mercoledì 9 gennaio 2013

A volte ritornano, anche se per altri motivi...


E' vero che è un po' che non scrivo, ed è vero che il tema del blog è un altro, posso però permettermi di farmi un po' di pubblicità? Eh, posso? Dai sì, un po'... del resto inframezzato dal gruppo c'è quello che può essere definito un mini-corto. Sì, perché quello che posterò qui sotto è un videoclip musicale fatto da me ed altre due persone, per un gruppo emergente. E' un prodotto decisamente low-budget ma che spero apprezzerete.

Ecco il primo videoclip ufficiale dei Sound Ray: "24h" (tratto dall'album "Sessione I")




Buon ascolto e buona visione.


mercoledì 7 novembre 2012

Restituiamo agli zombie il loro ruolo


THE WALKING DEAD (2010)





Creatore: Frank Darabont

Attori: Andrew Lincoln, Jon Bernthal, Sarah Wayne Callies

Paese: USA


E poi così, di colpo, dopo 2 stagioni intere, o quasi, una serie che ha mostrato fin a quel momento limiti evidenti e debolezze di vario tipo, generando nello spettatore nient'altro che noia, irritazioni finanche cutanee e rabbia per l'enorme occasione sprecata, dimostra che in realtà non è che non fosse in grado di rendersi valida, semplicemente, forse, non le andava. Ho sempre criticato "The Walking Dead" con molta convinzione. E con la seconda stagione, poi, ho rincarato la dose ogni volta che me n'è capitata l'occasione. Era infatti diventata una sorta di Beautiful in un mondo zombiano senza zombie. Quest'ultimi erano quasi del tutto spariti e della trama non restavano che le dinamiche interpersonali tra caratteri di dubbio interesse, delineate attraverso dialoghi quanto meno deboli. Sono arrivato ad ipotizzare che lo scopo primo dei creatori fosse invero quello di metter su una critica al mondo odierno tratteggiando gli umani come i veri zombie, e gli zombie come la giusta cura, come coloro che avrebbero risollevato le sorti del mondo a forza di morsi. Si sarebbe spiegato così il perché della ormai quasi totale assenza di uccisioni violente di walkers e il perché della gestione così urticante dei personaggi.
Non abbandono mai una serie che ho cominciato o di cui ho visto più di qualche puntata. Deve sfinirmi sul serio perché io lo faccia. “The Walking Dead” è riuscita nell'impresa. A quattro puntate dalla fine della seconda ho lasciato, non ce la facevo più. Volevo mordere Convulsion-Shane, l'uomo che fa dieci scatti con il capo nel dire una sola frase. Di due parole. Volevo uccidere Rick e le sue pippe un tanto al chilo, la sua mancanza di carattere. Volevo picchiare sua moglie, per evitare di far nascere il bambino che portava in grembo in quel mondo di zombie vivi. Volevo prendere a pedate la testa del vecchio, perché parlava troppo, e quella di Hershel, perché semplicemente era troppo stupido per non morire. Davvero, ero arrivato al limite. Questo mesi addietro. Poi un paio di giorni fa decido di riprendere in mano le ultime 4 puntate della stagione, anche in vista dell'inizio della terza. Son sincero, lo avevo fatto con l'unica intenzione di venire qui a sfogarmi, scrivendone di ogni, e per riderci poi su, insieme. Ed è successo l'impossibile. Gli ultimi episodi mi son piaciuti; intendiamoci, qualche cazzata qua e là c'è sempre, ché altrimenti non sarebbe TWD, ma mi son piaciuti.
In appena 120 minuti la serie dimostra, come scrivevo inizialmente, che in realtà non era incapacità la sua, ma pigrizia o qualcosa di simile. Dimostra, in appena 120 minuti, che le posizioni dei vari personaggi, i loro caratteri non erano poco interessanti o poco credibili, né poco condivisibili e realistici, ma solo sviluppati male, senza la giusta introspezione. Il loro fascino potenziale cadeva sempre più rovinosamente sotto i colpi insistenti di dialoghi banali e di sequenze tutt'altro che efficaci. Ed è così che Rick inizia a tirar fuori un po' di carattere tra la fine della seconda stagione e l'inizio della terza; che il vecchio affianca un po' di pathos (trasmettendo di conseguenza una certa empatia) alle sue solite menate, che diventano pertanto meno menate e più riflessioni circostanziate e funzionali al racconto; che la cartolina un po' Beautiful inizia a strapparsi e il confine buoni/cattivi inizia a scemare; che Hershel tira fuori un po' di palle e comincia ad uccidere zombie con frasi ignoranti ma molto fighe tipo “Venite qui!!” manco fosse Rambo; che Carl inizia a smettere di comportarsi come un adulto e comincia finalmente a fare stronzate da bambino che più semplicemente si crede un adulto; che Shane, addirittura, diviene miracolosamente un personaggio di spessore. Dopo essere stato irritante nella sua pochezza per svariate puntate, fa un discreto salto di qualità con la fine della puntata 2x10: neanche 30 secondi, nessun dialogo, solo una serie di ideali campi-controcampi tra Shane e il se stesso riflesso in uno zombie solitario che vaga con un andamento che quasi sembra una ballata triste; il tutto accompagnato dall'ottima “Civilian” degli Wye Oak. La scena è inaspettatamente potente ed è il simbolo della differenza evidente di qualità tra la serie come la conoscevamo e gli ultimi episodi. “E ci voleva tanto?”, vien da chiedersi.


Ed ora la gente comincia a morire seriamente, nel senso che le morti si sentono, perché i personaggi generano adesso un minimo di empatia in più. Gli zombie tornano sullo schermo, tornano a mangiare gente, tornano ad essere il nemico anche per lo spettatore. Si accennava in precedenza che non si sta scrivendo affatto della ripresa del secolo, ma è giusto sottolinearla comunque, così come si sottolineano i limiti quando ci sono. La terza stagione è cominciata da poco e sembra avere anch'essa il suo ritmo, sembra essere discretamente godibile. Magari è stato un sussulto lungo qualche puntata, magari no. Speriamo di no.


martedì 4 settembre 2012

True Blood - Quinta Stagione


TRUE BLOOD (2008)





Creatore: Alan Ball

Attori: Anna Paquin, Stephen Moyer, Alexander Skarsgård,  Kristin Bauer

Paese: USA



Nel caso qualcuno ancora non se ne fosse reso conto, è bene specificare che “True Blood” è senza dubbio alcuno una delle migliori serie televisive in circolazione. E' vero, non riesce nel corso delle varie stagioni a mantenere sempre degli standard invidiabili (del resto a riuscirci è stato fino ad ora un numero davvero esiguo di prodotti televisivi), ma è altrettanto vero che con l'ultima stagione andata in onda, la quinta, Alan Ball dimostra che la sua seconda creatura ancora riesce a scalpitare, offrendo un intrattenimento assai difficile da trovare altrove. Sì, perché quello offerto da “True Blood” non è affatto di facile realizzazione come potrebbe sembrare: è quello totalmente privo di fastidiose riflessioni sul senso della vita, privo di particolare spessore, oltreché, come è giusto che sia in questi casi, di un'accurata introspezione. In altri termini, è l'eccesso che non ha bisogno di giustificare se stesso, il ritmo elevato che non ha bisogno di essere preceduto da una struttura narrativa solida: è il cervello spento, tanto amato in questo blog.


Non è di facile realizzazione, si scriveva. Sì, perché in assenza di spessore e ricercatezza il rischio di trasformare il tutto in un baraccone privo di fascino, grondante di cliché, banale e ben poco divertente è appena dietro l'angolo, e forse anche meno lontano. Si rende necessaria una certa maestria per tenere in piedi uno script simile e il creatore di “Six Feet Under”, ergo un uomo ben lungi dall'essere un incapace, a quanto pare ne ha da vendere. Punta sull'ironia e sull'autoironia, rende il prodotto cosciente della sua identità e gli permette di non prendersi mai troppo sul serio. Questo aspetto è assolutamente fondamentale, imprescindibile, senza il quale “True Blood” si sarebbe risolto in un prodotto fotocopia dei vari “Twilight” che infestano schermi cinematografici e televisivi. Ovvio, vi sono altri aspetti che differenziano i due tipi di prodotti, ma l'autoironia è, parere di scrive, la principale discriminate. E la quinta stagione sembra rendersene ulteriormente conto; è il motivo per cui la frase che Eric pronuncia in una delle prime puntate stampa sulle labbra dello spettatore un sorriso che non andrà via fino al termine della stagione: esce dal container nel quale aveva prima discusso e poi fatto sesso sfrenato con sua sorella, si abbottona i pantaloni e rivolgendosi a Bill con visibile autocompiacimento dice “We fight like siblings, but we fuck like champions”. In questa frase c'è più o meno tutto lo spirito di "True Blood", a metà tra ironia, per l'appunto, e fascino “da due lire”. Tutti i caratteri, non a caso, si distinguono con uscite dello stesso tipo, e in questa quinta stagione si pensa bene di aggiungere qualcosa come altri dieci personaggi, tutti quanto meno sopra le righe (i membri dell'Autorità). Inoltre c'è Russel Edginton, vecchia conoscenza, che illumina la scena come pochi; sarebbe sufficiente il suo volto che sbuca di fianco a quello della sposina intenta a cantare per il suo neo-marito a giustificare la messa in onda di questa ennesima stagione.


A non venir meno in questo quinto appuntamento è chiaramente anche l'eccesso, che proprio grazie al non prendersi sul serio di cui sopra può non preoccuparsi di porsi limite alcuno, nei dialoghi come negli snodi narrativi. E' così che la serie basata sui romanzi della Harris tira fuori un bimbetto di svariate centinaia di anni che parla di massacri e guerre, un night club gestito da fate, vampiri affetti da fanatismo religioso, maledizioni, mostri di fumo (non quello di “Lost”, fortunatamente) e via discorrendo. Tutti eccessi che se non gestiti con la stessa accortezza avrebbero portato alla noia nel giro di qualche puntata, ma che invece in “True Blood” coinvolgono al punto di divorare puntata dopo puntata in attesa di quello che già si sa essere un finale ancora più eccessivo di quanto visto fino ad allora. Puntualmente, infatti, il finale si rivelerà tale, forse anche più di quanto ci si aspettasse.

E poi di colpo la quinta stagione riesce anche ad emozionare. Peraltro grazie a due dei personaggi più idioti dell'intera serie. La scena Di Hoyt e Jason con Jess, nel bar, è insospettabilmente potente e conferisce una serietà al tutto che chiaramente svanirà in men che non si dica, ma che restituisce comunque una ulteriore piacevole sensazione, seppur del tutto distante dall'animo cazzeggione del prodotto. Scena, oltretutto, nella quale vengono fuori doti attoriali di tutto rispetto, che invero, forse proprio per l'assenza di scene particolarmente profonde, non viene mai fuori con tale forza. Tranne nel caso, è doveroso sottolinearlo, di attori come Denis O'Hare, magnificamente sopra le righe nell'interpretare Russel Edginton: quel suo “I'd love to come to dinner” contornato dall'espressione riportata nell'immagine che segue fa bene all'anima.


Oltre all'anima a trarre giovamento da questi altri 12 episodi è ovviamente anche l'organo cerebrale, che può riposarsi abbandonandosi all'oblio e godendo di una leggerezza che riuscirebbe ad anestetizzare anche i neuroni del più accanito pensatore. Neuroni che si risveglierebbero, peraltro, solo per contare i giorni che li separano dai prossimi 12 episodi, grazie al finale di cui si scriveva, capace in tre secondi di spalancare le porte ad uno script potenzialmente tanto trash quanto adrenalinico.


(questo purtroppo non è un ritorno, ma non potevo non scrivere due parole su questa stagione)


lunedì 19 marzo 2012

There's Something In The Air This Week...


Come da titolo, questa settimana va così. Aggiornerò in maniera ben meno dettagliata. Oppure non aggiornerò proprio. E sarebbe, nel caso, una pausa elastica, nel senso che potrebbe durare di più o terminare domani. Spero ardentemente che per la prossima settimana si possa riprendere come sempre, considerando che da queste parti c'è un simpatico festival di cinema: Il Bifest. Ogni anno, per l'occasione, i cinema della città di Bari vengono riempiti di pellicole (opere prime, lungometraggi, cortometraggi e documentari in concorso e fuori concorso) e mostre/seminari/speciali. Nel caso cercherò, per quanto possibile dato che vengono mandate pellicole da mattina a sera, di aggiornare in contemporanea e in presenza di opere degne di nota e anche di 'mmerde degne di nota (ché a noi comunque in fondo in fondo ci piacciono).

Ciò detto, passo al mini-aggiornamento/consiglio di oggi. Nel caso non lo conosciate o nel caso l'abbiate sentito di sfuggita senza avergli dato troppo peso, allora è davvero il caso vi soffermiate su un tipo quanto meno simpatico ed originale, foss'anche solo esteticamente, che risponde al nome di Jay Munly. Il fantasma, poi capirete perché, ha ricevuto numerosi riconoscimenti, lì in Colorado, per aver proposto un tipo di musica riconoscibile e frutto della commistione di vari generi, principalmente country, folk ed elementi musicali gotici. In ogni caso voi di queste definizioni ve ne sbatterete altamente nel cercare di comprendere emotivamente la sua musica, e vi limiterete ad ascoltare e percepire così come viene.
Un consiglio nel consiglio, d'obbligo quando si tratta di cantautori, è quello di leggere i testi dei singoli brani... e, come si suol dire, good luck with that. Non scrivo altre notizie geografico/personali/artistiche perché siete grandi e vaccinati e confido nel fatto che saprete cercarvele da soli, quindi passo direttamente al postare un paio di brani dall'album registrato da Munly con i (The) Lee Lewis Harlots. I titoli dovrebbe essere più che sufficienti ad incuriosirvi.

1) Munly & The Lee Lewis Harlots - A Gentle Man's Jihad


2) Munly & the Lee Lewis Harlots - The Leavening of the Spit-Bread

"Girls you spit all day, your throats will dry and flake.
Here’s my offering, take my spit-kiss and your dry will go away
"


Sì, Munly è il secondo da destra. Un fantasma che si diverte a fare il musicista. Nel caso i due pezzi non vi abbiano convinto a sufficienza, allora provate ad ascoltare qualche brano del suo album da solista "Jimmy Carter Syndrome". Sonorità simili e diverse al tempo stesso:

1) Jay Munly- My Darling Sambo


2) Jay Munly - Spill The Wine



Se neanche queste due vi hanno convinto, allora niente, cazzi vostri.

A presto.


venerdì 16 marzo 2012

The Bang Bang Club


THE BANG BANG CLUB (2010)




Regista: Steven Silver

Attori: Ryan Phillippe, Malin Akerman, Taylor Kitsch, Neels Van Jaarsveld, Frank Rautenbach

Paese: Canada, Sudafrica


Un inizio, quello di “The Bang Bang Club”, non certo dei migliori. Diciamo anche uno dei peggiori. Nella loro debolezza, in realtà, le prime parentesi settano il livello di tutta la prima parte, e oltre, della pellicola su un livello davvero basso. Sembra che si punti principalmente a rendere accattivanti i personaggi nella maniera più superficiale possibile, dipingendoli come giovani uomini sprezzanti del pericolo, irresistibili e che se la tirano anche un po'. Perché a qualche “uhh” tra il pubblico più giovane non si può mai rinunciare. In particolare, nella sequenza che per la prima volta li vede all'interno del bar in cui normalmente si ritrovano, parte una manica di sventole che metà bastano. Una per ognuno dei tre, di lì a poco quattro, fotografi, e ognuna di esse con la sua entrata in scena ad effetto.

Fotografi. Per la precisione fotografi di guerra. I quattro protagonisti sono infatti i membri di quello che venne in seguito chiamato, per l'appunto, “Bang-Bang Club”, ossia il gruppo che forniva immagini degli scontri in Sudafrica al “Johannesburg Star”. Il periodo è quello dei primi anni '90 e delle guerriglie in strada per l'Apartheid; le stesse che hanno permesso ad uno dei membri, Greg, di vincere il premo pulitzer per uno scatto poi ovviamente divenuto celebre. La pellicola si concentra quindi sulle vite dei quattro fotografi, cercando di raccontarli e di raccontare il loro percorso. 


Come probabilmente risulta chiaro dalle prime righe scritte, quel “cercando” non si risolverà affatto nel trovare qualcosa, pur tendendo a sfumare nel prosieguo l'esagerazione iniziale. Se l'intenzione era quella di descrivere caratteri tronfi e sprezzanti del pericolo nei quali si nasconde una personalità intaccata dagli orrori della guerra, infatti, la pellicola avrebbe in seguito dovuto mostrare una forza introspettiva affatto indifferente, della quale però non vi è neanche l'ombra. Ad essere palese, invece, è il voler conquistare lo spettatore con trovate di facile presa, ed è inutile sottolineare quanto deleterio sia per una pellicola che racconta simili orrori e le conseguenze degli stessi su chi ha guardato la guerra negli occhi per anni. I caratteri appaiono posticci fin da subito ed aprire attraverso gli stessi finestre empatiche su quanto accade diviene decisamente arduo.
Le interpretazioni non aiutano di certo. Al netto di Taylor Kitsch, non del tutto convincente ma con degli occhi espressivi al punto di salvarlo in più di un'occasione, nessuno dei restanti tre dà al suo personaggio un minimo di spessore. Ryan Philippe nello specifico, peraltro protagonista, sembra completamente al di fuori della pellicola, tanto che ogni sua espressione è pressoché nulla (oltretutto alla costruzione del film ha partecipato proprio Greg Marinovich, il personaggio da lui interpretato, ma Philippe comunque sembra non aver sfruttato la cosa a suo vantaggio).


Per assistere ad una ricerca maggiore dell'elemento introspettivo bisogna aspettare parecchi minuti, durante i quali, al di là di qualche scambio assolutamente debole e non sostenuto da una struttura filmico-narrativa, la pellicola vive della spettacolarizzazione insita nelle sequenze degli scontri. La ricerca, tuttavia, si mostra nuovamente improduttiva. A smuovere l'interesse è la storia in sé dei 4 fotografi, che funziona già di suo, specie con i risvolti drammatici che seguiranno, ma la resa cinematografica degli stessi continua ad essere assente. Non ci si sintonizza con il loro stato d'animo, i loro dubbi, né con le loro sofferenze. Un documentario sarebbe stato senza dubbio più emozionante e meno irritante. E non basta di certo qualche domandina buttata lì (“ma cosa sto facendo?”) per rendere l'effetto devastante provocato da un bombardamento giornaliero degli orrori descritti. Qui ci si limita ad una cronistoria (non è un caso che il regista abbia un passato di soli documentari) male interpretata e goffa nel suo non riuscire a dare spessore, in cui la narrazione viene sacrificata gratuitamente, neanche in nome di qualcosa. Non resta quindi molto, se non l'interesse verso i fatti reali che hanno visto protagonisti i quattro fotografi. Se il soggetto non fosse tratto da una storia vera, in tutta probabilità non si riuscirebbe nemmeno a portare a termine la visione.


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