensione "Immortals 3D"

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IMMORTALS 3D (2011)




Regista: Tarsem Singh 

Attori: Mickey Rourke, Henry Cavill, John Hurt
            Freida Pinto

Paese: USA



Sarebbe comprensibile se i lettori di questo blog iniziassero a pensare che il suo autore è un deficiente. Lo penserei anche io. Recensire “Immortals” dopo aver recensito “Warrior”, in effetti, non lascia adito a molti dubbi. Il problema, che ho scoperto essere tale solo ora, è l'avere biglietti omaggio da consumare entro una data non troppo lontana. Si è rivelata una cosa inaspettatamente devastante, appunto perché, in assenza di valide alternative come in questo periodo cinematografico, si è portati a guardare qualsiasi spazzatura venga proposta. Non che da “Immortals” ci si aspettasse qualcosa, intendiamoci, è anzi il classico film creato al computer, tamarro e pieno di effetti al quale ci si avvicina in modalità zombie: cervello andato, bavetta alla bocca e versacci strani. La vera notizia, qui, è che è molto più brutto di quanto ci si aspettasse. E a scriverlo è uno che si è divertito come un bimbo alla visione di “300”.

Un Teseo (Henry Cavill) indicibilmente privo di carisma, emblema della pochezza della pellicola di Singh, e che in una delle prime sequenze sembra sfoggiare accenni di kung fu, sarà chiamato a guidare quel che resta dell'esercito ellenico contro Iperione (Mickey Rourke). Quest'ultimo vuole liberare i titani intrappolati nel monte Tartaro e per farlo avrà bisogno di un arco la cui ricerca devasterà genti e villaggi.


Una classica storia epica, insomma, fatta di eroi, miti e battaglie senza tempo. Tuttavia Singh riuscirà a sgonfiare tutto, avendo forse interpretato male il contratto. Non è infatti una questione di incapacità, perché riuscire nell'intento di rendere anonima una storia simile, con tutti gli effetti speciali di ultima generazione a disposizione, richiede maestria e intelligenza. E in questo senso lui sembra averne da vendere.
Mette in chiaro le cose fin da subito, facendo capire allo spettatore che nessuno dei personaggi che sfileranno sullo schermo sarà interessante. Men che meno quelli principali. Mickey Rourke, che interpreta Iperione, sembra vagare con equilibro precario per le location, come stesse cercando degli avanzi di formaggio in cucina, alle tre di notte dopo una sbornia colossale. Il suo personaggio ostenta violenza e cinismo con una convinzione tale che quasi si ha l'impulso di uscire dalla sala per tranquillizzarsi e convincersi del fatto che non sia reale. Non contento si esibisce in una linea che rende la speranza nel prosieguo del film tenera quanto un cucciolo zuppo d'acqua sul ciglio di una strada: un uomo viene fatto prigioniero, blatera qualcosa riguardo il fatto che Iperione non riuscirà mai a vincere, o qualcos'altro di pari ininfluenza, e il cattivo dell'anno dopo aver pronunciato le parole “lascia che ti illumini” gli dà fuoco. Cioè, davvero, gli dà fuoco.
È l'apertura di un film inevitabilmente destinato ad andare sempre peggio. A personaggi insipidi si affiancano, infatti, scelte assolutamente pessime. A partire dalla CGI. L'estetica degli ambienti ricreati seduce quanto l'atto riproduttivo tra due mufloni, nonostante in questa tipologia di pellicole l'uso della computer grafica offra possibilità incalcolabili. E laddove non siano gli ambienti da soli a suscitare fascino interviene generalmente la fotografia a renderli distanti, irraggiungibili, per l'appunto epici. Niente, anche la fotografia, che in base a quanto scritto dovrebbe suggerire una, seppur affascinante, finzione, riesce a rendersi finta e basta, contribuendo sensibilmente a quel posticcio che si avverte in maniera sistematica durante la visione.


Si aggiunge poi, a ciò, il mistero del 3D. Non si capisce se sia semplicemente fatto male o se le attuali tecnologie non permettano di andare oltre un certo livello di qualità. Fatto sta che in “Immortals” più che in altre pellicole si rivela in tutti i suoi limiti, limiti riconducibili ad inutilità e scarsità tecnica. Inutile perché non aggiunge nulla, al punto che la concentrazione dello spettatore non riesce a non focalizzarsi sul fastidio degli occhialoni 3d sul naso invece che su ciò che si sta guardando (sarebbe probabilmente stato migliore in 2d. No, forse no). Scarso tecnicamente perché spesso alcune inquadrature sembrano andare fuori fuoco a 'cazzo di cane', per dirla con Renè. Più di una volta ci si ritrova a sistemare gli occhiali, toglierli e rimetterli per capire quale sia il problema, che tale resterà, ovviamente, fino al termine.

Nel mentre si giunge alla parte conclusiva. Almeno qui sarebbe lecito aspettarsi combattimenti spettacolari, scariche di adrenalina che si alternano a ritmi fulminei e scontri annunciati tra il più forte dei buoni e il più forte dei cattivi. Cose così, insomma.  Ma perché cambiare rotta? Scelta che non funziona non si cambia, si sa. Iperione giunge ai piedi del monte Tartaro, di fronte all'ultima roccaforte ellenica, difesa dagli unici, pochi, soldati che non sono fuggiti. A dividere i due schieramenti una porta/muro gigante. Una freccia scoccata dall'arco magico creerà un breccia nella stessa – Ricorda qualcosa. Sì, “Il Signore degli Anelli: Le Due torri”. Milioni di soldati da una parte, una comitiva dall'altra, come combatteranno? Teseo è un divoratore di pellicole: "nel tunnel il numero non conta" – Ricorda qualcosa. Sì, “300”. Ma non è il caso di correre troppo. Il momento più adrenalinico precede questo di qualche attimo. Ci si riferisce al classico discorso di incoraggiamento con cui Teseo carica il gruppo di amici del baretto. Ok che il ragazzo era un contadino però il suo vocabolario sembra essere di appena una decina di termini: “Combattete!... per... la famiglia.. Combattete! Sono codardi... noi siamo forti... Combattete!... per l'immortalità!!" - “per l'immortalità” ricorda qualcosa. Sì, sempre “300”. Non è un caso che gli elleni non offrano di lì a poco questo gran combattimento.
Inutile dilungarsi ancora, parlando magari del combattimento più atteso tra Teseo e Iperione rivelatosi meno coinvolgente di una lotta clandestina tra galli, piuttosto che della sequenza conclusiva nel cielo presentata davvero male tecnicamente, quasi fosse stata fatta in casa con VirtualDub.


Alla pellicola, in definitiva, manca tutto. Adrenalina, coinvolgimento, spettacolo visivo, creazione dell'attesa, dialoghi non sensazionali ma almeno sufficienti, interpretazioni convinte ancor prima che convincenti. Tutto.


venerdì 11 novembre 2011

Recensione "L'ultimo Terrestre"

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L'ULTIMO TERRESTRE (2011)




Regista: Gianni Pacinotti

Attori: Gabriele Spinetti, Anna Bellato,  
            Roberto Herlitzka, Teco Celio

Paese: Italia 



Quella italiana è al solito una situazione a se stante. Ogni qualvolta ci si ritrova davanti una pellicola meritevole o tale anche solo in apparenza, risulta necessario procedere per sottrazione. Bisogna sottrarre, nello specifico, la percentuale di entusiasmo post-visione dovuta all'essersi trovati davanti una proposta insolita per il nostro cinema. Il classico “interessante, se si considera che è italiana”. È frustrante ma al tempo stesso inevitabile, perché strettamente correlato alle aspettative, che proprio in quanto tali sono ingovernabili. Si creano, settandosi su livelli molto bassi quando si tratta di un film di genere italiano, e se quest'ultimo è anche solo sufficiente vien fuori qualche complimento di troppo. È parere di chi scrive che l'esordio alla regia di Pacinotti rientri pienamente nel quadro appena descritto.

Quella raccontata è la storia di Luca Bertacci (Gabriele Spinelli). Abbandonato dalla madre in tenera età è ancora alle prese con la gestione del trauma e delle sue conseguenze. Vive tra il suo lavoro al Bingo, qualche visita al padre e qualcun'altra alle prostitute. Innamorato della sua vicina e in attesa, come tutti, dello sbarco annunciato degli alieni sulla terra. 


“L'ultimo Terrestre” è Luca Bertacci. Al netto del protagonista, infatti, si fa fatica a trovare aspetti capaci di sostenere la pellicola. Ce ne sono, ma fini a se stessi, quali alcune scelte tecniche singolarmente prese, o altre che comunque ruotano attorno al personaggio principale. È in particolar modo la sceneggiatura a non mostrarsi interessante in termini di evoluzione: non mostra, né suggerisce, né avrà al termine un punto d'arrivo che dia una direzione. E se c'è è davvero molto debole. Sembra quasi che Pacinotti abbia investito tutto il suo impegno nel personaggio e nel risultato tecnico-estetico, non preoccupandosi di rendere interessante quanto raccontato. Questo suo esordio funziona, ma non a caso solo nel suo aspetto più leggero; aspetto, ad onor del vero, particolarmente riuscito. Resta tuttavia il limite di cui si sta scrivendo. A funzionare infatti è sempre e solo il protagonista. A ruotargli attorno sono personaggi che verrebbero facilmente confusi con della tappezzeria di terz'ordine, se l'apprezzabile fotografia non risaltasse le ambientazioni quel tanto che basta per sventare la mimetizzazione. I colleghi di Luca non sono semplicemente anonimi, sono a tratti irritanti, perché spesso forzati e costruiti; L'americano, addirittura, mostra a più riprese il gesto di sistemarsi la cravatta accompagnato da un suono di autocompiacimento, quasi fossimo in un programma televisivo in cui il comico deve rendersi riconoscibile con una sorta di slogan. La vicina, invece, è solo una figura utile alla storia e non restituisce assolutamente nulla. Stesso discorso per l'amico trans. L'unico personaggio capace di suscitare un minimo di interesse è la prostituta che però, purtroppo, è l'unica del tutto inutile ai fini evolutivi della storia.
Resta per l'appunto Luca. Gabriele Spinelli lo interpreta in maniera assai notevole e Pacinotti lo dirige anche meglio. Avendo in tutta probabilità, in fase di sceneggiatura, curato in maniera particolare gli scambi, oltreché i tempi degli stessi, che lo vedono protagonista, riesce a renderlo divertente al punto di poter caricare sulle sue spalle il peso dell'intera pellicola. O quasi.

A sostenere parte di quel peso, infatti, sono un'atmosfera surreale ed una regia calma e sostenuta che non ci si aspetta da una commedia d'esordio – come del resto non ci si aspetta una colonna sonora, nello specifico una traccia più volte riproposta, così accattivante e capace di risvegliare di tanto in tanto la parte più emotiva di chi è dell'altra parte dello schermo. L'intera pellicola, in realtà, appare ben misurata e calibrata, nella fotografia come nel ritmo; quasi riflessiva se non fosse che non c'è molto su cui riflettere. Non che Pacinotti non ci provi a dare uno spessore maggiore, è che più che altro non gli riesce. Nel corso della pellicola, infatti, il regista prova più volte a cambiare registro, cercando di sfumare la commedia nel dramma e la leggerezza in una maggiore profondità. Sistematicamente, però, lo stridìo si avverte in maniera netta; in una sequenza in particolare è quasi improponibile, perché risultato di una scelta sceneggiaturistica estremamente forzata e fuori luogo. Affiancato, quest'aspetto, all'assenza di un percorso e di una direzione riconoscibile, disorienta, e non in senso positivo, lo spettatore. Si rafforza così la sensazione che il film non sappia bene dove andare a parare e che non riesca a smarcarsi da una banalità, sempre e solo in termini di racconto, ormai fin troppo evidente. 


La parentesi degli alieni - che parentesi non è - viene poi sfruttata anch'essa in maniera assai banale e non aggiunge nulla ad una commedia che altrimenti sarebbe stata identica. Necessaria sì, in termini di atmosfera, a quell'aspetto surreale che contribuisce alla riuscita parziale della pellicola, ma davvero poco originale e ininfluente in termini di evoluzione della storia.

Una commedia, l'esordio di Pacinotti, che se presa come tale diverte e intrattiene, se non altro fino a al momento in cui non cerca di mostrarsi diversamente. Originale, tuttavia, in alcune scelte e capace di suggerire potenzialità che potrebbero risolversi in eventuali pellicole future decisamente più valide ed interessanti.


giovedì 10 novembre 2011

"Hell On Wheels" - Pilot

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HELL ON WHEELS (2011)




Ideatore: Joe Gayton, Tony Gayton

Attori: Common, Colm Meaney, Anson Mount,
             Dominique McElligott

Paese: USA



 Hell on Wheels”, letteralmente “Inferno su Ruote”, è l'insieme itinerante di bettole, saloon e bordelli che accompagnava la costruzione della Prima Ferrovia Transcontinentale. Oltre ad aver avuto, poi, un ruolo fondamentale nello sviluppo del paese, la costruzione della linea ferroviaria si è distinta anche per i conflitti burocratici, nonché per i personaggi protagonisti di quei conflitti, che ne hanno scandito i ritmi. Ad inasprire ulteriormente la situazione il periodo storico, 1865, che vedeva la fine della guerra civile, le lotte per la schiavitù e più in generale un paese chiamato a riformarsi e a ritrovare un equilibrio civile. Capite bene che una storia con tali e tanti presupposti rappresenta già di per sé un racconto più che suscettibile di essere adattato per il piccolo schermo.
L'impostazione del prodotto ideato dai fratelli Gayton, infatti, sembra voler ripercorrere le tappe e gli aspetti principali di tale costruzione. Sceglie di raccontare la storia di uno schiavo, Elam (Common), quella di un reduce di guerra, Cullen Bohannan (Anson Mount), protagonista della serie, alle prese con dei conti da saldare e quelli di un uomo di potere autocompiaciuto e incapace di farsi scrupoli, Thomas Durant (Colm Meaney). Unica protagonista femminile, fino a questo momento, Lily Bell (Dominique Mc Elligott), che sembra avere anch'ella, insieme al marito, un ruolo nella costruzione della First Transcontinental Railroad.


La AMC, che non si ricorderà per “The Walkind Dead” ma per “Breaking Bad” e “Mad Men”, non è affatto nuova al western crepuscolare, quello degli uomini di potere e dei burocrati; dell'affarista e non più del pistolero; dello sguardo su dinamiche più ampie e non più di quello confinato negli attimi che precedono un duello. Nel 2006, infatti, la AMC ha trasmesso “Broken Trail”, una miniserie in due episodi diretta da un signore chiamato Walter Hill ed interpretata da un altro chiamato Robert Duvall. Decisamente riuscita non può che far ben sperare in questa nuova serie tv che predilige anch'essa, per l'appunto, quel volto spiccatamente crepuscolare. Tuttavia “Hell on Wheels” non rinuncia, o almeno così sembra, essendo solamente alla prima puntata, agli aspetti tipici del western più classico. Affianca, infatti, alla disillusione del protagonista quei tratti da pistolero duro e solitario che prima o poi trascineranno qualcuno a pentirsi di esserselo messo contro. Un “Deadwood” con una percentuale maggiore di spettacolarizzazione, per intenderci. Ma giusto per intenderci, perché “Deadwood”, targata HBO, è difficile da eguagliare, almeno riguardo al genere in questione (già solo l'interpretazione di Ian McShane fa bene al cuore).
La maggiore spettacolarizzazione la si riscontra anche nella fotografia, più ricercata e molto meno realistica. Quando non segue le tonalità della fiamma di una candela, infatti, risulta particolarmente livida, andando a ricreare un'atmosfera che è il risultato dello scontro tra il realismo raccontato e la finzione filmica ricercata. È una scelta, questa, che dovrà essere ben calibrata nel prosieguo delle puntate perché potrebbe facilmente rivelarsi deleteria e fin troppo finta. Più in generale tutto il pilot pare camminare su un filo, si ha spesso durante la visione la sensazione che potrebbe rivelarsi ottima ma altrettanto spesso si ha la sensazione opposta.

Per il resto “Hell on Wheels” sembra non deludere le aspettative. Da un western di questo tipo ci si aspetta sporco, cinismo, alcol, corpi, preti e puttane, e nel pilot, va detto, c'è tutto. Ciò non significa, tuttavia, che possa dirsi riuscito, infatti è ben lungi dall'essere una di quelle aperture in grado di incollare allo schermo e creare attesa per le puntate successive. Si apprezza la ricostruzione del periodo, alcune riprese, le potenzialità di trama e sottotrame, alcune scelte tecniche, ma la risposta emotiva è appena percettibile. Tuttavia i presupposti perché migliori ci sono, al contrario di altri pilot, come quello recentemente analizzato di "Grimm”, che di presupposti non ne ha poi molti.


Riflessioni del tutto simili possono farsi su interpretazioni e dialoghi. Le prime sono all'altezza ma non entusiasmano in maniera particolare, tranne forse quella di Colm Meaney che infatti interpreta il personaggio fino a questo momento in assoluto più carismatico. E non è un caso neanche il fatto che i dialoghi più accattivanti abbiano lui come protagonista. Il monologo che accompagna i minuti conclusivi della puntata, nello specifico, semina speranze un po' ovunque:

Make no mistake. Blood will be spilled. Lives will be lost. Fortunes will be made. Men will be ruined. (…) There will be betrayal, scandal and perfidy of epic proportion, but the lion shall prevail.

Resta da vedere se e quanto riusciranno a mantenere queste promesse. Perché si, queste parole verranno intese esattamente come tali.


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