lunedì 16 gennaio 2012

"The Increasingly Poor Decisions Of Todd Margaret" - Prima Stagione

-
THE INCREASINGLY POOR DECISIONS OF TODD MARGARET (2010)




Ideatori: David Cross, Shaun Pye

Attori: David Cross, Will Arnett, Spike Jonze, Sharon Horgan

Paese: USA, UK


Torniamo a parlare di situation-comedy con un prodotto di appena due stagioni. Nonostante l'emittente televisiva abbia insistito per il prosieguo della stessa, infatti, gli ideatori hanno comunque deciso di concludere con la seconda stagione. Aspetto, questo, già di per sé positivo perché sintomo di coerenza nella scrittura di uno script; script che non verrà, quindi, spalmato di forza su un numero di episodi maggiore rispetto a quello previsto inizialmente.
David Cross, uno degli ideatori della serie, oltre ad essere scrittore e attore è anche stand-up comedian. Questa sua formazione torna utile nell'analisi di “The Increasingly Poor Decision Of Todd Margaret” perché ne spiega in gran parte struttura e limiti. Cross, inoltre, è l'attore che ha interpretato Tobias Funke, uno dei personaggi più riusciti di “Arrested Development”. Anche quest'ultima, invero, si rivela particolarmente utile. Non solo, infatti, condivide Cross e Will Arnett con “TIPDOTM”, ma anche la tipologia di personaggi da loro interpretati. Todd Margaret (David Cross) e Brent Wilts (Will Arnett) sono di fatto del tutto simili rispettivamente a Tobias Funke e GOB. Il secondo è fondamentalmente uno sprovveduto che prende di petto situazioni che non sa gestire, mostrando ad ogni occasione i suoi innumerevoli limiti. Il primo, per certi versi simile, è un imbranato cronico; cerca in tutti i modi di mostrarsi al contrario capace e compiaciuto di questa sua presunta capacità, attraverso un circolo vizioso di menzogne spudorate che lo porteranno, tra le altre cose, a dire di aver comprato un appartamento all'interno del palazzo di Westminster.


È a Londra, infatti, che il protagonista si renderà ridicolo per tutta la durata della sit-com. Todd Margaret, americano, nell'esercitarsi, attraverso un'audiocassetta, a “smettere di essere una femminuccia” viene ascoltato da Brent Wilts, nuovo capo dell'azienda in cui lavora, che decide di nominarlo capo delle vendite del nuovo prodotto: un energy drink dalla provenienza quanto meno dubbia. La sede è nella capitale britannica, quindi da un momento all'altro si ritroverà nel Regno Unito a gestire, senza abilità alcuna, la vendita della bevanda “Thunder Muscle”.

TIPDOTM”, il cui titolo è già sufficiente a strappare più di un sorriso, come anche lo scriverne ogni volta in questo post la sigla, è pure ironia. Non ha nessuna intenzione di approfondire personaggi o creare una storia che non si regga necessariamente sulla comicità - altro aspetto che sembra aver preso in prestito da “Arrested Development” - e non solo. Punta tutto su un unico personaggio, appunto quello di Todd Margaret, e al termine altro non è che una serie di quelli che appaiono come singoli sketch. È il motivo per cui si scriveva in precedenza della carriera di Cross come stand-up comedian, figura che per definizione e impostazione è l'unica fonte di ironia durante lo spettacolo. Peccato, però, che un'impostazione simile contrasti in maniera evidente la creazione di una qualsiasi finzione filmica, fondamentale invece per una situation-comedy, e più in generale per qualsiasi opera di fantasia basata su un intreccio, che tale vuol definirsi.
Come si è detto più volte in questa sede, inoltre, optare per la ricerca esclusiva della comicità in una sit-com non è una soluzione del tutto vincente, men che meno, poi, il non affidarsi a più personaggi. Al termine, non a caso, “TIPDOTM” diverte poco e intrattiene anche meno, benché alcune parentesi siano particolarmente riuscite, essendo Margaret un personaggio cucito sulla fisionomia e sui mezzi attoriali di David Cross. La commistione di humor più classico e humor inglese, allo stesso modo, diverte ma stanca quasi subito, nonostante la prima stagione conti solo sei puntate, in pieno stile britannico. 


Sono sei anche le puntate della seconda stagione, in onda dagli inizi di Gennaio, e il registro non sembra cambiare affatto - non che avrebbe senso essendo l'ultima.
Nonostante quanto detto, tuttavia, le soluzioni tra una puntata e l'altra riuscite sono decisamente degne di nota e in fatto di comicità sarebbe bene, è parere di chi scrive, non perdere di vista David Cross.


sabato 14 gennaio 2012

Shame

-
SHAME (2011)





Regista: Steve McQueen

Attori: Michael Fassbender, Carey Mulligan

Paese: UK


Dopo essersi presentato al mondo cinematografico con una pellicola d'esordio come “Hunger”, il cui valore molti registi non riuscirebbero ad eguagliare neanche dopo una carriera intera, Steve McQueen gira il suo secondo lungometraggio, creando aspettative quanto meno elevate. Non semplicemente per la normale curiosità che anticipa l'uscita del film di un cineasta apprezzato, ma anche perché il regista, come spesso accade nel cinema d'autore, sceglie nuovamente Fassbender – strepitoso in “Hunger” - per il ruolo principale. A ciò si aggiunge inoltre un soggetto singolare, che se plasmato secondo gli stilemi mostrati in precedenza, risultato della commistione di visceralità ed eleganza, non può non far sperare nell'ottima riuscita della pellicola.

Brandon Sullivan (Michel Fassbender) è un uomo d'affari. Vive a New York City, da solo, e la sua vita è scandita secondo i ritmi dettati da una dipendenza dal sesso che non riesce in nessun modo a gestire. Si masturba a casa come al lavoro, i suoi armadi sono pieni di riviste pornografiche, il suo computer di siti porno, tanto da avere una prostituta in videochat che sembra conoscerlo e conoscere a fondo i suoi gusti sessuali, e paga prostitute in maniera sistematica. Dopo svariate telefonate senza risposta, la sorella di Brandon, Sissy (Carey Mulligan), irrompe nella sua vita accentuando con i suoi disagi quelli del fratello. 


In questo secondo lavoro, McQueen ripropone con forza quegli aspetti che hanno fin da subito reso il suo cinema riconoscibile. Probabilmente influenzato dall'interesse attivo verso la scultura, lo sguardo del regista si concentra quasi esclusivamente sul soggetto, lasciando in secondo piano l'intreccio. Se in precedenza erano state l'IRA e la prigionia, questa volta a far da sfondo alla celebrazione umana e visiva del protagonista sono il lavoro e la sorella dello stesso, l'unica forse a cui viene dedicata qualche attenzione in più, seppur sempre e solo come mezzo utile a generare prima e ad inquadrare poi le reazioni del protagonista.
La sequenza d'apertura, da sola, è già una dichiarazione di intenti che non si presta in alcun modo ad ambiguità interpretative: Brandon è steso sul letto, mezzo nudo, coperto dal lenzuolo; il suo sguardo è spento e la telecamera lo inquadra dall'alto, bloccandolo in una porzione di spazio ristretta, come quella che si è costruito all'esterno e in cui si costringe a vivere: l'importanza della forza visiva dei corpi e quella della parte umana che quei corpi li riempie, ossia McQueen in una manciata di secondi. Per l'intera pellicola quanto appena scritto verrà sottolineato in maniera sistematica. Le scene che seguono, infatti, tratteggiano attraverso il corpo completamente nudo di Fassbender una routine fatta di masturbazione, sesso e rassegnata disillusione, che svuota il protagonista un giorno alla volta.

Il film non è altro che questo, ossia il racconto di un uomo e della sua prigione. L'elemento sceneggiaturistico scelto, quello della dipendenza dal sesso, sarebbe potuto facilmente trasformarsi in una farsa nelle mani di qualche altro regista, McQueen invece riesce a renderlo in tutto il suo essere angosciante, pur non preoccupandosi di schivarne l'aspetto più esplicito. Al contrario, sembra cercare con forza le sequenze che portano in primo piano sesso e masturbazione, soffermandosi sui corpi con un'insistenza tale che apparirebbe morbosa se non fosse così distaccata e quasi artistica (oppure funzionale, quando distaccata non lo è). Del resto la vita sessuale del protagonista è già di suo lontana da qualsivoglia emotività, essendo semplicemente l'atto meccanico con cui placare l'astinenza. Se, anzi, c'è dell'emotività è solo quella più claustrofobica e opprimente che porta il protagonista a spiegare un titolo estremamente esplicito come quello scelto per la pellicola. La vergogna di Brandon è infatti l'altra faccia della dipendenza, la sbarre della prigione di cui si scriveva. Prova vergogna per se stesso al punto di non sopportarsi; al punto di punirsi, finanche a provocare la sua eterosessualità facendo sesso orale con un altro uomo; al punto di non riuscire a sostenere la visione della sua immagine riflessa nel volto della sorella. 


Il personaggio di Sissy, come si diceva, più che un personaggio attivo di un intreccio peraltro già quasi inesistente, è lo specchio nel quale McQueen costringerà il protagonista a specchiarsi continuamente. La sorella è simile a Brandon, soffre anche lei di dipendenza (non dal sesso) ed ha inoltre tendenze suicide. È Brandon, solo più debole, e lui lo sa, tanto che fin da subito mostra nei suoi confronti una freddezza che a volte sembra quasi un disagio; evita di incrociare il suo sguardo e fa fatica a dirle che può restare a casa sua. Ogni tanto, però, sembra lasciarsi andare ad un gesto affettuoso, come se stesse consolando se stesso, salvo distaccarsi nuovamente subito dopo. Al termine non è altro che una dimostrazione ulteriore da parte del regista britannico di quel suo non voler concentrarsi su caratteri diversi da quello principale.

Si ritrova la poetica di “Hunger” anche nella gestione prettamente narrativa. La prima parte del racconto è fredda, non coinvolgente, al limite della noia. Gradualmente, però, cresce un'empatia della quale quasi non ci si accorge, fino a sentire il protagonista in tutta la sua sofferenza. Non potrebbe essere altrimenti, se si considera che Mcqueen non opta per scelte registiche d'impatto o per ritmi elevati che possano proprio in quanto tali coinvolgere nel giro di qualche sequenza chi guarda. La sua, al contrario, è una regia raffinata ed elegante, che pur mostrando tecnicismi pregevoli e mai fini a se stessi – tornano i long take che ricordano i 17 minuti ininterrotti tra Bobby Sands e Padre Mullen – risulta sempre misurata, se non in rarissime occasioni (si veda il rapporto sessuale tra Brandon e le due prostitute che grazie a regia e montaggio porta l'asfissia della dipendenza al suo livello più alto).
Proprio la sequenza appena descritta, però, è il climax della narrazione. Immediatamente dopo, infatti, il coinvolgimento inizia a scemare e la parte finale, che sarebbe in quanto tale dovuta essere il punto d'arrivo del crescendo emotivo, non risulta così forte come ci si aspettava. Fortunatamente quello tra il climax e l'ultima sequenza non è un periodo troppo lungo e la pellicola termina prima di poter iniziare seriamente ad annoiare. Tuttavia la sensazione che alla chiusura del racconto manchi qualcosa resta e “Shame” non può non risentirne.


Si è ben lontani quindi dai livelli a cui McQueen ci aveva abituati, ciononostante il suo secondo lavoro, interpretato ottimamente e fotografato anche meglio, è senza dubbio migliore della gran parte delle pellicole in circolazione. Il suo terzo lungometraggio è previsto già per il 2012, e parlerà di un uomo nato libero e divenuto poi schiavo. Anche in questo caso i presupposti ci sono tutti.


venerdì 13 gennaio 2012

"Boardwalk Empire" - Seconda Stagione

-
BOARDWALK EMPIRE (2010)




Ideatore: Terrence Winter

Attori: Steve Buscemi, Michael Pitt, Stephen Graham, 
           Kelly Macdonald, Michael Kenneth Williams

Paese: USA


Giusto qualche nome sparso: Martin Scorsese, Mark Wahlberg, Steve Buscemi, Stephen Graham. Per una serie ideata da Terrence Winter, quello de “I Soprano”. Si potrebbe a questo punto anche evitare di continuare a scrivere, pubblicare questo paio di righe e non preoccuparsi di aver detto troppo poco. Gente che insieme rende il miracolo più una facile certezza che una lontana speranza. Poi si dà un'occhiata alla trama, si legge che è basata su un personaggio, Enoch “Nucky” Johnson, che tra gli '20 e gli anni '30 gestiva praticamente tutta Atlantic City, centro di un divertimento degno di quel “roaring” che accompagna di diritto la decade del proibizionismo e dell'illegalità; si legge che quest'uomo era invischiato in qualsiasi cosa e che stringeva mani a gangster, senatori, sindaci, contrabbandieri, funzionari e forze dell'ordine, insomma a chiunque; si legge che ad interpretarlo, nel ruolo di Enoch “Nucky” Thompson, sarà proprio Buscemi.
Si comincia quindi fin da subito a trarre qualche conclusione, tipo che se Winter ha partecipato più che attivamente alla serie televisiva gangsteristica migliore in assoluto e se Scorsese in fatto di gangster cinematografico è praticamente intoccabile, allora in tutta probabilità non si potrebbe chiedere di meglio in termini se non altro di presupposti. Anche perché entrambi, pur avendo prodotto in ambiti diversi, hanno elementi in comune assai evidenti nella costruzione e nella gestione di un soggetto. Entrambi, nello specifico, dedicano alle loro storie tutto il tempo necessario perché risultino complete e definitive; perché possano a loro volta dare ai propri personaggi lo spazio necessario per esprimersi in tutte le loro sfaccettature, sì da spiegarsi e rendersi umani, nel bene o nel male. “Boardwalk Empire” del loro modo di sviscerare una sceneggiatura è la sintesi perfetta: cinematografica per certi versi, televisiva per altri, ma estremamente omogenea. E soprattutto, ad ampio respiro.
Non si può prescindere da questa sorta di preambolo, ed in particolare da quest'ultima frase, perché la prima stagione di “BE” sembra a volte non convincere, perché non coinvolgente come ci si aspetterebbe da un binomio di tale calibro. È perfetta, inattaccabile, ma ben lontana dall'essere entusiasmante, nel senso più viscerale del termine. Poi però comincia la seconda stagione. 


A posteriori la prima assume tutti i connotati di un'eufemisticamente lunga introduzione, in cui i tasselli vengono descritti e posizionati. In cui vengono fatte le dovute presentazioni, tracciati gli equilibri, delineate le personalità e costruito lo scenario. La seconda quindi non ha più nulla di cui preoccuparsi se non portare avanti la sceneggiatura, ed infatti è quello che fa. Intendiamoci, nessun particolare cambio di ritmo, nessuna parentesi adrenalinica, nessuna frase ad effetto. La velocità resta quella di crociera a cui ci avevano abituati i primi 12 episodi. A cambiare in maniera considerevole è invece il peso di ogni scambio, come di ogni sguardo e di ogni sequenza.
A conferire tale spessore è un dialogo perfetto tra introspezione e tempi quasi contemplativi che conferiscono al racconto una credibilità estrema. La serie è solida come una roccia ed ha un peso specifico enorme, non le si potrebbe muovere critica alcuna senza che questa cada nel vuoto ancor prima di prendere forma. È infatti misurata e studiata nel dettaglio e non cede mai alla necessità di tenere incollati allo schermo attraverso un crescendo narrativo piuttosto che attraverso la spettacolarità pura e semplice. Tiene incollati allo schermo, sì, ma lo fa con i suoi tempi, come si diceva, e a suo modo. Puntata dopo puntata si scivola in un contesto ricostruito alla perfezione che riesce a vivere di vita propria; non è semplicemente una questione di ambienti, scenografie e costumi, si riesce ad avvertire parte dello spirito di quegli anni, al punto di ritrovarsi al loro interno ed aver bisogno di qualche secondo per distaccarsene alla fine di ogni puntata. Non a caso si parlava di credibilità: è forse la discriminante principale. “BE” Non cerca mai di strafare, non si ha mai la sensazione che stia andando troppo oltre, che stia cercando lo spettacolo fine a se stesso. 


Dal punto di vista tecnico il discorso resta identico. La fotografia, così ricercata, non è un mero esercizio di stile, non ci si avvicina neanche a pensarlo. Se in alcuni casi l'uso delle luci è particolarmente suggestivo è perché funzionale al tratto narrativo, infatti se tutte le sequenze che portano in primissimo piano la parte più intima dei personaggi risultano così potenti è proprio grazie a soluzioni estetiche imprescindibili. Per il resto la fotografia non presenta virtuosismi di sorta, è reale pur nel suo essere cinematografica e quindi in linea con lo spirito della serie. Come del resto i personaggi. Allo stesso modo, nonostante siano chiaramente romanzati, sono sempre verosimili – caratteri e vicende, infatti, sono assai fedeli alla realtà - tanto da contribuire in maniera fondamentale alla costruzione di una personalità, quella appunto di “BE”, verso la quale non è affatto difficile provare empatia. Nucky è enorme ed è enorme Buscemi nell'interpretarlo: una personalità complicata e stratificata, in cui si mischiano ironia e freddezza con disarmante facilità; svetta tra svariati personaggi che sono a loro volta tratteggiati in maniera impeccabile. Di ognuno di essi vengono col tempo svelati quei trascorsi che li hanno resi tali, fantasmi che spiegano come nient'altro riuscirebbe a fare gli atteggiamenti che sfilano sullo schermo. In questo senso, Jimmy Darmody dà tantissimo alla seconda stagione, affiancato da un Richard, con cui condivide molti dei fantasmi di cui si parlava, che si rivela dal canto suo, almeno per chi scrive, un personaggio stupendo, pur non partecipando agli snodi principali dell'intreccio. Ci sarebbe, invero, da fare un discorso a parte sull'unica eccezione a quanto detto fino ad ora, ossia Van Alden, ma ci si limiterà a scrivere che nel suo essere fuori di testa e leggermente singolare riesce comunque a non stridere con il resto, anzi.
Non resta quindi che inquadrare storia e personaggi simili e la telecamera lo fa in maniera superba. La regia è ovviamente calibrata al millimetro e definirla elegante sarebbe riduttivo. Aspetti, questi, che non si traducono però in assenza di scelte notevolmente capaci di distinguersi. Si tenga bene a mente che a tracciare le linee guida dello stile registico è stato lo stesso Scorsese girando il pilot.

Ma non è la regia l'unico aspetto in cui si riconoscono i tratti scorsesiani. Il cineasta italo-americano è produttore esecutivo della serie, e stando alle dichiarazioni di Terrence Winter, si occupa tra le altre cose anche della direzione degli attori. Le interpretazioni non a caso sono senza mezzi termini superbe. Di Buscemi si è già scritto, anche se non ce n'era in realtà alcun bisogno. Sugli altri non c'è molto da dire, si finirebbe con l'elencare una serie di aggettivi simili ad ottimo, eccellente, sorprendente e simili.


Il finale della seconda stagione è perfetto. Permette a “BE” di salire ulteriormente. Per molti non sarà la serie del secolo, perché non è il classico prodotto televisivo capace come altri di creare astinenza. Al termine non ci si strapperà di certo i capelli, ma solo perché si resterà a fissare lo schermo per il tempo necessario a metabolizzare e a realizzare che quanto appena visto non ha un difetto che sia uno.


giovedì 12 gennaio 2012

Merda in pillole #1


È giusto che un blog abbia anche una certa utilità sociale e che dedichi alla stessa interi post come in questo caso. Personalmente mi trovo spesso ad aver bisogno di consigli non tanto su cosa vedere ma su cosa evitare con cura. Non fa piacere a nessuno, infatti, dedicare ore della propria vita a prodotti che non meritano attenzione alcuna. Avere, pertanto, un povero deficiente che si è involontariamente immolato per la causa sperando magari in prodotti di qualità, e al tempo stesso così di buon cuore da mettere in guardia il suo prossimo, non può che far piacere.
Oggi il deficiente sono io. Dovendo inoltre accumulare buone azioni per compensare gli stupri alle vecchiette con cui soddisfo i miei istinti nel week-end elenco qui di seguito, senza un particolare ordine, né un criterio specifico, alcune delle serie televisive giovani e meno giovani nelle quali mi sono imbattuto che meriterebbero decisamente di essere ignorate.

- "CAMELOT": 

Dall'emittente che ha trasmesso quel gioiellino inaspettato che risponde al nome di “Spartacus” – sia “Blood and Sand” sia “Gods of Arena” - ci si aspettava un prodotto quanto meno decente, specie con un soggetto che è già di suo assai adattabile ad una serie televisiva. Il risultato ha invece sfiorato di pochissimo il disastroso. Nonostante le ambientazioni, infatti, appare tutto sempre un po' troppo posticcio, grazie anche e soprattutto ad interpretazioni per niente convincenti. A Joseph Finnies è chiaramente sfuggito il concetto di “recitazione” mentre il protagonista, Jamie Campbell Bower, sembra non aver capito che “Camelot” non è il rush finale dei provini per “Dawson's Creek”.
I dialoghi dal canto loro non aiutano affatto. Non solo non convincono ma neanche provano a farlo. E a non funzionare, più in generale, è l'intera sceneggiatura, capace di appassionare quanto un'enciclica papale. E pensare che è comunque più valida di "Merlin", simile per soggetto e scarsa qualità. Se mai troverò le forze parlerò di quest'altro capolavoro. Spero di no.

- “24”: 

Sono molto combattuto riguardo questa serie. Partiamo dal presupposto che è in assoluto tra le cose più idiote che siano mai state partorite. È però così imbarazzante che nutro per la stessa un affetto enorme. Il suo protagonista è per me ciò che durante un'acuta parentesi depressiva uno psicofarmaco non riuscirebbe mai ad essere; ripenso a lui, alle sue frasi, alle sue gesta e il sorriso ricompare quasi immediatamente sul mio volto. Jack Bauer – interpretato da un Kiefer Sutherland in versione marmo - è il personaggio più ridicolo di sempre: lavora per il CTU, è fortissimo, è intelligente da far schifo ed è onesto fino al midollo; tanto da mettersi contro chiunque, contro un terrorista come anche contro il presidente degli Stati Uniti, o contro i presidenti, dato che gli capita di incontrarne un paio nello stesso giorno, perché magari il primo è caduto ed è subentrato l'altro; oppure perché il primo è morto per ordine del secondo. Insomma, cose così. Ogni stagione è composta di 24 puntate, ed ogni puntata racconta un'ora di quella giornata. Ora, in una stagione sola quest'uomo fa di tutto. Combatte terroristi, combatte presidenti, combatte associazioni segrete, combatte contro le talpe nel CTU, si occupa della figlia, manda affanculo i suoi superiori e si becca proiettili senza ovviamente risentirne. Il tutto senza mai mangiare o andare in bagno. Una volta per il bene del Paese – Paese che non perde occasione per dargli la caccia con la scusa che non segue le regole – si è offerto di consegnarsi ai cinesi e farsi torturare per non ricordo bene quanti mesi o anni. Inutile dire che i cinesi da lui hanno ottenuto giusto un pugno di mosche. Morte.
Insomma, senza portarla troppo per lunghe, “24” è un prodotto ridicolo, per niente credibile, con personaggi non approfonditi neanche per sbaglio ed esagerato all'inverosimile. Ha sprecato un'idea assai innovativa in termini di struttura e narrazione in maniera davvero pessima. È però anche la nuova frontiera della comicità, tanto da essersi guadagnato una pagina meravigliosa su Nonciclopedia.

- “FALLING SKIES”: 

È quanto di più americano ci possa essere, quindi estremamente urticante. Come ho già scritto da qualche parte non sono contro lo stereotipo, se usato con mestiere, ma non riesco in nessun modo a sopportarlo se usato con faciloneria e magari anche spacciato per qualcosa di gran valore. La serie prodotta da Steven Spielberg lo stereotipo lo chiama decisamente e va benissimo così, volendo essere una classica storia di invasione aliena, di resistenza dell'umanità e via discorrendo. Il problema però sta proprio nel non rispetto di quel “se usato con mestiere”. I soldi son stati spesi e si vede, lo scenario post apocalittico funziona, la regia fa il suo dovere, ma la noia è incalcolabile. Ogni fotogramma, ogni parola, ogni sguardo è quanto di più lontano ci possa essere dal concetto di originalità, come anche da quello di coinvolgimento. Un ammasso di cose già viste che resta tale, che non si distingue minimamente e che anzi eleva fin quasi a celebrare lo stereotipo, tanto che bastano davvero poche puntate a rendere terribilmente fastidiosi i personaggi, i loro discorsi sull'andare avanti, sulle vittime e sulle divergenze. Scontati e banali al punto di non riuscire quasi a seguirli fino al termine.
I personaggi sono allo stesso modo scandalosi. Il protagonista ha uno spessore tale che gli alieni non si accorgerebbero della sua presenza; il capitano Weaver costringe lo spettatore a sperare nella sua mote ad ogni puntata; gli altri sono tappezzeria, tranne forse John Pope.
La serie ha registrato ottimi ascolti, chiaro.

Avrei scritto anche di un'altra serie che merita tutte le offese di questo mondo, oggi, ma purtroppo l'ho già fatto: “Strike Back”.

Ovviamente questo appuntamento verrà rinnovato.


martedì 10 gennaio 2012

"Underbelly" (Quarta Stagione) - "Razor"

-
UNDERBELLY - RAZOR (2011)




Sceneggiatori: Peter Gawler, Felicity Packard, Michaeley O’Brien, Jeff Truman

Attori: Danielle Cormack, Chelsie Preston Crayford, Anna
           McGahan, Jack Campbell

Paese: Australia


Underbelly”, per chi ancora non la conoscesse, è una serie televisiva australiana che racconta gli sviluppi del crimine organizzato in alcune delle città principali del Paese. Basata su fatti realmente accaduti, propone una struttura atipica che si distingue attraverso stagioni a trama orizzontale. Ognuna di esse, infatti, è a se stante, non ha nulla a che fare con le altre, raccontando parentesi che si aprono e si chiudono senza intersezioni di alcun tipo. La quarta stagione, nello specifico, si discosta notevolmente in termini temporali dalle precedenti. Se la prima e la terza ricoprivano insieme anni '90 e inizi 2000, e la seconda anni '70 e '80, “Razor” torna indietro di svariate decadi e racconta i ruggenti anni '20 della più popolosa città australiana, Sydney.

Razor”, nello specifico, ricostruisce più o meno fedelmente quanto accaduto tra il 1927 e il 1936, inquadrando le due personalità che maggiormente si sono imposte nello scenario criminale del periodo: Kate Leigh (Danielle Cormack) e Tilly Devine (Chelsie Preston Crayford). Regine e rivali, gestivano rispettivamente alcol clandestino (e droga) e prostituzione; pur non entrando direttamente a contatto i loro ambienti criminali la lotta tra le le due non fece altro che inasprirsi, fino a raggiungere livelli tragici. Il tutto per motivi principalmente personali. A ruotar loro attorno quello che è forse stato il primo dipartimento di polizia con una donna al suo interno, Lillian Armfield (Lucy Wigmore), una giovane ragazza destinata a diventare la prostituta più famosa di Sydney, Nellie Cameron(Anna McGahan), e le organizzazioni criminali minori intenzionate a conquistare l'impero messo in piedi dalle due regine.


Nonostante il contesto sia ben lontano da quanto di più moderno si conosca, la serie non rinuncia affatto a quello stile capace di conferirle una personalità immediatamente riconoscibile, risultato delle tecniche cinematografico-televisive meno “eleganti” e misurate in circolazione. Nel descriverlo non si può non fare riferimento al cinema di Guy Ritchie, che con i suoi due primi lungometraggi ha lanciato e saputo sfruttare quello stile in maniera impeccabile, palesandone le enormi potenzialità nel racconto di un determinato tipo di storia e nella proposta, più in generale, di un particolare cinema di genere. È lo stile volgarmente definito “videoclipparo”, caratterizzato da un montaggio irregolare e frenetico, da un largo uso delle musiche, dall'abbondanza di ralenti e fast-forward e dall'uso di titoli e sottotitoli nell'individuare ed identificare i singoli caratteri. Addirittura si gioca con le scritte fino a sottolineare l'umore di un personaggio - il premier in visita alla stazione di polizia che da una puntata all'altra passa da “State Premier... Not Happy” a “State Premier... Still Unhappy” - o a tenere il conto degli scontri – quelli tra Caletti e Green: “Round One”, “Round Two”... - o, ancora, fino a scandire particolari passaggi nell'intreccio – le scritte di un giallo per niente discreto ad evidenziare l'impotenza dei poliziotti di fronte all'impossibilità di trattenere i sospetti per più di qualche ora: “Watch 'Em Walk”, “Arrest 'Em Again”.
Dopo ormai quaranta puntate “Underbelly” questo suo stile lo gestisce alla perfezione, senza sbavature di sorta, al contrario di quanto accadeva nella prima stagione in cui appariva ancora acerbo e in quanto tale non sempre in grado di evitare forzature decisamente poco felici. Già dalla seconda in poi, invece, la serie si fa più matura imponendosi con una dimensione definita e definitiva; matura al punto di riuscire a mischiare con innegabile gusto il suo stile ultramoderno ad un contesto socio-temporale, come si scriveva, di quasi un secolo fa.

Si adattano perfettamente regia e fotografia. La prima con movimenti niente affatto calibrati ma al tempo stesso non troppo frenetici, al punto di trasmettere una certa ricercatezza pur di non apparendo troppo impostata per il volto modaiolo della serie; la seconda con assoluta consapevolezza del suo ruolo all'interno della struttura stilistica scelta: propone soluzioni che a volte rasentano il posticcio, finanche a raggiungerlo abbondantemente, senza però mai apparire non calcolate.


Non sono da meno neanche dialoghi e interpretazioni. Queste ultime in particolare sono perfette, a partire dalle attrici che interpretano le due protagoniste. Assolutamente credibili, dominano la scena come i loro personaggi l'intreccio, non mettendo però mai in ombra le interpretazioni dei comprimari, come anche dei personaggi terziari. Si fa davvero fatica, infatti, a trovare un attore meno bravo o comunque meno degno di nota rispetto agli altri, merito anche della direzione degli stessi e delle scelte in termini prettamente estetici.

Sulla carta ad “Underbelly – Razor”, con la sua maturità stilistica e con quel suo intreccio accattivante ed in parte originale, non essendosi mai viste due donne rivali a capo del crimine organizzato, in definitiva non manca nulla. Ciononostante, come accade anche con le stagioni precedenti, il coinvolgimento dello spettatore resta sempre su livelli medio-bassi. Una volta sfumato il fascino iniziale, risultato della presentazione stravagante dei personaggi, del periodo e del racconto, si perde gradualmente interesse per il prosieguo della storia, il che è curioso se si considera quanto scritto fino a questo momento. È parere di chi scrive che le motivazioni siano in gran parte da ricercare nella struttura narrativo-temporale di “Underbelly”. Se da una parte il dover ricominciare da zero ogni volta, con situazioni e personaggi nuovi, frena notevolmente l'empatia non conoscendo appunto i caratteri con cui si avrà a che fare, dall'altra la narrazione non rende avvincente quanto raccontato. La stessa infatti ripercorre in appena 13 puntate da quaranta minuti quasi dieci anni di trame e sottotrame, facendo apparire il tutto più un documentario dallo stile ricercato che un racconto in piena regola. A contribuire a questo aspetto una narrazione in terza persona che peraltro rende ulteriormente impersonale e distaccato l'evolversi di storia e personaggi.


I creatori della serie, tuttavia, non solo sembrano non voler cambiare rotta ma addirittura hanno rivolto il loro sguardo anche al di fuori dei confini australiani, proponendo una miniserie in 6 episodi ambientata in Nuova Zelanda: “Underbelly NZ: Land Of The Long Green Cloud”. Magari il minor numero di puntate aiuterà a renderla più scorrevole.


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...