mercoledì 29 febbraio 2012

No Rest for The Wicked


NO REST FOR THE WICKED (NO ABRÀ PAZ PARA LOS MALVADOS) (2011)




Regista: Enrique Urbizu

Attori: José Coronado, Rodolfo Sancho, Helena Miquel

Paese: Spagna


No Rest For The Wicked” è un piccolo mistero, diciamocelo chiaramente. Alla ventiseiesima edizione dei Goya, il riconoscimento cinematografico più importante in Spagna, ha sbaragliato la concorrenza portandosi a casa ben 6 premi, quelli più importanti: miglior regia, miglior film, miglior sceneggiatura originale, suono, montaggio, miglior attore. E in gara c'era anche un certo Almodovar. Ora, non si capisce se le altre pellicole fossero particolarmente scarse, e se quindi, dovendo comunque consegnarli questi premi, la pellicola di Urbizu si è ritrovata a farne man bassa, oppure se se ci si è lasciati prendere un po' troppo la mano nella consegna degli stessi. Fatto sta che l'ultimo lavoro del regista spagnolo è tutto fuorché convincente al punto di imporsi in una maniera simile anche all'esterno della manifestazione.

Le premesse, però, sono al contrario ottime, tanto che dopo aver letto il soggetto le si dà piena fiducia senza remora alcuna, e nel caso vi sia i premi ricevuti aiutano notevolmente a metterla a tacere. Santos Trinidad è un poliziotto sempre più alla deriva, solo e alcolizzato. Dopo una carriera che sembrava destinata a brillare, viene trasferito alla sezione “persone scomparse” senza luminosi futuri professionali all'orizzonte. Una sera, dopo aver bevuto troppo, più del solito, se la prende con il gestore di un bar, colombiano e non propriamente pulito, e finisce con l'uccidere tre persone. Una quarta riesce a scappare e Santos non potrà fare altro che mettersi alla ricerca dell'uomo. Parallela l'indagine della polizia sui tre omicidi nel bar, che si imbatterà inevitabilmente nel protagonista.


Le prime sequenze sono assai accattivanti, in termini di fotografia come anche di dialoghi e regia. Il personaggio convince immediatamente con quel suo essere rozzo, trasandato e palesemente pericoloso. Lo stile, seppur cinematografico, è asciutto e sembra non aver intenzione di ricorrere a fronzoli di sorta, infatti per l'intera durata della pellicola non se ne vedrà nessuno. Solo la fotografia si mostra più propensa ad un certa ricercatezza, specie in termini di cromatismi, tanto che la sequenza che scatena poi l'evolversi dell'intreccio è assai notevole. Dopo di essa, però, sembra che Urbizu decida di smettere di voler comunicare con la sua macchina da presa, disattendendo sequenza dopo sequenza le promesse iniziali. Lo stile registico da asciutto si fa leggermente asettico, pur restando funzionale, la fotografia diviene invece del tutto anonima (salvo casi isolati) e Trinidad non trasmette più alcuna emozione. I dialoghi, allo stesso modo, mostrano una debolezza che di certo non ci si aspetta dopo un inizio così convincente; non che in apertura siano sconvolgenti, intendiamoci, ma mostrano con qualche scambio di sapersi mettere al servizio di una simile sceneggiatura. Nel prosieguo, invece, non sono altro che un susseguirsi di frasi correlate all'indagine, fredde e in nessun modo capaci di dare profondità ai personaggi, che appaiono infatti anonimi e poco interessanti. 


Non sono solo i dialoghi, tuttavia, a non convincere ma l'intera sceneggiatura, che si concentra unicamente sul portare avanti l'intreccio, quasi a scriverla sia stato un automa. Non vi è una parentesi che sia una interessata a raccontare la parte più viscerale di questa caccia all'uomo, nonostante in una storia del genere sia preponderante. Si alternano al contrario parentesi senza anima alcuna, che mettono in scena i tasselli dell'intreccio a mo' di elenco più dovuto che sentito. Oltre ai personaggi, quindi, tutto quanto accade si rivela poco interessante. Si fa fatica ad andare avanti con la visione, tanto che lo si fa più che altro per inerzia. E se non fosse per il ritmo serrato non ci si riuscirebbe neanche. Sì, perché almeno il ritmo è sostenuto, peraltro al punto che con poco, con un minimo di pathos, la pellicola ne avrebbe considerevolmente guadagnato, rendendosi magari non una visione imperdibile ma comunque piacevole. Non accade invece niente di simile, e anche nel finale, climax del racconto, l'asepsi emozionale regna sovrana, con la macchina da presa in chiusura sull'attore protagonista che ringrazia con un movimento assolutamente ridicolo e poco credibile. 


“Spreco” è senza dubbio alcuno il primo termine che viene in mente a fine visione. Non solo infatti la sceneggiatura è in potenza assai efficace, ma anche la gestione tecnica (intenzionalmente, almeno) è tale che si sarebbe potuta risolvere in una valorizzazione affatto indifferente di storia e personaggi, in grado di restituire un poliziesco duro, sporco e di un realismo capace di coinvolgere ed emozionare. Ma ha vinto ben 6 premi, probabilmente i limiti sono tutti di chi scrive.


martedì 28 febbraio 2012

Once Upon a Time in Anatolia


ONCE UPON A TIME IN ANATOLIA (2011)





Regista: Nuri Bilge Ceylan

Attori: Muhammet Uzuner, Yilmaz Erdogan, Taner Birsel

Paese: Turchia


Tre macchine percorrono in fila strade periferiche. I loro fari sono le uniche fonti di luce ad illuminare tanto la strada quanto parte del paesaggio. In esse alcuni poliziotti, un procuratore e un dottore in cerca di un cadavere, quello di un uomo ucciso e seppellito da un uomo ammanettato anch'egli all'interno della macchina. Sembra però che quest'ultimo, pur avendo promesso di accompagnare i poliziotti al corpo della vittima, abbia avuto un qualche ripensamento, tanto da far girare a vuoto le tre macchine e gli uomini al suo interno.

Un soggetto particolarmente indicato per un thriller in piena regola, dallo scenario perfetto e dalle potenzialità enormi. Tuttavia Ceylan in un soggetto simile tende a vedere altri aspetti, quelli più drammatici e introspettivi; in un'ambientazione così buia, vasta e illuminata unicamente da qualche fascio di luce un luogo capace di scandagliare l'aspetto più intimo dei suoi protagonisti, un luogo capace di scavare nelle loro personalità; nella ricerca di un cadavere un mero pretesto per raccontare tutt'altro. I protagonisti sono tali in tutti i sensi, non dovendo condividere il ruolo di primo piano con un intreccio propriamente inteso. Per quasi due ore e mezza, infatti, l'interesse verso la ricerca del cadavere è pressoché nulla; solo inizialmente, prima di inquadrare gli intenti del film, si è in parte trascinati dalla stessa, ma il regista decide di non servirsene in nessun modo e delinea fin da subito sequenze volte ad azzerare il fascino poliziesco insito nel racconto. Rende il susseguirsi dei luoghi e dei tentativi di trovare il cadavere, scanditi dalle incertezze del criminale, una routine spenta e noiosa, che infastidisce personaggi interessati o a tornare a casa quanto prima o ai chilometri che delimitano la giurisdizione o a problemi domestici.


Resi quindi palesi gli intenti della pellicola, il regista turco si insinua nei vari caratteri cercando di disseppellire incertezze e sospesi, illuminando ambienti e volti senza rinunciare nel contempo a quelle ombre che suggeriscono interesse. Costruisce così un prodotto principalmente basato su una fotografia che fa dei tagli di luce il suo unico, almeno nella prima parte, linguaggio. Qui il passato e il presente da fotografo di Ceylan si mostrano essenziali: rende le immagini affascinanti e magnetiche, centellinando le fonti di luce ma al tempo stesso esaltandole. Si scriveva dei coni luminosi tracciati dai fari delle auto a tagliare l'oscurità della periferia turca, ma ancor più rilevante e incantevole è in questo senso la sequenza in cui la giovane figlia del sindaco distribuisce bevande agli ospiti, tutti a loro modo stanchi e provati dalla ricerca come dalla loro esistenza, in cui la fotografia raggiunge forse il suo apice nell'illuminare un volto che appare angelico non più solo esteticamente.
Invero il risultato tecnico è eccezionale nel suo complesso. La regia infatti non è da meno. Si adagia sui tempi lenti dello sviluppo narrativo e li fa propri, alternando primi piani e campi lunghi calibrati e mai brevi che si soffermano al punto di permettere di osservare ogni dettaglio. Un'eleganza formale per niente asettica ma capace, al contrario, di ammaliare per l'intera durata della pellicola, o se non altro per la gran parte di essa. 


Nel momento in cui l'ambientazione suggestiva delle strade sterrate, dei campi sconfinati e dei volti angelici viene meno, infatti, si avverte gradualmente un strano retrogusto, quasi fino ad allora non si fosse poi visto molto in termini di spessore. Persi nelle immagini non ci si rende conto che il regista turco non sta offrendo quell'introspezione tacitamente promessa inizialmente e che i personaggi raccontati non sono poi così interessanti, che non hanno poi molto di sé da svelare, o da scoprire. Non è un caso che il punto debole dell'ultimo lavoro di Ceylan siano i dialoghi, che a posteriori, al di fuori dell'incanto visivo, si mostrano ancor più deboli di quanto già non apparissero. Non si entra mai realmente in sintonia con i protagonisti, non si avverte quasi mai un contatto, non si avverte, soprattutto, la loro profondità, descritta ma non trasmessa. Quando torna la luce del giorno, in paese, quindi lontani dalle atmosfere e dai luoghi che hanno avvolto la narrazione fino a quel momento, ci si sveglia da una sorta di confortevole torpore emozionale e si realizza che non si è visto in realtà molto. E la risoluzione introspettiva del procuratore nel finale non basta di certo a riscrivere in termini di spessore l'opera nel suo insieme. 


Si è ben lungi, sia chiaro, dal definire “Once Upon a Time in Anatolia” una pellicola non riuscita, tanto che nonostante tempi lenti e limiti riesce a non rendere quasi mai ostica la visione. È di gran lunga superiore a svariate altre pellicole preferite ad essa dalle grandi distribuzioni. Tuttavia si mostra incompleta. Riesce nell'intento di creare con le sole immagini uno scenario introspettivo, che era se vogliamo la parte più difficile, ma non a sviscerare effettivamente i personaggi, o comunque a non delinearne alcuno davvero interessante. Apre una finestra sulle sconfinate potenzialità dell'opera e si limita a lasciarle lì, senza concretizzarle. E per chi guarda questa è in assoluto una delle cose peggiori.


lunedì 27 febbraio 2012

Mirrored Mind


MIRRORED MIND  (KYOSHIN) 
(2006)




Regista: Sogo Ishii 

Attori: Miwako Ichikawa, Kou Machida, Kiyohiko Shibukawa

Paese: Giappone


Gakuryū Ishii, in arte Sogo Ishii, è noto in Giappone per pellicole ben diverse da quella di cui si scriverà a breve, e più precisamente per quelle girate negli anni '80, che l'hanno reso un punto di riferimento all'interno del panorama punk. Negli anni '90, infatti, Ishii cambia registro e si concentra invece su tempi assai differenti, spesso lenti e introspettivi, non rinunciando oltretutto ad una certa sperimentazione, tanto che chi come chi scrive non ha famigliarità con le prime pellicole del regista, farà fatica a credere ad un passato cinematografico simile. Solo “Dead End Run”, girato nel 2003, mette invero in scena scelte che per certi versi potrebbero richiamarlo, ma le accosta ad altre che invece sono, per l'appunto, tutto l'opposto. 


Con “Mirrored Mind” rende il passaggio ad uno stile ricercato se possibile ancor più netto, insinuandosi nella psiche umana e servendosene per scrivere con la macchina da presa un racconto principalmente emotivo. L'obiettivo è quello di delineare uno stato d'animo più che una storia, tanto che quest'ultima diviene quasi un pretesto. Sogo Ishii se ne preoccupa solo in apertura, per l'ovvia ed irrinunciabile introduzione: si sofferma sulla protagonista, la inquadra con un primissimo piano e senza stacchi lascia che sia lei, con frasi sparse, a ritrarre se stessa e ad introdurre a sua volta l'unica parentesi esplicitamente narrativa del lungometraggio (che è più un mediometraggio, in realtà). Ad essa, infatti, seguirà un racconto che affida l'aspetto diegetico alla potenza suggestiva delle immagini e non ad un intreccio vero e proprio. O, se non altro, questa era l'intenzione, dato che nel concreto al regista giapponese non riesce una pellicola così emotivamente potente.

È in parte difficile da credere, in realtà, considerando che in “Labyrinth of Dreams” (1997) non solo riesce ad ammaliare lo spettatore per una durata ben maggiore rispetto all'ora scarsa di “Mirrored Mind”, ma lo fa discretamente bene. Anche in quel caso puntava sul trascinare all'interno di una dimensione sfocata, intrecciata a quella interiore dei protagonisti, restituendo al termine una forza emotiva assai funzionale ed efficace. Questa volta, però, nel dare un volto filmico al malessere della protagonista, mostra uno stile narrativo così acerbo che in virtù di quanto appena scritto non ci si aspetta affatto. Quelle che si alternano sullo schermo sono sequenze banali e semplicistiche, in nessun modo capaci di tracciare un quadro che vada oltre l'aspetto estetico; le stesse, anzi, non solo appaiono fredde e ben lontane dal far sentire il limbo in cui si ritrova la protagonista, ma anche tecnicamente non sono poi così degne di nota. Si ha la sensazione che il regista abbia cercato la suggestione unicamente attraverso immagini di facile presa, ma in realtà a conti fatti deboli. 


Ad essere debole è di riflesso la pellicola nel suo insieme, che fallendo dal punto di vista emozionale, quello su cui punta praticamente tutto, non riesce a mostrare nient'altro. Di particolari riflessioni non ce ne sono, regia e fotografia nel loro voler essere ricercate si distinguono appena e l'intreccio, come si scriveva, è quasi del tutto assente. Neanche i dialoghi sono degni di nota: come tutto il resto cercano di far passare inquietudine e smarrimento, e lo fanno attraverso frasi spesso isolate che dovrebbero, nel loro essere criptiche, contribuire a rendere magnetico quanto si sta guardando; inutile dire che non accade nulla di simile e che, al contrario, risultano a tratti fastidiose, proprio perché, così superficiali, sembrano buttate lì, del tutto prive dello spessore che avrebbero voluto suggerire.

Di positivo “Mirrored Mind”, quindi, non ha molto e sebbene la durata sia assai breve se ne sconsiglia caldamente la visione. Se si vuole apprezzare le capacità registiche del cineasta giapponese sarebbe bene rivolgersi, invece, al sopraccitato “Labyrinth of Dreams”.


venerdì 24 febbraio 2012

Fubar


FUBAR (2002)





Regista: Michael Dowse  

Attori: Paul Spence, David Lawrence, Gordon Skilling

Paese: Canada


Iniziamo subito col dire che Dowse non è regista che si mostra propenso ad un cinema di spessore. Al contrario propone pellicole così leggere che durante la visione delle stesse si potrebbe tranquillamente giocare a scacchi senza preoccuparsi di non dedicare al gioco la necessaria attenzione. Per questo merita tutto il mio rispetto.

Fubar” è il suo primo lungometraggio, un mockumentary che segue e racconta due personaggi quanto meno curiosi. Terry (David Lawrence) e Dean (Paul Spence) vivono da headbangers ogni secondo delle loro giornate, bevono lattine di birra da mattina a sera, di cui molte rigorosamente d'un fiato, non si assumono alcuna responsabilità e non sembrano volerlo fare. A Dean, però, viene diagnosticato un cancro ai testicoli, e quando il regista del documentario insiste perché vada a farsi controllare seriamente, sarà costretto ad affrontarlo. E di riflesso anche il suo miglior amico Terry.


Quale sia lo spirito del mockumentary lo si capisce dopo il fotogramma d'apertura, in cui i due protagonisti stravaccati su un divano mostrano i loro volti. Questi ultimi infatti riescono da soli a strappare già i primi sorrisi, interpretando, Lawrence e Spence, i loro personaggi in maniera irresistibile (A Spence in particolare sembra che la natura abbia donato un volto praticamente perfetto per un ruolo simile. Guardarlo e al tempo stesso restare seri è davvero un'impresa). Qualche secondo più tardi Dowse alterna sequenze veloci volte a delineare alcuni degli atteggiamenti tipici dei due headbangers, e se fino a poco prima, per una qualche strana ragione, si stava realmente cercando di rimanere seri, adesso provarci sarebbe inutile: birra bevuta così in fretta da vomitarla un attimo dopo, linguaggio idiota riconoscibile dai vari “fuck” all'interno di ogni frase, abbigliamento che cercare di definirlo sarebbe disonesto e comportamenti da adolescente in preda all'adrenalina dopo l'ascolto di un brano metal.

Ever since I quit smoking, I've just been fuckin' coughing up the weirdest shit”.


Quella di Dowse, è chiaro, non è proprio una rappresentazione fedele degli headbangers. I suoi due personaggi sono palesemente caricaturali, tanto che spesso la loro idiozia sfiora il surreale. A darsi il cambio durante la pellicola sono parentesi ridicolissime in cui Dean e Terry descrivono, vivendole e raccontandole, le loro giornate, fatte di sbornie, piccoli atti vandalici e scambi che nella loro inconsistenza risultano inevitabilmente spassosi. Questi ultimi infatti, essendo un mockumentary su di loro, sono la parte in assoluto più divertente, anche quando Dowse inserisce nella narrazione parentesi più drammatiche legate al tumore di Dean o alle riflessioni sul loro stile di vita. Parentesi che tuttavia, sia chiaro, non implicano in nessun modo alcuna profondità, è anzi bene non cercare di tirar fuori dalla pellicola sottotesti sulla vita, sulle responsabilità o su qualsiasi altro tema, perché non ce ne sono, fortunatamente. Può al massimo accennare qualcosa, ma con la leggerezza di cui si scriveva inizialmente, quindi è il caso di tenere spento l'organo cerebrale e godersi le sciocchezze dei due protagonisti.

Non è da vedere a tutti i costi, decisamente no. È una pellicola di appena 80 minuti da guardare quando non si vuole usare oltre ad occhi e orecchie nessun altro organo. E se dovesse piacervi e voleste provarne un'altra del tutto simile, non rivolgetevi tanto al seguito, "Fubar II", quanto a “It's All Gone Pete Tong”, altro film leggermente fuori di testa del regista canadese.


giovedì 23 febbraio 2012

"Awake" - Pilot


AWAKE (2012)




Ideatore: Kyle Killen

Attori: Jason Isaacs, Dylan Minnette, Laura Allen, 
          B. D. Wong, Cherry Jones 

Paese: USA


Sembra che la NBC si stia dando parecchio daffare in ambito televisivo. Ha proposto e continua a proporre nell'ultimissimo periodo prodotti seriali di vario genere. Uno di questi è “Grimm”, il cui inizio non è stato però affatto convincente, tanto che sarebbe cosa buona e giusta per l'emittente televisiva cercare di proporre se possibile qualcosa di leggermente superiore. Un altro è “Awake”, che dovrebbe essere la punta di diamante delle nuove proposte. L'inizio della programmazione è prevista per l'1 Marzo, ma nel mentre si è deciso di dare in pasto agli spettatori il preair e rastrellare pareri e impressioni.

Per chi non si fosse ancora interessato alla serie, il soggetto si poggia quasi del tutto sulla figura di Michael Britten (Jason Isaacs), detective della polizia che resta coinvolto, con la sua famiglia, in un incidente stradale in cui perde la vita sua moglie Hannah (Laura Allen). Oppure suo figlio Rex (Dylan Minnette). Risvegliatosi dopo l'incidente, infatti, Britten si ritrova a sperimentare quelle che sono in apparenza due realtà parallele. Ogni volta che si addormenta, a fine giornata, scivola in una delle due realtà. Nella rossa (il colore del bracciale che usa per orientarsi ogni mattina) sua moglie è viva e Rex è morto; in quella verde, al contrario, Rex è vivo e sua moglie Hannah no. 


Che lo sviluppo narrativo, oltreché il soggetto, sia più ricercato rispetto ad un prodotto come “Grimm” diviene palese già anche dopo la visione del pilot. Si cerca infatti fin da subito di dare un certo spessore ed una personalità riconoscibile al protagonista, che fortunatamente non risulta questa volta del tutto anonimo. Gran parte del merito però, invero, è più che di una scrittura efficace del personaggio, della messa in scena della sua duplice realtà. Quest'ultima viene gestita con criterio e attenzione, nella scelta delle frasi come nei passaggi che alternano anche nel giro di qualche secondo la realtà verde e quella rossa; il montaggio è in questo senso particolarmente fluido e si serve spesso di dialoghi per accompagnare e idealmente e in termini di intreccio il singolo passaggio. Si vedano, a tal proposito, tutte le sequenze dallo psichiatra, o meglio dagli psichiatri, dato che Britten ne ha uno per ogni dimensione: entrambi cercano di imporre chiaramente la propria realtà come quella reale nel percorso di psicoanalisi, ognuno con argomentazioni sempre convincenti, e il montaggio se ne serve per far scivolare su di esse un'alternanza che sarebbe altrimenti potuta facilmente risultare troppo marcata e probabilmente fastidiosa.
Gioca con la duplice realtà, rendendosi ad essa funzionale, anche la regia. Per svariate volte durante l'episodio pilota propone movimenti di macchina circolari che partendo dal protagonista che osserva il suo interlocutore arriva a nascondere quest'ultimo e poi a farlo tornare nel campo visivo. Si ha la sensazione sistematica che si stia passando da una realtà all'altra, con un conseguente, seppur temporaneo, smarrimento, capace di contribuire notevolmente a trasmettere lo stato d'animo del protagonista. Ciononostante, tuttavia, il racconto non è mai confusionario ed è anzi, ad onor del vero, forse troppo didascalico, tanto che si sarebbe in tal senso potuto proporre soluzioni ben più accattivanti. 


Al netto di quanto scritto fino ad ora, infatti, il pilot di “Awake” di sicuro non fa gridare al miracolo. Pur rendendosi in parte interessante e cercando con scelte valide di puntare sull'empatia, è assai lontano dal coinvolgere al punto di creare attesa per il prosieguo. Certo il ritmo non è particolarmente sostenuto e adrenalinico, come è giusto che sia puntando la serie non solo sul thriller psicologico, ma anche su quello drammatico, tuttavia si ha la sensazione che non sia solo una questione di tempi lenti ma di una qualche debolezza di fondo. E di sicuro gioca un ruolo fondamentale, nel far passare una simile sensazione, una fotografia così patinata. Se è giustificata in parte dalle due dimensioni potenzialmente irreali, è vero anche che appare spesso fin troppo finta, rendendo posticcio il tutto.
Ad alimentare qualche dubbio è anche l'intreccio. Non riesce a trascinare lo spettatore fino in fondo e suggerisce, a fine episodio, una possibile risoluzione a puntate autoconclusive che sarebbe, almeno ai miei occhi, disastrosa, perché si sprecherebbe così un'idea in potenza assolutamente valida (ma si tenga conto che questo è comunque il parere di una persona che ritiene la trama orizzontale il bene supremo). Non è tuttavia il caso di usare troppo il condizionale scrivendo delle varie ipotesi, considerando il fatto che il pilot lascia aperte svariate possibilità e in termini di struttura delle puntate e in termini di sceneggiatura. Se si seguiranno gli echi del gatto di Schrödinger, se ci si concentrerà invece sul campo prettamente psicologico, se si contrapporranno le due realtà per cercare di capire quale delle due non è reale, o se al termine si butterà tutto sul coma e sul fatto che niente di ciò che abbiamo visto è reale. Tutti elementi che potrebbero delineare un prodotto assolutamente valido come anche, e assai più facilmente, l'ennesimo prodotto da evitare con cura.


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